“I diari bollenti di Mary Astor” di Edward Sorel

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link del sito Adelphi

Questo è uno strano libro che trascende un po’ le lusinghe del testo, per svelarsi in altra veste. “Cioè?” vi starete chiedendo e mo’ ve lo spiego.

Il libro potrebbe apparire come un torbido resoconto di questa Mary Astor fra festini e filmini e chissà cosa d’altro, un 50 sfumature di Hollywood in salsa bianco e nero quasi muto. E invece no! O meglio non sono così bollenti questi diari. O meglio noi non leggeremo mai quei bollenti diari in questo splendido libro edito Adelphi. Noi leggeremo quella che per me è parsa una vera dichiarazione d’amore di un uomo d’arte a una donna d’arte dove le due arti si intersecano, si toccano, ma son ben distinte.

Da una parte l’autore Edward Sorel, illustratore, caricaturista statunitenste dal tratto graffiante ma dolce nello stesso momento, capace di evocare con maestria il sentimento di glamour da divinità del cinema tipico degli anni d’oro di Hollywood. In questo link trovate il suo sito e secondo me ne vale la pena passare un po’ di tempo a guardare la sua capacità di cogliere i dettagli e i modi di fare di grandi personaggi conosciuti.

Dall’altra Mary Astor, attrice in auge dagli anni ’20 ai ’40 con alti bassi, vincendo anche un Oscar nel ’46 come attrice non protagonista per “La grande menzogna” a fianco di Bette Davis. Cosa che però la portò al grande pubblico fu la causa giudiziaria intentata in sede di divorzio dal marito per ottenere la custodia della figlia (e degli alimenti sostanziosi) accusandola di essere una madre dissoluta proprio dopo aver letto questi “bollenti diari” che avrebbero fatto crollare l’aurea di perbenismo che aleggiava sul mondo del cinema.

Cosa unisce due personaggi di epoche e vite diverse? Un vero e proprio innamoramento giovanile e non solo che guida il nostro Sorel verso Astor cercando di capire esattamente qualcosa di più su di lei. Così ripercorre nel libro non solo la sua vita famigliare e professionale, un po’ come un contro altare di quello turbolento dell’attrice iniziato con la relazione molto precoce con John Barrymore e finito con 4 mariti (se non ricordo male) e flirt a non finire; ma racconta come questa sua ricerca di dare dignità a una donna che, riuscendo a sfruttare a suo favore (per una volta, visto che di solito veniva sfruttata da chi doveva volerle bene) riesce a ribaltare la condanna di femme fatale in una donna vittima. Il caso giudiziario, lo svolgimento dello stesso visto nei giornali, l’alternarsi al banco dei testimoni di nomi e volti conosciuti è solo un pezzo marginale di questa narrazione biografica a due timbri. Sorel mai una volta mette in dubbio che la sua “amata”, il suo idolo adolescenziale, possa avere il difetto di incoerenza amorosa o di non essere una buona madre, ma è sempre vista come una bambina sfruttata dai genitori che la detestano (l’autore infila un paio di volte questa accusa senza mai davvero motivarla), dagli amanti di turno, dal marito scroccone. E non possiamo chiedere altro da un libro del genere.

Il suo bello è proprio questo uscire un po’ fuori dagli schemi, dal sensazionalismo pruriginoso, dalla ricerca di voler davvero mettere in piazza i panni sporchi altrui; è il racconto di uno spezzone di vita di una persona che ha toccato con una mano quello che allora era il sogno di tantissime ragazzine e anche meno ragazzine: il cinema. La Hollywood fra le due guerre mondiali è, e rimane, una sorta di Eden artistico, una fucina di idee e una macchina da soldi; dietro, nelle pieghe dei letti sfatti e delle feste all’alba, mostrava invece il suo lato più oscuro e violento. Quegli anni furono, per chi è appassionato di cronaca nera e scandalistica, un vero turbine di alti e bassi oscuri e paccaminosi dove i giornali sguazzavano fra una recensione e una stellina morta in situazioni oscure. I “diari bollenti” dovrebbero in un certo senso svelare questo passaggio di mano da un’amante all’altra, da un set all’altro e rivelare i voti che sembra che Mary desse a tutti i suoi di amanti, ma Sorel lascia intendere, mette veli sopra i peccati e accenna solo, tranne quando deve condannare o infierire sugli uomini (di solito) negativi.

