“L’ibisco viola” di Chimamanda Ngozi Adichie

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Recensioni e trama dal sito di goodreads.com

Secondo libro (per me) del gruppo di lettura “Libri alla polvere”. Premesso: come non considero più di tanto il sesso dello scrittore o le sue preferenze, così guardo poco chi scrive da dove. Ovviamente ogni elemento è di per sè modificatore di narrazione in base a chi si è e a come si voglia comunicare. Punto. Fine.

Detto questo il romanzo parla del passaggio dalla adolescenza a una certa prima maturità di una giovane ragazza nigeriana di ottima famiglia, abituata ai lussi, ma anche a temere un padre molto ingombrante e troppo rigido, in un momento di vera crisi politica e sociale del suo paese, la Nigeria. Questo in soldoni e le aspettative sono alte, perché questo potrebbe essere un romanzo di denuncia delle violenze famigliari (che alla fine non hanno colore e latitudini), del fanatismo religioso (che anche qua non hanno una unica direzione), delle discriminazioni e della denuncia di libertà quando un colpo di stato stravolge la normalità di un paese. Ma questo, per me, non è davvero un libro di denuncia, perché sembra sempre rimanere in superficie a trattare i vari problemi, a non voler affondare il colpo sui personaggi, a infierire sulle distorsioni.

Prendiamo il padre, Eugene: converito al cattolicesimo, vive la religione con quel fare fanatico di chi vorrebbe cancellare il passato vergognandosene, per cui non è mai abbastanza il tempo da dedicare alla preghiere al posto del dialogo, quando ci si riempie la bocca del nome di Dio anche staccando assegni. Nel mentre picchia la moglie incinta e i figli se sgarrano anche solo avendo condiviso un breve periodo di vacanza dalla zia con il nonno pagano (o tradizionalista, dipende dai punti di vista). Oppure organizza puntigliosamente la vita dei figli, salvo poi disinteressarsi se in vacanza non lo applichino manco un po’. Ha tutti gli elementi di un padre padrone, ma non ha gli eccessi, le vere vessazioni, le privazioni e i metodi che tutti i violenti applicano per mascherare al di fuori la propria violenza: è un vessato che non sa fare bene il suo lavoro mi pare. Non voglio dire che non sia un personaggio negativo, perché lo è e non lo salvo in nulla, ma diamine il film “Il colore viola” mi è rimasto impresso da quando lo vidi da bambina, questo me ne dimenticherò alla prossima recensione.

Non è nemmeno un romanzo “femminista” pur avendo i personaggi femminili dei bei caratteri contrastanti, ma che si amalgamano troppo bene: la moglie vessata e sottomessa va a braccetto con la cognata indipendente e moderna e viceversa, senza che nessuna smuova l’altra davvero; la cugina fa conoscere il mondo moderno alla protagonista, ma nemmeno in una puntata di telefilm è stato così sbrigativo. Peccato, perché il personaggio di zia Ifeoma e quello della figlia Amaka sono ben costruiti e di rottura in una Nigeria che ti aspetti ancora arretrata e tribale (perché è il nostro immaginario colonialista inconscio a farcelo credere), invece ha università aperte a tutti e tutte da ogni parte della cattedra; ma sono accennati, progressisti ma “va bene tutto”, lottatrici ma alla fine sembrano non avere niente contro cui lottare perché la loro vita scorre anche nelle difficoltà di una vita non agiata.

Potrebbe essere anche un libro sulla religione e sul fanatismo, con tutti i personaggi utili da mettere sul palco: il nonno anziano e moribondo ma legato alla religione degli avi, il padre convertito e ultra fedele, padre Benedict il sacerdote bianco e padre Amadi l’equivalente nero di Padre Ralph di “Uccelli di rovo”. E invece? Niente. Perché tutti questi personaggi non si incontrano e quindi non si scontrano mai e quindi non vi è tensione e non vi è catarsi. Ci sono solo posizioni monolitiche e comode (come un paio di pantofole da hotel) buone per tutti. Tanto alla fine la morte o la missione risolvono tutto.

E infine l’ibisco viola, di sfondo. Bello come pochi e raro da sembrare quasi una reliquia che passa da un giardino all’altro, senza il patema del coltivarlo, ma ceduto al giardiniere e qualche volta tenuto a bada per poi sbocciare con una normalità imbarazzante. Lo senti che è un simbolo, un dono da una parte della famiglia all’altra, un tentativo di far comprendere che ci sono cose bellissime che possono nascere, ma che senso ha tutto ciò se non si ha il patos di non sapere se il seme attaccherà alla terra?

Vi ho detto anche troppo, forse, sperando di non aver rivelato di più di quanto volessi, perché alla fine non è che non sia un buon libro da leggere, ma non è niente di eccezionale, di quel capolavoro di cui leggevo su goodreads. E’ come se l’autrice fosse stata sul lungo mare, avesse raccontato nelle minuzie quello che vedeva dai colori alle persone alle situazioni, ma avesse avuto timore di immergersi nell’acqua oltre al ginocchio, mentre credo che questa storia avesse bisogno di farci immergere anche nella parte più oscura per darci modo poi di risalire in qualche modo a prendere una boccata d’aria.

Voto: 6

A chi lo consiglio: a coloro che volessero iniziare un percorso di conoscenza di uno stato africano molto lontano da noi e molto complesso e che purtroppo le cronache nere dei nostri giornali portano alla ribalta per cose ben poco belle da leggere.

Scheda tecnica

traduttrice Maria Giuseppina Cavallo

titolo originale “Purple Hibiscus”

anno di pubblicazione 2003

casa editrice Einaudi

stampato nel 2016

copertina: foto PhotoAlto / Wildcard Images U.K.

progetto grafico: 46xy

pagine 227

ebook

 

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“Il garage ermetico” di Moebius

20180502_181142_wm[1]Moebius è uno degli pseudonimi dell’artista Jean Giraud (1938-2012), artista francese a tutto tondo. Tendenzialmente cerchiamo di limitare i disegnatori di fumetti a un solo ambito, per una certa tendenza a minimizzare le capacità artistiche (oh come sono polemica con chi non capisce i fumetti! oh come sono polemica!), ma qui è davvero difficile limitarne a un solo ambito. Qui stiamo parlando di un autore poliedrico, curioso, rivoluzionario e ben poco etichettabile, che ha scelto come suo strumento il fumetto piuttosto che altro.

 

Creando Moebius ho rappresentato qualcuno che aveva scelto per la propria esistenza il compito di creare, di dare vita a un mondo. Era quello che sognavo per Jean Giraud.

Nel 1965 crea “Blueberry”, un ottocentesco tenente di cavalleria dell’esercito degli Stati Uniti, entrando a piendo diritto nell’epopea del wester con un metodo narrativo più simile alla cinematografia che al fumetto di allora.

Negli anni ’70 crea insieme ad altri disegnatori la rivista “Métal Hurlant“, vera e propria fucina dell’avanguardia figurativa francese. Il loro motto era rompere gli schemi, scomporre la narrazione e rinunciare ai legami fra le vignette. Si parla di rivoluzione del fumetto, mica caccole.

Negli ’80 è l’incontro con Jodorowski a regalare un altro personaggio molto importante nel fumetto: Incal. Ma è anche il periodo in cui si avvicina alla collaborazione con il cinema da una collaborazione con Jodorowki per realizzare “Dune” (non andata in porto, ma il materiale è stato salvato), a collaborazioni quali per la realizzazione di “Willow” di Ron Howard, “Alien” di Ridley Scott, “Tron” di Steven Lisberger e “Il quinto elemento” di Luc Besson.

Nel 1985 venne insignito dalla Francia dell’Ordine al nazionale al merito per meriti artistici e culturali.

Perché questa lunga premessa, insolita per una recensione? Perché l’autore merita di essere conosciuto e queste sono le notizie più eclatanti reperibili sul web senza troppa fatica. Perché nella mia personalissima missione di conoscenza del fumetto (sempre santa sia la biblioteca civica per aiutarmi), c’è anche la mia voglia di farvi capire, se non siete appassionati di fumetti per pigrizia e snobbismo, che vi state perdendo degli artisti e che il problema è vostro che siete pigri e aridi. Tiè. Che le cose possono non piacere, ma non perché ritenute a priori di poco conto, ma perché non c’è feeling e va bene. Moebius è un gigante e non solo perché il suo nome si cita come “Guerra e Pace” senza aver letto nè l’uno nè l’altro, ma perché quando apri un suo fumetto lo noti e lo senti.

Aprire e leggere “Il garage ermetico” è un’esperienza. Quando affronti Joyce e il flusso di coscienza molli i suoi libri perché non ce la puoi fare, ma quando apri questo fumetto puoi solo scegliere di affrontarlo o abbandonarlo. E se scegli la seconda opzione, beh perdi (e forse perdi anche se molli Joyce. Ok lo affronteremo).

