“Mari stregati” di Tim Powers

Da #unestatedapirati a #unavitadapirati è il motto che mi sono presa questa estate e che ho bellamente intenzione di portarmelo avanti finché non mi sarò stufata dei pirati, sempre che sia possibile la cosa.

Questo libro l’ho scoperto giroclando per il web e non ricordo più in quale blog l’ho visto consigliato (me ne scuso tantissimo, avrei dovuto segnarmelo. Sorry) e mi aveva colpito perché diceva, più o meno testualmente, che da questo libro era stato tratto il videogioco di “Monkey Island“. Per chi non lo conoscesse…che brutta infanzia che avete avuto! Mi spiace, davvero tanto, ma credetemi che potete recuperare anche se, non so, forse è come mettere una toppa piccola sui pantaloni rotti da buttare. Comunque sia il tratto principale del gioco era che vi erano i pirati, i non morti pirati, una storia d’amore, assurdità varie, una scimmia a tre teste, i cannibali vegetariani e il loro dio vulcano intollerante al lattosio, Le Chuck, Guybrush Threepwood, Eilane Governatrice, i pirati, il voodoo, Marley. E molto altro ancora. Ah! sì! El Pollo Diablo!

Che ci abbiate giocato o meno vi sarete resi conto che non era il gioco più serio del mondo e che non era nemmeno il più storico e preciso sulla pirateria che sia mai stato fatto, ma era surreale, divertente e leggero in salsa piratesca. Quindi avendo letto quello mi aspettavo un libro sul pezzo, oltre al fatto che veniva citata anche la serie dei “Pirati dei Caraibi” che tanto seria non è manco quella.

Il libro invece lo è. A suo modo. La storia si basa sul figlio di un burattinaio, coinvolto suo malgrado con pirati e voodoo, rinunciando alla sua vita per scoprire forzatamente che il mare è quello che sapeva fare e che il voodoo era quello che poteva comprendere. Il libro parla di una storia d’amore di base, ma non lo è, perché alla fine ogni buon eroe ha la sua bella di cui si innamora senza un senso (e a noi forse quel tipo di storie piacciono, mentre ci sono sbudellamenti vari a destra e a manca); parla anche di amori malati e frutto del proprio egoismo. Soprattutto parla di magia nera e di scontri sul mare, di abbordaggi e uccisioni, ma senza splatter; di cannoni e fontana della giovinezza; di ammutinamenti non riusciti e di Barbanera con le miccie nella barba appunto; parla della Marina e del Perdono, anche se un pirata fa un po’ fatica a stare nelle strette scarpe di un perdonato. E’ questo il bello di questo libro: è storico con la citazione di personaggi che sono entrati nella mitologia della pirateria, ma con quell’aspetto della magia rende tutto più denso, dando voce a quello che noi abbiamo sempre visto dei pirati, cioè il loro alone misterico, sovrannaturale e fuori dal comune.

Ci sono i loa e la Giamaica, Baron Samedì e i bocor, le navi fantasma, la magia femminile e quella maschile, le piante senzienti e le bussole che possono essere ottimi talismani.

Il libro è ben scritto, con un ottima dose di descrizione di momenti di guerra (anche con tecnicismi che io ho faticato a comprendere nella loro dinamica) e dialoghi; i personaggi sono ben descritti e se su tutti troneggia il non morto Barbanera, Jash Shandy è il nostro eroe in cui non possiamo non identificarci con quel misto di ingenuità e comprensione e anche una sana dose di fortuna.

Perché leggerlo? Perché è davvero un libro di pirati, quei pirati che tutti noi cerchiamo fin da quando siamo piccoli e ci fanno avvicinare alle storie di mare, dove sappiamo benissimo (e lo sapevano i nostri avi quindi chi siamo noi per andar contro di loro) vivono i peggiori mostri marini e se non ci sono è perché potenti stregoni li tengono lontani e addormentati. Andar per mare con questo libro è davvero un piacere e non solo, visto che la parte storica o tecnica è talmente resa bene (o venduta bene? Chi lo sa, io non andare per mare) da far rendere tutto credibile.

Voto: 7 e mezzo. Perché la vorrete anche voi una testa mozza e rimpicciolita da tenere in una scatola. Fidatevi.

Scheda tecnica

Titolo originale: “On Stranger Tides”

Anno di pubblicazione: 1988

Traduttore: Graziana Cazzola

casa editrice: Fanucci Editore

finito di stampare nell’aprile 2011 presso Puntoweb – via Variante di Cancelleria snc – Ariccia (RM). Printend in Italy

Progetto Grafico: Grafica Effe

Copertina: foto di Jhonny Deep, “Pirati dei Caraibi”,©Photo12/Olycom *

Pagine 391

Prezzo €16,00

 

*Piccola postilla sulla copertina: detesto i libri con la copertina tratta dal film che è stato tratto o ispirato. Lo detesto fortemente. Primo perché così lega idealmente libri e film che magari non hanno niente a che fare fra loro; secondo perché tendenzialmente non sono belle, anche se ben fatte, perché sempre troppo limitate per rendere la complessità della trama; terzo perché fuorviano il lettore (qui quante ragazzine saranno impazzite davanti al faccio ammiccante di Deep per poi trovarsi un libro dove non c’è Jack Sparrow?); quarto perché la sana tradizione degli illustratori di copertina deve essere incentivata anche se costosa per gli editori perché se no si perde la mano e l’estro di chissà quanti illustratori.

 

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“Hannah Arendt” di Margarethe von Trotta

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recensione del sito my.movies.it

Mi sono imbattuta per caso in questo film l’altra sera e avendone visto per caso uno spezzone su fb, mi sono messa a guardarlo. Film piacevole e molto interessante.

Ci sono, almeno per me, tre temi in questo film:

  1. la questione ebraica legata al nazismo con processi e documentazione storica
  2. la condizione delle donne intellettuali di un certo peso
  3. l’importanza di andare controcorrente anche di fronte “all’evidenza”.

Partiamo con ordine.

Il primo punto è la trama di tutto il film, il sottofondo. Infatti la registra narra la vicenda della Arendt durante il processo ad Adolf Eichmann, rapito dal Mossad e portato a Gerusalemme per essere giudicato. In realtà è la nascita e la difesa di quello che diventerà forse il suo libro più famoso “La banalità del male” il punto nodale del film: come lei andò per il “New Yorker” a seguire il processo, come scrisse lunghi articoli controversi e contrastanti con la cronaca comune, come lei difese la sua posizione sia all’interno della sua piccola cerchia di amici intellettuali (ebrei e non solo) che all’esterno nell’università in cui insegnava. Di contorno fanno da sponda l’amore per il marito e poeta Heinrich Blücher e l’amore di ragazza per il filosofo e maestro Martin Heidegger: due amori diametralmente opposti e di valore sentimentale non paragonabile dove il primo pare la pienezza di una coppia unita da rispetto e strasporto passionale e intellettuale (col marito la Arendt pare sorridere e rilassarsi come se venisse da lui veramente compresa anche nelle differenze di intenti); mentre il secondo sproporzionato dal rapporto maestro allieva, dove la seconda non appare così sottomessa come si vorrebbe ma di certo colpita dal cervello del primo.

Come ben si sa la Arendt con il suo libro sconvolse tutto il mondo perché non si allineò con la vulgata dei nazisti fisicamente incarnazione del male, ma quell’aspetto di “banale burocrate” mal si conciliava con la vendetta che tutti si aspettavano di leggere. In più la posizione contestata da lei di certi capi ebraici, la rese quasi una nemica del suo popolo. E qui si apre un’altro aspetto: nel film la protagonista (che è quasi sempre presente sul video) non si ritiene parte di un popolo, non è la paladina di una linea di sangue, non è la portavoce di millenni di Storia, ma non può che rispondere che “un crimine contro gli ebrei è un crimine contro l’umanità” con la fermezza con cui non si può affermare il contrario in ogni modo.

Guardatevi il pezzo del film finale (non vi toglierà nulla dalla visione, pensare che in questo film sia possibile fare spoiler è un po’ ingenuo non credete?) e vedrete il succo del film. Questo il link su youtube.

Ora parliamo invece dei due aspetti che più mi hanno colpito e che me sono sotto temi molto importanti.

Quello di difendere le proprie idee soprattutto quando vanno contro la corrente di pensiero unica è tipico di chi, volenti o nolenti, ha una visione della vita diversa e più complessa degli altri. Snobbismo? Arroganza? Non credo, ma credo che ci siano persone che vengano come “illuminate” e riescano a vedere oltre la cortina a cui tutti si fermano e devono affermare fortissimamente quello che vedono. Difendere la propria posizione diventa come un assedio a cui non ci si può ritirare. Cosa sarebbe stata la nostra filosofia moderna, i nostri ragionamenti, le nostre speculazioni se la Arendt avesse accettato di modificare il suo lavoro? Noi non saremmo tutt’ora sconvolti da un libro che è di suo sconvolgente e che ci obbliga, molto più che altri, a renderci conto non solo che il male è così banale da essere ovunque, ma che a volte ha la faccia anonima di un burocrate “che faceva solo il suo dovere”. Lei capiva che il suo non arrendersi era per se stessa fondamentale perché doveroso alla propria coscienza, ma anche perché quello che diceva era un pugno nello stomaco che non si poteva evitare. Come non si poteva evitare pensare che certe scelte fatte anche in buona fede da certi capi ebrei abbiano portato conseguenze inaspettate e nefaste (nel film si parla della possibilità di avere meno morti). Non mi esprimo sul dato storico, perché non ne ho conoscenza, ma è vero sottolineare come a volte sia difficile per tanti riuscire a vedere oltre all’immediato e cogliere in anticipo i frutti dei propri gesti.