A chi è consigliato? A chi ama gli anni d’oro di Hollywood, ma non a chi cerca del torbido. A chi volesse integrare altre biografie di altri personaggi famosi, come Gershwin, George S. Kaufman (una delle storie più importanti per la Astor, ma che non portò a nulla in realtà) o Ruth Chatterton tanto per dirne alcuni, ma senza pensare di scovarne chissà quali dettagli. E’ un bell’intervallo leggero sul panorama, un modo per conoscere anche un illustratore contemporaneo (che nel libro ci regala molte sue tavole in supporto) che non so quanto sia di ampia risonanza.

Voto: 6 e mezzo. Per quanto scorra come narrazione con la facilità di un libro ben scritto e per quanto lo stile sia gradevole e ben costruito, non è che, come al solito, il voto è appena sufficiente perché non era quello che mi aspettavo. Il voto è sopra la sufficienza, perché per quanto capisca l’intendimento con cui è stato scritto, non toglie e non aggiunge niente alle conoscenze che avevo del periodo e dell’ambiente. Molto probabilmente vince sulla trama la costruzione del prodotto dalla carta un po’ più spessa del solito, dalle tante e bellissime illustrazioni a una copertina strepitosa (finalmente!): un prodotto che graficamente è veramente una chicca che forse val la pena di possedere (però a un prezzo un filino più accessibile, anche se non è carissimo).

Piccola parentesi. La cura grafica è veramente sopra gli standard dei libri normali di qualsiasi genere. Sappiamo tutti che l’Adelphi cura i suoi libri, ha collane ben distinguibili e, tranne qualche piccolo svarione (tipo l’insulsa copertina de “Lo Hobbit” nuova edizione), ha veramente attenzione a ogni piccolo o grande particolare, regalando ai lettori un prodotto di qualità che si differenzia bene nel mercato editoria di largo consumo. Per nostra fortuna non dovremmo vedere faccioni tutti uguali ammiccare dalle copertine di libri sgargianti e dai titoli che dire scolastici è un complimento. Adelphi sa come fare il suo mestiere. Qui si è superato, lavorando su più piani, mantenendo un prezzo di fascia media con qualità alta. Perché allora non consigliarlo all’acquisto proprio per il buon rapporto qualità-prezzo? Perché a me personalmente a quel prezzo preferirei prendermi un libro sulle tavole di Sorel e basta, senza la storia della Astor. Credo che si tratti di “per chi o cosa sei disposta a spendere i tuoi miseri e sudatissimi soldi” e ognuno ha le sue preferenze. Comunque un plauso e un inchino alla casa editrice.

Scheda tecnica

titolo originale : “Mary Astor’s Purple Diary. The great american sex scandal of 1936”

anno di pubblicazione: 2016

traduttore: Matteo Codignola

casa editrice: Adelphi Edizione

stampato nell’ottobre del 2017 presso L.E.G.O. S.P.A stabilimento di Levis

Disegni di Edward Sorel

pagine 167

prezzo € 20,00

 

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“Abbiamo sempre vissuto nel castello” di Shirley Jackson

Il mio approccio con Shirley Jackson inizia con “L’incubo di Hill House” letto in collettiva con La libreria pericolante e sinceramente non mi aveva convinto più di tanto. Non ero partita prevenuta come mio solito quando qualcosa è tanto osannato, ma per quanto fosse godibile e piacevole (in ottica di un libro gotico ovviamente) fino a quasi la fine, il finale ha rovinato tutto non dicendo nulla, facendo cadere nel vuoto tutto e lasciando l’amaro in bocca. In un libro horror di qualsiasi sfumatura è il finale che, a mio sindacabile parere, da il valore della storia: gestirlo è complicato perché bisogna che in qualche modo si tirino le fila di tutti i discorsi in modo “coerente” sia scegliendo la via totalmente paranormale che quella più scientifica; lasciare andare i personaggi senza nessuan interazione come se niente fosse è quanto meno semplicistico. Mi direte che molti racconti trovano questo escamotage della fuga. Vero, ma molti trovano in essa la fuga che non permette di dimenticare, ma solo un allontanamento più o meno traumatico; mentre quando si fugge dicendo una sorta di “avevamo scherzato a farvi prendere così paura, potete vivere felici e contenti” no, quello non è un degno finale di una storia gotica con o senza fantasmi.

Malgrado questo preambolo ho voluto dare una seconda opportunità a questa osannata scrittrice, perché vabbè che sono bastian contrario, ma c’è un limite a tutto. Trovo questo libricino in biblioteca e rischio.

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https://www.adelphi.it/libro/9788845923661

Il libro scorre via che è una meraviglia con uno stile narrativo lineare e incisivo che incolla il lettore alle pagine e invoglia sempre a girarle per vedere come va a finire. Non mi dilungo troppo a fare relazioni stilistiche perché non ne ho le competenze, ma è raro trovare narrazioni così ben fatte (e ben tradotte) da avvinghiare il lettore, anche quello più ostile.