Il fumetto è una sequenza di due o tre pagine fra loro conseguenti, ma nel totale legate non come se fosse un’unica storia logica. E’ difficile da spiegare, ma alla fine rileggendo uno degli scopi di “Métal Hurlant” capisci cosa si intende. Questo è un racconto di fantascienza: onirico, dissacrante, melanconico, coi buoni e i cattivi, le razze, gli intrallazzatori, le giovani fanciulle più o meno pudiche e tanta strana tecnologia che permette ogni cosa. Si seguono alcuni filoni che puntano a convergere: c’è l’arciere mascherato (che porta la maschera per essere riconosciuto. Geniale analisi sul mascherarsi), c’è Cornelius o il maggiore Grubert ricercato e rinomato personaggi che molti vorrebbero fermare in qualche modo. E poi personaggi, astronavi, androidi e viaggi nel tempo e nello spazio.

Un ottimo articolo su Moebius e “Il garage ermetico” lo potete trovare su http://www.fantascienza.com che ringrazio per avermi illuminato su alcuni dettagli. Ecco il link diretto.

Voto: 7. Il voto è alto per vari motivi.

Prima di tutto il disegno, la matita, la capacità di soffermarsi sui dettagli e sull’uso del bianco e nero creando veri e propri ritratti e nella vignetta dopo stilizzare la figura umana per renderla essenziale e illusoria come solo i fumetti devono essere.

Il secondo per aver creato un mondo fantascientifico con la complicata capacità di lasciar intravedere dietro le porte, dietro le astronavi, dietro ai raggi e alle stanze n°6 di alberghi spuntati nel nulla.

Terzo perchè per me si è divertito un sacco a prendere in giro tutti, creando una storia illogica e non lineare, ma riuscendo nello stesso tempo a sorprendere con frasi, concetti e capacità artistica. Prendere in giro, e secondo me lo fa ancora, un mondo che vorrebbe capire tutto, senza mai mettersi in gioco o in discussione.

Il voto alto perché due di tre elementi fondamentali per capire un fumetto, ovvero matite e sceneggiature, sono di livello eccelso e difficilmente raggiungibile; il terzo elemento, ovvero la trama, lascia lo spazio all’immaginazione e alla provocazione, alla fascinazione e alla presa in giro.

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Una mia piccola selezione di vignette per farvi capire il valore artistico, la capacità di raccontare attraverso le immagini, la caratterizzazione dei personaggi anche con pochi tratti e la maestria nel ritratto (a proposito Cornelius in lato a sinistra non vi ricorda un qualche attore molto famoso in questi anni? 😉 )

Consigliato: agli appassionati più o meno alle prime armi della sci-fi; ai sognatori; a chi voglia davvero essere stupito essendo costretto a cedere contro le armi della non logica narrativa.

Scheda tecnica:

Autore: Moebius

traduttore: Marco Farinelli

casa editrice: Edizioni BD

stampato nel gennaio 2010 da Aquattro, Chivasso (TO)

font design: Paolo “Ottokin”Campana

grafica, lettering e impaginazione: Luca Bertelé

 

Il web è pieno di bei libri?

Mentre la giornata del libro e del diritto d’autore volge verso il suo termine e io non ho letto manco una riga per carenza di voglia, mi sono trovata invischiata in un’ennesima discussione che mi porta sempre a riflettere un po’ più in generale. No, non vi dirò cosa è successo e dove (anche perché erano discussioni in una bacheca privata di fb), ma la conclusione è che, per me, è un po’ strano che ci siano solo libri belli in giro. E’ davvero così?

Senza ombra di dubbio, i gusti personali non si discutono. Quando un libro ti tocca delle corde, ti fa tornare qualcosa in mente, entra in rapporto empatico con te, qualsiasi libro è valido. Punto. Non si discute. Il piacere soggettivo è qualcosa che esula da schemi, recensioni, termini e tecniche, ci si può confrontare per ore o anni, ma alla fine se non si hanno davanti persone ragionevoli si arriverà a scontri che manco in certe zone del mondo son così pericolosi.

Allora quale è il vero problema?

Il problema per me è che ci sono troppe recensioni entusiate, piene di “meraviglioso”, “la meraviglia” (“E la bellezza?” cit.), “una cosa senza precedenti” e…nessuna altra spiegazione. Oh, non sono tutti così, mancherebbe: ci sono vari livelli di comunicazione di parere sui libri dai book blogger (coi vari social annessi), ai lettori semplici, alle groupies (oddio ci sono anche quelle), alle recensioni professioniste, agli uffici stampa e ai canali di mera pubblicità. Ognuno di loro ha poi al suo interno oneri e onori e capacità comunicative diverse. Saltiamo a pie’ pari tutti coloro che per motivi più o meno economici devono parlare bene di un libro, perché loro devono vendere e se vendi un libro scritto piccolo a un cieco hai vinto (qui mica possiamo usare ancora i poveri esquimesi e la quintalata di frigoriferi che hanno!); saltiamo anche coloro che fanno recensioni per avere seguito e farsi mandare i libri a casa, perché alla fine non sono dissimili dalle varie riviste sui libri e vanno bene anche loro. Arriviamo a quei “normali” book blogger o lettori più o meno anonimi che esprimono un loro parere e ogni volta il libro è un successo.  Perché? Ma davvero…perché?

  • Ci sono quelli che ammettono che non recensiscono sui loro canali libri che non hanno trovato gradevoli. Perché?
  • Ci sono quelli che non riescono a concepire che il loro idolo o il genere che amano possano produrre emerite ciofeche. Perché?
  • Ci sono quelli che non sanno leggere o anche scrivere molte volte (mamma mia gli strafalcioni non da battitura, ma da ignoranza pura!), ma sentono il bisogno di dire la loro e dire che è tutto “bellissimo”. Perché?

So che come mio solito questi soliloqui rimangono domande buttate al vento e ognuno continuerà a dire, giustamente la sua, finché non romperò le scatole alle persone sbagliate, ma il mio essere cervellotico mi fa cercare le risposte alle mie domande e questa è una di quelle più pressanti in questo momento.

Perché non è accettabile scrivere che un libro è brutto? Perché non devo, scrivendo in modo educato ma non nascondendo nulla (compreso disgusto e sarcasmo), comunicare agli altri un parere diverso dalla massa, da quello che si aspettano tutti, da quello che certi gruppi si aspettano?

Si può stroncare tutto e tutti, con capacità di farlo senza passare nel penale, e sicuramente stroncare un classico con un autore morto cento e passa anni fa è molto più facile che farlo di uno vivente, magari che ti legge anche sui tuoi social, di cui sei amico dell’amico dell’amico su fb o conosci la casa editrice che sai che è brava ma non puoi dire che ha scazzato una cosa… Un tempo erano in pochi quelli che potevano sedersi al tavolo di uno scrittore, ora mi sembra che sia un po’ affollato quel posto e che ci sia un delirio di massa collettivo. Non esistono autori intoccabili, ci sono solo autori che ami profondamente che è altro discorso. Ci sono lettori che nel loro delirio comprerebbero anche la lista della spesa se scritto da xyz, ma da qui a non rendersi conto di un calo di verve, di libri scritti magari per pagare le bollette (lo faceva anche Dumas, sapete? Solo che lui lo sapeva fare, anche nel casino, anche pagando un buon ghost writer. Ci vuole capacità anche per farsi pagare le bollette e i vizi), ce ne passa.

Quindi quale è il nucleo di questo modo di fare un po’ schizzato? Può essere che oltre a essere un popolo di allenatori, politici, papi, (santi e navigatori li abbiamo persi per strada insieme ai poeti che si rifiutano di fermasi da noi), siamo anche un popolo di recensori di libri e col cacchio ci facciamo scippare la seggiolina di like e di rufianate?

Sì, non sto descrivendo bene questo mondo che seguo e che vedo, ma come parlo male dei libri che non mi piacciono, cerco di capire cosa non mi convince di quello che mi circonda e mi sembra che ci sia un po’ di delirio di onnipotenza da parte di persone comuni, di bazzicatori di gruppi, di scribacchiatori di post su fb o foto fatte su instagram e qualche # su twitter. Credo che i grandi server come anobii e goodreads pur essendo una manna e un bel porto di mare, abbiano portato a riva anche cose che era meglio rimanessero rinchiuse al bar, fra una chiacchiera e l’altra.

Io adoro quelli che hanno lo spirito e le capacità di analisi per comunicare anche quello che non piace, quello che non ha convinto, notando anche errori di scrittura o di costruzione di un romanzo. E sapete perché? Uno perché sono dei rivoluzionari: in un mondo in cui si ricerca il pollice o i cuori, dire cose non piacevoli non è facile. Due perché sono loro che fanno crescere il mondo dei lettori.

Essì miei cari recensori, a mio parere sono proprio quelli che paiono distruggere un libro, con parole e concetti e non solo con versi a caso, perché mettono il dubbio, costringono gli altri a porsi dubbi, sarebbero gli unici dico che potrebbero costringere gli scrittori a rimettersi in gioco, le case editrici a curare o a sperimentare, i lettori a vedere qualcosa di diverso. Le recensioni entusiastiche non fanno crescere nessuno, sono come le continue lodi ai bambini facendoli credere dei geni e poi di fronte alle difficoltà vanno in crisi e si trasformano in bulli frustrati.