L’altro punto correlato è la questione femminile. La registra ha trattato più volte altri personaggi femminili storici di un certo peso e quindi la sua visione è probabilmente anche quella di sottolineare come esse abbiano suscitato l’ostilità dei colleghi intellettuali o no maschi. Nel film la Arendt viene da più personaggi maschili tacciata di arroganza con la saccenza di un padre che giudica un ragazzino che non sta alle regole; viene minacciata di perdere la cattedra se non ritratta. E ogni volta lei rifiuta con orgoglio: di fronte a figurine timorose che non sono davvero in grado di confutare le sue argomentazioni, lei oppena se stessa corpo e parole (e sirgarette anche). Mi chiedo se al suo posto ci fosse stato un uomo, se le argomentazioni e la spocchia degli oppositori sarebbe stata la stessa…forse sì, non lo sapremo mai, ma forse sarebbe mancata quella paternalistica idea di rimettere qualcuno in riga. Non voglio fare di questo film un film femminista, perché non lo è o almeno non lo è in senso comune: è “solo” un film che parla di una donna forte con un pensiero forte, frutto di un suo personale cammino di consapevolezza intellettuale e questo non è femminismo.

Scheda tecnica stringata

Regia 8; Scenografia 7 e mezzo; Sceneggiatura 7; Costumi 7; Effetti Speciali 7 (il processo è composto da spezzoni delle riprese di allora); Musica 6 (sottofondo? C’era? Sta cosa che non riesco a ricordarmi le musiche inizia a preoccuparmi); Fotografia 7; Cast 8 (bravi tutti e ben calati nei loro personaggi, nel senso che non sembrano mai fuori contesto. Poi che davvero fossero così le persone reali non saprei dirlo)

Voto finale: 7 e mezzo. Un film da vedere sia se amate le biografie, sia se volete aggiungere tasselli alla questione processi ai nazisti, sia se volete conoscere meglio certi personaggi del nostro ultimo secolo.

 

Link da segnalare

La banalità del male.

Il libro “La banalità del male” secondo anobii

Biografia di Hannah Arendt (fonte wikipedia)

 

 

Idiosincrasia #1 : i classici

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Credo che ogni lettore abbia le sue manie, io ho le mie idiosincrasie. Ci provo a combatterle o a spiegarmele o altro, ma alla fine rimango ferma sui miei punti fermi. Cocciutaggine (molti me la imputano col ditino alzato anche per altre cose. Chissene)? Coerenza? Sensazioni a pelle che non puoi eliminare? Boh, tant’è che è così. Capiterà di parlarne qua sul blog perché alla fine ho notato che (e so che non importa a nessuno ma io ne parlo lo stesso) fa bene parlare e chiarire il proprio pensiero pubblicamente anche per cose che, alla fine, sono personali e tali rimangono. Non leggo classici? Problema mia che vivo benissimo e che al mondo intero interessa poco perché alla fine va avanti lo stesso.

Scusate lo sfogo, ora spiego.

Ho preso la palla al balzo per fare terapia su questa mia idiosincrasia grazie alla decisione di unirmi alla lettura collettiva del gruppo “Scratchreaders” che ho trovato su fb. Seguivo la sua creatrice “Scratchbook di Maria Di Biase” su instagram e su fb con tanto di blog annesso, ma il gruppo l’ho scoperto negli ultimi mesi ed è un piacevole luogo di chiacchierate sui libri senza boria o imposizioni (cose che invece trovi in altri gruppi purtroppo). Tornando a noi la lettura verte su “Perché leggere i classici” di Italo Calvino: non un libro di narrativa, ma un saggio in cui nel primo capitolo lo scrittore segna i suoi punti su cosa sia un classico. Speravo che un autore che amo mi aiutasse a uscire dal mio “no” e invece manco lui c’è riuscito.

Quindi ecco i miei punti sul perché per me esistono i libri, le storie e chi le scrive (idiosicrasia #x: non amo gli scrittori come genere di star mediatica; amo chi scrive).

  1. Detestare la mentalità del gregge. La mia non è una famiglia anticonformista, anzi per certi versi sono cresciuta in una normale famiglia borghese con genitori insegnanti di diverso ordine e grado, con le vacanza dai nonni (unico momento in cui li vedevo) e con una routine ben ferma. Ma la risposta a tante mie interperie è sempre stata “ma se lo fanno tutti lo fai anche te? Se tutti si buttano nel pozzo, lo fai anche te?”. Era quel “tutti” ripetuto con l’accezione negativa che mi è rimasto in mente e quindi diffido quando una cosa piace a tutti: qualcosa sotto di sbagliato ci deve essere.
  2. A casa mia c’erano i classici greci e romani, ma la narrativa era un po’ assente e quindi di tomoni fondamentali non ce ne sono mai stati e quando toccava leggerne qualcuno per la scuola si guardava il prestito, la biblioteca e se si voleva si comprava. ALT! A casa mia comprare un libro è sempre stato la normalità: siamo forti lettori, abbiamo libri ovunque e non amiamo separarcene, ma ognuno ha il suo genere e io ho assorbito con piacere tutto, saccheggiando e prendendo in prestito libri da chiunque pur di leggere.
  3. Far cadere dall’alto il valore del libro. Cosa che detesto per quello o per altro. Insomma una cosa va motivata sempre con consapevolezza, non c’entra nulla se x +1 critico dice che è bello perché è bello (e poi paroloni incormprensibili, buoni per far vedere che “sono studiati”). Di solito è il metodo scolastico che fa cadere le cose dall’alto perché, purtroppo, certi professori non hanno fatto loro quello che hanno studiato e quindi fondamentalmente hanno imparato la lezioncina e la ripetono a papera. Per non parlare delle schede libro che sono “fondamentali” per la comprensione (?) del testo. Quanta amarezza…
  4. Deve per forza piacere e quindi la critica è zero. Se dici che il classico xyz non ti piace e ne dai le motivazioni, quelli poco atti a pensare con la propria testa (perché il problema è quello scusate) si sentono colpiti da questo atto di lesa maestà e quindi provano in ogni modo a sminuirti. Dire che non piace un libro o una storia a mio parere vuol dire che quella storia non comunica con me (e in questo Calvino lo sottolinea nei punti fondamentali per l’importanza di un classico) o con la mia vita o con le mie esperienze: è una non comunicazione e come tale non passa da un mezzo all’altro. Criticare è fondamentale perché, a mio parere, oltre a stimolare le celluline grige, permette anche di metterci in gioco, di ribaltare le nostre convinzioni, di magari spostare un po’ le nostre idee.
  5. Leggerli in età non adatta. #1 di Calvino. Non ci sarebbe da aggiungere molto altro: se certe esperienze non le abbiamo ancora provate, come possiamo comprendere i palpiti o i discorsi dei protagonisti? Mi direte che se questo deve essere il parametro allora molti libri non andrebbero letti. Sbagliato! I libri, anche quelli che sembrano più avulsi dalla nostra vita, hanno con noi il fondamento che sono emozioni e sentimenti: paura, amore, dolore, gioia, disperazione, amicizia, delusione, follia sono cose che alla fine sono comuni a storie piratesche, fantasy, gialli, narrativa. Non è fondamentale aver vissuto esperienze fattive (come perdersi in un bosco o andare per mare), ma è fondamentale aver provato nella propria vita quella reazione emotiva a quel che ci è successo. Es. Ho letto “Le città invisibili” di Calvino pochi anni fa e l’ho adorato, perché alla fine ho trovato le mie esperienze, i miei ricordi, i libri che ho letto e studiato; se lo avessi letto alle superiori ne avrei compreso un decimo, perché la mia vita era ancora in embrione e le mie esperienze limitate. Ringrazio il cielo di aver aspettato e di averlo amato. Mentre Moby Dick l’ho adorato da bambina perché sentivo lo spasimo dell’avventura dentro di me, ma di certo ho capito un decimo di quello che Melville intendesse (infatti lo sto rileggendo ora).
  6. Togliere dal classico il suo fondamento storico. Molto comune è l’approccio di togliere la storicità di un romanzo per renderlo immortale, come se quella storia non fosse davvero stata scritta per i suoi contemporanei. Calvino prende in esame l’Odissea e in quel capitolo io ho litigato con lui per la prima volta, penso. L’Odissea è un lavoro di collage di autori vari in epoche varie, quindi non è un’opera unitaria e storicamente inquadrabile, ma grazie ai lavori di filologia si riesce a capire quali sono i pezzi antecedenti e quali quelli posteriori. Detto questo, comprendendo questo fatto, si riesce a capire cosa fosse la vera comunicazione per allora. Io l’Odissea l’ho studiata alle superiori con la professoressa di greco e abbiamo tradotto il pezzo di Ulisse e Polifemo. Lei mi fece adorare quello che ora faccio (la rievocazione e ricostruzione) senza saperlo; lei mi fece entrare nelle pieghe del testo per trovare gli uomini e le donne greche; lei ha tolto la patina della favoletta per restituire la Storia; lei mi ha ridato l’Odissea e i miti greci per l’importanza storica e antropologica che ha. Quando leggo certi testi, ci vedo i gesti, gli oggetti, i cibi cotti in una certa maniera, le vesti che non possono che essere quelle (niente peplum cinematografici), perché quei testi sono Storia e per quanto raccontino storie amati da tutti, essi prima di tutto comunicarono qualcosa di chiaro ai nostri avi greci: religione, riti, paure, simposio e guerra. Quando a un classico si toglie il suo contesto storico e lo si vuole rendere immortale, lo si depaupera di una buona parte del suo essere. Ridare la storicità non significa incatenarlo e metterlo nel dimenticatoio, ma serve a capire (se lo si volesse) che certi valori, principi e sentimenti seguono tutta la linea temporale dell’umanità e che le risposte cambiano o possono o devono cambiare: ancorare significa mettere un pilastro nella Storia.
  7. I classici accettati sono solo narrativa. Nota polemica #1. Questo è il discorso solito che mi vede combattere contro lo snobbismo di genere. “Madame Bovary” non è superiore per costruzione ed emotività a un “L’isola del Dottor Moreau” o a “Uno studio in rosso” o al ciclo di “Dune”, cambia solo l’espediente narrativo. Nelle scuole e nelle librerie “bene” certi generi vengono sminuiti parlando di narrativa per ragazzi solo perché non li hanno mai davvero affrontati e capiti. Ancora una volta la pochezza del panorama critico italiano mi fa venire i brividi e rifuggere i dogmatismi
  8. Categorizzazione per sesso. Nota polemica #2. Spesso si leggono romanzi scritti da autori uomini e quindi, non si sa perché, va bene che li leggano tutti, mentre se scritti da donne è letteratura femminile. Come se una Jane Austen fosse meno di un Oscar Wilde nella critica della società…
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Pochi libri mi obbligano a prendere appunti ai pensieri che mi vengono alla mente.