Arriviamo al punto: la trama o la vicenda o il nocciolo della situazione. Prima di tutto permettetemi di fermarmi sul genere che a mio avviso non è un classico horror o un gotico, ma è un romanzo di denuncia. Strano vero? O forse lo vedo solo io? In effetti sia sulla pagina Adelphi che su altri siti la denominazione è semplicemente “romanzo” o “letteratura nord americana”, quindi? Ci siamo fraintesi? Non proprio.

Il romanzo è uno strano romanzo di cronaca famigliare dove attorno alle vite di due ragazze gira non solo il tentativo di comprendere la tragedia che le ha toccate, ma soprattutto la vita di una piccola città di provincia con le sue paure. Qui secondo me arriva l’orrore. Capisco a questo punto come si riesca ad avvicinare l’autrice ad altri grandi nomi del genere, come King, proprio per aver scelto di documentare non tanto il male che viene da altrove (che sia un pianeta come gli Antichi o dall’aldilà come tanti), ma quello che si scatena dentro di noi, dentro alle persone “normali” che osservano, giudicano e condannano senza averne i mezzi. Questo è il libro del nostro orrore quotidiano. Ed è un pugno nello stomaco.

Ammetto di aver fatto fatica a leggere alcuni punti, anche se alla fine ho finito il romanzo in una giornata, perché quel senso di nausea e schifo (sì, si dice schifo, perché urto del vomito mi dicono che è troppo) mi salivano in bocca, alle orecchie ritrovando nella meschinità dei ragazzi che offendono la giovane “Merricat” e il silenzio connivente degli adulti quella stessa meschinità che affolla la nostra tv sempre pronta a sfogarsi contro il mostro di turno; torna nei pettegolezzi di cui molta gente si riempie la bocca, quasi sbavando dalla gioia nel vedere l’altro cadere o sperando che cada; nell’invidia frutto di non si sa quale paranoia mentale; in quel senso di “rivalsa” delle proprie miserie distruggendo chi abbiamo a fianco. E’ la gente normale che mi spaventa non solo nei libri. Non si può dire di non averne esperienza, anzi purtroppo coi social questo tipo di normalità ha preso il sopravvento, nel silenzio generale di quelli che macinano pane e rispetto anche standoci male.

Quella normalità che vorrebbe minimizzare le differenze; che vede la patologia in ogni atto non consono alla maggioranza; che cerca di ricondurre a sè tutto. Non che il rapporto fra le sorelle e la loro reazione ai loro drammi sia così consono, anzi ha del patologico, ma alla fine che danno fanno? Si sono rinchiuse nel loro “castello” di famiglia, vivendo del loro e pagando puntalmente con soldi correnti; non escono dai loro confini; non sono un degrado anche se la loro casa fa un po’ paura come se fosse quella della famiglia Addams; vorrebbero solo essere dimenticate. Forse è quella la loro colpa: vivere nella loro pace silenziosa lontana dalla società. E si sa che gli eremiti son sempre strani e mal visti…

Il cugino Charles che arriva come il peggior approfittatore parassita è il parente o l’amico o lo scroccone di turno che tutti noi abbiamo in qualche modo conosciuto direttamente o indirettamente, ma nel libro convoglia su di sè la figura malevola che deve portare al disastro e alla fine di un “piccolo mondo felice e fatato” dove le due sorelle si sono rifugiate. Ogni suo atto e ogni sua parola è melliflua e appiccicosa, ma la scrittrice é bravissima a far vedere come ognuno di noi, delle persone che abbiamo vicino, vogliamo vedere quel che ci fa comodo: Constance, buona a dei livelli divini, non vede mai il male negli altri, ma in modo molto puerile decide di non prendere mai una posizione; Merricat che, con la civiltà deve scontrarsi ogni tanto, vede la fine del suo mondo per mano della prevaricazione e la combatte con rabbia. Anche questo rapporto a 3, sbilanciato e violento, è sintomatico di come viviamo certi rapporti quotidiani, fra le incomprensioni frutto delle nostre paure o delle nostre capacità di leggere le persone in modo più o meno chiaro.

Constance è quella che sa, che ha capito, ma non vuole affrontare e si rinchiude nel suo mondo dorato costruito nella casa di famiglia dove la tragedia (lo sterminio della sua famiglia per avvelenamento) è scesa come un nero giustiziere o giocatore. Ha subito lei le angherie del mondo civile attraverso il legittimo processo penale per omicidio e, pur uscendone scagionata e innocente, la sua condanna non avrà ma fine. Il suo autoinfliggersi un ergastolo dorato dove tutto le ricorda il passato è qualcosa di comprensibile anche nelle sue derive patologiche. Anche perché lei sa cosa è accaduto e sapendolo, si fa custode della verità non curandosi degli effetti secondari.