Anche perché scrivere una recensione negativa è difficilissimo. Bisogna superare il senso di “schifo” che a volte emerge e tocca sviscerarlo, capirlo, prenderlo in mano e dargli una forma coerente; quando non è oggettivo l’errore, bisogna trasformare il soggettivo o l’istintivo in comprensibile. Scrivere recensioni negative mette in crisi, credetemi. Ci sono quelli che buttano di getto le idee e se ne fregano di altri lettori, degli scrittori e altro e sputano fiele e veleno, ma anche loro sono nocivi e inutili come i gridolini da stadio. Perché si può scegliere anche qua, come nella vita, come agire e quale tipo di critica porgere se è per costruire o per distruggere. Forse leggendo certi miei commenti mi vien da pensare che alla fine mi frega poco parlare a un autore dicendo che forse avrebbe fatto meglio a farsi revisionare meglio il manoscritto e pensarci un secondo a sistemare le cose, ma alla fine forse tranne qualche caso ho cercato di spiegare perché le cose non giravano per me, i pezzi sembravano buttati lì e le occasioni perse. Sono pochi i libri che arrivano a voti pesantemente negativi, anche perché se davvero un libro è così distante da me tendo ad abbandonarlo. Come ho fatto per “Roderick Duddle” di Michele Mari che mi ha così infastidito che ho deciso di abbandonarlo a poco meno della metà, per quanto il gruppo di lettura lo avesse trovato meraviglioso, però su goodreads ho messo che l’ho abbandonato e perché.

La vita è troppo breve per sprecarla a leggere libri che non fanno per noi. (autocit)

Forse è questo il vero motivo del fatto che il web sia pieno di libri meravigliosi? Abbandoniamo per sempre quelli negativi per non farci avvelenare la vita? Siamo davvero così selettivi da riuscire a trovare sempre qualcosa che ci entusiasma e che ci fa gridare al capolavoro, innamorare furiosamente dell’autore, agognare come disperati fuori dalle librerie il prossimo sconosciuto romanzo? Sono io che sono cinicamente razionale da sapere che su una marea  di libri, che sembra non finire mai, almeno il 50% sono piante che avrebbero avuto il diritto di vivere in altro modo?

Ditemi che voi trovate corretto dire che “non mi è piaciuto perché”; che se lo avete abbandonato non ne fate mistero; che se non riuscite a leggere una certa prosa non è perché siete rimbecilliti ma perché è illeggibile; che come diceva Pennac il lettore ha dei diritti, ma secondo me ha anche il dovere di aiutare altri lettori a scegliere meglio. So di non essere sola, ci sono tante persone “coraggiose”, ma a volte manco la particella di sodio si sente così sola a parlare su certi canali…

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“Il nascondiglio” di Pupi Avati

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https://www.librimondadori.it/autore/pupi-avati/

Quanti di voi conoscevano l’Avati scrittore? Quanti di voi conoscono Pupi Avati? Sembrano due domande facili, da rispondere con un sì o con un no, ma in realtà danno l’idea di quanto questo autore sia davvero più complesso di quanto il suo santino faccia intuire. Perché parlo di santino? Perché come ogni personaggio di un certo spessore in Italia si dà per scontato di sapere chi sia e soprattutto è sempre grandissimo e sempre al massimo. Io non conoscevo la sua versione di scrittore e anche come regista non posso dirmi una sua esperta. Eppure Avati ha uno stile inconfondibile, una sorta di marca di dna, una sorta di inprinting di terra. Avati è un emiliano e chi ha mai vissuto in Emilia lo può riconoscere. Parlo di parte, perché io sono emiliana per buona parte della mia genetica e credo che farei molta fatica a staccarmi da queste zone. Queste sono zone che se ci nasci, ti rimangono dentro come l’umidità e le zanzare, ma anche come il cibo e le case colorate, le storie del Grande Fiume e quelle della seconda guerra mondiale; è una terra di ricchezza, fertile e obesa di sapori e colori (anche se non sembra, ma anche la nebbia è colore), ma anche di sangue sparso. Faccio fatica a raccontarvi questa mia terra senza sentire nelle orecchi le tiritere del “c’avete solo la nebbia” con coro da stadio da chi qui non c’è mai stato e non ha capito come sia una terra magica e pericolosa nello stesso tempo. Tutto questo miscuglio di porte aperte con la chiave sopra, di resdore che tirano la pasta (ma anche certi ceffoni che ti rigirano) di uomini pronti ad andare dai campi al lavoro, dalle biciclette e i tabarri, tutto ciò è insito in una certa epica di Avati. Certo stiamo parlando di un’Emilia che non esiste più, soppiantata dal progresso, ma nello stesso tempo rimane dentro nel momento in cui ti fermi a mangiare torta fritta (no, lo gnocco è a Reggio Emilia e non è la stessa cosa, come la tigella e poi fino alla piadina in Romagna. Possibile che non vediate quanto sono diversi?) e salumi e lambrusco nella tazza, fino a trovare la propria confort zone in un piatto di tortellini in brodo (tutto il resto è eresia) e via andare…adesso mi è venuta fame…

Torniamo al libro. Tutto questo lungo escursus emiliano serve a far capire come questo sottofondo sia ben presente da “La casa dalle finestre che ridono” a questo “Il nascondiglio”, con nebbie, silenzi, cibo, case abbandonate, donne forti e donne misteriose. Questo è un libro di donne. Donna è la protagonista, donne lo sono i fantasmi, donna è l’avvocato che cerca di aiutarla finalmente, mentre gli uomini rimangono come comprimari o colpevoli, ma sempre secondari, impacciati, tentati di imporsi con vecchi metodi collaudati del potere  e della corruzione. E da quel che ricordo non è la prima volta che Avati propone personaggi femminili molto più importanti e di spessore di quelli maschili: possiamo parlare di un femminismo del regista? E se sì, di che tipo?

Il libro parla di una donna dimessa da un ospedale psichiatrico a seguito della morte per suicidio del marito. Ella è rimasta dentro per anni, cercando di curare il suo continuo sentire le voci, ma alla fine viene dichiarata guarita; va a vivere in una cittadina dell’Iowa in una vecchia casa soprannominata “Snakes Hall”, rimasta chiusa dopo un efferato omicidio di due donne e la scomparsa di altre due donne (in ogni coppia c’era anche una suora). Ovviamente nessuno le dice nulla prima. Ovviamente la casa è un bellissimo rudere da rimettere a posto, ma che sembra che con quattro mani di vernice torni tutto a posto in un attimo. Ovviamente nessuno ha fatto una serie indagine e tanto meno un controllo della casa. Ovviamente niente è come sembra e quando lei invece di sentirsi ancora pazza, decide di indagare, ovviamente nessuno l’aiuta ma anzi. Quell’ “ovviamente” che ho più spesso ripetuto non vuol essere un avverbio di noia o di già visto, ma in effetti la scansione degli eventi e delle situazioni e dei personaggi che si avvicendano sono alquanto già visti e rivisti e prevedibili, ma questo non toglie la bravura, o forse la scaltrezza, dell’autore di scrivere un racconto biografico surreale, di una certa bassa (come quella americana assomiglia a quella bolognese!), di sapori e suoni che non possono essere che italiani, che incuriosisce e si fa ben leggere.

Questo libro non è un capolavoro, ma il suo stile secco stringato, cinematografico (e molte altre recensioni lo hanno notato ma con connotazione negativa), fanno di questo nostro qualcosa che val la pena di leggere. Avati non si perde in chiacchiere, non fa giri di parole, descrive in modo secco e conciso quello che vuole che il lettore veda; quello che non descrive forse non è così importante e tanto vale che faccia da sè il lettore. A mio parere non è un difetto, ma mi da l’idea di una chiarezza di visione della situazione, una padronanza del mezzo si direbbe, la capacità di non far distrarre. Per buona parte della storia il lettore sa più della protagonista e come al solito non può intervenire, poi si chiede perché e cerca di indagare per arrivare in fine alla risoluzione del caso. Non voglio aggiungere di più perché spiegare cosa succede significa togliere la suspance che c’è che in realtà non è molta. Il vero orrore qui non è il mostrone o il paranormale, ma è quello che va oltre il normale, quella sensazione di mistero, di manipolazione delle persone, di sopravvivenza oltre al vivere. E’ qualcosa di strano che diventa difficile dirvi senza svelarvi il finale.

Ultima annotazione. Ho parlato di biografia in questa recensione e non ho sbagliato o meglio non sono stata del tutto corretta. In fondo al libro Avanti svela un carteggio fra lui e una signora riguardante una oscura faccenda accaduta tanti anni prima: da questo carteggio egli avrebbe tratto, liberamente, questo libro e poi il film omonimo. Mah…su questo aspetto, come ho detto altra volta, rimango molto perplessa e non so se sia una sensazione a pelle (spesso ci azzecco) o mia scarsa fiducia nel genere umano scrivente.

