Lettrice in quarantena e in esilio

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un po’ di libri che mi hanno fatto e stanno facendo compagnia in questo periodo

Avevo in mente di scrivere questo post verso Natale, per fare un consultivo di un punto inaspettato della mia vita: il trasferimento a Roma per lavoro. Come alcuni sanno ho preso una parte della mia vita e nel giro di una settimana l’ho trasferita lontato da tutto e da tutti. Forse era tempo, forse non bisogna lasciarsi scappare delle occasioni, forse si è solo pazzi ogni tanto e ne vale la pena. Comunque non sono qua a fare una seduta psicologica della mia vita e ad ammorbarvi con il mio criceto mentale sulla sua bella ruotina che gira e gira. Volevo dirvi come mi sono trovata senza più i miei riferimenti da lettrice. Quindi partiamo con la strada vecchia che ho, momentaneamente, lasciato.

Parma è una piccola città con un passato letterario glorioso e qualche figlio illustre. Per quanto il tempo non sia stato pietoso, con lei come con altre piccole o grandi città, ha mantenuto una parvenza di forte città culturale e letteraria. Sono impietosa, lo ammetto, con la città che amo più di qualcunque altra, solo perché vorrei che tutto quel potenziale che esiste esplodesse al massimo, mangiando in testa ad altre realtà, ma invece sembra sempre che un po’ vivacchi sul proprio passato e non si sforzi mai abbastanza. Comunque sia. Librerie ne ha sia di catena che indipendenti e ha almeno 10 biblioteche civiche a disposizione della cittadinanza con una grande selezione di libri da quelli fuori catalogo alle ultime uscite. Come detto più volte in questo blog, sono stata di casa in alcune di queste biblioteche a tal punto che ci si conosce vicendevolmente per nome coi bibliotecari: è come essere a casa ed è una bella sensazione. Per quanto riguarda le librerie ho lo stesso rapporto con il Libraccio solo perché ha un sacco di usati e si trovano occasioni che altrove è difficile reperire, soprattutto quando arrivano le vagonate di Cosmo Oro e Argento per la fantascienza.

Quindi la mia vita è stata una tranquilla passeggiata in bicicletta in mezzo a scaffali di libri. E la via nuova?

Arrivando a Roma speravo di trovare una cosa simile, ma moltiplicato per x mila. E invece non è proprio così. Le biblioteche ci sono, ma sono molte poche in proporzione con la popolazione e la densità abitativa. Ovviamente ci sono condizioni in alcuni quartieri in cui la cultura fa fatica a entrare e fare il suo dovere. E anche a livello di librerie la problematica pare la stessa. Roma è una città complicata in tutto, perché non dovrebbe esserlo anche in questo?

Ammetto di essermi un po’ depressa, soprattutto dopo che ho visitato il Libraccio qua e non ho trovato la stessa aria che si vede a Parma o a Milano e Bologna dove ho visto altre sedi della catena. Cosa manca? Beh qui a Roma è più simile a un Feltrinelli con solo le uscite degli ultimi anni e la parte di editoria minore, musica (con cd e vinili), usati, fumetti, libri di genere sembra quasi relegata in un angolo. Certo questo è un IBS-LIBRACCIO, ma non mi è piaciuto per niente (anche se il palazzo è meraviglioso e lo spazio espositivo enorme). Gentilissimi i librari e ipersolerti ad aiutare, su questo non ho niente da dire, mancherebbe altro. Lunga vita a chi lavora bene!

Ho iniziato a farmi consigliare dagli amici romani (per fortuna la mia rete di sicurezza ha maglie nerdosamente ampie e mi ha accolto a braccia aperte, facendomi sentire voluta e quasi a casa) e in poco tempo ho scoperto le bancarelle in piazza Esedra e la libreria Pocket2000. Ero piena di speranza quando è arrivato il 2020 e per quanto il lavoro mi esaurisse le energie mentali e mi venisse difficile pensare di uscire a passaggiare il pomeriggio (Roma mi ha spaventato molto più di come mi abbia accolta. Dico solo che per quanto abbia avuto scioperi dei mezzi e giornate di diluvio non ho mai avuto un vero problema di spostamento o altro, grazie ai colleghi e alla fortuna non so. Riuscivo anche a trovare parcheggio sotto casa spesso!), il mio essere procrastinatrice non mi faceva vedere il nero che avanzava. Così con lo spirito di un lemming che va verso il burrone col sorriso felice, mi decido e faccio la tessera della biblioteca! A marzo. Non infierite vi prego. Per quanto fosse stata la prima cosa che avevo visto arrivata a ottobre, farla mi sembrava una cosa come “rimarrai per sempre qua e non tornerai mai a Parma, perché lei si sentirà tradita”. Sono un lemming paranoico evidentemente, perché sta cosa non ha senso. Vabbè, a una certa non è che si possa cambiare. Nel mentre avevo trovato tutta una serie di bancarelle con Urania a 1 euro che reclamavano i miei pochi e sudati soldi.

Ho fatto la tessera il sabato prima della chiusura della zona rossa. Genio del male che sono! Marzo è arrivato come un treno nei denti e lo sfasamento fra il “dovere” e il “non capisco” è stato così ampio che la mia media di lettura è drasticamente caduta in una fase di depressione. Fino a quel momento, grazie anche l’uso dei mezzi per andare e tornare dal lavoro, era di almeno 4 libri al mese, media che mi ha permesso di ipotizzare una lettura annuale sui 50 libri e provare la challenge su goodreads con questi numeri. Quattro libri al mese sono per me una buona media, un ritorno agli anni d’oro della mai giovinezza, quando annulamente ne macinavo di libri anche grossi; col tempo, crisi varie a parte, ho capito che i numeri non fanno la felicità, ma tornare a godere di leggere sì. La speranza si infranse contro il muro del covid. Sembra che sia stata una cosa normale anche fra i lettori forti: ore a non capire quale sarebbe stata la propria vita, ubriacamento di ore a disposizione, ansia da futuro e poi lo smartworking (e magari alcuni avevano anche figli e pargoli h24 a casa da gestire). Una cosa simile è capitata anche a me, ma senza pargoli e con ansie diverse, mentre chattavo con amici e famiglia e organizzavo il calendario serale delle videochiamate per le serate nerd di gioco di ruolo. Poi lentamente, sforzandomi, ho ripreso a leggere e ho ringraziato il cielo di aver portato con me l’ereader e di supplire le richieste alla biblioteca con prestiti online di ebook (oltre a quelli che nel tempo avevo in archivio). Ho potuto continuare a partecipare alle letture collettive della readchristie e della fantadistochallenge senza perdere le tappe. Ecco di certo il “dover” rispettare certi appuntamenti è stato uno stimolo a leggere e a non perdere la speranza. Ho purtroppo interrotto le poche storie che facevo su instagram (non diventerò mai qualcuno se non sono costante!) perché stare tante ore a lavorare davanti al pc mi ha stordito, soprattutto i primi tempi. Mi mancano, ma solo perché alla fine mi piacerebbe mettermi più in gioco nel parlare di libri, visto che dal vivo non mi tiro mai indietro. I numeri di lettura sono tornati a crescere tranquillamente e la fortuna di aver incappato in qualche buon libro ha aiutato a tornare alla normalità.

In questo periodo ho scoperto che amo la fantascienza come da ragazzina amavo il fantasy, cercando avventure e grandi temi. Ho scoperto che però non posso fare a meno di elfi, nani, maghi e compagnia danzante, ma porcaciccia i miei libri sono quasi tutti a Parma quarantenati. Ho riscoperto le piccole case editrici che si fanno un bip come chissà e che sfornano libri ben più completi di quelli che escono dalle grandi case, le quali dovrebbero un po’ imparare da loro e dedicarci prodotti non sono esteticamente belli, ma anche qualitativamente più corposi. Ho sentito l’esigenza di leggere fumetti fatti bene per perdermi nel tratto dei disegnatori, senza dimenticare l’importanza della penna. E per quanto letterariamente mi manca, non sono ancora andata per mare… Insomma in questi mesi ho solo scoperto le astronavi al posto delle navi, ma per il resto riconferma di qualità e opere di nicchia e ricerca di qualcosa di più.

Argomento: comprare libri e scaricare quelli gratis della solidarietà digitale.

Non ho comprato libri online e credo di aver scaricato 2 libri di quelli offerti. Perché? Primo perché non avendo una libreria di fiducia da supportare, mi sembrava cannibale buttarmi sui grandi store quando in realtà ho la libreria piena di libri da leggere (non sono mica scesa a Roma a mani vuote e a ogni giro a Parma c’era il “cambio gomme” dei libri). Comprare online non è il male l’ho detto, il male è la bulimia del comprare che è patologica. L’ho sempre pensato ogni volta che vedevo su instagram montagne di libri comprati ogni giorno. E’ vero c’è chi compra scarpe e chi libri (io sono fra quelli), quindi non c’è niente di male nel farlo, ma la patologia compulsiva ossessiva è dietro l’angolo e bisognerebbe farsi due domande. Per me comprare libri è andare per scaffali e bancherelle tornando a casa sì con quello che volevo, ma anche con libri ispirati dal momento. Comprare online mi dà la sensazione di limitare le possibilità di lettura, paradossalmente.

E anche degli ebook non ho approfittato perché per quanto ritenga che il prezzo sia a volte troppo altro, dietro a ogni ebook c’è un sacco di lavoro che va pagato e quindi cannibalizzare le case editrici per avere loro materiale gratuito è anche questo un aspetto che sfiora il patologico. E anche qua facciamoci due domande.

Senza cadere nel moralismo e senza volermi mettere sul piedistallo, ritengo che in questo momento di crisi bisogna diventare sempre più lettori consapevoli e quindi scegliere di supportare case editrici e librerie e anche biblioteche. Come? Comprando e frequentandole. Semplice. La crisi economica colpirà di nuovo e molti si troveranno con le pezze ai pantaloni e si sa già che un 9% di piccole case editrici chiuderà a fine anno. E’ inevitabile. Noi possiamo decidere dove metterci per bloccare la falla della diga. Sempre. Scegliendo dove comprare la frutta e la verdura, chi sostenere come editore, quale negozio sotto casa frequentare. Scegliere la qualità soprattutto, magari comprando meno ma comprando meglio.

Questa quarantena non mi ha cambiato in questo senso, anzi ha solo fortificato la mia opinione di essere un numero certo, ma di poter diventare un miglior pezzo dell’ingranaggio.

Ora che inizia la fase 2, quella che sembra “tana libera a tutti”, sperando di non dover tornare di corsa alla zona rossa, penso che la prima cosa che vorrò fare è riconsegnare il libro che ho preso a marzo in biblioteca, andare al Libraccio, piangere di gioia in metro sui libri comprati (avendo esibito la mia tessera come le chiavi di una Porche), tornare a casa a piedi e cercare di riavere la mia normale vita da lettrice e da nerd. Poi avrò il tempo e il modo di riabbracciare in sicurezza i miei cari in carne ed ossa. E sarà gioia.