Dall’altra parte la sorella Mary Catherine, piccola e coraggiosa, si rifugia nelle sue superstizioni magiche e nei suoi nascondigli per impedire al mondo esterno di rompere la bolla di sapone in cui sa di vivere. Anche lei però denota le sue devianze e problemi che il cugino Charles vorrebbe risolvere con pugno di ferro in guanto di velluto sottile, ma che non sono risolvibili se non affrontando la verità che come i giocattoli è sotterrata da qualche parte in giardino o in casa.

Le due sorelle sono complementari e, insieme allo zio un po’ tocco, offrono al lettore uno spaccato gradevole, simpatico, amicale e ogni loro atto fa parteggiare per loro. Mi ha ricordato per certi versi il film “Arsenico e vecchi merletti” di Capra soprattutto per quel tocco surreale in cui la normalità per una famiglia è l’orrore per la collettività, ma al contrario del film i temi toccati sono differenti: il film è una commedia nera su una famiglia un po’ strana, il libro è a mio parere uno spaccato di vita dove ci si chiede cosa sia la normalità e dove finisca il disagio.

Altra annotazione: il cognome delle ragazze. Da subito Blackwood mi è parso famigliare  e non ricordandomi il perché ho iniziato a pensare che la mia famigerata memoria da criceto morto avesse finalmente preso il sopravvento; è bastato, però, un giro su google per far scintillare la fiammella del dubbio: Algernon Blackwood (1869-1951) famoso scrittore britannico conosciuto per i suoi racconti legati al soprannaturale. Citazione? Omaggio? Caso? Non lo so.

A chi lo consiglio? Al di là degli appassionati di horror comune, quello che descrive il male in noi, lo consiglio a chi voglia affrontare da fuori la visione chiara e limpida del disagio che alberga nella cosidettà società civile. Lo sconsiglio a chi abbia subito e/o affrontato nella propria vita quel tipo di pochezza umana, perché è davvero descritto in modo chiaro e vivido.

Voto: 6 e mezzo. Non mi sbilancio a dare un voto alto, perché al di là che non sia quello che io cercavo (e non è colpa del libro) non mi ha convinto del tutto, alla fine è come se mancasse un quid. Il libro è una finestra su una famiglia, ma una finestra piccola che si apre e si chiude e lascia andare tante cose probabilmente ininfluenti per quello che interessasse raccontare l’autrice.

Scheda tecnica

Titolo originale: We have always lived in the castle

Traduzione di Monica Pareschi

Anno di pubblicazione: 1962

Editore: Adelphi Edizioni, serie Fabula

Stampato nel maggio 2009 presso Studio Due S.A.S, Milano. Printend in Italy

Copertina dipinto di John F. Francis “Fragole, panna e zucchero” (collezione privata)

Genere: horror

Pagine 182

Prezzo: €18,00

 

 

Viva le tessere a punti!

Luogo: il Libraccio.

Quando: stamattina.

Attori: io e il commesso.

Problematica: i soldi contati!

Esco per andare in libreria con l’unico motivo di comprare il volumone dedicato a Maigret edito dall’Adelphi, finché ci sono ancora i saldi. La “poraccitudine” e le ragnatele nel portafoglio mi avevano condotta a valutare bene l’acquisto con tanto di conti della serva e conteggio delle monetine (Dickens mi ha fatto un baffo! Altro che Oliver Twist!). Risicando tutto mi do un budget a cui non posso sforare manco di un euro. Pessimismo e fastidio…

Pianifico l’uscita: Simenon è sulla destra appena si entra. Arraffo il libro. Passaggio a vedere i libri in superofferta a 2-5 euro. Non guardare altro. Se non trovo nulla, si passa alla sezione fumetti. Sono raramente in sconto, ma non si sa mai. Devo essere scrupolosa e non sgarrare: ci sono troppe offerte in questo periodo, con la Garzanti che fa la sirena e l’Einaudi che scalda le ugole. A ogni angolo ci possono essere tentazioni, il Libraccio poi è pieno di tentazioni.