Non so, forse se ci penso ancora trovo altre motivazione per cui non ho reverenza per un classico, per cui non mi interessa leggerlo prima di altri, per cui non ritengo che se non lo hai letto non sei un vero lettore e non sai cosa ti perdi. Il mondo è pieno di storie, di racconti, di comunicazione che non vale la pena perdere tempo con le guerre letterarie e gli schematismi dogmatici. Dobbiamo uscire dalle gabbie mentali e far uscire da quelle gabbie libri che possono ancora parlare ai lettori senza aver bisogno del bollino di “classici”. Ne capisco la motivazione dell’uso del bollino e alla fine lo uso anche io per comprenderci meglio, ma poi…chissene! Leggete e criticate e se non vi piace ditelo con motivazioni e sorrisi e se qualcuno vi criticherà chiedetegli davvero perché una cosa gli piace e se non troverà 3 buoni motivi (come ci disse la psicologa suora alle medie per darci la forza delle nostre idee e di quelle dei nostri genitori nel farci fare le cose. Che gran donna e gran insegnamento di convinzione!) vorrà dire che lui/lei dovrà riconsiderare il suo piacere e viverlo dentro, se no sarà sterile scorrimento di parole su un foglio e inutile abbeverarsi a una fonte già troppo affollata di gente.

 

POSTILLA:

Devo ringraziare sempre le persone che fanno parte del mio gruppo “Letture Folli e Sgangherate” per avermi costretto a leggere certi libri in questi ultimi anni, con la piena consapevolezza che ogni giudizio era accettato e che a noi Dickens non piace e ne andiamo fiere (tranne “Canto di Natale” che è stupendo, ma forse non l’ha scritto lui…). Affrontare con loro da grande libri che ho schifato (anche in modo snobbistico di rivalsa il mio) quando tentavano di farmeli leggere a scuola, mi ha permesso di vederli sotto altra ottica, di mettermi in gioco e di trovarmi in compagnia di gente senza pregiudi letterari di genere. E’ bello mettersi in gioco. Come ora con “Il Conte di Montecristo” che sto adorando e che per una vita ho pensato che fosse un drammone assurdo e pesantissimo, solo perché il sentore era quello: invece è pura avventura!

“Anatomia di un soldato” di Harry Parker

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Presentazione dal sito della casa editrice SUR

Ci sono libri che in un qualche modo ti rimangono dentro anche se non ti segnano. Questo è uno di quelli; uno di quelli che pur avendolo letto tempo fa, la recensione fluisce bene anche adesso. Succede quando leggi la cosa giusta al momento in cui la capisci, che ti riguardi personalmente o che riguardi chi ami o odi o che tocchi qualcuno che conosci. Ho avuto la fortuna di conoscere due giovani soldati dell’esercito italiano, di avere a che fare con loro ben al di fuori del loro ruolo e lavoro, gente che è andata in missione giovanissima. Ho ascoltato quello che volevano condividere attraverso le loro parole dirette, ma anche dai commenti vari, a volte anche solo per i gesti e per il modo di porsi. Vorrei dire, con fare saccente, che se non conosci un soldato non puoi capire la vita militare, ma non è così: come tutte le cose nella vita o le intuisci o non le vedrai mai. Allora perché questo libro mi è in un certo qual modo “rimasto dentro”? Perché, in dose molto minore e meno doloroso, ha fatto come la visione di “Fury”: mi ha fatto capire meglio certe cose, certi detti-non detti, certi atteggiamenti. Se non conosci un militare, potrai sempre capire la vita militare o capire questo libro, ma ti mancherà sempre un tassello, magari minuscolo, per capir ancor meglio.

Di cosa parla questo libro? Difficile chiamarlo romanzo o biografia, è come un lente e inesorabile concatenarsi di oggetti che parlano e “agiscono” attorno a un attentato in Afghanistan le cui conseguenze sono pesanti per un soldato: perdita delle arti, una serie quasi infinita di operazioni chirurgiche e non solo per salvargli il salvabile e il suo ritorno alla “normalità” (che poi chissà mai cosa è questa normalità che tutti tirano per la giacchetta). Non parla lui, non parlano i suoi cari, ma parla il fertilizzante comprato innocentemente da un ragazzo che crede nel futuro del suo paese e finito in mani di chi invece ha altri scopi; parla la canula infilata nel suo corpo; parla la sua sedia a rotelle; parlano i suoi scarponi (che bello quel pezzo, insieme a quello dello zaino). Parlano le cose. Cose che noi tutti vediamo, usiamo, abusiamo, ma che alla fine non sono che mezzi con cui noi viviamo o muoriamo. E allora le cose diventano parte di noi e non solo come gli aghi delle flebo entrano davvero in noi per salvarci la vita, ma perché senza un paio di scarpe buone potremmo non riuscire a fare quel percorso nel tempo utile per fare altro: le cose sono concatenazioni del nostro essere, del nostro agire e del nostro volere, paradossalmente sono noi come le nostre gambe.

Di certo sarebbe stato più emotivamente drammatico se le vicende del capitano Tom Barnes venissero raccontate in prima persona, spurgano tutta la sua impotenza di fronte al fatto che, quanti sforzi facesse, lui era uno straniero invasore armato occidentale su una patria non sua; di fronte alla mina che salta; di fronte alla reazione dei suoi commilitoni, dei suoi compagni d’adolescenza, della ragazza conosciuta al ballo, della sua famiglia. Cerchiamo sempre il morboso che ci sconvolga, ma qui c’è tutto quello che serve e non un qualcosa di più, perché non si da in pasto lo sconvolgimento di chi sa che la sua vita è appesa a un filo che da un momento all’altro potrebbe spezzarsi solo violentemente e invece poi viene riannodato in qualche modo. Noi ci beiamo di invocare le Parche, le Moire, le Norne e chi per loro che cardano, filano e tagliano la vita di ogni singolo uomo, ma non è così: non c’è niente di morboso, di aulico, di sublime, c’è solo quell’attimo che divide ognuno di noi dal prima e dal dopo e si può solo decidere come andare avanti.

Questo libro non da insegnamenti, non da moniti, non si schiera politicamente da una parte o dall’altra; questo libro da solo una storia che è come quella, purtroppo, di mille altri soldati tornati a casa a pezzi (fisici e/o mentali). Perché va letto allora? Perché la guerra non è bianca o nera, non è qualcosa che si può evitare, non esistono i buoni e i cattivi come nei film; la guerra è un insieme di scelte personali e superiori. Va letto perché leggendolo si capisce come siamo tutti uniti, volenti o nolenti, come le cose ci uniscono alla stregua delle persone e quello che fa davvero la differenza è la scelta che operiamo.