Voto: 6 e mezzo. Si legge in pochissimo e bene, ma non aspettatevi di essere terrorizzati da non poter stare da soli, ma aspettatevi di girare per la bassa (qualunque) e di sperare di non sentire certe voci o esere toccati da certe mani.

A chi lo consiglio: a chi ama la bassa italiana che poi non è altro che bassa in buona parte del mondo occidentale, con le sue specifiche, ma molto simile a se stessa; a chi cerca un “mondo piccolo” che non rassicura.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 2007

editore: Oscar Mondadori, piccola biblioteca

stampato presso Mondadori Printing S.p.A. a Milano nello stabilimento NSM a Cles (TV). Printed in Italy

pagine 124

prezzo € 8,40

copertina: foto© W. Eugene Smith/ Time & Life Pictures / Getty Images / Laura Ronchi

in quartina: foto© Nicolas Guerin / Corbis

progetto grafico: Giacomo Callo

graphic designer: Wanda Lavizzari

 

 

Pausa…grazie Borges

Questo è un post “per me” e che deve stare su questo blog perché è mio e perché deve ricordare a tutti che se non siamo in grado noi di esprimerci, magari altri hanno scritto le parole adatte e ci possono aiutare a rendere quello che proviamo, quel marasma unico che siamo. Borges è uno “che mi capisce” e ho trovato nelle sue parole quello che faccio una fatica bestia a esprimere. Grazie.

Torneremo presto a dire scemate. Non vi preoccupate.

 

AMICIZIA

Non posso darti soluzioni per tutti i problemi della vita,
Non ho risposte per i tuoi dubbi o timori,
però posso ascoltarli e dividerli con te.
Non posso cambiare né il tuo passato né il tuo futuro,
però quando serve starò vicino a te.
Non posso evitarti di precipitare, solamente posso offrirti la mia mano perché ti sostenga e non cada.
La tua allegria, il tuo successo e il tuo trionfo non sono i miei,
però gioisco sinceramente quando ti vedo felice.

Non giudico le decisioni che prendi nella vita,
mi limito ad appoggiarti, a stimolarti e aiutarti se me lo chiedi.
Non posso tracciare limiti dentro i quali devi muoverti,
però posso offrirti lo spazio necessario per crescere.
Non posso evitare la tua sofferenza, quando qualche pena ti tocca il cuore,
però posso piangere con te e raccogliere i pezzi per rimetterlo a nuovo.
Non posso dirti né cosa sei né cosa devi essere,
solamente posso volerti come sei ed essere tuo amico.
In questo giorno pensavo a qualcuno che mi fosse amico,
in quel momento sei apparso tu…
Non sei né sopra né sotto né in mezzo, non sei né in testa né alla fine della lista.
Non sei né il numero uno né il numero finale e tanto meno ho la pretesa
di essere io il primo, il secondo o il terzo della tua lista.
Basta che tu mi voglia come amico.
Poi ho capito che siamo veramente amici.
Ho fatto quello che farebbe qualsiasi amico:
ho pregato e ho ringraziato Dio per te.
Grazie per essermi amico.

Jorge Luis Borges

Di lettori e lettori

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Ho preso questa foto tempo fa. Credo che faccia parte di una pubblicità. Se trovate i riferimenti passatemeli. Grazie.

Ho letto il post “Ho incontrato il lettore nudo e crudo” di Marco Rossari e sono rimasta un po’ interdetta.

Al di là del concetto di “gruppo di lettura”, quello che non riesco a inquadrare è cosa voglia dire “essere un lettore”.
Per tutto il post ho avuto il sentore di una sorta di snobbismo accademico che vede chi legge come uno che deve cogliere “l’occhio della madre” di fantozziana memoria; che il proprio essere, le proprie esperienze, i propri sentimenti di fronte al testo scritto, sacro e inviolabile, debbano annullarsi e sparire; che se la “scheda del testo” non è abbastanza lunga da includere la citazione di x e y, non è valida. Poi alla fine pare un po’ andare tutto in secondo piano per porsi il dubbio che essere lettore sia anche quello più “ignorante”.
Mah…ve lo dico sinceramente.
Vi dico che per me un libro si legge indipendentemente dal proprio bagaglio culturale; dal fatto che hai frequentato le scuole alte (che ricordiamocelo sono sempre quelle al terzo piano); dal fatto che lo hai visto quel maledetto “occhio della madre” mentre Goku e Vegeta se le davano di santa ragione! Quello che voglio dire che molti libri possono avere più schemi di lettura e non è detto che uno sia meglio dell’altro.
Trovare il pelo nell’uovo, cogliendo la citazione, approvando il giudizio del critico amato e disprezzando quello meno seguito, andando dietro alla visione della corrente di moda è sicuramente un modo per leggere un classico. Amare o odiare visceralmente va bene lo stesso.

Ma chi è il lettore alla fine?

Io credo che il lettore sia colui o colei che entra empaticamente in relazione con una storia, sia che ne capisca il valore intriseco, sia che parteggi spudoratamente per uno o per l’altro. Non dovrebbero esserci compiti a casa o voti e non credo nemmeno che qualcuno si possa arrogare il diritto di dire che una visione sia più consona che un’altra: alla fine lo sappiamo davvero cosa voleva intendere un (che ne so?) Aristofane a caso? Perché alla fine dai grandi libri di massa (che vengono un po’ snobbati come secondari) al classico il passo è breve. Rifugiarsi nella didascalia che è stata data a un libro che ha più di duecento anni è una forma di coperta di Linus buona per tutti, ma rischiare di massacrare quello che tutti amano per il sol gusto di farlo è la coperta oscura di Linus e quindi cambia poco.

Quindi?

Boh, non è che io abbia un preciso punto di arrivo per questo mio post, ma solo un continuo e disconnesso monologo per cercare di capire quello che mi ronza per la testa, quindi rassegnatevi e se vi pare leggete e magari commentate, che così mi si snebbia il cervello.

10441299_10152069648452382_291417288058872004_n.jpgContinuando. Sono andata per la prima volta in un gruppo di lettura, di quelli che si incontrano fisicamente e si danno un libro fisso…insomma quelle cose serie in cui si discute a tema. Ovviamente io non avevo letto nulla e più che altro volevo capire se potessi trovarmi bene. Lasciando perdere i dettagli e le derive, il fatto che io parli troppo e dovrei star zitta e che si parla di Storia io dovrei indossare una maschera perché mi si leggono in faccia le cose, vabbè, una cosa mi ha stupito e fatto ragionare. Non ricordo per quale motivo avessi citato “Le città invisibili” di Calvino, ma se ne è parlato e una ragazza (che scopro mentre parla essere un’insegnante di superiori, non ricordo se liceo o tecnico, ma poco importa) racconta che in una classe hanno fatto un buon lavoro con degli architetti sul concetto di città. Son stata zitta, mentre cervello puntiglioso rognava. Ci ho pensato per tempo e alla fine la conclusione è stata: ma perché no? Ossia, per me il libro di Calvino parla di vita e di esperienze, in ogni città io ho rivissuto cose del mio passato, emozioni gioie e dolori, persone incontrate e persone lasciate, perfino il mio “lavoro” di rievocatrice storica: per me quel libro va letto da grandi, quando la Vita ti costringe ad affrontare tanti scogli e qualche discesa. Avrei dovuto dogmaticamente imporre quella visione? No. Punto. Il libro e la sua storia sono un mezzo per capire mille sfumature diverse, ma alla fine noi forse davvero non conosceremo il vero intento dell’autore (o forse sì, ma perdonatemi la vaghezza perché non conosco la parte saggistica riguardante Calvino), quel moto che lo ha spinto a scrivere una parola dietro l’altra, ma sappiamo quello che arriva a noi e secondo me questo è davvero importante. Se un libro parla, smuove, provoca, fa ragionare anche sul nostro presente secondo me è un libro che vale la pena di leggere.

Non esiste libro intoccabile (tolgo i testi teologici delle religioni per non incorrere in ire e fulmini vari), non esiste libro che abbia valore dogmatico valido per tutti, non esiste storia che non possa essere smontata aprioristicamente o personaggi da salvare e condannare senza altra possibilità. Esistono rapporti. Rapporti a tre, carnali, passionali, frigidi, fertili, intellettuali o giocosi fra scrittore, libro e lettore. In tantissimi testi, di qualsiasi genere, si possono cogliere sottointesi, citazioni e riferimenti, ma si vive bene anche senza notarli. Sviscerare la grammatica del testo mi fa tornare alle scuole superiori dove ho detestato i libri imposti e smembrati come cadaveri sul tavolo delle autopsie.

Quello che ho trovato interessante nel gruppo di lettura proposto da “Libri alla polvere” era l’eterogeneità del gruppo, con differenti interessi e percorsi professionali, con le timidezze e le impertinenze, ma soprattutto con un approccio molto diretto al testo. Perché alla fine il lettore nudo e crudo non è una bestia da zoo da analizzare col bisturi o da condurre al pascolo perché preferisce una chiave di lettura piuttosto che un’altra, ma è piuttosto quello che stanco di dover bere sempre dalla stessa fonte, decide di assaggiarne un’altra e la trova più dissentante.