Parcheggio la bici. Entro in libreria. Afferro “Maigret vol.1”. Mi incammino verso le offerte. Inizio a tentennare, guardandomi attorno. Mi ricordo il piano e allungo il passo. Sbircio le offerte, trovo un King “La Torre Nera”. Lo soppeso. Potrei. Lo rimetto a posto, sapendo che molto probabilmente non lo ritroverò nei giorni prossimi, ma la vita del lettore è anche rischio sia a prendere che a lasciare. Salgo al primo piano e…stanno spostando le sezioni (di nuovo…che ansia!) o le rimettono a posto non so. Non posso fermarmi a valutare la cosa e devo puntare solo alla sezione fumetti. Arrivata, inizio a guardare (e lo ammetto anche a rimettere a posto), spulciando le mensole. Lascio i soldi del monopoli accanto a un sacco di libri che vorrei; li tocco sperando di lasciare il mio odore e di permettere così a un benefattore anonimo di potermeli regalare, anche se so che non esiste o sta giocando a carte col principe azzurro. L’istinto mi sollettica, un po’ come l’istinto del ragno, e continuo a cercare, anche andando alla sezione dei manga e inaspettatamente lo trovo: una monografia su Dino Battaglia! In sconto del 50%! Ma…sforo il budget! Pessimismo e fastidio.

Conti alla mano mi mancano fisicamente 0,50 cent. E allora mi cerco disperatamente attorno, perché nelle tasche avevo già vanamente cercato, per vedere se trovassi una faccia amica a cui chiedere il prestito di un simbolico caffè. Il nulla. Il nulla sarebbe stato più ben frequentato dai miei conoscenti, ecco. Ci provo lo stesso e vado in cassa.

“Ciao, scusa potresti farmi un conteggio e vedere se ci sono punti nella tessera perché non so se ho abbastanza soldi?”

“Certo. Hai punti e 3 euro di sconto.”

Festeggiamenti nel mio cervello che manco al Carnevale di Rio!

“Che faccio? Scaliamo i 3 euro?”

Non li vedi i coriandoli attorno e i fuochi d’artificio? Non basta il mio sorriso a far capire che unagioia mi ha sfiorata e sorriso?

“Certo.”

Conosco molta gente che non ha la tessera di nulla perché o se la dimentica o non vuole essere monitorato o diventare un’indagine di mercato, ma i lettori seri lo sanno che quel quadratino di plastica più o meno colorato o quel numerino che equivale a te stesa sul divano con tazza, plaid e libro, ti salveranno la vita in frangenti come questi, quando il dilemma è fra avere e non avere. E’ bello essermi regalata la possibilità di non scegliere.

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Incidental comisc” è la pagina con le illustraziondi Grant Snider

Dicembre 2017…orrore mio ti conosco.

Finalmente si torna a scrivere, visto che è arrivato il Nuovo (che è il soldoni il nuovo pc portatile che mi accompagnerà fino alla sua autodistruzione, come ho portato gli altri prima di lui). In questi mesi sono riuscita a fare un sacco di cose dal cellulare, ma mi mancavano il rumore, la comodità e la praticità della tastiera e uno schermo decente per non perdere le poche diottrie rimastemi. Ma bando alle ciance riprendiamo i lassi tempi di gestione di questo blog!

Questo post sarà una sorta di compendio delle letture di dicembre 2017 perché alla fine hanno avuto uno strano, ma non troppo, filo nero che le ha unite. Vi parlerò di:

  • la riduzione a fumetti di Dino Battaglia di alcuni racconti di Edgar Allan Poe, edito dalla Npe
  • il numero 1 della “Providence Tales” della casa editrice della Providence Press
  • il libro “Gli spettri della chiesa di Stoneground” di E.G.Swain, edito dall Providence Press.

Prima di tutto vorrei soffermarmi a parlarvi delle due case editrici italiane che stanno facendo un mirabile lavoro di divulgazione al grande pubblico di opere molto particolari e di pregio. Le case editrici indipendenti sono un piccolo miracolo italiano (non solo, ma ogni tanto limitiamoci al nostro orizzonte sotto casa), ma non sono la panacea di tutti i mali: ossia da un lato pubblicano delle vere perle sconosciute su cui le grandi case editrici non voglio rischiare (salvo poi prendersi i diritti quando il bacino del pubblico è talmente ampio da viaggiare e guadagnare sicuri) o riscoprono autori passati nel dimenticatoio; dall’altro lato creano però una sorta di dipendenza patologica nel lettore il quale leggerebbe anche la lista della spesa se la pubblicassero certe piccole case editrici. Vabbè ma questo è un discorso complesso che mi vede fare quella che rogna sempre e comunque, mentre non è così in realtà visto che adoro tutto ciò che esce dagli schemi senza poi entrarne per forza nella cultura di massa.