“Anna Karenina” di Lev Tolstoj

A marzo, in piena quarantena, abbiamo finito di leggere “Anna Karenina” o AK per gli amici. Ora, qui non starò a raccontarvi la rava e la fava di come si debba leggere un classico, l’analisi critica e tanto altro visto che non mi compete, ma qui e ora vi racconterò come un gruppo di folli lettrici, dopo aver dedicato un anno e mezzo a questo libro è qua ancora a chiedersi: “Ma perché?”

Chi ha un po’ bazzicato questo lento blog saprà che da 7 anni (eggià, abbiamo appena scoperto che è stato il nostro compleanno l’8 di aprile, e che stiamo superando la crisi del settimo anno) io partecipo, e sono anche colpevole, a un gruppo di lettura online chiamato “Letture Collettive Folli e Sgangherate”: ossia come leggere i classici a puntate come uscirono a quel tempo. A puntate, appunto. E quindi per leggere un romanzo ci vogliono anche 18 mesi…per un parmigiano non è nemmeno una stagionatura, ma per un lettore invece è un’odissea. Eppure è un modo splendido per capire certi classici. AK anche.

Quindi entriamo nel vivo del racconto di questa nostra lettura. Non avevamo mai affrontato i russi e dopo Dumas e il suo conte, ci sentivamo forti e invincibili (o forse ancora stordite e quindi incapaci di contrastare la proposta di una di noi). Stolte! Non ricordavamo come era stato difficile leggere il tanto amato (da altri) Dickens? Ci siamo cascate e abbiamo letto, un po’ come la monaca di Monza quando “e la sventurata rispose…” e si inguaiò per tutta la vita.

IMG_20200402_093800_081[1]Abbiamo fatto fatica ad appassionarci. E scusate se il discorso sarà sconclusionato, ma non è facile a volte mettere insieme le sensazioni. Prima di tutto abbiamo fatto fatica a capire il voltafaccia di Anna. Certo, si capisce che possa perdere la testa per un altro uomo, quando hai un matrimonio di convenienza: scegliere è sempre una cosa più forte che scrivere una x sotto un contratto. Eppure all’inizio Anna viene descritta come una donna inarrivabile e irreprensibile, quasi un modello di virtù e le basta un viaggio in treno per non capire più niente. Ci sta, è il colpo di fulmine. Lo capiamo. Anche se Tolstoy farà di tutto per descrivere fisicamente Vronskij nel peggior dei modi (se non ricordiamo male è stempiato e con dei tratti di chi alza un po’ il gomito), anche se poi, più passano le pagine gli dà una fortezza psicologica che pochi avrebbero avuto nella sua situazione. Anna invece cade vorticosamente nel suo inferno personale, rivelando un carattere incostante, debole, infantile e paranoico. E vendicativo. Perde davvero tutta la sua potenza di gran donna e madre, per entrare in un abietto modo di esistere, altalenante sul rivendicare la forza del suo gesto (che diciamocelo lo possiamo capire), al far pesare al compagno tutte le loro decisioni, a far subire alla figlia il dispresso della sua situazione (pur non trattandola male, Anna jr è una figlia di seconda scelta che mai eguaglierà il fratellastro maggiore in affetto). Sicuramente Tolstoj avrà voluto dire qualcosa raccontandoci la sua vicenda personale, ma non è certo quella di raccontare un’eroina romantica. Forse, e dico forse, è per mostrare a tutti quanto è facile cadere, quando si sceglie il proprio egoistico interesse. Eppure, anche se la descrizione non è mai edificante, lo scrittore non calca la mano nel giudizio, ma più (subdolamente?) le paragona la vita di Levin Konstantin e la ex svampita Kitty.

Ecco i secondi protagonisti veri della vicenda, quelli forse troppo banali per passare alla storia della letteratura e avere un qualcosa che li indentificasse. Eppure su di loro lo scrittore russo basa tutta la narrazione per far arrivare un chiaro messaggio: la vita di campagna, la conquista di un amore sincero, la conversione alla fede, il lavoro fisico anche quando si è imprenditore agricolo e si hanno delle responsabilità, sono i veri valori di una vita spesa con coraggio e da cui si traggono i migliori frutti. Il loro amore nasce contrastato, monco all’inizio, viziato dalla giovane età e dall’inesperienza; sembra naufragare, ma poi complice il destino (in una delle scene più assurde e cifrate della letteratura) sboccia e si va via via a costruire con una Kitty evanescente che diventa moglie e madre solida e solidale e un Levin adolescente in un corpo di adulto che prende su di sè tutti i doveri del pater familias, anche attraverso il dolore e le paure più profonde.

E da romanzo, mentre la famiglia di Levin inizia a essere il polo di attrazione costruittiva di una famiglia allargata, Anna diventa un nome da non dire in una società che vive benissimo senza di lei. Levin costruisce, Anna viene dimenticata. E’ anche questo il paradosso doloroso che mi ha pervaso alla fine della lettura. Sapevo come sarebbe andato a finire (e sinceramente a quel treno tutte noi del club dobbiamo tanto), ma non mi aspettavo che Anna diventasse un personaggio marginale pian piano che si avvicina la fine, sparendo poi del tutto come se fosse stata una parentesi fastidiosa ma ininfluente. AK l’eroina della letteratura in realtà è una meteora che non cambia nulla; che nell’economia del romanzo non sposta in realtà niente a tal punto che tutto andrà in mano al signor Karenin senza che nessuno si opponga (tristissima la decisione finale di Vronskij). E allora perché farne il perno del romanzo, dandogli il nome di lei? Non lo so, non siamo riuscite a spiegarcelo.

Ecco perché bisogna spostare la grandezza di questo romanzo non sulla sua protagonista o su Levin (che in certi momenti ha fiaccato anche lui la borsa come pochi!), ma su due elementi: i grandi affreschi della Russia e la scrittura di Tolstoj.

Sul primo elemento ci si potrebbe soffermare per ore, ma non è questo il mio intento. La Russia appare in tutta la sua decadente grandezza, dove da una parte la nobiltà cerca imperterrita di mantenere il suo potere su tutti senza mai dover rendere niente a nessuno, mentre dall’altra parte una nascente classe politica lavoratrice fa sentire il suo mormorio soffuso e roboante in continuo fermento. Ci sono i grandi fenomeni culturali che vanno e vengono dall’Europa, come lo spiritismo.

Sul secondo elemento non abbiamo altro che dire che era un signor scrittore. Tutte le descrizioni della vita bucolica, legata ai pezzi dedicati a Levin, sono tutte una spanna sopra alle descrizioni della città (ed è chiaro l’intento), poi si arriva a livelli di lirismo drammatico nella scena madre dedicata al fratello di Levin o verso il finale. Credo che sia questo elemento che abbia salvato il romanzo dalla dannazione eterna del nostro gruppo di lettura.

Perché…AK non l’abbiamo retta per le ragioni sopradette; Vronskij per quanto abbia fatto un percorso di crescita interessante in tutto il romanzo, rimane comunque uno che alla fine ha perso e non ha lottato; il signor Karenin vive di sponda e oscilla come una banderuola senza capire se odiare la moglie (comprensibile umanamente) oppure perdonarla cristianamente (come dovrebbe fare in base alla sua crescita ipotetica); Levin è Tolstoj e quindi, che vuoi dirgli?; e tutti gli altri più o meno di contorno.

E quindi ci rimane una domanda: perché amare un personaggio come AK?

Per noi, donne adulte e alcune con già una vita anche matrimoniale avviata e costruita nel tempo, non ha sconvolto il fatto che una donna prendesse una sbandata per un altro uomo; non ci ha colpito il fatto che questo è anche un romanzo passionale; ci ha colpito la degradazione psicologica e umana di Anna; questo suo scendere nel suo inferno senza un vero perché; un vigliacco non voler affrontare la realtà dando la colpa ad altri. In lei non c’è lotta, non c’è conquista, ma solo un lagnoso tentativo di distruggere tutto (anche quel poco o tanto che ha strappato dal suo destino precostituito), non c’è il romantico amore che porta al dramma, perché per quanti sforzi fatti non si riesce a strappare nulla. Anna risulta non perdente in senso del perdere perché la sua lotta è impari, ma una perdente dove a priori decide di non fare, di non agire, di lagnarsi e distruggere. Sinceramente non me lo aspettavo e la cosa mi ha lasciato l’amaro in bocca.

Lascio a chi ha amato questo romanzo il bel gusto del lettore e non mi impegnerò mai a far cambiare idea perché un libro è un rapporto e smuove cose e ricordi ed esperienze che sono personali, ma un giorno mi piacerebbe, finita questa quarantena, poter trovarmi davanti a un bel piatto di buon cibo e buon vino e discuterne amabilmente, magari rimanendo ognuno nel suo posto, ma sviscerando davvero al massimo uno dei personaggi femminili più conosciuti (o forse non davvero) della letteratura mondiale.

6 mesi di fantadistochallenge

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tutte le foto e i commenti li trovate sulla mia pagina instagram

La fantadistochallenge è una lettura collettiva su instagram voluta dal profilo di Sonosololibri, ( se cliccate sul nome andati dritti dritti al suo bel blog), partita a settembre 2019 e si concluderà nell’agosto 2020. E’ una lettura collettiva tematica, dove ognuno può scegliere di leggere il libro che preferisce basta che si attenga al tema indicato.

 

 

 

Ecco i temi

settembre: un classico distopico con regime dittatoriale
ottobre: un distopico/fantascientifico che tratti di alieni o mutanti
novembre: un distopico/fantascientifico scritto fra il 1860 e il 1960
dicembre: un distopico scritto da una donna
gennaio: un post apocalittico
febbraio: un libro che tratti terrestri su un altro pianeta
marzo: un distopico/fantascientifico che tratti di robots/alieni
aprile: un distopico/fantascientifico ambientato nel nostro secolo
maggio: un distopico/fantascientifico scritto da un italiano/a
giugno: un ucronico
luglio: un distopico/fantascientifico con protagonisti bambini/adolescenti
agosto: un distopico/fantascientifico russo
Bonus: un distopico/fantascientifico che tratti di droghe

Ho preso l’occasione al volo per poter leggere una serie di libri il cui genere mi stava iniziando ad appassionare e anche poter conoscere una bookblogger con molta passione anche nerd.

Che cosa ho “imparato” da questi 6 mesi? Beh si impara sempre qualcosa ma alla fine leggere è “solo” leggere, anche se la fantascienza è un genere che obbliga a pensare quasi quanto un saggio sociologico: anticipa molti dei temi di medicina, scienza, sociobiologia, antropologia che il tempo ha dimostrato che l’uomo deve affrontare anche se ancora non abbiamo robot e non facciamo viaggi interstellari.

Settembre: “Qui non è possibile” di Sinclair Lewis.

La mia recensione sul mio blog la trovate qua.