Quale è il limite del proprio personalissimo giudizio di merito?

Sinceramente non lo so.

Nel mio gruppo di lettura “Letture Collettive Folli e Sgangherate” detestiamo Dickens, o meglio Tristezza Carletto (continuando a chiederci come abbia fatto a scrivere “Canto di Natale” che adoriamo tutte) e abbiamo letto libri che tutti osannano come dei capolavori (“Grandi Speranze” e “Il nostro comune amico”), ma per noi sono state delle vere mortificazioni. Ogni tanto mi chiedo come sia stato possibile e forse una risposta me la do col fatto che leggendo a puntate si notano certe ripetizioni o certe lentezze che in una normale lettura scivolano via. Per esempio. Non può essere tutto qua alla fine. Non siamo riuscite a cogliere dei dettagli? Abbiamo messo troppo noi stesse nel giudicare certi personaggi? Me la faccio la domanda, pur non volendo cambiare il mio giudizio negativo, senza trovare una vera risposta. Siamo state dei “lettori nudi e crudi” come nel post?

Mi sento di girare attorno come il criceto sulla ruota senza trovare una soluzione, perché forse non esiste e se un post mi ha scatenato più fastidi che certezze è forse perché alla fine sulla lettura si discute troppo, ci si dà troppi giudizi e soprattutto ci si prende troppo sul serio. Vorrei dire “ben venga Fabio Volo se porta a leggere le persone”, ma sincermente non ce la faccio, perché ammetto che forse son snob anche io, ma alla fine la lettura, come i film e la musica sono il sale della vita: di vite a volte troppo difficili e complicate da dover essere massacrate da schede libro obbligatorie; vite pesanti che vanno alleggerite anche piangendo (quante volte avete sentito dire “era bellissimo, ho pianto tanto!”); vite cervellotiche che necessitano di arzigogolamenti vari; vite che necessitano di viaggi anche interstellari; vite che anelano e respingono con la libertà di esistere. Come non esiste un solo tipo di vita, così non esiste un solo tipo di lettore e quindi una sola risposta alla lettura.

Forse il “lettore nudo e crudo” è quello che si accetta per quel che legge, per quel che giudica giustificando, per quel che si immedesima o per quel che cita. Forse se la smettessimo di analizzarci vicendevolmente, ma ci ascoltassimo e ci mettessimo più tranquillamente a confronto forse ce la godremmo anche un po’ di più.

“La casa del buio” di King & Straub

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Link alla scheda sul Goodreads

Chi fa le quarte di copertine ha un dovere, anzi più di uno in realtà, ma in questo caso uno ce l’ha più di tutti: segnalare quando un libro fa parte di una serie. Ecchecavolo! Non si può leggere una cosa, poi inizi ad avere la sensazione che ci siano dei riferimenti, ma ti dici di no; le sensazioni che ti manchino dei pezzi; fai la figa scrivendo cose e citazioni sul quadernino e poi…bam! Tutto chiaro! Tutto lì e ti senti anche un po’ scema!

Sappiatelo: questo libro fa parte di almeno due sequenze. Una è “Il Talismano” e l’altra è “La torre nera”. Ah, ma te dovresti saperlo che King cita, si autocita, lega tutto! Certo che lo so, ma questo fa parte del ciclo in un qualche modo: è uno spin-off come si dice in gergo? E’ una puntata? I personaggi li ritroveremo? Ty serve a qualcosa? Lo scopriremo solo leggendo mi sa, anche se saremo boicottati dagli scrittori di quarte di copertine. Pessimismo e fastidio!

Comunque sia, partiamo un po’ a parlare di questo libro. Come forse sapete se avete letto qualche mia recensione io non sono una fan di King, anche perché siamo ancora in perfetta parità per spostare l’equilibrio del gusto da “non mi piace” al “cavoli che libro!”; c’è un sano e dissacrante distacco nei suoi confronti e una crescente curiosità a leggere certi suoi libri. Straub, invece, tanto osannato non mi convince forse perché ho letto un unico libro su una storia di fantasmi e l’ha mandata a ramengo in modo così banale che per me è ceffoni a due per due. Ma tutti gli espertoni dicono che sull’horror sono due grandi…sarò scema io oppure (e inizio a crederlo) non temo più nulla. Questo libro viene presentato come un pugno allo stomaco che non ti farà dormire e di certo l’argomento di base lo: la sparizione, uccisione e mutilazione di alcuni bambini in una cittadina americana (ecco, quelle mi fanno paura e King lo sa se no non ci ficcherebbe la peggio feccia di mostri e spostati, tutti a vivere attorno a un qualche cimitero indiano). Ovviamente il povero poliziotto incaricato pensa che sarebbe meglio trovarsi dentro a un tornado che dover rispondere alla cittadinanza e alle famiglie coinvolte. Dalle profondità degli abissi sembra rischiarare una luce quando riappare sulla scena il, ormai in pensione, investigatore Jack Sawyer capace di leggere e ascoltare meglio di chiunque per riuscire a incastrare gli assassini.

Peccato che non tutti gli diano fede e cerchino di metterlo nei guai e rovinargli la reputazione. Vabbè posso capire la moglie dell’assassino precedente, ma il “simpatico” giornalista Wendell Green. Apriamo una parentesi un attimo: quanto King e/o Straub detesta la gente e i giornalisti che la guidano? Unisco queste due “figure” perché alla fine quello che muove entrambi è una sorta di pancia collettiva acefala e bisognosa di sangue: non importa chi cosa e quando sia colpevole, basta distruggere l’altro. Il modo in cui vengono descritti nella loro bassezza viscerale, frutto di frustrazioni e invidia, è il vero pezzo di horror che mi ha spaventato, perché è tangibile in mezzo a noi. Questo libro è stato scritto nel 2001, ben prima di certi eventi storici, ma credo in un momento in cui si potevano vedere i prodromi di una certa televisione spettacolo, di un certo giornalismo di bassa lega, di una estremizzazione del “diritto del popolo a sapere”. A 17 anni di distanza, non so come sia la situazione americana, ma di certo in Italia “sbatti il mostro in prima pagina anche inventando bugie” è ora un must.

Torniamo al racconto. Jack Sawyer è uno che ha i poteri, che ne sente il peso, ma non può farci nulla. Gestire le sensazioni, vedere cose che non ci sono, capire che ci sono più mondi che interagiscono fra loro su piani differenti, è un peso e non un dono, una condanna più che un piacere. Egli può andare nei Territori, quelli che la madre dell’ultima vittima rapita chiama “Altrove”, conosce gli abitanti, sa come sono le regole. Ma i Territori non sono la nostra realtà anche se qualcuno sta cercando forse di mangiarsi pezzi di questa per i suoi scopi di potere. E allora senza citarla del tutto, senza spoilerare cose che son state dette in altri libri sappiamo della Torre, del Re Rosso e dei Frangitori; di come qualcuno cerchi bambini con gli stessi poteri di Sawyer e di come altri cerchino invece di liberarli. Una guerra fra bene e male che oltrepassa il concetto di tempo e spazio, che usa armi non convenzionali e non fa prigionieri.

Non voglio spoilerare più di tanto, ma sono molto belli i biker in versione “vendicatori” anche se si fanno prendere la mano e ne pagano le conseguenze; bello il personaggio del dj cieco Henry Leyden che da solo riesce a riempire praticamente tutta la radio, facendo più persone e più voci, ma che soprattutto è come la coscienza di Jack. Riescono ad essere credibili anche i personaggi “normali”, come Fred il padre del ragazzino rapito e il poliziotto capo Dale Gilbertson: essere normali in una situazione che alla fine è poco credibile è una delle cose più difficili da rendere. Perché alla fine questo romanzo è un “semplice” giallo o thriller con un assassino seriale, un profiling, una serie di vittime e una caccia allo scadere del tempo, solo che a un certo punto non sei più nello stesso piano astrale di quello che pensi.

La coppia genitoriale di Ty ricorda molto quella di “Pet Sematary”, ma con i ruoli inversi ossia è la moglie che va giù di testa in modo assurdo. Questa serie di autocitazioni o riferimenti ad altre situazioni è, da quel che ho capito, tipico in King e non è strano che alcuni personaggi vengano anche solo citati in altri libri, ma questa descrizione della famiglia ha qualche senso? Non voglio psicanalizzare il Re, ma mi chiedo se ci sia un qualche schema o è solo una sua fissa: alla fine la famiglia è il primo nucleo che salta, costringendo i personaggi ad agire da soli, senza mai riuscire a trovare conforto in chi ti dorme accanto, ma invece cercandolo nel vicino di casa o in perfetti sconosciuti.