La Edizione NPE è una casa editrice che si occupa soprattutto di fumetti e soprattutto di riproposizione dei grandi maestri del disegno italiano ormai dimenticati dal grande pubblico. Vi metto il link alla pagina della loro presentazione in modo che leggiate le loro parole. Il suo punto di forza editoriale a mio parere, oltre alla scelta degli albi da pubblicare e dalla pervicace testardarggine di ottenere i diritti d’autore in modo da pubblicare interamente i lavori? La qualità degli album a un prezzo abbordabile. In più ha una pagina fb attivissima e con promozioni, sconti, premiazioni, gadget che fanno veramente venire l’acqua alla gola. Io sono la fiera vincitrice della loro tazza (anche se dopo aver portato bene a una mia amica, qualche loro fumetto lo vorrei vincere anche io. Sì, sono ingorda, mentre sorseggio tè nella mia tazza npe!). Se guardate nel loro catalogo potrete vedere la vastità dei generi che pubblicano, anche se legati al “solo fumetto” (a breve metterò un post sulla mia idiosincrasia a chiamare fumetti col nome di graphic novel).

La Providence Press invece si occupa di narrativa di genere e anche qui parliamo di riscoperta dei classici d’autore. L’ho scoperta da poco, grazie a una presentazione alla Misckatonic University (RE), ma lascio sempre alla pagina apposita per far capire chi sono. Il suo punto di forza? La fanzine! Certo non è l’unica casa editrice che ne fa (ne devo leggere una, quella della Hypnos per esempio, per capirne le differenze) e fa molto prima metà del secolo scorso, ma la qualità della rivista è veramente qualcosa di unico.

Ora passiamo alla veloce carrellata.

EDGAR ALLAN POE” di Dino Battaglia.

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Nel sito lo potete trovare qua.

 

Parliamo di due grandi nei loro campi: Poe non ha bisogno di spiegazioni, Battaglia non dovrebbe, ma non si sa mai. Lascio il link della pagina wikipedia di D.B. per lasciarvi il gusto di leggere l’elenco delle opere e delle collaborazioni in soli 60 anni di vita. Io ho fatto parte di quella generazione che ha avuto la fortunata ventura di poter leggere le sue opere senza averne la consapevolezza nella fase gloriosa de “Il Giornalino”. La rivista per bambini, delle edizioni Paoline, vide un momento di stranissima follia e grandezza pubblicando le opere dei più grandi disegnatori italiani (c’era Toppi tanto per dire), scegliendo opere ovviamente adatte al pubblico di riferimento. Se penso che c’era chi leggeva Topolino (che è meraviglioso, ma graficamente ben diverso) mentre io mi riempivo gli occhi di matite e chine eccelse, di testi classici, di movimenti e carrellate, di colori e bianchi e neri…sì, sono stata fortunata.

Nella bella introduzione dell’albo scritta da Gianni Brunoro, viene ricordata la maestria e l’attenzione di D.B nel costruire quasi artigianalmente ogni tavola, occupandosi anche del lettering. La scelta di riportare in immagini alcuni particolari racconti di Poe rientra nella sua scelta di disegnatore dal tratto spigoloso e graffiante. Brunoro sottolinea come leggere queste tavole sia un’esperienza sensoriale (tutti i fumetti dovrebbero esserli, ecco perchè la loro lettura è ben più complessa di quel che si crede) dove predominano le sensazioni più cupe.

I racconti scelti sono stati pubblicati quasi tutti su “Linus” fra il 1968 e il 1973 e uno solo su “Il Giornalino” nel 1981 e sono:

  1. Re Peste
  2. La caduta della casa degli Usher
  3. Lady Ligeia
  4. Hop-Frog
  5. La scommessa
  6. La maschera della Morte Rossa
  7. Il sistema del dott. Catrame e del proff. Piuma
  8. La straordinaria avventura di Hans Pfall

L’ultimo ho la vaga sensazione di ricordarmelo, mentre gli altri sono stati una vera scoperta. Il tratto è secco, curato, con un’attenzione quasi maniacale per l’illustrazione di certi ambienti o di certi elementi architettonici; il bianco e nero così definiti, ma nello stesso tempo sfumati da rendere eterei o nebbiosi certi momenti o situazioni sono vera poesia. Il realismo cede il passo all’esagerazione anatomica per meglio delineare certi personaggi in certi racconti, proprio per quella sensazione che diceva Brunoro. Per quanto i racconti siano brevi (e in certi casi anche più brevi dei racconti di Poe), prevedono una seconda o una terza rilettura, non tanto per scovare dettagli prima non colti, ma per rileggere seguendo più le immagini che le parole la narrazione vera e propria. I fumetti belli si leggono così: prima vuoi tutte le parole, poi devi tornare indietro per desiderare le matite.