Il padre di Faridun sceglie di collaborare con gli occidentali per il bene del suo villaggio e se ne pentirà a suo modo. Latif sceglie di seguire chi il suo paese lo vuole liberare con le azioni violente. Tom Barnes sceglie di riprendersi la sua vita, malgrado tutto quello che ha vissuto e che non ha potuto fare. Perché? Perché non si può fare altrimenti una volta che si decide di scegliere e andare avanti con le conseguenze.

Detta così questo libro dovrebbe essere una palla, invece è potente, schietto, chiaro e va letto per questa mancanza di retorica di alcun tipo.

Voto: 7. Per chi cerca un libro senza retorica sulla guerra, ma che parli di chi la guerra la vive.

Scheda tecnica

Titolo originale: “Anatomy of a Soldier”

Anno di pubblicazione: 2016

Traduttore: Martina Testa

casa editrice: Big – Sur

Finito di stampare nell’ottobre del 2016 c/o Grafica Veneta spa, Trebaseleghe (PD), carta dotata certificata FSC

Progetto Grafico: FALCINELLI & CO

copertina: Stefano Vittori

Foto autore ©Gemma Day

pagine 349

prezzo € 17,50

 

 

Chiacchiere davanti al bidone della carta

Luogo: davanti le vetrine del Libraccio, a fianco del bidone della carta pieno anche di libri.

Quando: qualche giorno fa.

Attori: io e una coppia di mezza età (indicativamente, senza “offendere” nessuno).

Atto unico e lunghino.

Prologo: io guardo i libri in vetrina per vedere se ci sono occasioni, prima di entrare. La coppia mi passa a fianco e lui con aria seccata dice “Ecco dove la dimostrazione che in Italia non si legge” (più o meno, ammetto che mi ha seccato più il tono che le parole in sè per sè). Io…non ce la faccio a stare zitta e rispondo pacata che a volte i libri si buttano punto.

Atto:

Non starò a raccontarvi per filo e per segno cosa ci siamo detti, passando da un primo momento di fastidio reciproco, fermi sui nostri piedistalli, alla stretta di mano sorridendo, mentre lui al mio “scusate se infastidisco le persone parlando di certe cose” mi risponde con un “Goethe parlava di affinità elettive” e la moglie annuiva. Sta di fatto che mi sono trovata parlare piacevolmente con delle persone di un certo interesse culturale di come il problema non sia il libro buttato nel bidone della carta (“ah non si fa! delitto”), ma come si arriva al bidone della carta.

Si arriva con libri scolastici “nuovi” a ogni anno e di conseguenza non sempre reciclabili dagli studenti. Si arriva con case editrici che non si possono permettere di pubblicare libri “semisconosciuti” o dimenticati se poi devono rimanere in magazzino, perché quel libro non solo costa pubblicarlo, ma costa pagare chi quel libro lo ha edito e stampato anche se è un classico. Si arriva con i finti best sellers e i romanzi pompati dalla critica di parte che dimentica il passato. Si arriva enfatizzando quello che si vende di più. Si arriva non facendo conoscere certi autori per snobbismo o per ignoranza (che a volte è la stessa cosa tocca dire, perché a volte non si conoscono autori passati senza i quali i moderni non sarebbero nulla). Si arriva alla massificazione. Si arriva quando per regalare un libro a un ente ci sono trafile assurde o divieti (vi ricordo comuque la pagina del blog “Dove donare i libri che avanzano” e segnalatemi enti che sarebbero desiderosi di prendere qualsiasi tipo di libro) Si arriva da tante strade.

Buttare un libro nella carta è qualcosa che mi fa male, ma che col tempo inizio a pensare che sia inevitabile. A malincuore. Certi libri di testo, scolastici, non li prende nessuno anche se sono in buono stato e con le nozioni corrette, solo perché magari hanno 10 anni e a scuola è già tanto che prendano quelli di 3 anni prima. Si deve sempre trovare il modo di farli girare, ma quando diventa più oneroso che facile come si fa? Tutti noi abbiamo vite complicate e indaffarate anche quando sembra che non facciamo niente. Regalare un libro, farlo girare, dovrebbe essere facile, ma non sempre lo è.

Mentre parlavamo, c’erano persone che ravanavano nel bidone alla ricerca di qualcosa da salvare. Fa effetto, sembravano barboni in cerca di cibo, ma alla fine chi ama leggere non è un affamato di libri? Anche a me capita di guardare nei bidoni della carta del mio palazzo (no, non ravano, alzo il coperchio e senza spostare nulla, ma con occhio clinico guardo) prima di buttare la mia carta, perché mi è capitato di salvare e far rigirare libri che altri avevano buttato. Però ci si sente dei barboni…e ci si guarda attorno sperando che nessuno ti noti…

Ritornando all’atto unico, io capisco lo sdegno dell’uomo, il silenzio con partecipe della donna, ma, come siamo arrivati a comprenderci, quello è solo l’atto finale di un sistema ben più complesso che fa del libro non un veicolo di sapere, ma un limone da spremere e da buttare.

Quei minuti di chiacchiera sono stati per me il momento felice della giornata, perché da quello che poteva essere uno scontro “armato” fra due posizioni intellettuali, si è arrivati facilmente al dialogo e al confronto; forse se avessimo modo di parlare capiremmo che gli interessi e le visioni del mondo letterario sono agli antipodi e forse sarebbe più difficile capirsi, ma quel giorno l’incontro fra sconosciuti è arrivato alla stretta di mano e a sorrisi. Tanto può fare anche un bidone della carta.

illustrazione di Eszter Schall
illustrazione di Eszter Schall

 

“It follows” di David Robert Mitchell

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Aspettiamo che inizi il film a “I Giardini della paura”

“Il peggior pubblico presente ai Giardini” chiosa uno spettatore dietro al mio amico. Ah, già scusate, non abbiamo compreso l’occhio della madre di questo film, ce ne scusiamo tutti in coro. Non abbiamo compreso oltre agli omaggi chiari e fin troppo palesi, ma senza costrutto, alla cinematografia degli anni ’80, dall’ambientazione al modo di girare, alle riprese, ai costumi. E scusate se abbiamo riso e applaudito nei momenti “comici” in un film che di comico non doveva avere nulla: perché quando in un horror più di una persona scappa sonoramente a ridere o lo hai fatto apposta o qualcosa non quadra.

Che cosa è un horror per i comuni mortali? Un film che ti mette addosso angoscia, paura e quel sottile ma non troppo sentore che potrebbe essere vero; dovrebbe obbligarti a controllare inconsciamente dietro le spalle, quel rumore strano che non riesci a definire, quella persona che cammina; farti rimpiangere di aver spento la luce (o dato via al cuginetto piccolo, quella lucina che ti aiutava a sopportare le lunghe notti buie piene di mostri quanto eri piccolo). Insomma cose così. Se in un horror devo guardare le citazioni, l’uso della camera come il regista xyz allora, a mio sindacabilissimo parere, qualcosa non quadra. Saremmo stati anche il peggior pubblico dei giardini (della paura), ma di certo questo film non è parso il capolavoro che le recensioni hanno scritto.

Prima fra tutte quella su mymovies.it che gli assegna un 3,29 su 5 portando la freccetta sul lato dei film da non perdere. Ne sottolinea il valore di paura strisciante in un'”America puritana e sessuofobica” in cui la maledizione si trasmette per via sessuale. L’Internazionale si barcamena in una disquisizione filosofica che fa addormentare dopo cinque minuti da quanta prosopopea emana, ma centra il punto in due passaggi:

È come se David Robert Michell avesse smontato un film dell’orrore e avesse messo ogni suo tassello narrativo in una teca di cristallo o su un piedistallo. Con tanto di didascalia. 

e

Forse la vera forza di questo film è la sua assoluta libertà dalla schiavitù della trama. Non sono possibili spoiler per It follows perché non c’è nulla da spoilerare. 

Ragioniamo un attimo su sta cosa. A mio parere se si smonta un film come si smonta una automobile e si mettono i pezzi su un piedistallo, la macchina non va più e tu la guardi e basta ma se devi andare in vacanza ti devi cercare un altro mezzo. Una macchina come un film deve fare il suo mero lavoro che non è solo farsi guardare ma raccontare (per i film), portarti in giro (per la macchina). Un film poi per quanto possa essere considerato un mero mezzo di comunicazione, assume in sè molti elementi: dalla recitazione come il teatro, dalla narrativa come la scrittura, dall’emozionare come tutti i media alla fine. E ogni genere narrativo ha la sua peculiarità: l’horror deve spaventare. Se lo spezzetti e lo metti sotto vuoto la paura gira da sola dentro una teca e poi si autodistrugge. Non è difficile capirlo. La paura si alimenta e si auto alimenta quando dallo sceneggiatore passa, attraverso alla regia, alla mente dello spettatore e continua a riprodursi cercando appigli continui, palesandosi quando meno ce lo si aspetta. Se la paura non fa paura che paura è?