Anche i personaggi negativi, la casa e il Pescatore, sono ben strutturati ed essendo fra loro legati alla fine ti viene da chiedere se davvero quando compri casa non dovessi fare una piccola ricerca sulla moralità del costruttore. Perché se ogni cosa che facciamo in qualche modo è influenzata da quello che siamo e dalla volontà con cui la facciamo, quando compri la casa da uno che è corrotto e marcio dentro il minimo che ti accade è che lei sia un portale oscuro di viscida malvagità. Il minimo.

Voto 7. Questo è uno dei King buoni e Straub si fa ricredere.

Parliamo un secondo della scrittura a due mani. Dove finisce una e inizia l’altra? Forse leggerlo il lingua potrebbe aiutare, ma credo che esista un modo per amalgamare il tutto. Quindi, a questo punto, chi ha tirato chi per far venir fuori un prodotto che fila dall’inizio alla fine? Che pur prendendo la tangente del fantasy, risulta credibile e logico? E’ uno di quei dubbi che dovranno rimanere tale, visto che per me King è altalenante e Straub non sa creare delle conclusioni a livello della storia.

Consigliato: oltre a chi ama gli horror e a chi sta cercando di capire quanto è vasto il mondo della Torre Nera, a chi ama i thriller con una parte soprannaturale, perché alla fine un’indagine è un’indagine e un cattivo va in qualche modo ricondotto al giudizio.

Nota: Nel libro vengono citati due libri:

  1. “Casa desolata” di C. Dickens
  2. “House Hill” di S. Jackson

Se nel secondo caso, la costruzione e la casa stessa hanno una storia e una vita propria, nel primo caso non saprei cosa dire: Dickens parla di case possedute? Chi lo ha letto mi può dare una risposta senza costringermi a leggerlo? Grazie.

Scheda tecnica

Traduttore: Maria Teresa Marenco

Titolo originale: Black House

anno di pubblicazione: 2001

editore: Mondadori, serie “I miti”

stampato presso Mondadori Printing S.p.A. a Milano nello stabilimento NSM a Cles (TV). Printed in Italy

pagine 731

prezzo € 4.60

copertina: foto© Steinbacher / Photonica

Marc Cohen

progetto grafico: art director Giacomo Callo; graphic designer Cristiano Guerri

genere Horror

 

 

“Nostalgia del sangue” di Dario Correnti

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Link al sito della Giunti

Questo è uno di quei libri che stanno girando sui social, molto osannati dai book blogger e quindi sta avendo un gran successo; anche io sulla loro scia, o meglio convinta dalle recensioni entusiastiche e dalla disponibilità in biblioteca, mi sono messa a leggerlo. E a me non ha convinto. Ecco, detto subito alle prime righe come mio solito. Vi prego continuate a leggere la recensione.

La trama è abbastanza lineare. Nella bassa lombarda o meglio bergamasca si aggira probabilmente un serial killer che si rifà alle imprese di sangue di Vincenzo Verzeni, primo serial killer italiano che proprio in quelle zone aveva agito fra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento. Un imitatore? Un redivivo omicida? Un erede? Nessuno lo sa, anche perché all’inizio nessun giornalista ne aveva colto il collegamento, se non una giovane e sfigata stagista giornalista che invece la cosa l’aveva vista. Informata la prima penna di questo famosissimo giornale milanese, dove anche lei lavora, i due, Marco Besana e Ilaria Patti, partono alla caccia. Fra vecchie scartoffie, mitomani e sfasati vari, riescono a tirare le fila dell’intricata matassa e arrivare al colpevole.

Bon, fine. Fatta.

In realtà il problema è come ci arrivano. Prima di tutto con troppe pagine e capitoli troppo corti. A volte narrativamente ci sta cambiare spesso inquadratura e situazioni, a volte da proprio il senso dell’azione e della fretta, ma qui non è proprio così. Il libro è lento, per quanto succedano un sacco di cose (forse anche un po’ troppe), si incastrano personaggi e vicende personali che alla fine, stranamente, non distolgono troppo dagli eventi ma sono mal disposte. Partiamo con i due più grossi difetti che io ho trovato:

  1. la marea di “gossip” giornalistico o di spiegazione di come è il mondo della carta stampata;
  2. la vicenda di Ilaria.

Nel primo caso tutta questa marea di informazioni su come si vive in quell’ambiente, degli sgambetti, di chi si fa chi e perché (ovviamente con nomi inventati o anonimi), con il “grande giornale milanese” senza nome dove si svolge la vicenda, su tv e carta stampata, le prime donne e le stagiste e le penne di grido, sono tutte distrazioni inutili. Un po’ fa colore e scenografia, ma spesso rallenta e spezza il ritmo e annoia terribilmente. Capisco che serva a inquadrare una parte della trama e dei personaggi secondari, ma anche no! Stringere, tagliare e sintetizzare.

Il secondo punto invece è la lampante dimostrazione di come un editor stronzo avesse dovuto agire. Che la nostra giovane giornalista in erba abbia un segreto oscuro alle spalle si capisce subito. Se fosse una persona viva glielo leggeresti in faccia. Mentre scrivo mi è venuto in mente il personaggio di Chloe Saint Laurent di “Profiling“, serie tv francese trasmessa qualche tempo fa da FoxCrime: strana, eccentrica, dotata come psicologa, ma che, attraverso i gesti, lascia trasparire un dramma famigliare abbastanza pesante. Nel nostro libro il dramma è un uxoricidio bello e buono a cui la piccola Ilaria ha vaghi ricordi e pessimi effetti collaterali. Non posso dire che l’idea si copiata o già sentita, ma la resa è lagnosa: il personaggio tira per le lunghe il suo malloppone di dramma (che, oh, ci sta che lo sia e che sia difficilmente digeribile, ma…lagnaaaaaa), si ammanta di aurea di vittima e lì rimane, ma con l’istinto del riscatto. Insomma è un personaggio altalenante e ondivago che a me ha fatto venire la stanchezza: o molli o rischi e se rischi affronti, perché tanto la cosa è successa e non si torna indietro e lagnarsi non fa risorgere le persone morte. Mi direte che probabilmente è un primo romanzo di una serie e forse vedremo evolvere il personaggio in un qualcosa di più definitivo…può essere, ma se devo basarmi su questo testo io credo che la stessa vicende, le stesse paure, le stesse lagne potessero essere descritte in modo meno noioso. Ha allungato troppo il brodo, come me ora per spiegarvi la noia.

E poi arriva lui alla fine: lo spiegone.

SPOILER. LEGGETE A VOSTRO RISCHIO E PERICOLO. FORSE.

Infine i nostri due eroi dipanano la vicenda e capiscano chi sia l’omicida, mentre a noi rimangono alcuni dubbi sul perché ma lo sappiamo benissimo che qualcuno ci metterà sotto il naso tutto, Ilaria decide di darsi alla pazzia, saltare il fosso e andarlo a prendere. Ecco, queste son le cose che un po’ ti fan cadere le braccia: ma porcalamiserialadra, proprio ora dovevi darti una regolata e rischiare? Razza di scriteriata, non sai manco vestirti e vuoi affrontarlo? Vi prego, Darwin pensaci tu. E invece no, non interviene Charles, ma lo spiegone.

Che cosa è lo spiegone? Dicesi spiegone quel momento in cui il cattivo in una posizione di forza sul nostro eroe, invece di ucciderlo e guardare in camera e lo spettatore e rider loro in faccia, perde tempo e spiega tutto logicamente sul suo operato. Lo spiegone permette al nostro eroe di trovare la limetta che gli permetterà di salvarsi, le forze dell’ordine arrivare, il supereroe risorgere, la marina sbucare dal tubo del water e i demoni dell’inferno andare in massa a rinnovare il ticket del parcheggio. E tu spettatore, a cui forse mancavano alcuni dettagli ma avevi capito tanto, tu ti guardi attorno e dici due semplice parole: “Ma veramente?”. Non è tanto legato al fatto che “ma veramente è successo così”, quanto piuttosto al “ma veramente sta perdendo tempo e si sta sfuggendo la vittima?”. Per me quel momento è demoralizzante e secondo me è il bollino di non qualità di un giallo. I gialli, i thriller, i noir sono complicati; se fossero facili li scriverebbero i bambini. Sono complicati perché devi svelare il perché e farlo in modo convincente; se usi il mezzo dello spiegone vuol dire che non sai più come risolvere la faccenda, che hai fatto un passo di troppo, che hai voluto strafare e non sai più come risolvere senza uccidere qualcuno a cui tenevi in qualche modo. Quindi a questo punto qualcuno non è intervenuto e secondo me un buon editor stronzo, visto comunque il materiale buono e ben scritto doveva rimandare indietro quel pezzo con un bel “lo spiegone no! Non lo avevamo considerato!”.

Voto: 6. Detto questo, non posso che dare piena sufficienza, perché è ben scritto, scorrevole (l’ho letto in due giorni che per me è un buon segno di capacità affabulatoria), ma i difetti li ho percepiti come inciampi veri. Ci sono elementi extra indagine, tipici dei gialli moderni, come la vita privata di Besana che fanno colore senza prendere il sopravvento e lui e Ilaria sono una bella coppia lavorativa, sperando che non diventino una coppia amorosa.