Scritto nel 1935 e pubblicato in Italia in piena guerra, è un classico della distopia dittatoriale, ambientanto in America dove si assiste alla veloce scalata alla Casa Bianca del senatore Buzz Windrip e all’instaurazione di un regime dittatoriale e segregazionista e alla nascita, in contemporanea, di un sistema di resistenza e di patrioti. Un libro molto lento da leggere, ma molto interessante che in tanti hanno accostato alla scalata di Donald Trum alla presidenza americana. Credo che sia un po’ tirata per i capelli, anche se sicuramente sia il libro che la realtà sottolineano come dalla crisi della politica possa nascere una “non politica” dal pugno duro, convinta che con l’autoritarismo di risolvere i problemi e silenziare le differenze. Per fortuna la realtà ci sta dimostrando come, per ora, funzionino ancora gli anticorpi democratici che impediscono la veloce instaurazione di una dittatura. Altra cosa differente è che nel libro il presidente è un democratico e non un repubblicano come Trump. Vogliamo leggervi qualcosa? Senza scendere nella politologia da 4 blog che ognuno si sente in dover di spargere al web, credo che dovremmo comprendere che la nascita dei totalitarismi ha molti padri e madri e può evolversi in qualsiasi nido politico, soprattutto quando si è convinti al 100% della bontà delle proprie azioni e della totale negatività del nemico (non più avversario) politico: nel momento in cui non c’è più seria autocritica, ma solo una lotta lì nasce il totalitarismo di qualsiasi colore.

Proprio per quel motivo mi ha sorpreso che fosse stato scritto fra le due guerre, in un periodo molto delicato politicamente, e che in Italia fossero riusciti a pubblicarlo durante la II guerra mondiale. Mi piacerebbe trovare i dati di vendita e come venne accolto e con quali provocazioni letterarie e politiche. Alla fine in Europa stavano vivendo quello che era stato “profetizzato” (anche se le citazioni al nazismo sono chiare nel libro) qualche anno prima.

Ottobre: “Follia per sette clan” di P.K. Dick

Qui la mia recensione completa.

Cosa mi ha colpito? Sicuramente la modalità in cui vengono trattati e proposti i disturbi mentali umani e come alla fine Dick, forse in modo sornione, ci dica che nessuno di noi può scappare a una diagnosi e a una condanna dal mondo “normale”. In effetti dovremmo comprendere come essere “alieni” è qualcosa di molto terrestre, in quanto altro da me e come la malattia mentale possa alienare, ossia allontanare, un essere umano da tutto il resto dell’umanità condannandola a una lunga e recidiva condanna a un ergastolo sociale e medico a volte infinita e dolorosa.

Novembre: “Il giorno dei trifidi” di John Wyndham

La distopia è quel genere che pone il lettore di fronte all’inevitabile sconfitta del genere umano, in perenne lotta contro qualcosa o qualcuno in un mondo che sembra non aver più una ragion d’essere. Capisco che sia un po’ semplicistico, ma di per sè il genere non porta speranza anzi forse guardando nel vaso della Pandora letteraria anche quella è scappata. In questo romanzo, con elementi un po’ distaccati fra loro, mi sono trovata a seguire le vicende dei protagonisti con ineluttabile pigrizia, chiedendomi come fosse possibile ricostruire il mondo.

E qui devo aprire una parentesi e dire che come rievocatrice quando leggo un distopico rimango sembre un po’ arrabbiata, in quanto è vero che l’essere umano medio, oramai abituato ad aprire il portafoglio e comprare cose, non è più in grado di fare da solo qualcosa, ma al mondo esistono ed esisteranno artigiani in grado di plasmare la materia e farci saltar fuori un tavolo come una stoffa. Ragiono come rievocatrice, perché io nella mia imbranataggine sono riuscita a imparare i rudimenti della tessitura pur non essendo un’artigiana: il sapere è a nostra disposizione se vogliamo apprenderlo e non c’è nulla di misterico nell’usare le mani. Invece quello che detesto è che cade un meteorite? scoppia una guerra nucleare? e tutti imbravvisamente diventano inabili a tutto e manco un tea sanno farsi.

Dicembre: “Il mondo della foresta” di Ursula K. Le Guin

Un romanzo breve o un racconto lungo che mi ha colpito per quella che io ho visto una critica al colonialismo e alle sue brutture e ai tentativi di manipolazione e distruzione dell’altro. In un mondo dove l’equilibrio fra natura e popolazione vivente si basa sul rispetto e interscambio, l’entrata a gamba tesa degli umani in carenza di cibo e zone verdi da disboscare porta davvero lo stravolgimento totale costringendo gli indigeni a trasformare anche la propria natura pacifica per difendersi. Il colonialismo terrestre è stato uno dei momenti più distruttivi per le altre popolazioni umane, creando fenomeni distrorsivi quali lo schiavismo e la difesa per legge degli abusi; come la non salvaguardia degli ecosistemi sia una delle cause di sconvolgimenti e conflitti, ma nessuno vuole davvero affrontare la problematica.

Chi mi ha prestato questo libro mi ha messo la pulce nell’oreccho che questo romanzo possa essere stato usato come base per la scenggiatura di “Avatar”. Ne sapete qualcosa? In effetti gli elementi ci sono tutti, anche se i dettagli cambiano.

Gennaio: “La strada” di Cormac McCarthy

Aspettavo l’occasione per leggere questo libro da tanti osannato e temuto a tal punto che mi ero fatta un’altra idea e forse questo mi ha manipolato la lettura. Come sopra, per la distopia, il fatto che anche nel post apocalittico tutti abbiano perso qualsiasi conoscenza materiale mi manda in bestia e qui i due protagonisti, o meglio il padre è proprio uno sconfitto anche da sè stesso: incapace di costruire sapere e di condividerlo e passarlo al figlio, condanna entrambi alla morte certa, soprattutto mentalmente inerte. Il lungo cammino che fanno verso condizioni di vita migliori, in un mondo silenzioso e autodistrutto, porta entrambi a inutili discorsi che non costruiscono nulla. Come è possibile che non ci sia almeno il desiderio inconscio di permettere la continuità della specie? Forse questa sensazione, che io ho trovato fastidiosa e deludente, è il punto focale che porta i lettori a vederlo come un dramma da lacrime e struggimento. A me ha fatto solo una gran rabbia. Forse nel mio personale vaso di Pandora, malgrado tutto, c’è la speranza in fodno e la voglio conservare.

Febbraio: “3 per la vecchia luna” R. Jones, H.B Fyfe e F. Leiber

Tre racconti sul nostro unico satellite e tre modi di vedere la luna e di rapportarsi a lei: il primo divertente in piena idea espansionistica e di conquista dell’universo, il secondo drammatico dove quell’idea si scontra con la difficoltà dell’esplorazione e il terzo in chiave weird dove la luna non è più dalla nostra parte come alleata ma anzi ci incute e dimostra terrore.

La luna è e rimarrà il nostro orizzonte spaziale più vicino e nello stesso tempo quello che maggiormente influisce le nostre vite anche in condizioni molto personali e quindi ci può incutere terrore. Eppure lei finché rimarrà al suo posto ci consentirà una vita sulla Terra equilibrata e stagionale e questo alla fine ci dovrebbe rassicurare e ringraziarla.

Ecco, questi sono i 6 libri iniziali della lettura collettiva. Ho già iniziato a leggere i libri di marzo e saranno due, solo perché il primo per quanto bella alla fine era un racconto e mi son sentita un po’ in colpa a leggere robine piccole. In più, in questo momento di pausa forzata per Coronavirsu, eggià, non ho voglia di farmi abbattere dalle brutte notizie e voglio riuscire a sfruttare al meglio il tempo, anche leggendo qualcosa di più sostanzioso. Ringrazio pubblicamente la metro di Roma per permettermi di stare al passo con le letture della fantadistochallenge portandomi ogni mattina al lavoro e riportandomi a casa alla fine.

Valico festival: il primo festival del libro fantastico a Roma

20200225_172813_wm[1]Il fine settimana del 22-23 febbraio a Roma, alla città dell’Altra Economia (e da quello che mi ha detto google maps sul monte di Testaccio) si è svolta la prima edizione del Valico festival. Sono andata a parteciparvi solo il sabato pomeriggio perché mi interessavano di più le conferenze (e due giorni non me lo potevo permettere causa studio vario e anche, lo ammetto, stanchezza).

Parlare di una prima edizione di un evento è sempre una mazzata ai denti, ma forse sarebbe una buona cosa che tutti onestamente valutassero i punti di forza e quelli di meno e poter poi lavorare meglio. Perché questo? Perché, per quanto io sia del nord e quindi abbia già le cose già fatte che funzionano, ritengo che Roma dovrebbe avere un bel suo festival, connotato e differenziato, senza copiare gli altri che funzionano, senza star dietro (malamente) agli altri. Lo dico perché adesso vivo a Roma (pro domo mea, anche se la domus è temporanea?)? Non sono così piccina, dai su! Tutte le nuove realtà non potranno mai soppiantare quelle che da almeno 25 anni lavorano e rendono, ma possono farsi una strada loro nuova e quindi permettere pluralità a tutti, non solo a quelli che devono faticare come dei matti per prendere un treno dall’estremo sud e arrivare fino a Lucca (il Comisc), Milano (BookPride), Mantova (il festival della Letteratura) o Torino (Il Salone). Per esempio realtà come Napoli (Comicon) sono molto importanti per l’economia e per la cultura del sud, ma non solo. Perché Roma no? Direte voi che ha il festival del cinema (che non riesce a non voler copiare quello più antico e importante di Venezia) o il Romics (che manco lontanamente si avvicina al Lucca Comics). Non basta. Deve trovarsi un’identità sua e svilupparla. Valico può essere quel potenziale? Vediamo.

Posto. Non conosco, ma purtroppo ci si arriva da strade (io sono scesa a Piramide, mi sono vista la piramide Cestia, le mura del cimitero acattolico e sono entrata nel cimitero della II Guerra Mondiale) che sono ben poco invitanti e la stessa struttura sembra mal tenuta e mal gestita (anche se i murales sono fichissimi): dà l’idea di un’accozzaglia di mille cose possibili e immagini (dalle carrozzelle ai bar alla riparazione di biciclette) con progetti sociali e non solo. Non so quanto sia grande e quante stanze si possano utilizzare, ma quelle del festival erano solo due e piccoline: una per i libri e l’altra per le conferenze. Nota a parte: il tempo era splendido e con un bel sole, e dopo un po’ le stanze sono diventate fredde dall’umido (siamo comunque a fine febbraio), quindi a questo giro ci è andata bene, ma con un vero inverno come si fa? Giriamo con gli orsi polari addosso per scaldarci?

Conferenze. Belle e interessanti, io ero soprattutto interessata all’incontro con Sebastiano Fusco e Gianfranco De Turris, i quali avrebbero parlato di Lovecraft (ovviamente). Ne ho ascoltate tante dalle 14 in poi e il parere generale è che erano interessanti, ma soprattutto troppi interventi in poco tempo, senza calcolare ritardi (come era prevedibile) o slittamenti o sovrapposizioni. Spezzettare gli interventi da una saletta piccola (che non ho capito dove fosse) a quella normale non aiuta e non facilita la comprensione; in più a volte è capitato di avere i relatori che parlavano con sottofondo il brusio o addirittura le chiacchiere degli altri. Gestione del mini spazio sbagliato a mio parere. Ovviamente mi si potrà dire che quello c’era e con quel poco hanno fatto. Legittimo. La critica non è qua per distruggere, ma per far vedere le criticità. Comunque i vari argomenti, che potete ancora vedere sul sito, spaziavano con maggior interesse per la fantascienza e dintorni ed erano tutti molto stimolanti. Come l’intervento di Franco Forte sulle uscite Urania e anche tutto il lavoro che stanno facendo in Mondadori per lavorare su questo marchio storico sia in edicola che in libreria rilanciando tutta la fantascienza, come hanno fatto tempo fa col “giallo Mondadori”. L’intervento su Lovecraft con due mostri sacri dello studio sull’autore a mio parere è stata una vera perla e purtroppo è durato pochissimo: senza nulla togliere agli altri, ma quell’ora spezzettata in due poi non era sufficiente per tirar fuori anche solo un minimo del sapere e curiosità che possono sprigionare “quei” due.