Seconda cosa, che per me è la più terribile, la trama non dice nulla. Come sarebbe a dire ‘sta cosa? E’ come se io mi mettessi qua e iniziassi a scrivere parole a caso, legate fra di loro solo da fili invisibili, e dopo 1000 e più battute mettessi un punto e vi lasciassi così, senza farvi capire un nulla se non un vago sentore di un’idea di qualcosa (ecco, come queste ultime parole). E’ vero che siamo abituati alla verbosità, a sentire le persone che si parlano addosso, che amano sentire la loro voce anche quando è scritta, che perdiamo il senso delle parole stesse: quello di comunicare qualcosa. Se la trama non esiste, cosa significa tutto ciò? Per me significa che a qualcuno piaceva parlarsi addosso e far vedere come era bravo (un po’ come i bambini quando sono piccoli). Non mi quadra tutto ciò.

Tre sono gli elementi ricorrenti in più recensioni e che condivido:

  1. la maledizione che si trasmette attraverso via sessuale sembra quasi fare riferimento a tutte le malattie venere, Hiv in primis, che si possono trasmettere senza essere consapevole del rischio
  2. la solitudine dei ragazzi in una Detroit praticamente vuota di adulti.
  3. la resa del mostro.

Ora sul primo elemento niente da dire: ogni momento parte e si allontana seguendo la scia del sesso, con le parole “profetiche” del primo maledetto quando attacca la maledizione alla protagonista: la devi passare (che potrebbe anche essere letto come un “la devi dare”). Peccato che la protagonista e la sua genga di giovini amici esclusi dalla società dei loro simili (c’è la secchiona, quello sfigato, l’amica carina ma boh e il fattone che cucca un sacco di ragazze…che però faranno una brutta fine) si dimentichino il piccolo particolare a loro detto che devono spiegare allo sfigato di turno cosa accade. In fondo…che importanza ha? In fondo è importante fare sesso, farlo anche se ti becchi il mostro, farlo con chiunque (prostitute e passanti ammessi, anche se il regista non da conferma della consumazione glissando con leggerezza. I commenti sono pieni di domande su chi ha fatto sesso con chi), farlo e non dire nulla. Anche lo sfigato del gruppo pur di poterla avere dalla bella e maledetta accetta di prendersi il mostro…ma veramente?

Il secondo elemento è sia positivo che negativo. Rientra in quello che per me è la visione d’omaggio alla cinematografia degli anni ’80 dove si sposta l’interesse dalle vicende dei grandi per seguire i ragazzi nel loro percorso di crescita dall’adolescenza alla maturità: adulti di contorno, poco presenti, a volte dannosi. Qui si enfatizza l’assenza e da sicuramente quel senso di straniamento, di inevitabile solitudine, di incomprensione. Sarebbe positivo per un film narrativo, uno di quelli che si sofferma sui problemi del mondo con lunghi silenzi e movimenti di camera; è negativo perché i ragazzi sono totalmente inermi di fronte al mostro e non ci sono supporti di trama per sopperire a questa mancanza. I ragazzi non sono abbastanza nerd o disadattati per conoscere una qualche religione astrusa su cui lavorare per combattere il mostro e non conoscono alcun adulto senziente e utile (di solito qui appare un rabbino/sacerdote più o meno entro alle loro gerarchie oppure un professore vario ed eventuale), senza per forza scadere nello spiegone. I ragazzi subiscono e basta, anche se ogni tanto hanno un qualche rigurgito di opposizione e tentativo di distruggere il male, con scarsi e ridicoli risultati. Noia. Mi spiace, ma qui dopo un po’ subentra la noia.

Il terzo elemento è quello sicuramente più interessante e che fa del film un film di genere. Il mostro non ha un aspetto suo, ma assume le sembianze a caso di persone più o meno conosciute dalla vittima. Come lo si riconosce? Dalla camminata. Il mostro “non ha tempo e non ha fretta” (lo diceva la mia professoressa di greco del liceo riguardo agli dei); cammina con passo dinoccolato, un po’ zombesco; punta alla sua preda senza farsi distrarre dagli altri, come se avesse il mirino puntato. Ha un vero e solo difetto: quando trova le porte di casa chiuse a chiave, si dà al vandalismo e spacca le finestre con un sasso… Detto questo, questo aspetto è sicuramente il più riuscito dal regista dove si vede che si sbizzarrisce con movimenti di camera, entrate in scena di personaggi muti e “inutili” buoni a spostare l’attenzione dello spettatore e far provare almeno un sentore di brivido.

Potrei continuare ancora per molto, ma alla fine il succo è quello. Il film sembra un tentativo di essere più incisivo dello spot degli anni ’90 con l’alone viola per mettere in guarda dalle malattie veneree e sessuali; è un omaggio sfacciato; non mi ha fatto paura e non riesco a capire come la gente possa aver avuto paura di questo film. Parlo di paura vera e non di brividini vari ed eventuali.

Scheda tecnica stringata

Regia 6; Scenografia 7 e mezzo; Sceneggiatura 4; Costumi 7; Effetti Speciali 7; Musica 7 (ma deve avermi infastidito perché non la ricordo bene); Fotografia 7; Cast 6 (senza infamia e senza lode).

Voto finale: 5. Volete proprio vederlo? Allora guardatelo per altro e non perché è un horror.

Aggiungo qualche link nel caso voleste leggere recensioni positive e molto ben scritte e documentate e con tante citazioni che fanno quelli che ne sanno un sacco. Movieplayer I 400 calci tanto per citarne altri due con qualche commento in aggiunta.

Lettori da feuilleton: riflessioni spensierate

Libraio Ambulante a Berlino. Cartolina tedesca del 1890 circa
Libraio Ambulante a Berlino. Cartolina tedesca del 1890 circa

Senza voler essere un’indagine sociologica o psicologica, ma solo una speculazione personale su un fenomeno poco pensato: i lettori dei feuilleton.

Che cosa era, prima di tutto, il romanzo d’appendice? Era una pubblicazione a puntate, di poche pagine, allegato a un giornale e raccontava grandi storie di ampio respiro. Diciamo che prima di Netflix c’era il feuilleton. Anzi Netflix non è feuilleton, ma piuttosto il romanzo completo in cui sono state raccolte tutte le singole puntate uscite.

Chi scrisse i romanzi d’appendice? Gente del calibro di Dumas, Balzac, Stevenson, Salgari, Joyce e Dickens. Mica gente da poco e mica con romanzi di secondo ordine. In quel modo vennero pubblicati “L’isola del tesoro”, “Ulisse”, il ciclo dedicato a Sandokan, “I tre moschettieri” tanto per dirne alcuni. Certo alcuni libri vengono considerati “narrativa da ragazzi” (come se fosse da poco, ma anche “Pinocchio” venne pubblicato in questo modo e seriamente è davvero un romanzo per ragazzi? A me è sempre parso un po’ troppo complicato per gente che ancora deve prendere coscienza di cosa li circonda), altri invece iniziarono ad avere dignità di grande narrativa, ma poco importa: uscirono a puntate, come allegati e la gente li leggeva. E probabilmente li leggeva con così tanto gusto che qualcuno ritenne opportuno poi riunirli in un sol libro e quindi ora noi li leggiamo tutto d’un fiato.

A scuola forse si accenna al fenomeno, non lo ricordo se ai miei tempi ho studiato qualcosa, ma di certo anche se fosse, non se ne capisce la portata psicologica e il valore. “Che cavolo starà dicendo l’amaca adesso?” vi starete probabilmente chiedendo, ma vi dico che leggere a puntate un libro avvincente o appassionante è qualcosa che non possiamo più vivere o comprendere nella nostra società cannibale e veloce. Siamo talmente abituati ad avere tutto e subito che ora i telefilm non solo arrivano il giorno stesso della emissione in terra straniera, con o senza sottotitoli, ma addirittura esistono gli archivi in modo da non aspettare mai, nemmeno un minuto per vedere la puntata successiva. Ma che ne sanno quelli che aprono Netflix e compagnia danzante e, con sotto mano cibo e bevande, si snocciolano un’intera stagione della serie prescelta? Non possono capirlo, credo, perché l’ansia che scaturisce nell’aspettare è pari a tutta la serie di paranoie e congetture che si facevano. Ora aspettiamo le serie, un tempo si aspettavano le puntate. Facendo questi discorsi sembro anziana e anche di più, ma alla fine mi vien da pensare che quando ero piccola l’appuntamento fisso, prima della cena, di “Happy days” era più chiaro di sapere dove fosse il 7 sull’orologio; aspettare di vedere come andava a finire il combattimento di Pegasus contro nonsisachimasembraimbattibile era come la frase biblica “e fu sera e fu mattina”, era lo scandire del tempo chiaro. Ma io sono nata e cresciuta nell’era delle lettere, delle cartoline col francobollo e col postino, della audio cassette, della radio che gracchiava o che se ti spostavi non si sentiva più. Sono cresciuta nel tempo lento in confronto ad ora e, nello stesso tempo, sono il momento della velocità in confronto a chi doveva aspettare una settimana per vedere come andava avanti la storia.