voto: 9 (è finito troppo presto per meritarsi il 10! 😀 )

PROVIDENCE TALES

  1.  “Steve Costigan. La fossa dei serpenti” di R.E Howard (racconto)
  2. “Il settimo uomo” di A. Quiller-Couch (racconto)
  3. “L’orrore di Horton House” di W.J. Wintle (racconto)
  4. Dal Texas con furore (presentazione)
  5. “La casa al 252 di rue M. Le Prince” di R.A. Cram (racconto)
  6. H.P. Lovecraft: cacciatore di mostri? (articolo)
  7. “Il messaggero del re” di F.M. Crawford
  8. “Il veliero” di F. Brandoli
  9. Otto domande a F. Brandoli
  10. Master of Pulp Art: Earle K. Bergey
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link alla pagina. Il numero 1 andrà in ristampa e il numero 2 lo stiamo aspettando

Come potete vedere la rivista si avvale di una maggioranza di racconti e due articoli, più in fondo la presentazione stringata dei diversi autori. I racconti spaziano dal classico horror soprannaturale al weird. Interessante conoscere un altro personaggio del padre di Conan, Steve Costigan un pugile antieroe che riprende un po’ quell’immaginario molto maschile e muscolare degli anni ’20. Molto interessante. L’unico racconto che non mi ha convinto del tutto è stato quello dell’unico contemporaneo, Brandoli, perché mi è parso un po’ troppo dispersivo, con troppi elementi poco funzionali alla vicenda, e poco incisivo nel tirare le fila: una sorta di omaggio ai grandi racconti sovrannaturali di horror fatto da un bravo allievo.

Nel complesso è una buona rivista, ben strutturata e con un piano e/ditoriale chiaro: riconsegnare agli appassionati quelli che non è arrivato in Italia a suo tempo. Due soli appunti:

  • mi piacerebbe che ci fossero più saggi.
  • la carta può anche essere meno lussuosa (e lussureggiante).

Il primo punto è personale e non so se è più una mia ricerca che non può essere soddisfatta o una mia speranza che verrà ascoltata, anche perché è lo scontro di due desiderata. Il secondo è un punto strano, perché di solito ci lamentiamo della scarsa qualità materiale di un libro o di una rivista, mentre qui mi è parsa “un po’ troppo”: troppo spessa, troppo bella, forse troppo costosa (?). Lo so, è questione di lana caprina, oppure mi sono chiesta se il prezzo potesse essere ridotto per le mie tasche (Costa 9,90€ ed è stagionale, quindi non mensile), dovessi potessi implorare di ridurre qualcosa per o diminuire il prezzo o aumentare gli articoli. La copertina è spettacolare con un disegno di Melkor/ Shutterstock dedicata a Cthuluh e ha la grammatura giusta per non rovinarsi anche se ciancicata; l’impaginazione resiste a una lettura impegnativa; ma quelle pagine spesse… 😀 Okkei, la smetto, perché mi sento scema a lamentarmi per della roba che è fatta ben, ma stranamente mi infastidisce. Providence Press ne parliamo?

Voto: 7 e mezzo.

“GLI SPETTRI DELLA CHIESA DI STONEGROUND” di E.G.Swain

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Il libro fa parte della collana “The Silver Key” che potete trovare qua.

 

Adoro i racconti classici di fantasmi. Adoro i racconti di fantasmi. Chi mi conosce sa che ascolto volentieri qualsiasi cosa che parli di apparizioni, messaggi dall’aldilà, strani rumori e voci dall’oltre tomba. Quando ero ragazzina mi sono guardata tutti i possibili e immaginabili programmi, capendo dopo cinque minuti quanto fossero insulsi; mi sono guardata moltissime puntate dell “T.A.P.S.” perché almeno sembravano meno farlocche di altre alla “Voyager” (che chi mi conosce è per me il punto zero della divulgazione di qualsiasi tipo, sia scientifica che antropologica che paranormale). E di conseguenza mi sono letta tutti i racconti sui fantasmi che mi passassero sotto mano, evitando accuratamente quelli moderni troppo splatter. Per me il fantasma è quello che rimane attaccato a questo mondo con una scusa o con l’altra. Leggetevi “Giro di vite” di James e capirete il senso. Però trovare questo tipo di racconti che sia anche godibile da leggere col tempo è diventato sempre più difficile, visto che gira e rigira son sempre gli stessi racconti che girano.