Sala librai. Bella e fondamentale la scelta di prediligere le case indipendenti e spererei che in futuro anche di più vi aderiscano; mentre ho trovato quasi superflua la presenza di una libreria itinerante (non ho capito bene il progetto devo ammetterlo, ma non mi ha nemmeno colpito più di tanto). Sarebbe stata una bella cosa anche coinvolgere librerie di settore che vendono usato o collezionismo o cose particolare come la “Pocket 2000” a Roma vera chicca per gli appassionati di fumetti e libri (cosmoooooo oro e argento a pacchi!) di fantascienza e non solo. Certo che lo spazio era mortificante e forse anche il progetto della libreria avrebbe avuto maggior risalto con una cornice e area migliore. Comunque sia sarebbe bello per una volta avere nella stessa zona più fornitori di libri dagli introvabili, ai collezionisti, agli usati, alle nuove edizioni, agli indipendenti. Ampliamo la scelta.

Nella stanza vi era anche l’esposizione (vendita? concorso? non ho capito) di dipinti a tema. Molto sacrificato. Peccato, magari in un futuro avrà anch’esso più area vitale. Questo perché sarebbe bello dare un’incentivo agli illustratori di genere, anche solo per dare linfa vitale al settore schiacciato anche da troppa illustrazione facilona e scelte editoriali che mortificano le copertine fatte bene. E la cosa mi è parsa strana perché la cartellonistica all’interno (i banner) erano veramente belli. Mentre all’esterno non c’era praticamente nulla se non qualche stampa attaccata con lo scotch per indicare l’ingresso.

Ah dimenticavo! C’era anche l’angolino dei giochi di ruolo da tavolo. Piccolo, al sole delle vetrate, un po’ sacrificato. Ma almeno c’era.

Ora parliamo della vera nota dolente, a mio parere: il costo del biglietto. Per una prima edizione, in un posto minuscolo, spendere 10 euro sono veramente troppi. Non importa se inclusi ci sono: 5 euro di sconto da spendere nell’acquisto di libri al festival, una consumazione e il biglietto della lotteria. Della lotteria (ma incrocio le dita…vi prego fatemi vincere qualcosa che non mi dispiace) potevo far a meno o almeno avrei voluto aver il diritto di scegliere; della consumazione me ne facevo nulla visto che giro sempre col mio termos di tea fatto in casa; e soprattutto dello sconto, per quanto ipoteticamente ben pensato, mi imporrebbe di spendere altri soldi oppure di sprecarlo come ho fatto io non trovando davvero nulla che mi avesse attirato (ero anche un po’ scoglionata e quando sono così non riesco manco a comprare libri).

Bocciato? Assolutamente no. Anche se la critica che ho scritto è pesante, le potenzialità per fare una seconda buona ci sono tutte, perché la buona volontà c’è. La prima edizione è sempre un terno all’otto e ci sono sempre tante criticità e difficoltà che solo col tempo si possono facilmente superare. Non demordete vi prego, organizzatori!

Mi è piaciuto che fosse incentrato su una cosa “libresca”, senza cosplay o paccottiglia (sempre bellissima da comprare e avere). Per quanto sia una nerd e mi faccia prendere dai ninnoli, parlare di libri, avere a che fare di libri dal libro game al manuale di gioco al saggio scientifico alla narrativa di genere, un qualcosa di “puro” e lineare è veramente una cosa che mi ha rilassato enormemente, perché non c’erano distrazioni. Sedersi e parlare, tastare un libro, raccontare cosa c’è dietro attorno di sopra e sotto, senza aver bisogno di un costume, credetemi è veramente qualcosa di stimolante. Alla fine siamo così tanto abituati al frastuono, alla sovraeccitazione da iperstimolazione che sfrondare gli eventi e andare al nocciolo di una cosa è qualcosa di utile e unico. Non me ne vogliate: i comic e i festival vivono anche per questa sovraeccitazione, ma non tutti sono nati così e forse tornare all’essenziale potrebbe essere utile. Non parlo di snobbismo, ma di convivialità che è una cosa a cui, alla fine, dovremmo poter tornare.

Nella locandina si parlava anche di cinema e teatro. Me li sono persi? Erano solo in qualche intervento? Saranno calcolate delle proiezioni? Non so quale impostazione volessero o vogliano dare a questo aspetto, ma è un attimo cadere nel cineforum a se stante, slegato dal libro. Sempre che dal festival non nasca un vero cineforum a tema magari di una settimana…

Consigli spicci?

  • spazi meglio gestiti e area cuscinetto fra i “parlatoi di ciacole” e l’area conferenza
  • tempistiche più ampie o più aree conferenze chiare e ugualmente capienti
  • prezzo del biglietto puro senza ammennicoli
  • scegliere un filo conduttore, perché è vero che si può spaziare dal fantasy alla fantascienza al weird puro, ma è anche bello a mio parere vedere come lo stesso tema possa essere declinato in più sfumature
  • more books!
  • più illustratori
  • più nerd giocatori ossia un buon spazio dove giocare da tavolo o presentare anche i giochi legati ai libri.
  • cineforum e libri strettamente legati.

Qualche consiglio extra, di quelli che sarebbero fichissimi? Usare sottotitoli o traduzione in liguaggio dei segni e magari usare lo streaming o le dirette fb e instagram o canale apposta youtube. Il sapere, e i festival dovrebbero capire che a volte lo divulgano se vogliano, non deve rimanere ancorato alla temporalità dell’immanente, ma dovrebbe rimanere e riascoltato alla bisogna.

Ho finito di dire la mia. Spero solo che non la si prenda a male, perché le potenzialità ci sono tutte e mille le possibilità per tirar fuori qualcosa di nuovo o almeno di diverso come impostazione. Crediamoci. Credetemi e incrociamo le dita per la seconda edizione!

“Follie per sette clan” di P. K. Dick

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dal sito della Fanucci il link al libro

Cosa succederebbe se la luna Alfa III L2, ex ospedale psichiatrico terrestre, diventasse terreno di conquista o riconquista da parte dei terrestri e degli alfaniani, ma nessuno volesse dirlo espressamente, anzi?

Questo è il cardine attorno al quale ruotano almeno due vicende: quella degli abitanti della luna e quella personale di Chuck Rittersdorf marito, anzi oramai ex marito della consulente matrimoniale e psicologa andata volontaria sulla luna per iniziare un progetto di controllo e terapia sugli abitanti. Questi due filoni si incroceranno violentemente proprio sulla luna Alfa III L2, dove da un lato i sette clan, ossia le sette divisioni dei pazienti mentali, si chiederanno come resistere e rimanere indipendenti, combattento fisicamente la nuova invasione terrestre e dall’altro Chuck, nel tentativo di esistere (molto diverso dal resistere) come individuo e, cercando di far valere se stesso o rivendicare qualcosa, dovrà fare i conti con la moglie.

Chuck Rittersdorf è un personaggio perdente, sballottato dagli eventi e dalle decisioni altrui, con una moglie impositiva che per il suo bene (ovviamente suo bene è tutto molto personale e discutibile) vorrebbe fargli fare una carriera diversa dalle sue decisioni; con un lavoro senza vere prospettive di realizzazione personale (una sorta di “tu dimmi quello che devo scrivere e io lo scrivo”), dove i suoi superiori ne sfruttano le capacità tranne poi mollarlo nel momento più nero. E in aggiunta a tutto ciò, come se non bastasse, i suoi nuovi vicini di casa sono una muffa gelatinosa che legge nella mente e che lo costringe a prendere scelte per la vita lavorativa e non solo, e una consulente Psi (ovvero con poteri psionici) della polizia. Chuck sembra una vera e propria pallina da ping pong sballottata dagli eventi, usata dai personaggi più particolari per risolvere questioni, buttato in una mischia ben più grande di lui, dove gli interessi planetari vanno a sovrastare quelli personali. Per chiunque avesse letto la biografia di Dick scritta da Carrere “Io sono vivo, voi siete morti” si possono riscontrare tratti comuni fra Chuck e Dick stesso, con la sua difficoltà di mantenere i rapporti personali con le proprie mogli (quasi tutte con caratteri e personalità strutturate o indipendenti e per questo poco inclini a sopportare fino all’esagerazione alle paranoie e difficoltà dello scrittore), con tratti di paranoia nei confronti di chi detiene il potere e la gestione delle comunicazioni (non a caso usa l’acronimo CIA per l’ente per cui lavora il protagonista), incapacità di prendere di petto la propria vita e trovare un modo per rimetterla in piedi. La grande differenza, a mio parere, sta nella conclusione del romanzo e con la decisione del protagonista nei confronti della moglie.

La parte più “originale” a mio parere è la costruzione della luna con i sette clan divisi e organizzati come le caste indiane, dove la malattia mentale ha sviluppato veri e propri tratti distintivi ben riconoscibili, ma propositivi per la sopravvivenza del pianeta: l’interazione viene lasciata ai margini e ben organizzata secondo le diverse attitudini e una specie di consiglio di “saggi” si riunisce per la gestione delle situazioni d’emergenza. La particolarità di questo aspetto del romanzo è il crescente svelamento di chi sono gli abitanti di Alfa III, anche se dall’inizio la definizione di ex ospedale psichiatrico terrestre la dice lunga di come la Terra un tempo prese la decisione di “epurare” la propria popolazione e allontanare chi fosse “difettoso”, salvo poi dimenticarsene e lasciarli al loro destino. E il loro destino lo hanno forgiato, costruendo società differenti basate sui diversi problemi mentali più comuni (paranoia, schizzofrenia, depressione, ossessivo-compulsivo etc.), con al centro una città denominata in base a personaggi famosi ritenuti malati di quel determinato disturbo (es. i Para vivono a Adolfville da Adolf Hitler, considerato un paranoico per eccellenza). Non è chiaro se ci sia un qualche tipo di valutazione esterna per le generazioni successive all’abbandono terrestre per determinare le appartenenze alle classi, ma quello che viene a leggersi è che non c’è più la considerazione di una malattia, ma l’appartenenza a una “specie eletta”, una sorta di caratteristica dominante che specializza l’individuo rendendolo a suo modo speciale e inquadrabile. Poi da questa schematizzazione escono i “santi” ovvero persone con capacità extra clan che riusciranno attraverso le visioni e una sorta di dominio sullo spazio a impedire la riconquista terrestre. Questo è l’aspetto più mistico tipico della fantascienza di Dick, dove a personaggi perdenti si aggiungono personaggi con doti talmente superiori da non esserne quasi in grado di comprenderne il potere: i nostri tre santi, apparteneneti a tre clan diversi, sono come usati dai loro stessi poteri più che dominarli, diventando strumento per la salvezza della luna e mai esercitando altro potere all’interno del consiglio dei sette clan. Alla fine, ancora una volta, Dick sembra voler sottolineare la fragilità di determinati individui, il peso che portano e anche, allo stesso tempo, il distacco che attuano nei confronti della società in cui agiscono.