Ci avete mai provato voi a lettere un tot di capitoli a settimana senza sgarrare? Io sì ed è un vero esperimento letterario. Mi spiego meglio. Da qualche anno, e lo avete visto su questo blog, partecipo a letture collettive varie ed eventuali e le più “strambe” sono quelle che ci hanno visto leggere Dickens a puntate: “Il nostro comune amico” è durato 1 anno e mezzo, se non ricordo male. Un anno e mezzo! Pensate quanti libri potreste leggere in quel periodo. Pensate a quante cose fate in un anno e mezzo. Noi invece abbiamo letto un libro (non abbiamo fatto solo quello, sia chiaro, perché ognuno ha continuato a vivere e a leggere contemporaneamente quel che voleva) e abbiamo aspettato un anno e mezzo per poter vedere dove andava a parare la storia. Altro che pazienza! Da quelle esperienze (perché i libri letti in quel modo sono stati più di uno) è nato il gruppo di fb “Letture folli e sgangherate” dove in libertà totale condividiamo pareri ed emozioni che suscitano le letture. Beh, Dickens non ci è mai piaciuto, tranne per “Canto di Natale” e ancora continuiamo a chiederci come è possibile tale discrepanza fra quel testo e gli altri. Ora siamo a Dumas e ci piace un sacco.

Torniamo però alle idee balzane che mi son venute in mente mentre, come lettrice, mi immedesimavo nei panni di una mia ipotetica ava lettrice che si avvicinava al ragazzo dei giornali, ne comprava una copia, cercava le due paginette o chissà quante del racconto e il resto lo abbandonava al parente di turno. Leggere, ricordare e raccogliere il tutto e poi tenerselo caro come il romanzo che poi sarebbe diventato. La sua fortuna sarebbe stata avere uno scrittore diligente come Carletto (Dickens. Sì, è diventato Carletto, è famigliare ma non proprio gentile), il quale come abbiamo potuto apprendere rispettava le tempistiche dell’editore; se però le fosse capitato Sandrino (Dumas), il quale pur di prendere soldi da mille mila editori interrompeva per mesi (mesi!!! Lo capite?!) il racconto, per iniziarne altri che poi sospendeva, cosa avrebbe fatto? Io se fossi stata in lei lo avrei strozzato. Eppure questo è uno dei tratti primari che mi ha fatto pensare: lettore paziente. O almeno apparentemente tale: non si annoverano rivolte più o meno silenziose di lettori spazientiti. Editori spazientiti sì, ma lettori boh. Si ricordano le richieste pressanti dei lettori affinché Conan Doyle facesse risorgere Sherlock Holmes. Dovrò indagare su probabili rivolte per l’interruzione da parte dello scrittore.

Leggendo poi mi sono sempre chiesta che tipo di lettore fosse: ceto alto annoiato, media o bassa borghesia in cerca di riconoscimento, l’operaio/a che cercava riscatto, la servetta che rubava un momento di libertà dalla noia del lavoro? Sicuramente questo e altro e forse qualche testo avrà affrontato la situazione (se ne conoscete il titolo siete così gentili da informarmi? Grazie), descrivendo nei minimi particolari i gesti, le movenze, le ansie e le gioie del lettore. A me ricorda un po’ Jo March con la sua brama di lettura (okkei devo leggere davvero il libro, non posso basarmi solo sui film…). Mi vengono in mente fumose città di fine ottocento come Londra o Torino, dove il progresso delle fabbriche andava a braccetto con la pesantezza dei rituali del retaggio di classe. Mi vengono in mente tante immagini confuse, ma di certo la cosa più bella è il contratto che si firmava in modo implicito fra scrittore/narratore e lettore: il lettore era paziente, aveva memoria, avrebbe compreso tutte le citazioni colte o meno (Dumas ne “Il conte di Montecristo” che stiamo leggendo ora, mette un sacco di citazioni di non così immediata comprensione), avrebbe tenuto da parte soldi e tempo per comprare tutte le puntate, avrebbe chiesto altre e altre storie ancora per poter fuggire per qualche ora dalla banalità della quotidianità. Un patto pesante che mi fa pensare come siamo ora noi lettori forti che divoriamo libri su libri e che pretendiamo di sapere sempre di più, cercando incontri letterari, festival, rubriche e blog per saziare la nostra fame bulimica di storie.

Il lettore di feuilleton ha il passo lento, la crisi d’astinenza, il sogno ad occhi aperti e la curiosità da saziare. Sarò romantica, ottocentesca, ma questa mia esperienza di lettrice di romanzi d’appendice mi sta ridando il senso lento della lettura e della condivisione: non ci si trova più all’edicola o al bar per parlare dell’ultima avventura, lo si scrive su fb; non si mettono più da parte religiosamente i fogli di giornale, si fanno foto da condividere su instagram; eppure…eppure si aspetta il giorno prefissato per poter leggere, anche se il romanzo è lì, bello grosso, sul comodino o nella borsa da viaggio. Aspettare. Leggere. Ricordare. Condividere.

Non so chi fossero esattamente i lettori di feuilleton, ma consiglio a tutti di mettersi nelle loro scarpe per sentire le farfalle nello stomaco a ripensare agli accadimenti del personaggio preferito.

illustrazione di Headless studio
illustrazione di Headless studio

Elogio della biblioteca

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Paura di tutti i lettori veri.

Un post così, che nasce soprattutto dalla riflessione mia personale quando vedo gente comprare un sacco di libri, lamentarsi degli acquisti e dei soldi spesi, farsi consigliare senza senso libri da altri (conosciuti e sconosciuti) e poi magari lamentarsi del pessimo consiglio. Maaaaaaaaaaaaa tutti hanno questa marea di spazio e soldi da comprare ogni libri che gli passa per la mente? No, perché io vivo in spazio vitale risicato e con i pochi soldi che passa il convento lavorativo tanti libri non me li posso comprare. Quindi? Cosa non quadra?

Alt! Ognuno con i suoi soldi fa quello che gli pare, quindi non contesto minimamente l’acquisto di oggetti che fanno piacere, ma mi chiedo se abbia senso spenderli senza ragionamento oculato, visto che poi le lamentele ci sono. Un tempo anche io, con la mia famiglia d’origine, non avevo problemi a comprare libri e devo dire che raramente abbiamo acquistato male, ma è semplice fortuna oculata: rimanere in ambito del conosciuto o leggere un autore classico che ha scritto tanto aiuta tantissimo. Poi è arrivata la crisi e anche la diminuzione di spazio vitale e allora si sono riscoperte le biblioteche. E si è aperto il mondo!

Come si fa a vivere senza biblioteche se sei un lettore onnivoro e affamato? E sul limite della povertà una volta sì e l’altra pure, aggiungiamo. So di aver scritto altre volte sulle biblioteche e sul fatto che per me è stata una meravigliosa scoperta che ha solo ampliato il mio spazio mentale senza dover diminuire soldi e spazio fisico. Ora mi chiedo perché non le si usi in modo più massiccio…

Molto probabilmente ci saranno analisi su questo fenomeno, ma è meno impattante del problema dell’editoria, delle librerie che chiudono o del fatto che i lettori diminuiscono. Lettori o compratori di libri? Me lo sono sempre chiesta. Alla fine anche se sembra tutto la stessa roba, se vai in biblioteca il libro non lo compri, non fai girare l’economia, quell’editore non stampa x libri, quella libreria non vende, non ci sono stipendi per chi lavora e quindi poi si chiude. Corto circuito lettori! Qualcosa non quadra nel mio ragionamento, ne sono convinta. Qualcosa che riguarda l’educazione al leggere e al possedere libri, perché essere lettori non vuol dire comprare libri (io ne compro in modo compulsivo e ne leggo di meno di quelli che prendo o compro e leggo altro, non so, follia mia), comprare libri o tanti libri non ci rende ottimi lettori, leggere tanto non sempre implica comprendere quello che si legge, consultare testi non sempre aiuta. Non…non…non. Allora cosa servono le biblioteche? A far guerra all’editoria, al commercio, alle librerie? Non scherziamo! Eppure sembra così, se non ci rendiamo conto che non sono binari paralleli di un unico tragitto ferroviario, ma punti di interscambio, di passaggio, di consapevolezza.

Quindi adesso vi metterò i punti per cui, secondo me, ogni forte lettore, medio lettore e nuovo lettore deve sostenere le biblioteche civiche, comunali o quel che è, incentivarne il prestito, insistere sugli acquisti e farle vivere.