Mi è piaciuta anche l’ambientazione, ricordando agli appassionati di gialli italiani che la bassa lombarda è terra di omicidi, nebbia, polenta, buon vino e gente stramba. E a noi ci piace così.

Ultimo dettaglio curioso: si vede che l’autore si è documentato sulla cronaca nera e cita molti casi italiani e non solo che arrichiscono la narrazione, rendendola un po’ più credibile di un qualsiasi giallo, ma e dico ma sono buttati lì un po’ come se si facesse vedere che ha studiato.

Questa è un’opera prima di una coppia di autori che deve ancora amalgamarsi bene dietro lo pseudonimo di Dario Correnti? Mah. Forse. Può essere.

Consigliato: a chi ama i gialli italici, senza troppe cose assurde, con belle indagini logiche e su più piani, ma che non ha troppe pretese di essere stupito.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 2018

Editore: Giunti

stampato gennaio 2018 presso Elcograf S.p.A., stabilimento di Cles

pagine 535

prezzo € 19,00

copertina: foto elaborata ©Alina Zhidovinova/ Trevillion Images

progetto grafico: Rocio Isabel Gonzales

“I diari bollenti di Mary Astor” di Edward Sorel

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link del sito Adelphi

Questo è uno strano libro che trascende un po’ le lusinghe del testo, per svelarsi in altra veste. “Cioè?” vi starete chiedendo e mo’ ve lo spiego.

Il libro potrebbe apparire come un torbido resoconto di questa Mary Astor fra festini e filmini e chissà cosa d’altro, un 50 sfumature di Hollywood in salsa bianco e nero quasi muto. E invece no! O meglio non sono così bollenti questi diari. O meglio noi non leggeremo mai quei bollenti diari in questo splendido libro edito Adelphi. Noi leggeremo quella che per me è parsa una vera dichiarazione d’amore di un uomo d’arte a una donna d’arte dove le due arti si intersecano, si toccano, ma son ben distinte.

Da una parte l’autore Edward Sorel, illustratore, caricaturista statunitenste dal tratto graffiante ma dolce nello stesso momento, capace di evocare con maestria il sentimento di glamour da divinità del cinema tipico degli anni d’oro di Hollywood. In questo link trovate il suo sito e secondo me ne vale la pena passare un po’ di tempo a guardare la sua capacità di cogliere i dettagli e i modi di fare di grandi personaggi conosciuti.

Dall’altra Mary Astor, attrice in auge dagli anni ’20 ai ’40 con alti bassi, vincendo anche un Oscar nel ’46 come attrice non protagonista per “La grande menzogna” a fianco di Bette Davis. Cosa che però la portò al grande pubblico fu la causa giudiziaria intentata in sede di divorzio dal marito per ottenere la custodia della figlia (e degli alimenti sostanziosi) accusandola di essere una madre dissoluta proprio dopo aver letto questi “bollenti diari” che avrebbero fatto crollare l’aurea di perbenismo che aleggiava sul mondo del cinema.

Cosa unisce due personaggi di epoche e vite diverse? Un vero e proprio innamoramento giovanile e non solo che guida il nostro Sorel verso Astor cercando di capire esattamente qualcosa di più su di lei. Così ripercorre nel libro non solo la sua vita famigliare e professionale, un po’ come un contro altare di quello turbolento dell’attrice iniziato con la relazione molto precoce con John Barrymore e finito con 4 mariti (se non ricordo male) e flirt a non finire; ma racconta come questa sua ricerca di dare dignità a una donna che, riuscendo a sfruttare a suo favore (per una volta, visto che di solito veniva sfruttata da chi doveva volerle bene) riesce a ribaltare la condanna di femme fatale in una donna vittima. Il caso giudiziario, lo svolgimento dello stesso visto nei giornali, l’alternarsi al banco dei testimoni di nomi e volti conosciuti è solo un pezzo marginale di questa narrazione biografica a due timbri. Sorel mai una volta mette in dubbio che la sua “amata”, il suo idolo adolescenziale, possa avere il difetto di incoerenza amorosa o di non essere una buona madre, ma è sempre vista come una bambina sfruttata dai genitori che la detestano (l’autore infila un paio di volte questa accusa senza mai davvero motivarla), dagli amanti di turno, dal marito scroccone. E non possiamo chiedere altro da un libro del genere.

Il suo bello è proprio questo uscire un po’ fuori dagli schemi, dal sensazionalismo pruriginoso, dalla ricerca di voler davvero mettere in piazza i panni sporchi altrui; è il racconto di uno spezzone di vita di una persona che ha toccato con una mano quello che allora era il sogno di tantissime ragazzine e anche meno ragazzine: il cinema. La Hollywood fra le due guerre mondiali è, e rimane, una sorta di Eden artistico, una fucina di idee e una macchina da soldi; dietro, nelle pieghe dei letti sfatti e delle feste all’alba, mostrava invece il suo lato più oscuro e violento. Quegli anni furono, per chi è appassionato di cronaca nera e scandalistica, un vero turbine di alti e bassi oscuri e paccaminosi dove i giornali sguazzavano fra una recensione e una stellina morta in situazioni oscure. I “diari bollenti” dovrebbero in un certo senso svelare questo passaggio di mano da un’amante all’altra, da un set all’altro e rivelare i voti che sembra che Mary desse a tutti i suoi di amanti, ma Sorel lascia intendere, mette veli sopra i peccati e accenna solo, tranne quando deve condannare o infierire sugli uomini (di solito) negativi.

A chi è consigliato? A chi ama gli anni d’oro di Hollywood, ma non a chi cerca del torbido. A chi volesse integrare altre biografie di altri personaggi famosi, come Gershwin, George S. Kaufman (una delle storie più importanti per la Astor, ma che non portò a nulla in realtà) o Ruth Chatterton tanto per dirne alcuni, ma senza pensare di scovarne chissà quali dettagli. E’ un bell’intervallo leggero sul panorama, un modo per conoscere anche un illustratore contemporaneo (che nel libro ci regala molte sue tavole in supporto) che non so quanto sia di ampia risonanza.

Voto: 6 e mezzo. Per quanto scorra come narrazione con la facilità di un libro ben scritto e per quanto lo stile sia gradevole e ben costruito, non è che, come al solito, il voto è appena sufficiente perché non era quello che mi aspettavo. Il voto è sopra la sufficienza, perché per quanto capisca l’intendimento con cui è stato scritto, non toglie e non aggiunge niente alle conoscenze che avevo del periodo e dell’ambiente. Molto probabilmente vince sulla trama la costruzione del prodotto dalla carta un po’ più spessa del solito, dalle tante e bellissime illustrazioni a una copertina strepitosa (finalmente!): un prodotto che graficamente è veramente una chicca che forse val la pena di possedere (però a un prezzo un filino più accessibile, anche se non è carissimo).

Piccola parentesi. La cura grafica è veramente sopra gli standard dei libri normali di qualsiasi genere. Sappiamo tutti che l’Adelphi cura i suoi libri, ha collane ben distinguibili e, tranne qualche piccolo svarione (tipo l’insulsa copertina de “Lo Hobbit” nuova edizione), ha veramente attenzione a ogni piccolo o grande particolare, regalando ai lettori un prodotto di qualità che si differenzia bene nel mercato editoria di largo consumo. Per nostra fortuna non dovremmo vedere faccioni tutti uguali ammiccare dalle copertine di libri sgargianti e dai titoli che dire scolastici è un complimento. Adelphi sa come fare il suo mestiere. Qui si è superato, lavorando su più piani, mantenendo un prezzo di fascia media con qualità alta. Perché allora non consigliarlo all’acquisto proprio per il buon rapporto qualità-prezzo? Perché a me personalmente a quel prezzo preferirei prendermi un libro sulle tavole di Sorel e basta, senza la storia della Astor. Credo che si tratti di “per chi o cosa sei disposta a spendere i tuoi miseri e sudatissimi soldi” e ognuno ha le sue preferenze. Comunque un plauso e un inchino alla casa editrice.