Voto: 7 e mezzo. Per una volta non ho letto il romanzo in apnea, ma mi sono fatta trascinare dalla scorrevolezza dello stile, senza troppe domande sulle forzature di trama (dovute al dover “usare” il protagonista come unico polo narrante della vicenda) o sul fatto che sarebbe stato interessante leggere maggiormente la parte dedicata ad Alfa III e ai suoi abitanti.

Consigliato: prima di tutto a coloro che hanno o stanno partecipando alla challenge su instagram fatta da @sonosololibri dedicata alla distopia o fantascienza con il tema di ottobre sugli “alieni e mutanti”. Secondariamente a chi fosse appassionato del tema della malattia mentale nella fantascienza, senza doversi leggere un trattato scientifico, con una trattazione molto particolare e in qualche modo edificante. Terzo per chi volesse leggere una storia d’amore, perché il romanzo secondo me è anche questo, dove l’amore o il rapporto amoroso non è solo una semplice attrazione, ma la conseguenza di azioni e reazioni finché uno dei due prende una decisione anche difficile, ma ponderata. É strano parlare d’amore in un romanzo di Dick, almeno secondo me, perché per quanto in molti suoi romanzi ci siano uomini e donne che instaurano qualche tipo di relazione, spesso in momenti di difficoltà, qui in qualche modo si sviscera il rapporto matrimoniale alla sua fine, con tutte le conseguenze possibili legate al divorzio e alla distruzione di quel rapporto. Per chi volesse leggere un romanzo di Dick scorrevole, piacevole e con pochi salti di stile.

Link da leggere:

Da Andromeda Rivista di Fantascienza, link sulla recensione del libro

Per conoscere meglio il lavoro dell’artista della copertina (a mio modesto parere molto interessante e provocatoria), Antonello Silverini, link al suo sito

 Scheda tecnica

Titolo originale “Clans of the Alphane Moon”

traduttore Paolo Prezzavento

introduzione di Carlo Pagetti

postfazione di Oriana Palusci

anno di pubblicazione 1968

casa editrice Fanucci Editore

stampato 2005, Printed in Italy

copertina illustrazione di © Antonello Silverini

progetto grafico di Grafica Effe

pagine 246

prezzo €14,00

 

“Qui non è possibile” di Sinclair Lewis

Che questo libro sia ritornato in auge proprio nel periodo dell’elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti non è poi una scoperta letteraria: qualsiasi distopia, la quale parli di nascita di un regime dittatoriale, potrebbe usata come mezzo di paragone per l’elezione di un presidente altamente divisivo e con dettagli potenzialmente dittatoriali. Dove sta la differenza? Che nelle distopie i sistemi democratici di controllo non funzionano più di colpo dalla sera alla mattina, mentre a volte nella realtà la complessa macchina burocratica e democratica impedisce l’ascesa di un potenziale dittatore. Alla soglia delle elezioni americane del 2020 il presidente eletto Trump non è riuscito a scardinare le strutture dello stato.

Il bello di questo libro non è il parlare a noi, viventi nel XXI secolo, con alle spalle due guerre mondiali, guerre civili in Europa, eventi terroristici di varia natura ideologica, ma è il parlare ai suoi contemporanei con una visione di una chiarezza allarmante: qualsiasi demagogo che vi promette “tutto e subito” senza spiegarvi come e a danno di chi non è molto diverso da quello che sta parlando ora in Germania e risponde al nome di Hitler. Beh nemmeno di Stalin parla esattamente così bene ad essere sinceri.

Questo libro venne pubblicato nel 1935 in un periodo di forte crisi politica, ideologica ed economica: quello che la prima guerra mondiale non era riuscito a sopire, sobbolliva imperioso e deleterio sotto i piedi di intere nazioni.

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Attenzione alla lettura dell’articolo perché rivela la trama, ma ci sono curiosità utili da wikipedia

Ma andiamo al romanzo.

Cosa sarebbe successo se nelle elezioni del 1936 invece che essere rieletto Franklin Delano Roosevelt fosse stato eletto il “democratico” senatore Berzelius Windrip? Che l’America avrebbe avuto tutt’altra storia e invece di essere considerata la patria della libertà e della salvezza per milioni di ebrei europei (e non solo loro) ed essere fra le nazioni che si sono sedute non solo dalla parte dei liberatori ma anche di coloro che decidevano le sorti del resto del mondo a fine guerra. La storia che il presidente Windrip avrebbe dato alla sua patria sarebbe stata una nascente dittatura con tutti i “crismi” del regime totalitario: eliminazione lenta e inesorabile di tutta la classe dirigente non allineata, di tutti gli intellettuali e insegnanti non allineati; intolleranza verso ebrei e neri; riduzione dei diritti civili; segregazione delle donne. Oplà! E la dittatura è fatta! Senza nemmeno avere un vero ostacolo, perché il libro ci racconta attraverso la vita del direttore di giornale Doremus Jessup come sia stato veloce e “indolore” ascendere al potere, eliminare i diritti e instaurare una dittatura. Credo che Lewis abbia voluto dare una scossa ai suoi connazionali avvisandoli che una totale indifferenza alle cose pubbliche, un lasciar fare agli altri senza interessarsi permette alla pancia del paese di prendere il sopravvento. Sia chiaro: la pancia vale quanto il cervello in un corpo e quando questa non ha cibo da elaborare inizia a dare segnali controproducenti per tutti, ma da qui a seguirla senza senso ve ne passa. Windrip fa promesse alla pancia, a quella classe lavoratrice sotto pagata probabilmente, ma che in ogni modo si sente sfruttata dalle classi abbienti considerate forse parassitarie per non compiere i duri lavori fisici. Promette “5mila dollari all’anno” a tutti i cittadini, senza mai spiegare come li troverà e a chi li prenderà per darli a loro: un cane molto bello ma che si morde la coda. Ed ecco che vengono istituiti i “Minute Men” o “M.M.” forza paramilitare che fa rispettare l’ordine, diventando man a mano la vera forza bruta e tangibile del regime.

Chi è Doremus Jessup? Un tranquillo e agiato direttore di un giornale di provincia il quale con molta fermezza, ma senza una vera preoccupazione, si oppone alla scalata di Windrip, sicuro delle difese democratiche dello stato. Ben presto si accorgerà che niente era così sicuro come credeva e per quanto lontano sia dalle idee del presidente, come di quelle comuniste (diciamocelo che gli americani col comunismo hanno grossi problemi e non riescono mai a farselo passare, nemmeno in un romanzo distopico), tenterà di alzare la voce per rivendicare il diritto di libertà e giustizia. Troppo tardi però. Pagherà di prima persona e anche la sua famiglia verrà sconvolta al suo interno. Eppure questo uomo che non voleva altro che una vita normale, abitutato alle sue consuetudini, si troverà prima in prigionia, poi in un campo di concentramento per poi assumersi l’onere di quello che noi abbiamo chiamato “partigiano”. Il libro si conclude con l’inizio del periodo della “riconquista” del diritto, lasciando al lettore come si svolgerà.

Questo libro, come molti di genere distopico, sono dei veri campanelli d’allarme, a volte inascoltati e a volte esagerati; sono di sicuro la cassa di risonanza delle paure e anche delle paranoie di scrittori e lettori, ma vorre soffermarmi sulle date di pubblicazione di questo libro: 1935 in America, 1944 in Italia. Sono momenti che a posteriori sappiamo definire e identificare, con una buona analisi storica, ma allora come venne preso? Ammetto di non aver trovato il peso ideologico di questo libro sia in America (per quanto venne ben accolto e probabilmente usato come avvertimento) che in Italia nei tempi che uscì, visto che è chiarissima la lettura di come nasce un regime populista con stampo fascista, senza per forza avere influenze esterne (in questo caso non vi è nessun contatto costituente con il nazismo di Hitler o il fascismo di Mussolini, se non sporadiche citazioni. L’America con Windrip si autoisola).

Questo libro è stato ritradotto per usarlo politicamente e la cosa è limitante a mio parere. Perché sinceramente, forse sono un po’ Doremus anche io, credo poco che sia possibile adesso una scalata di un dittatore, perché per quanto la politica sia in piena crisi (ovunque), i sistemi di controllo democratici funzionano ancora (le camere, la costituzione, gli organi decisionali), anche se la pancia di ogni stato rumoreggia fomentata da pifferai ben agguerriti. In più è molto facile dare addosso a Trump (forse anche troppo, ma chissene), ma il libro sottolinea che né Hitler né Stalin sono esempi da seguire e le stesse forze partigiane hanno aspetti comunisti come non comunisti (come avvenne veramente nella Storia). Quindi non è che bisogna puntare questo libro addosso a un solo scomodo e pericoloso personaggio, ma guardare da ogni parte, perché il pericolo può arrivare da ogni parte. Forse è questa la lezione di Lewis, la sua paura di allora concretizzata in Europa (ma non solo) e per fortuna non da lui (Roosevelt venne rieletto): guardati da chi fa facili promesse, non abbassare mai l’attenzione e quando toccherà agisci anche mettendo in pericolo la propria vita senza perdere tempo prezioso.

Lo stile è scorrevole e piacevole, la prosa scivola velocemente anche troppo (o mi distraggo facilmente io oppure ogni tanto si dà per scontato qualcosa), ma non ci sono intoppi o pesantezze. L’evoluzione della vicenda scorre velocemente e dà proprio la sensazione di qualcosa di impossibile da arrestare.

Consigliato: a tutti, soprattutto ai ragazzi degli ultimi anni delle superiori, perché possano farsi una coscienza critica e attenta dei sentori fra le due guerre mondiali non solo per interesse storico, ma anche per essere pronti ad affrontare il loro contemporaneo. Il senso critico si allena anche con la narrativa senza bisogno di saggi introduttivi più o meno orientati politicamente.

Voto: 7 e mezzo. Bella lettura, provocatoria, che arriva al cervello senza per forza far del male al resto del corpo (basta il cervello).

Vi segnalo qualche link per la lettura:

internostorie

critica letteraria

il rifugio dell’ircocervo

SCHEDA TECNICA

Titolo originale “It Can’t Happen Here”

traduttore Gaetano Carancini

anno di pubblicazione 1935

casa editrice Jandi Sapi

stampato 1944 maggio

pagine 319

“Moby Dick” di Herman Melville

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Questa volta il link è a wikipedia

Non ho proprio intenzione di scrivere una normale recensione su questo libro, ma piuttosto mi viene da riflettere su un qualcosa a mio parere più grande, che spesso coinvolge i classici in quanto portatori di messaggi universali al di là del tempo: può “La balena bianca” affascinare i ragazzi nel tempo del problema ecologico?