  1. sono un centro d’aggregazione sociale. Questa non è difficile da capire, ma in un mondo sempre più isolante, dietro ognuno ai nostri schermi, uscire e guardarsi in faccia non è male. A volte in biblioteca si riparano persone che una casa non ce l’hanno e qui continuano ad avere un senso di umanità civile (sempre che si comportino degnamente).
  2. sono un centro di scambio di idee, soprattutto le biblioteche universitarie, anche se in certe città qualcuno pensa che siano il loro territorio personale di “anarchia” dove le leggi sono sospese, in realtà quei luoghi dovrebbero continuare la tradizione delle università laiche medievali, nate in antitesi e continuità con i monasteri religiosi e quindi permettere che le idee circolino, si scontrino, si ricalibrino per il bene di tutta la comunità e della politica.
  3. sono un momento in cui la solitudine si può combattere. Pensate a quanta gente sola, spesso anziani, “costretta” a uscire di casa per andare a prendersi qualche libro, trova poi un modo per scambiare due parole non solo col bibliotecario. Un tempo avevamo le piazze, ora abbiamo i centri commerciali con l’aria condizionata, ma ci possono essere anche le biblioteche.
  4. sono un luogo di crescita, soprattutto le biblioteche per bambini. E’ vero che ci sono asili, giardinetti e parchi apposta, ma non di solo svago deve vivere il cervello di un bambino, futuro adulto. Alimentiamo quei neuroni anche con le storie!
  5. sono un supporto economico per lettori. Questa è facile da capire.
  6. sono un supporto economico per lettori dubbiosi, nel senso che se non sei convinto che quel libro ti piaccia, lo prendi in biblioteca e poi magari te lo compri (capita, fidatevi).
  7. sono un momento di incontro fra lettori e scrittori e/o editori. Sono un salotto accogliente in cui parlare di cultura a qualunque livello.
  8. quando giocavate a sim city senza biblioteche il vostro quartiere non progrediva anche se avevate altro, qualcosa vorrà dire no?
  9. sono un luogo in cui le domande possono trovare risposte. Con tutti quei libri uno che ti dica cosa cerchi dovresti trovarlo!
  10. sono un luogo di innamoramento e amicizia. Dai, perché no?
  11. sono un ente sociale, educativo, culturale, propositivo e civico. Basterebbe solo questo per doverle sostenere.
  12. leggere libri rari, fuori catalogo, costosissimi.
  13. Non ci sono solo libri, ma anche dvd, cd, fumetti e tanto altro.

Forse ci possono essere anche altre risposte sul perché è dovere di ogni cittadino pretendere e sostenere le biblioteche, ma forse basterebbe capire che esse sono come i musei, dove la cultura è a disposizione di tutti perché possano crescere e amare la cultura e ampliare i propri orizzonti e capire come spendere anche i propri soldi per comprare libri che fisicamente devono starci vicino per tutta la vita possibilmente. Una città senza biblioteche è una città afona, che allontana da se stessa chi deve invece investirci soldi, tempo, passione, fatica e gioia. Non prendetemi per scema, perché non vivo sulle nuvole, ma le biblioteche sono non un’antagonista alle librerie, ma la spalla su cui appoggiarsi perché permette davvero che la conoscenza possa arrivare a tutti senza spendere nulla di più delle tasse comunali che già si pagano.

Credete nelle biblioteche, perché possono permettere a piccole case editrici di nascere, agli editori di investire e alle librerie di crescere: ogni nuovo lettore nato, cresciuto, educato, appassionato, sarà un lettore compratore bisognoso di capire, vedere, crescere, avere e incontrare.

Andate nelle biblioteche quando siete in crisi di lettura e non sapete cosa leggere, fidatevi dei consigli di amici e bibliotecari, ma se avrete trovato un libro che parlava a voi lo comprerete dopo, se invece non sarà scattata la magia non rimprovererete nessuno se non il tempo sprecato. Un passaggio in meno in libreria non vi farà perdere la voglia di comprare, tanto lo sapete benissimo che se siete “ammalati di librite” dovranno colpirvi fortissimo in testa per farvela passare, avrete solo aumentato le possibilità di leggere. Fidatevi della sottoscritta sull’amaca. 😉

Pretendete dai vostri sindaci, uscenti entranti sotto elezione, che ci credano fortemente nelle biblioteche, che investano tempo e denaro per sostenerle, per farle crescere, per renderle una seconda/terza/quarta piazza cittadina. Pretendete che ci siano servizi pubblici comodi per arrivarci e non che siano piazzate lontano come isole nel deserto. Pretendete che ce ne siano tante (a Parma sono davvero fortunata e incrocio le dita che si continui così per sempre) in vari quartieri della città in modo che siano come le celle di uno stupendo alveare di libri. Davvero, le biblioteche sono un tesoro per tutti.

Towers of Knowledge, di Rob Gonsalves
Towers of Knowledge, di Rob Gonsalves

“Savior” di McFarlane, Holguin, Crain

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pagina di ibs

Premessa: questo post è un post di miei pensieri liberi, associazioni personali, collegamenti miei sul fumetto “Savior”. Non è una tesina e non vuole nemmeno valere come “studio”, ma solo come chiacchierata. Se vi va di aggiungere qualcosa, commentate perché questo fumetto mi ha smosso il cervello più di quanto mi aspettassi.

Sinceramente non ho intenzione di fare una recensione di questo fumetto, ma di parlarne comunque perché  ne vale la pena. Prima di tutto perché ha una sceneggiatura solida autoconclusiva nell’album brossurato della Panini Comics del 2015, senza buchi, spazi, dubbi o finali troppo aperti (oddio il finale è aperto, ma alla fine non si sente l’esigenza di un seguito. Almeno secondo me. O magari c’è e io non lo so nemmeno). Secondo perché i disegni sono spettacolari, curati e precisi, dove l’anatomia non sempre realistica è comunque funzionale alla scena ritratta nella singola vignetta, dall’angolazione prescelta per dare quel determinato sentimento al lettore. Terzo, i dialoghi sono impegnativi, ma non troppo pesanti; di norma mi perdo se devo leggere troppo in ogni vignetta, detesto gli spiegoni, ma mi piace sapere quello che serve per avere il senso di ogni sequenza.

Questo fumetto mi è capitato fra le mani per quel meccanismo diventato normale di andare in biblioteca e a ogni giro di raccolta libri aggiungerci un fumetto che mi ispira, senza un vero perché. Ho saltato i vari Pratt, Bonelli vari, Bonvi o Jacovitti per puntare ad altro, al di là che alcuni di loro li conosco per averli letto a suo tempo o per averne in casa alcuni albi, ma cercavo qualcosa oltre la mia zona di competenza e siccome la Biblioteca Civica di Parma ha una buona collezione di fumetti perché non provare? Di solito cerco storie o disegni che mi ispirino e non sempre l’uno deve andare per forza con l’altro, anche se certi albi li ho per ora lasciati in scaffale solo perché il disegno non mi ispirava. Avere in casa un illustratore storico non mi aiuta ad essere sempre misericordiosa con chi disegna in stile poco umano. Comunque sia, questo album mi è capitato fra le mani sicuramente per il disegno e la grafica in generale e poi per quel non so che istintivo che mi ha sempre dominato in lettura.

Di cosa parla? Di una sciagura aerea, di un uomo sovrannaturale, di una cittadina di provincia, di religione. Tutto condensato senza essere un tomo esplicativo. Più leggevo e più venivano in mente certe cose che ho letto e visto sin da ragazzina. Mi è ritornato alla mente (e spesso mi capita mi tocca dire) “Straniero in terra straniera” di Robert A. Heinlein con quel suo senso religioso e straniante dove un uomo speciale sconvolge gli umani “normali”, provocando le reazioni più disparate. Qui il nostro uomo speciale è più simile a Superman che a Valentine Michael Smith, con superpoteri che non sa davvero gestire, con quel senso pesante di Messia. Nell’ultimi film dedicato proprio all’uomo di Kripton il senso di Superman cambia dallo stereotipo normale di alieno che si mischia fra la gente cercando di passare nell’indifferenza tranne quando è suo dovere salvarla, ma diventa colui che incarna il Bene e come tale deve fisicamente e manifestamente immolarsi alla causa (in “Batman vs Superman” c’è l’immagine di Superman circondato da uomini e donne adoranti e silenziose e lui nel mezzo come a coglierne l’energia e il peso. Un’immagine da dipinto e molto evocativa). Il nostro smemorato invece sa di poter gestire la vita e la morte, come farebbe uno sciamano vero, segnando il destino di una persona e di quelle che la circondano (avete presente “La vita è meravigliosa” di F. Capra? Ecco, quello), ma senza preoccuparsi delle conseguenze. Conseguenze che non si vedono, se non in quella ragazzina salvata nel disastro aereo che lui ha salvato. E nessuno capisce come ha fatto. Lui diventa l’uomo misterioso come Valentine Michael Smith marziano terrestre che tutti vorrebbero per sè, come un santino vivente.