Scheda tecnica

titolo originale : “Mary Astor’s Purple Diary. The great american sex scandal of 1936”

anno di pubblicazione: 2016

traduttore: Matteo Codignola

casa editrice: Adelphi Edizione

stampato nell’ottobre del 2017 presso L.E.G.O. S.P.A stabilimento di Levis

Disegni di Edward Sorel

pagine 167

prezzo € 20,00

 

“Abbiamo sempre vissuto nel castello” di Shirley Jackson

Il mio approccio con Shirley Jackson inizia con “L’incubo di Hill House” letto in collettiva con La libreria pericolante e sinceramente non mi aveva convinto più di tanto. Non ero partita prevenuta come mio solito quando qualcosa è tanto osannato, ma per quanto fosse godibile e piacevole (in ottica di un libro gotico ovviamente) fino a quasi la fine, il finale ha rovinato tutto non dicendo nulla, facendo cadere nel vuoto tutto e lasciando l’amaro in bocca. In un libro horror di qualsiasi sfumatura è il finale che, a mio sindacabile parere, da il valore della storia: gestirlo è complicato perché bisogna che in qualche modo si tirino le fila di tutti i discorsi in modo “coerente” sia scegliendo la via totalmente paranormale che quella più scientifica; lasciare andare i personaggi senza nessuan interazione come se niente fosse è quanto meno semplicistico. Mi direte che molti racconti trovano questo escamotage della fuga. Vero, ma molti trovano in essa la fuga che non permette di dimenticare, ma solo un allontanamento più o meno traumatico; mentre quando si fugge dicendo una sorta di “avevamo scherzato a farvi prendere così paura, potete vivere felici e contenti” no, quello non è un degno finale di una storia gotica con o senza fantasmi.

Malgrado questo preambolo ho voluto dare una seconda opportunità a questa osannata scrittrice, perché vabbè che sono bastian contrario, ma c’è un limite a tutto. Trovo questo libricino in biblioteca e rischio.

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https://www.adelphi.it/libro/9788845923661

Il libro scorre via che è una meraviglia con uno stile narrativo lineare e incisivo che incolla il lettore alle pagine e invoglia sempre a girarle per vedere come va a finire. Non mi dilungo troppo a fare relazioni stilistiche perché non ne ho le competenze, ma è raro trovare narrazioni così ben fatte (e ben tradotte) da avvinghiare il lettore, anche quello più ostile.

Arriviamo al punto: la trama o la vicenda o il nocciolo della situazione. Prima di tutto permettetemi di fermarmi sul genere che a mio avviso non è un classico horror o un gotico, ma è un romanzo di denuncia. Strano vero? O forse lo vedo solo io? In effetti sia sulla pagina Adelphi che su altri siti la denominazione è semplicemente “romanzo” o “letteratura nord americana”, quindi? Ci siamo fraintesi? Non proprio.

Il romanzo è uno strano romanzo di cronaca famigliare dove attorno alle vite di due ragazze gira non solo il tentativo di comprendere la tragedia che le ha toccate, ma soprattutto la vita di una piccola città di provincia con le sue paure. Qui secondo me arriva l’orrore. Capisco a questo punto come si riesca ad avvicinare l’autrice ad altri grandi nomi del genere, come King, proprio per aver scelto di documentare non tanto il male che viene da altrove (che sia un pianeta come gli Antichi o dall’aldilà come tanti), ma quello che si scatena dentro di noi, dentro alle persone “normali” che osservano, giudicano e condannano senza averne i mezzi. Questo è il libro del nostro orrore quotidiano. Ed è un pugno nello stomaco.

Ammetto di aver fatto fatica a leggere alcuni punti, anche se alla fine ho finito il romanzo in una giornata, perché quel senso di nausea e schifo (sì, si dice schifo, perché urto del vomito mi dicono che è troppo) mi salivano in bocca, alle orecchie ritrovando nella meschinità dei ragazzi che offendono la giovane “Merricat” e il silenzio connivente degli adulti quella stessa meschinità che affolla la nostra tv sempre pronta a sfogarsi contro il mostro di turno; torna nei pettegolezzi di cui molta gente si riempie la bocca, quasi sbavando dalla gioia nel vedere l’altro cadere o sperando che cada; nell’invidia frutto di non si sa quale paranoia mentale; in quel senso di “rivalsa” delle proprie miserie distruggendo chi abbiamo a fianco. E’ la gente normale che mi spaventa non solo nei libri. Non si può dire di non averne esperienza, anzi purtroppo coi social questo tipo di normalità ha preso il sopravvento, nel silenzio generale di quelli che macinano pane e rispetto anche standoci male.

Quella normalità che vorrebbe minimizzare le differenze; che vede la patologia in ogni atto non consono alla maggioranza; che cerca di ricondurre a sè tutto. Non che il rapporto fra le sorelle e la loro reazione ai loro drammi sia così consono, anzi ha del patologico, ma alla fine che danno fanno? Si sono rinchiuse nel loro “castello” di famiglia, vivendo del loro e pagando puntalmente con soldi correnti; non escono dai loro confini; non sono un degrado anche se la loro casa fa un po’ paura come se fosse quella della famiglia Addams; vorrebbero solo essere dimenticate. Forse è quella la loro colpa: vivere nella loro pace silenziosa lontana dalla società. E si sa che gli eremiti son sempre strani e mal visti…

Il cugino Charles che arriva come il peggior approfittatore parassita è il parente o l’amico o lo scroccone di turno che tutti noi abbiamo in qualche modo conosciuto direttamente o indirettamente, ma nel libro convoglia su di sè la figura malevola che deve portare al disastro e alla fine di un “piccolo mondo felice e fatato” dove le due sorelle si sono rifugiate. Ogni suo atto e ogni sua parola è melliflua e appiccicosa, ma la scrittrice é bravissima a far vedere come ognuno di noi, delle persone che abbiamo vicino, vogliamo vedere quel che ci fa comodo: Constance, buona a dei livelli divini, non vede mai il male negli altri, ma in modo molto puerile decide di non prendere mai una posizione; Merricat che, con la civiltà deve scontrarsi ogni tanto, vede la fine del suo mondo per mano della prevaricazione e la combatte con rabbia. Anche questo rapporto a 3, sbilanciato e violento, è sintomatico di come viviamo certi rapporti quotidiani, fra le incomprensioni frutto delle nostre paure o delle nostre capacità di leggere le persone in modo più o meno chiaro.

Constance è quella che sa, che ha capito, ma non vuole affrontare e si rinchiude nel suo mondo dorato costruito nella casa di famiglia dove la tragedia (lo sterminio della sua famiglia per avvelenamento) è scesa come un nero giustiziere o giocatore. Ha subito lei le angherie del mondo civile attraverso il legittimo processo penale per omicidio e, pur uscendone scagionata e innocente, la sua condanna non avrà ma fine. Il suo autoinfliggersi un ergastolo dorato dove tutto le ricorda il passato è qualcosa di comprensibile anche nelle sue derive patologiche. Anche perché lei sa cosa è accaduto e sapendolo, si fa custode della verità non curandosi degli effetti secondari.

Dall’altra parte la sorella Mary Catherine, piccola e coraggiosa, si rifugia nelle sue superstizioni magiche e nei suoi nascondigli per impedire al mondo esterno di rompere la bolla di sapone in cui sa di vivere. Anche lei però denota le sue devianze e problemi che il cugino Charles vorrebbe risolvere con pugno di ferro in guanto di velluto sottile, ma che non sono risolvibili se non affrontando la verità che come i giocattoli è sotterrata da qualche parte in giardino o in casa.

Le due sorelle sono complementari e, insieme allo zio un po’ tocco, offrono al lettore uno spaccato gradevole, simpatico, amicale e ogni loro atto fa parteggiare per loro. Mi ha ricordato per certi versi il film “Arsenico e vecchi merletti” di Capra soprattutto per quel tocco surreale in cui la normalità per una famiglia è l’orrore per la collettività, ma al contrario del film i temi toccati sono differenti: il film è una commedia nera su una famiglia un po’ strana, il libro è a mio parere uno spaccato di vita dove ci si chiede cosa sia la normalità e dove finisca il disagio.

Altra annotazione: il cognome delle ragazze. Da subito Blackwood mi è parso famigliare  e non ricordandomi il perché ho iniziato a pensare che la mia famigerata memoria da criceto morto avesse finalmente preso il sopravvento; è bastato, però, un giro su google per far scintillare la fiammella del dubbio: Algernon Blackwood (1869-1951) famoso scrittore britannico conosciuto per i suoi racconti legati al soprannaturale. Citazione? Omaggio? Caso? Non lo so.

A chi lo consiglio? Al di là degli appassionati di horror comune, quello che descrive il male in noi, lo consiglio a chi voglia affrontare da fuori la visione chiara e limpida del disagio che alberga nella cosidettà società civile. Lo sconsiglio a chi abbia subito e/o affrontato nella propria vita quel tipo di pochezza umana, perché è davvero descritto in modo chiaro e vivido.

Voto: 6 e mezzo. Non mi sbilancio a dare un voto alto, perché al di là che non sia quello che io cercavo (e non è colpa del libro) non mi ha convinto del tutto, alla fine è come se mancasse un quid. Il libro è una finestra su una famiglia, ma una finestra piccola che si apre e si chiude e lascia andare tante cose probabilmente ininfluenti per quello che interessasse raccontare l’autrice.

Scheda tecnica

Titolo originale: We have always lived in the castle

Traduzione di Monica Pareschi

Anno di pubblicazione: 1962

Editore: Adelphi Edizioni, serie Fabula

Stampato nel maggio 2009 presso Studio Due S.A.S, Milano. Printend in Italy

Copertina dipinto di John F. Francis “Fragole, panna e zucchero” (collezione privata)

Genere: horror

Pagine 182

Prezzo: €18,00