Quando ero ragazzina la prima volta che lessi “Moby Dick”, lessi la versione ridotta per ragazzi. Era estate, ero al piattume del mare di Pesaro (quello per la precisione con gli scogli che salvano la spiaggia, ma che ti danno la sensazione che potevi arrivare a piedi fino in Jugoslavia, allora esistente, con l’acqua al petto), inizia a disprezzare di andare al mare e non fare nulla, di essere costretta a nuotare con le mani che toccavano la spiaggia, insomma iniziò lì quella mia “schizzofrenia” per cui detesto il mare, ma adoro leggere libri di avventure marinare. Perché sdraiata come una sardina sul lettino, col librone fra le mani, io immaginavo baleniere oltre gli scogli, sbuffi bianchi e sì cacce furiose che coinvolgevano bestie e uomini. Allora non c’era una coscienza ecologista e se anche l’avessi avuta ero troppo ininfluente nell’economia famigliare per poter dire la mia. In più a quel tempo mangiavo anche mal volentieri pesce. Eppure salire su una baleniera mi sembrava la cosa più figa che ci potesse essere a quel tempo!

E oggi? Come possono prenderlo questo libri i ragazzini che giustamente sono informati sulla condizione mondiale della fauna marittima, sugli assurdi “esperimenti” giapponesi su balene (anche incinta) facendone una vera e propria strage? Cosa racconta se non orrore puro ai ragazzini? Me lo sono chiesta, perché alla fine è difficile immedesimarsi in Achab nella sua folle e monotematica caccia al suo mostro bianco; ma magari Ismaele o Queequeg coi suoi tatuaggi o Stub e Starbuck possono attrarre i lettori e far loro immaginare di salire su una nave e poi su una lancia, impugnare una fiocina e via! No, di certo. Diventa difficile. Forse non lo facevamo nemmeno noi da ragazzini, perché troppo distanti da noi per caratteristiche: Ismaele il narratore, così colto, attento a ogni aspetto della biologia della balena da lasciarci interdetto, troppo capace di cogliere le sfumature bibliche dove noi avevamo letto solo delirio; Queequeg tatuato, pagano, silenzioso gigante dai modi di fare ieratici e posati, distanti dalla nostra rilettura occidentale; Starbuck spaccone, irritante, esagerato, ma che alla fine mantiene la lucidità di voler convincere il capitano a desistere per salvare la vita a tutti; e sopra tutti Achab, il capitano, oscuro, silenzioso, pazzo nella sua caccia alla balena da fregarsene e condannare le vite altrui alla dannazione pur di pagare la vendetta che, pensa, gli spetti. Lontani questi personaggi da ragazzi anni 10-14 in un’epoca dove il mondo sembrava ancora distante e meraviglioso, così silenzioso senza internet (eggià ero piccola e non c’era internet…mi sento meravigliosamente vecchia!), eppure quel poco di vicinanza faceva pensare che si poteva andare per mare.

E adesso? Me lo sono chiesta ogni volta che l’autore si fermava a raccontare come si caccia, si soffermava alla fatica della caccia, al pericolo dovendo andare a una specie di corpo a corpo con l’animale, il quale placido si faceva bellamente i fatti suoi nel mare. Me lo sono chiesta lungo i paragrafi lenti e dettagliatissimi su come, credevano, fossero le balene, i leviatani, i capodogli; su dove si estraeva cosa e a cosa servisse; la fisiologia e come si comportavano fra di loro. Lunghi, estenuanti, interrompevano esageratamente l’avventura, quasi “rovinandola”; ma il libro è anche questo: una sorta di libro di testo in cui il lettore comprendeva cose che non avrebbe mai potuto vedere (anche “Ventimila leghe sotto i mari” di Verne era strutturato così, ossia come un libro di divulgazione scientifica). Me li sono immaginati i ragazzini di adesso con smartphone sotto mano pronti a smentire le false idee scientifiche. Allora, pur sapendolo, non ci sarebbe forse fregato nulla di correggere Melville, ora sono più informati e forse meno “succubi” (male! molto male!) della fantasia.

Melville parla di un “libro malvagio” ossia dove il protagonista è il male. Ma cosa è il male per noi e per loro allora? Forse l’autore voleva concentrarsi sul male che mangia gli esseri umani nel profondo, quando è la vendetta a macerarli come un cancro, quando è il dolore a far dimenticare le cose positive che si sono lasciate a terra (Achab ha moglie e figlio piccolo ad aspettarlo, ma non gli interessa). Achab è macerato dalla sua vendetta, con quel moncone di gamba a ricordargli al cattiveria di una bestia nei suoi confronti: è personale, provocatorio, forte. La balena bianca è l’incarnazione del Male.

Eppure leggendolo oggi Moby Dick, l’unico cetaceo che ha dignità di nome, intelligenza e strategia bellica, non sembra più come il male del mare, come l’essere che scientificamente va a caccia di baleniere per vendetta, ma pare quasi un mistico eroe vendicativo. Verso la fine del romanzo Melville, ingenuamente, fa dire a Ismaele che questi favolosi animali marini non si estingueranno mai, che fondamentalmente saranno sempre i signori incontrastrati dei mari. Purtroppo sbagliò previsione e, a sentire le ultime statistiche, le balene stanno diminuendo a vista d’occhio, divenendo oramai specie protetta. Quindi è non solo Achab con la sua follia a rappresentare il male, ma lo sono anche tutti i balenieri. Come a questo punto non tifare per le balene che con la loro mole distruggono navi e barche per aver salva la propria vita? Come non pensare a Moby Dick come l’incarnazione luminosa di tutte le balene uccise e, con mentalità umana, l’angelo vendicatore di tutte loro? Questo voleva Melville? Questo si ribalta nella lettura moderna o io mi sono fatta troppe pare mentali?

É stato naturale chiedermi come possono vedere le nuove generazioni questo romanzo, questo pilastro della letteratura, questo libro che ti spinge a farti domande sulle conseguenze delle nostre azioni, ma anche di quelle altrui; su cosa sia Bene e Male; libro che ti fa (faceva?) venir voglia di imbarcarti su un vascello; che sa di avventura. Dobbiamo inculcare la nostra visione della sua decodifica o dobbiamo lasciare che loro ci raccontino un nuovo modo di vederlo, scendendo dalla baleniera e tifando per la balena?

Ed io? Io risalirei su una baleniera e sì andrei per mare, non so più se proprio a caccia di balene oppure come ora su navi studio, ma rileggere questo libro a distanza di 30 (? più o meno) anni mi ha dato le stesse fortissime emozioni, con la consapevolezza che Achab è un gran personaggio (forse il migliore, tratteggiato con pochissimi dettagli), Ismaele è noioso, Queequeg è un portento (forse perché grazie agli studi fatti, ora come ora sembra meno esotico e sopra le righe, ma molto concreto e spiccio) e tutti gli altri necessari. Ho avuto l’istinto di saltare i lunghi pezzi di descrizioni naturalistiche, a volte discutibili, ma un certo punto ho capito che per capire la follia di Achab bisognava capire quanto ritenessero quegli animali favolosi, enigmatici, superiori a qualsiasi altra bestia sia per dimensione che per quantità di risorse prodotte, in una sorta di venerazione e alterigia umana di sopraffazione di tutto e tutti.

Voto: 7 e mezzo. Questa edizioni ha un difetto: la traduzione. Non capisco se la scrittura di Melville fosse così ostica e farraginosa o la traduttrice ha voluto in qualche modo mettere del suo cercando “inciampi” linguistici: senza voler snaturare nulla, ma un libro secondo me fila quando leggendolo a voce alta la lingua non inciampa sul palato. E qui è successo a tal punto che ho smesso di provarci. On line ho trovato molte critiche da vari lettori su alcune traduzioni proprio per questa arcaicità del linguaggio che pare forzata. Voi cosa avete riscontrato e come lo avete trovato sotto questo punto?

La scelta del disegnatore è sicuramente di pregio vista la popolarità, ma devo ammettere che non è propriamente il mio stile e quindi in alcune tavole ho apprezzato meno la visione grafica. In ogni modo la Bur_Rizzoli ha fatto uscire un’opera di pregio, anche se ha scelto di pubblicare un mattonazzo poco portabile in giro e anche in mano. La serie “classici-deluxe” a prezzi contenuti è una scelta editoriale di pregio che avvicina il lettore, ma anche l’appassionato di belle opere. In più, lo dico con la mano sul cuore, far leggere certi classici ai ragazzi e scegliere opere con corredo grafico fa solo bene all’accrescimento culturale degli stessi.

Consigliato: a tutti. Davvero. Scendete dalle vostre sedie e andate per mare. Decidete di segnare con un taccuino la fisiologia e non solo di ogni animale che vedete; iniziate a dondolare come le onde che passano sotto la chiglia e lasciatevi andare. Sì ci saranno pezzi noiosi, come la bonaccia, terribili, sonnolenti, di quelli che vi faranno pensare di lanciare il libro, ma aggrappatevi alla Pequod e fidatevi. Alla fine i tre giorni di caccia ve li sarete meritati tutti.

Scheda tecnica

con un saggio di Harold Bloom

Titolo originale “Moby Dick or the Whale”

traduttrice Pina Sergi

anno di pubblicazione 1851

casa editrice Bur_Rizzoli  serie classici deluxe

stampato febbraio 2015 presso Errestampa – 24050 Orio al Serio (BG). Printed in Italy

illustrazioni di Rockwell Kent   http://www.artnet.com/artists/rockwell-kent/

copertina illustrazione di Rockwell Kent

immagine dell’ autore © Bridgeman Images

art director Francesca Leoneschi

progetto grafico Emilio Ignozza / theWorldofDOT

pagine 704

prezzo €18,00

 

Una domenica nerd. Finalmente.

Oggi non mi metterò a scrivere una recensione, ma ho voglia di parlare di me senza dire troppo di me. Avere un blog ci mette nelle condizioni di dire qualcosa di noi ogni volta che esprimiamo un giudizio su qualcosa, sia esso un film o un libro o altro: ci palesiamo, ci mettiamo anche in gioco. Il rischio del gioco è mettere troppo di noi o non mettere nulla diventando come degli automi; la ricerca del consenso cozza con la salvaguardia della privacy. Eppure è bello poter dire qualcosa di noi, delle nostre passioni, delle nostre giornate, come se fosse un ponte per trovare la condivisione con gli altri. Quindi oggi vi parlo come dopo tanto tempo ho passato una di quelle strane e impensate, un regalo quasi, domenica all’insegna del nerd power e del relax.

Vengo da un lungo periodo pesante, umanamente, dove la fatica di rimettere a posto le cose stride con il continuo far saltare tutti i piani di pacificazione a tal punto che mi vien da chiedere se io non stia forzando la mano a voler mettere cose e persone in posti in cui evidentemente non riescono a stare: caparbietà, ottusità, incapacità di accettare il cambiamento. Non lo so. So che in contemporanea mi sono aggrappata ai libri come quando ero ragazzina, leggendo con facilità e rinnovato entusiasmo, trovando libri che parlassero a me in modo toccante e doloroso a volte: crescere dovrebbe aiutarti a capire che i libri ti parlano, che a volte alcuni te li trovi fra le mani perché sono mazzate che devi imparare a incassare, perché alla fine non esistono “libri” come cose da accumulare, ma “libri” come esperienze da vivere. Il 2019 mi ha riservato sin dall’inizio emozioni.