A questo punto mi è venuto in mente “Carnivàle” serie televisiva vista tantissimi anni fa (quando ancora Netlix non esisteva e bisognava sperare che Tele+ o Sky ne capissero la portata, perché scaricare un film o un telefilm a volte era una tragedia. Son passati 12 anni e sembra un millennio fa…). Mi è tornato in mente quando sulla scena compare la classica setta americana di matrice cristiana, ma che col cristianesimo di qualsiasi ordine e grado ti fa pensare che non abbia molto a che fare. La setta nel fumetto non è approfondita nella sua teologia, ma è presente con la sua rabbia, con il suo modo di circuire l’anello debole di una catena di solitudini di provincia per ottenere…cosa? Rabbia. Non mi viene altro da dire. Perché mi è tornato in mente il telefilm suddetto? Primo perché la presenza del padre metodista è un po’ lo stereotipo di un’America costellata da mille sette, contro sette, religioni a portar via, religioni classiche, ateismo e agnosticismo. Secondo perché è come una sensazioni uditiva: i campi assolati e quasi desertici dell Iowa, con quel caldo che mi fa venire alla mente le cicale (vivo in Emilia, in Pianura Padana, dove in estate anche con le finestre chiuse e la tv accesa le cicale si fanno sentire come se sedessero accanto a te), la sabbia sollevata dalle auto, le televisioni a cercare uno scoop. Non saprei dirlo con certezza, ma mi ha ricordato alcune scene di quando il circo con i loro pesanti e imponenti mezzi si spostavano da una città all’altra, mentre la rabbia e il pericolo fra loro arrivava come una mandria di cavalli. Sono sensazioni, non saprei come spiegarlo diversamente.

Infine “X-files”. Volevate che in questo fumetto mancasse l’elemento governativo? Naaaa. E non ci sta male, anche se è come un intermezzo. Viene in mente l’uomo che fuma, l’avversario di Mulder & Scully, con la sua normale visione di manipolazione delle coscienze per tenere tutti tranquilli. L’intermezzo è funzionale non tanto per la storia, ma per far capire come sia facile manipolare i tranquilli e i complottisti e che alla fine, se uno sa usare bene i mezzi di comunicazione, sa come far ballare la gente. E’ un pezzo molto istruttivo che a me ha fatto sorridere, visto che di questi tempi apri fb e trovi il peggio del peggio con tutti tuttologi (ricordate l’ultima canzone di Gabbani, quella che ha vinto Sanremo? Ascoltate bene il testo…ci prende per i fondelli che è una meraviglia e noi la cantiamo pure! Genio!). Fa sorridere, se non fosse che poi i risultati fanno piangere, ma lasciamo perdere valà.

Alla fine della lettura mi è rimasto un dubbio, costellato da varie risposte. Perché storie così sono credibili soltanto in America? Insomma se pensiamo a sette religiose, fenomeni paranormali, manipolazioni culturali, uomini in nero, non possiamo immaginarcelo se non in America. A me viene da dire proprio per la sua conformazione storica più che politica: dove sono confluite diverse etnie, con diverse religiose, dove sono arrivati quelli che l’Europa non voleva più (mica poteva mandarli tutti nella colonia penale dell’Australia!), dove son fuggiti i perseguitati religiosi di qualsiasi stato europeo, dove si sono mischiati volenti o nolenti con le popolazioni indigene. Un miscuglio etnico, religioso, linguistico che ha visto nella violenza e nella legge (vedi l’epopea del vecchio west) il tentativo di creare uno stato unitario, ma che ha dovuto cedere alla guerra di secessione prima di poter avere una stabilità. Ma ve lo immaginate un racconto del genere in Italia? Io me lo immagino il santone di turno che gira per le strade di Napoli o di Bolzano, la giornalista mandata dalla D’Urso o da “La vita in diretta”, la vecchietta che diceva “ah, ma salutava sempre” e il politico che tira fuori un blog e parla di complotti e della restaurata dc-p2 e Giacobbo coi templari. Dai, non siamo credibili!

Forse è per quel motivo che certe storie son credibili sono in America e in una certa zona dell’America: la provincia abbandonata a se stessa. Forse noi certe storie non sappiamo raccontarle, con i nostri millenni di storie, di guerre, di ordine costituito politico o religioso che sia. Forse il nostro orizzonte è limitato e anche quando guardiamo il mare alla fine vediamo la costa dello stato di fronte a noi. O forse non è la nostra epica, dominata ancora da Romolo e Remo o dalle leggende medievali. Noi siamo altro, anche se oramai coi social il mondo è diventato grande come un salotto e noi stiamo prendendo anche le paure della provincia abbandonata americana…

“120, rue de la Gare” di Léo Malet

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recensione di anobii

Dicono che non si possa capire il noir se non hai letto Simenon e Malet. Simenon lo amo sin da bambina (lessi un suo libro per la prima volta alle elementari), Malet non lo conoscevo fino ad ora. Era il caso di rimediare e iniziare a leggere anche questa serie.

L’investigatore Nestor Bruma sembra uscito più che da un romanzo, da un fumetto per quel suo modo di fare incurante del pericolo e delle regole, pur essendo un investigatore privato. Lo troviamo che è la seconda guerra mondiale, in una Francia ancora sotto gli allarmi aerei, i campi di prigionia, i passaporti e i visti, gli ospedali che sembrano quasi un carcere e la polizia che cerca di far tornare la legalità come se si trattasse di normale amministrazione. Ci sono rapporti lavorativi da ristabilire e agganci utili da rinsaldare, senza pestare i piedi a nessuno, ma quando gli ammazzano sotto gli occhi un suo collaboratore e sotto un lampione staziona la sosia di una splendida attrice, a Nestor non par vero di dover rimettere in moto la sua vita. E anche quell’incontro strano, con uno smemorato, nei campi di prigionia, inizia ad avere un senso in tutta questa intricata serie di incontri e di messaggi spediti via posta.

La scrittura è agevole, anche un po’ troppo a volte e son dovuta tornare indietro per rileggere i passaggi appena letti. Non capisco come mai mi stia succedendo. Ho sicuramente cambiato “metodo” di lettura con annessa attenzione, ma a volte mi capita leggendo di perdere il senso di quello che sto leggendo, come se le parole fluissero troppo velocemente: e allora le lascio andare, immaginando quello che percepisco e vedendo quello che viene descritto. La scrittura di Malet non è descrittiva, anzi è essenziale e scarna, ma non per questo non riesce a rendere bene le situazioni e i rapporti, raccontando una Francia sotto tono, quasi in gabbia, senza mai parlare di politica o di storia: ci sono gli aerei, gli attestati, i documenti rilasciati, quella sensazione di pericolo sottostante, ma non è nominato alcun personaggio o evento che inquadri la storia nella Storia. E’ una Francia secca che cerca di rimettersi in piedi, senza dare sconti a nessuno, ma nemmeno senza cercare di far pagare in eterno qualcosa. Burma sembra uno che alle regole fatica a stare, ma sembra solo apparenza mentre cerca di rimettere in riga tutti i pezzi di uno strano puzzle che gli è capitato fra le mani. Ecco “capitato fra le mani” in questo romanzo è il concetto giusto: qui tutto un po’ capita, si innesca, si incastra e alla fine, come il classico insegna, si risolve facilmente come se fosse evidente a tutti. Io però mi son persa qualche dettaglio e alla fine non ho potuto far altro che vedere l’esito e assentire.

A questo punto mi chiedo cosa lo accomuni a Simenon e al suo Maigret e sinceramente non ho una risposta. Di certo c’è un certo stile “alla francese”: avete presente quanto guardate i film francesi? Hanno quel non so che di “colorato” e sofisticato anche quando sono commedie per tutti (non credo che abbiano dei cinepanettoni loro, almeno glielo auguro). Capisco che dire che i film francesi e anche i romanzi abbiano un quel non so che di “colorato” non è molto professionale, ma è una cosa che mi capita di associare odori, sapori e sensazioni ai colori per spiegare la sensazione di un qualcosa (o un gusto. Per esempio per me la vaniglia è blu. Punto. Come posso spiegarvelo in altro modo? Non si può!). Vorrei dire che Burma è la parte più sensuale e giovane di Maigret, oppure potrebbe essere la scanzonata spalla del commissario, ma alla fine loro sono due mondi che non si possono incontrare, non solo e non tanto per l’ambientazione cronologica, ma proprio per il concepire l’indagine. Se non fosse per la pipa… Maigret per me trova un suo erede in Adamsberg della Vargas con quel suo modo paterno di affrontare le persone, anche quando prende per la collottala il cattivo o l’interrogato reticente di turno; Burma invece è troppo carico per poter aver cura di chi ha di fronte con la pazienza serena del poliziotto, anzi lui un po’ li deride con il loro modo di fare ligio al dovere. Maigret è diventato famoso, Burma molto meno: come mai? Mi rimane un mistero per ora.

Voto: 6 e mezzo E’ stata una piacevole lettura e devo ammettere che mentre leggevo mi convincevo che un altro episodio non mi avrebbe attratto, ma a ripensarci, mentre scrivo (di botto come al solito, lasciando che il cervello vaghi, senza appunti) mi vien da pensare che una seconda opportunità si può concedere, cercando di capire alcune cose di questo personaggio e del suo autore.

Scheda tecnica

titolo originale:  “120, rue de la Gare”

traduttore: Federica Angelini

anno di pubblicazione: 1943

edizione: Fazi Editore

finito di stampare: febbraio 2006 presso Grafiche del Liri s.r.l.

edizione italiana a cura di  Luigi Bernardi

grafica di copertina di Maurizio Ceccato

in copertina disegno di © Jacques Tardi

pagine 203

prezzo: €8,50