Eppure mi sentivo mutila.

Mi mancavano le serate film. Mi mancano da più di 10 anni, quando non sono più riuscita a farmi un cineforum casalingo settimanale che era un piacere più che un dovere. E non so andare al cinema da sola. Non ce la faccio. Mi sento “sfigata”. Per questo stupido motivo mi sono persa un sacco di film al cinema. Ho permesso che il nero (lo ricordate il Nulla? Quello.) vincesse e si prendesse una parte di me. Ho smesso di guardare film al cinema ma anche a casa, per quanto mi sia comprata una serie di dvd che vagano da una casa all’altra con il sottotitolo “Ah ma adesso me lo guardo proprio!” e puntalmente nulla.

Domenica il destino ha pagato una parte del debito che mi deve.

Domenica tutto è filato nerdosamente bene. E mi ha come ricaricata o almeno coccolata, come i muri che si alzano quando si è, nei film, sotto attacco, e il protagonista è dentro al silenzio ma protetto. Ecco. Quello. Per qualche ora almeno niente attacchi.

Pomeriggio al cinema a vedere “The Avenger: End Game“. Orario da famigliole o ragazzini e forse anche da vetusti nerd che sanno che non dureranno per 3 ore se il film, anche spettacolare, inizia alle 22. C’abbiamo una certa! Tutto iniziò nel lontano 2008 e le cose erano diverse, come le speranze e i sogni; per molti si sono avverati, ma per molti altri sono stati continui buchi nell’acqua. Per fortuna che c’era la Marvel (e anche star wars dai, anche se i film sono orendi, ma almeno tengono desta la speranza. A new hope!) puntuale, quella che ha sfidato le convenzioni e ha portato la gente, i nerd, al cinema anche in estate, periodo vuoto e morto se non per qualche rassegna estiva all’aperto. Ci ha regalato 11 anni di film prendendo a piene mani da 70 anni di fumetto americano con i supereoi (eggià così tanti, ma Capitan America è della seconda guerra mondiale eh!), tagliando qua e là cose e situazioni e confezionando prodotti che sì facevano storcere il naso ai puristi, ma che riavvicinava al cinema un sacco di gente. I film marvel sono diventati un filone e un momento evento creando una vera e propria generazione di appassionati (speriamo che molti siano andati anche al fumetto). La DC ci ha provato a star dietro, ma una è scanzonata e l’altra è oscura come il suo eroe più conosciuto Batman. “The Avenger: End Game” è la fine della terza fase del Marvel Cinematic Universe e tira le fila di tutti i personaggi che abbiamo visto con un baraccone infinito di cose e situazioni dove ognuno mette la sua manina, ma dove allo scontro finale saranno sempre loro 3 a risolvere il tutto…si spera. Cosa succederà poi nessuno ne è certo, ma a luglio ci aspetta Spider Man (che detesto in questa versione infantile). Non vi dirò cosa succede, ma sì si piange e si deve piangere tanto perché è il viale dei ricordi, è il tentativo di rimettere a posto le cose, è…porc Thanos te e il tuo guanto e le f…e gemme! E’ un Thor che non ti aspetti, un Cap degno e fieramente sè stesso senza nessun dubbio, un Iron Man come lo volevi ma che non si tradisce mai…è tanto altro. Non voglio spoileravi nulla, nessuno si merita uno spoiler mentre si legge un post come questo, ma se andate al cinema portatevi le razioni di cibo e bevande e i fazzoletti. Questo film comunque costringe a riguardarsi tutti i film precedenti non tanto perché se si è perso un capitolo certe cose non si capiscono (si capisce tutto, anche se non hai visto, come me, quello appena prima), ma perché è bello dimostrare che niente è davvero finito finché si può vedere e leggere all’infinito.

Mi è piaciuto il film? Senza fare una recensione vera, posso dire che ha dei grossi difetti e delle scelte stilistiche che fanno cadere un po’ le braccia, ma in fin dei conti è un film che va visto, senza nemmeno voler troppo cercare il pelo nell’uovo, perché la fine di 11 anni di film non è una cosa facile da fare e la Disney se l’è portata a casa abbastanza bene.

Altra cosa quasi impossibile da schivare in questi giorni è la serie ottava di Games of Thrones, dove tutto avrà fine ma mai come dovrebbe essere nei libri visto che quel … di Martin non scriverà mai i libri mancanti, tanto meno ora che la fine gliela hanno scritta gli sceneggiatori. Perché (avvertenze: leggere la frase velocemente e con enfasi e anche arrabbiandosi un po’) sbattersi per qualcosa che già sanno come va a finire, anche se non importa se i libri sono diversi con trame lasciate a mezzo e personaggi nella serie mai esistiti, ma che nei libri sono importanti…uffa! Ammetto di non essere stata nè un’appassionata della prima ora dei libri nè di aver seguito tutte le serie, ma la settima serie me la sono guardata su sky e goduta con i sottotitoli sentendo le voci originali. Alla fine se non vuoi che tutti ti raccontino una cosa che avresti guardato un giorno con calma, ti devi adeguare e seguire la corrente col tuo canotto e le tue provviste. La puntata settimanale è una (e se me la perdo mysky vince), di un’oretta, ma che scorre via liscia come l’olio anche se certe pedate sul sedere gliele daresti agli sceneggiatori per aver scritto dei dialoghi di una banalità disarmante…anche qua tocca rimanere sul vago per non far spoiler, sempre per il motivo di sopra.

E siccome la puntata finisce come quando una volta iniziava la buona vecchia seconda serata e si mandavano a letto i bambini, mandatami a letto, pigiamata e sotto le coperte, mentre fuori il freschino entra attraverso la finestra e dà ancora quel sentore di coperte fino al mento, ho finito la domenica leggendo il libro “Guerre Stellari” di George Lucas, in una vecchia edizione Oscar Mondadori, e che altro non è che il famoso quarto episodio della serie ovvero “A new hope”. Leggerlo è rivedere le scene esatte del film, ma con qualche aggiunta in più per rendere più completa l’atmosfera e i personaggi. Non mi aspettavo che mi piacesse così tanto da farmi risvegliare la forza in me, anche se leggere Artoo Deetoo o Threpoo è difficilissimo quando sai che sono R2D2 e C3Po.

Poi quando il tepore delle coperte ha preso il sopravvento e io mi sono lasciata cullare da tutta quella nerditudine che mi pervadeva; dall’aver condiviso 3 ore di cinema non solo con la marea di gente chiacchierante ma anche compagnia piacevole con cui confrontarsi; dall’essermi goduta senza interruzioni la tv, a quel punto dicevo ho capito di essermi goduta una splendida domenica senza pensieri, recuperando quello che mi piace e mi fa star bene, condividendo e svuotandomi dei miei pensieri per un po’ d’ore. Il mio carattere mi farebbe dire che ora vivrò con l’angoscia di non sapere quando mi ricapiterà un momento così bello, ma non so rispondere: so solo che metto in saccoccia la domenica nerd e prego Chi di dovere che me ne mandi altre.

May the force be with you sul Trono e giocando con la gemma dell’infinito.

“Mazzo e rubamazzo” di Roberto Centazzo

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link al sito della tea libri.

Lo ammetto: mi aspettavo molto da questo romanzo viste le recensioni positive. E invece delusione piena. Perché? Perchè questo libro pare un romanzo introduttivo alla serie che riguarda la “squadra speciale Minestrina in brodo” ossia tre poliziotti in pensione che per una serie di motivi, oltre a dover cercarsi un secondo lavoro o addirittura in nero per sopravvivere, sentono che il richiamo della legalità non si è del tutto sopito e che non amano molto che certe cose vadano a beneficio dei “cattivi”. E invece è il quarto episodio della serie e allora qualcosa a me non quadra per nulla.

Eugenio Mignogna, Ferruccio Pammattone e Luc Santoro si chiamano fra di loro Semolino, Maalox e Kukident non se ne sono andati del tutto dalla polizia soprattutto Pammattone che mantiene un filo diretto e stretto con Efrem, poliziotto sotto copertura, e Lugaro a capo dell’indagine senza saper come fare. Siamo in una Genova in mutamento, dove l’immigrazione incontrollata ha creato sacche di delinquenza e malaffare che tutti conoscono ma che nessuno vuol vedere. Eppure non saranno loro il problema, nè tanto meno i veri delinquenti, ma anzi saranno i cosidetti “poteri forti” che zitti zitti decidono che la speculazione edilizia è il mezzo legale e alla luce del sole per aumentare i propri introiti. Cosa combianano i nostri eroi? Giocando fra le conoscenze personali, quelle fatte durante il servizio quando pur rimanendo su fronti opposti guardie e ladri iniziano a rispettarsi e a darsi una mano, e la loro capacità di conoscere la legge e saper come muoversi, riescono a mettere nel sacco gli speculatori.

spoiler allert!!!

Ma nessuno paga: nè per la morte di Patrizio il nipote di Peppe Gargiulo, nè per la morte “accidentale” di Don Parodi. Un giudice grazia usando la lentezza della legge un povero disgraziato rimasto incastrato dai suoi sfruttatori. E chi voleva speculare non lo può più fare.

fine spoiler

Quindi? Quindi un giallo all’italiana scritto da chi conosce da dentro i meccanismi della legge e della polizia e, forse con un pizzico di speranza (tipo quella che esce dal corno degli unicorni tanto per intenderci. Il corno!), vorrebbe che le cose andassero diversamente da quello che vede (Roberto Centazzo fa parte della polizia col grado di Ispettore Superiore, si può leggere nella sua biografia). O forse qualche volta va davvero così e noi cittadini non lo sapremo mai se non vedendo magazzini clandestini a fianco di mense per i poveri.

La narrazione è basata su cortissimi capitoli di tre o quattro pagine massimo, che seguono le vicende e i pensieri quotidiani dei nostri protagonisti e dei comprimari che girano attorno a loro. Scrittura scorrevole a piacevole, molto leggera e accogliente, che permette di leggere il libro in pochi giorni se uno avesse la velleità di fare le corse di lettura. I personaggi sono credibili e coerenti fra loro, anche alle prese con scelte personali che li mettono in crisi: leggeri, finalmente non per forza tormentati come se fossero eroi drammatici di qualche tragedia greca o del Bardo. Qualche caduta di stile c’è nel senso che qualche cliché letterario che va tanto di moda negli scrittori italiani contemporanei, si ritrova anche qua e sinceramente suona male in una narrazione che ha una leggerezza e una “normalità” inaspettata.

Voto: 5/6 Non arriva alla sufficienza, anche se dargli una sonora bocciatura è forse un po’ troppo. Il libro mi ha sempre lasciato con il dubbio che prima o poi sarebbe successo qualcosa di davvero investigativo e questo è successo negli ultimi capitoli quando tirano i fili di un piano congeniato alle spalle del lettore. Manca di adrenalina o di emozione che agganci il lettore alle pagine, cosa che che fa invece la scrittura e la narrazione.

Consigliato: a chi cerca una pausa dai drammi, dagli investigatori tormentati e dalle storie crude tipiche dei thriller. Leggerezza, appunto come la minestrina in brodo che sembra sempre scialba, ma quando si è un po’ sottosopra è il vero toccasana per riprendersi.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione

casa editrice: Tea

stampato presso Grafica Veneta S.p.A  di Trebaseleghe (PD), printed in Italy

nel mese di gennaio 2019

copertina: foto© Marina Spironetti/ Alamy Stock Photo

foto dell’autore di Mauro Marone

Grafica Meccano Floreal

pagine 303

prezzo € 14,00

“Devilman” di Go Nagai

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Su wikipedia le informazioni di massima fra anime e manga. Qui al link

Chiariamo subito gli intenti: oltre agli anime visti quando ero ragazzina, in compagnia di Cavour e Mazzini probabilmente, poco so di tecnico. Eppure qui scrivo di ciò che leggo, scrivo delle mie impressioni e del mio rapporto con le storie che mi trovo fra le mani, senza voler per forza fare la maestrina; quando so qualcosa ve lo dico, quando leggo un articolo utile ve lo segnalo, per il resto ciacole in libertà. Questo per dire che un manga così complesso può essere letto con l’occhio dell’esperto di Giappone, di Go Nagai, di anime e manga, di tante altre cose; oppure può essere letto con l’occhio della occidentale che umilmente cerca di leggere il messaggio. Questo io ho fatto.

Mi sono trovata fra le mani il volumone dell’opera completa del manga grazie a un prestito e me lo sono letto, straordinariamente, in due giorni circa. Dico straordinariamente perché la lettura “al contrario” a suo tempo mi diede qualche problema visivo e anche perché l’opera della Omnibus è veramente grossa. Perché questa facilità? Primo di tutto, la quantità delle tavole grafiche è nettamente superiore allo scritto, mentre questo quando interviene ha due binari comunicativi: uno discorsivo e molto veloce fra diversi personaggi, tipico delle situazioni di disagio o di combattimento; un’altro descrittivo molto sintetico e chiaro, quando la narrazione rallenta per spiegare cosa effettivamente succede e cosa succederà.  Al contrario di molti fumetti, qui non vige lo spiegone, ma vi è un lento accompagnare il lettore allo scoprire l’evidenza dei fatti, all’inevitabilità dell’esito della battaglia, entrando in modo inesorabile nel nero più fondo della vicenda, dove la speranza muore del tutto lasciando spazio alla violenza, alla prevaricazione, alla sconfitta. Ma andiamo con ordine.

Prima di tutto mi urge sottolineare che, se come me siete riusciti a vedere l’anime, i due prodotti hanno motivazioni e trame differenti e quindi scordatevi tutto quello che ricordavate. Nell’anime Devilman arrivava sulla Terra, possedendo il corpo del giovane Akira, per distruggerla, ma viene sconvolto dal sentimento dell’Amore e rinnegherà tutto (la ricordate la sigla vero?); nel manga Akira accetta di essere posseduto da un demone per impedire che i demoni riconquistino il potere sulla terra a danno dell’umanità. Diciamo che è il punto di partenza della fusione Amon-Akira che cambia il senso dei due prodotti, creando un anime con la redenzione scelta da Amon a seguito della scoperta dell’Amore per una umana, mentre il manga è la scelta di un umano di diventare un devilman e intralciare i piani dei demoni senza minimanente trattare argomenti quali la redenzione o il valore salvifico dell’Amore.

Akira viene convinto come solo uno stolto dal cuore puro (sì, scusate questa condanna, ma all’inizio è davvero uno sprovveduto che segue senza nemmeno accendere un momento il cervello) dall’amico Ryo a farsi possedere da un demone per salvare il mondo visto che gli altri demoni hanno pensato bene che era finito il tempo del letargo nel gelo e vogliono riprendersi la terra. Proprio perché Akira è buono, puro e ha pensieri solo buoni e puri, egli potrà attirare un demone potente e diventare un Devilman ossia una categoria molto particolare in cui è l’uomo a prevalere sul demone (scusate le ripetizioni) per sfruttarne i poteri. Akira diventa quindi come un combattente eletto, che rinuncia alla sua normalità per un fine più alto. Sceso nei bassifondi della vita umana, dove gli esseri umani senza più raziocinio e intelletto diventano cibo e corpo di più esseri infernali, egli ottiene quanto ricercato e incomincia la sua lunga ed estenuante lotta con il male, attraverso il tempo e lo spazio. Il suo agire, purtroppo, è fallimentare, perché ben presto si renderà conto che è fondamentalmente che è uno contro un esercito infinito, uno contro anche gli istinti più beceri dell’umanità che fa da sponda ad altra violenza. Il lungo manga è un inesorabile cadere verso l’inevitabile accettazione della violenza e dell’impossibilità del bene di, anche solo, contrastarla.

Il manga è qualcosa di senza speranza. E mentre Akira non la perde, lotta, usa Amon, perché alla fine il suo essere fondante non viene mai scalfito, anche di fronte alle peggiori rivelazioni, Go Nagai ci fa vedere che noi siamo spacciati a causa delle nostre scelte negative.

Non voglio passare ad un’analisi antropologica, psicologica o sociologica del fumetto, ma non è raro vedere come certe opere giapponesi siano la reazione istintiva, ma anche logica agli orrori visti nella seconda guerra mondiale. Spesso Miyazaki viene accostato alla paura e allo sconvolgimento delle bombe nucleari cadute a fine guerra, con la ricerca di una risposta a quello che è successo e anche di una lotta per impedire che riaccada. E Go Nagai? Quanto della degenerazione dell’umanità nel fumetto può essere letto come la sconfitta della contemporaneità alla scelta della violenza per risolvere i conflitti? Quanto nella scelta degli strumenti per combattere l’esercito demoniaco è il dito puntato dell’autore verso le due super potenze, Usa e Urss, allora in guerra fredda? Insomma tutta quella violenza descritta può non essere una sola e banale scelta stilistica, ma io la vedo come una profonda critica alla società, alle scelte che compiamo nel rapportarci agli altri, nella scelta della prevaricazione sull’altro piuttosto che nell’estirpare alla radice questi atteggiamenti distruttivi. Mi sembra semplicistica la lettura di una scelta stilistica per sconvolgere il lettore e basta, mentre mi sembra più corretto pensare al pugno nello stomaco voluto da dare a chi legge.

Non vi è poi molto spazio concesso ai personaggi femminili: i più caratteristici sono Miki e Selene. Se non ricordo male nell’anime Selene ha un grande ruolo, diciamo il contro altare amoroso infernale che cerca di convincere Amon a ritornare al suo compito originale, mentre nel manga ha un ruolo ben definito, carisma riconosciuto dagli altri, forse davvero il corrispettivo femminile del demone protagonista, ma fa una brutta fine anche se è il momento tragico del fumetto, trattato con delicatezza oserei dire. Miki invece l’ho trovata odiosa: spocchiosa, gradassa, fintamente capace di valere qualcosa, parla sempre a sproposito e non dice mai cose utili. Dovrebbe essere l’amore di Akira, ma sinceramente la cosa non si coglie se non verso la fine, ma anche lì c’è un bisogno e non un affetto. Sinceramente non mi è piaciuto.

Vi è anche un leggero sotto testo omossessuale, visto il rapporto fra Akira e Ryo e nei siti che ho letto per farmi una documentazione sul testo, sono quasi tutti concordi a sottolineare come la cosa venga mal posta, ma che non appare un chiaro attacco all’omossessualità. Il rapporto fra i due ragazzi sembra molto sbilanciato alle prime pagine: Ryo è quello trasgressivo se vogliamo dire, con un padre importante, cresciuto negli agi e molto più scafato, mentre Akira è un bravo ragazzo di una famiglia bene (forse, non si capisce, visto che non appare mai nemmeno in ricordo), cresciuto forse solo fra scuola e casa. Ryo butta in pasto Akira senza pietà, ma poi è costretto a subire le decisioni autoritarie di Amon-Akira, cercando di lasciare a lui la parte fisica della battaglia e tenendosi per sè la parte mentale e strategica. Poi pian pianino gli equilibri si rompono, fino a dopo la metà quando la situazione degenera e anche Ryo svela che nemmeno lui è rimasto immune dalla fusione coi demoni…Verso la fine, con lo svelamento (non vi faccio spoiler) di alcuni dettagli, rileggere dall’inizio tutto potrebbe dare una visione diversa del rapporto fra i due. Comunque non ci vedo una condanna, anche perché qui nessun rapporto affettivo si salva alla fine della faccenda.

Altro aspetto è la sessualità dei corpi. Beh qui forse bisognerebbe fare un lungo discorso visto che la nudità, lo svelamento della stessa, l’ipersessualizzazione e nello stesso tempo il nascondimento non nasce con le mutandine sotto le gonnelline delle studentesse (ricordate “Gigi, la trottola”?), ma molto prima con stampe settecentesce molto espilicite, con un rapporto con la sessualità molto differente da noi occidentali. Anche qui la scelta non è di solletticare gli istinti, ma di mortificare il corpo, di stravolgere i rapporti, perché alla fine stiamo parlando di demoni e questi non ti chiedono l’appuntamento al ristorante, un cinemino e poi ti riaccompagnano a casa! La scelta stessa di base porta a uno stravolgimento in negativo di ogni cosa che si rappresenta. Stranamente l’unico episodio di amore non ricambiato, descritto in modo gentile e delicato, è quello che spiega in ottica demoniaca un pezzo della vita di Hitler (sì, un pezzo del manga è dedicato ad episodi chiave della storia umana e quindi a personaggi emblematici nel bene e nel male).

Il tratto è assolutamente funzionale al tipo di messaggio che si vuole mandare, con un passaggio repentino di tratti violenti che distorcono l’anatomia, alla delicatezza e attenzione nel descrivere un passaggio, un personaggio, o un rapporto. Anche se non è lo stile che più apprezzo, quando messaggio e matita sono concordi anche la perfezione anatomica può andarsene a casa senza problemi. Molto bello il passaggio da tavole in bianco e nero (la maggioranza) a quelle a colori, senza contare le extra a fine fumetto, messe in questo volumone. Certo, nell’anime Amon era un gran figone e qua no…

Voto: 9

Consigliato: a chi ha pelo sullo stomaco; a coloro che riescono a mettere un muro alla violenza finta; a coloro che videro l’anime da ragazzini/e; a coloro che vogliono capire un po’ di più di fumetti nati negli anni ’70 del secolo scorso, senza remore passando dall’oriente estremo all’occidente americano.

Nota: leggetevi anche l’articolo di Fumettologica dedicato a questo volume. Molto interessante.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione 1972

casa editrice Edizioni BD

storia e disegni di Go Nagai

lettering Marco N. Balestra

traduttore Marco Franca

editing Valerio Manenti

grafica di copertina Giovanni Marinovich

stampa A4 servizi Grafici, Chivasso (TO), nel 2017

prezzo € 39.90