E invece no! La Providence Press mi ha regalato quello che volevo: quei racconti dove i due mondi entrano in contatto, dove il razionale personaggio (in questo caso il protagonista e “investigatore” lo è) riesce razionalmente a capire cosa abbia irritato lo spettro o cosa voglia comunicare e in un modo o nell’altro riesce a mettere a posto le cose. Il libro è una serie di racconti impostati tutti più o meno sullo stesso schema e girano attorno al vicario Roland Butchel e ai suoi sfortunati concittadini (che se Cabot Cove è il luogo con il più alto tasso di mortalità, questo lo è per le quattro tacche di comunicazione con l’altro mondo): di solito un oggetto ritrovato o spostato permette il manifestarsi benevolo o malevolo di qualcuno che non riesce a rassegnarsi di essere morto. Il nostro vicario, appassionato di antiquariato, con la curiosità e la pacatezza che solo un uomo sicuro di sè può avere, alla fine riesce a rimettere tutto nella giusta misura. E la cosa buffa è che ai suoi compaesani alla fine tutto sembra normale così. Vaaaa bene!

Consiglio per la lettura: proprio perché lo schema è ripetitivo e per un non appassionato potrebbe trovarlo noioso, leggete un racconto al giorno o a distanza di più giorni in modo da godervelo come se fosse sempre un unicum. Questo metodo lo uso per ogni libro fatto di racconti, perché se no tendo a sovrapporli e a non godermeli (ecco perché di solito questo tipo di libro me lo porto avanti per me, intervvallandolo con altri testi).

Voto: 7 e mezzo

Tiriamo le somme!

Il 2017 si è chiuso alla grande con tre grandi progetti diversi, ma che alla fine erano legati da uno stesso filo conduttore. “Il settimo uomo” mi ha ricordato “La maschera rossa”; la casa maledetta è un classico per tutti; le apparizioni, l’inevitabile morte, la difficoltà a sfuggire al destino di distruzione; insomma il classico di genere al suo più alto livello, dimostrando ancora una volta che l’antico (e non gli Antichi per forza!) possono ancora giocarsela e vincere su tanti prodotti contemporanei.

Link utili per ricercare i testi di cui ho parlato nel post

http://www.providencepress.it/it/the-silver-key/

http://www.edizioninpe.it/product/edgar-allan-poe/

http://www.providencepress.it/it/providence-tales/

Ioleggoperché edizione 2017

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E poi ti regalano la spilletta e i segnalibri!

Nel lontano 2015 scrivevo in questo post i miei dubbi sull’edizione di “Io leggo perché”: dubbi che nascevano sulla modalità e sui soggetti della campagna, oltre a far nascere altri dubbi e altre idiosincrasie. Non cambio idea su quella lontana edizione che continua a non convincermi, ma loro hanno cambiato target e io oggi li sostengo.

L’edizione 2017 è davvero figa e importante: sostiene le biblioteche scolastiche! Quegli angoli meravigliosi che dovrebbero essere la panacea di ogni male per gli studenti, la possibilità di leggere e capire senza spendere soldi, di innamorarsi e far innamorare, di aprirsi la mente (senza rompersela e senza traumi cranici). I miei ricordi su una biblioteca scolastica sono legati alle elementari e alle superiori (alle medie non l’avevamo o era talmente orrenda che manco mi ci avvicinavo e comunque non abbiamo fatto in quei 3 anni nessun lavoro costruttivo sui libri).

Alle elementari non ne avevo bisogno perché i miei genitori i libri me ne compravano “anche troppi” e in più avevo anche quelli di mio fratello, ma ho impressa nella mente l’immagine di un armadietto metallico grigio, quelli classici delle vecchie scuole, quelli che li potevi scassinare solo guardandolo, in un angolo del lato della classe dove c’era la cattedra sopraelevata, la lavagna e una parte delle mappe e stampe appese ai muri. Ricordo quell’armadio illuminato dal sole (lo ricordo sempre così, a volte i ricordi sono belle bugie si sa), ma ricordo la maestra che ci insegnava a fare una scheda libro simile a una recensione moderna (tutti i dati tecnici dovevamo segnare e non solo fare il riassunto, dire anche perché ci era piaciuto), con pazienza e passione, con attenzione e senza guidarci troppo nel giudicare un libro. Ho avuto una gran maestra lo so e ne sono orgogliosa perché è stata proprio come quel “armadietto metallico pieno di libri baciato dal sole”.

Alle superiori la biblioteca del liceo classico era pieno di libri classici fondamentali per chi, come noi, non aveva internet (era l’anteguerra sapevatelo. Io andavo a scuola con Annibale) e comprare un libro per fare una ricerca era un lusso anche per chi avrebbe rinunciato a un pasto per loro. In più se trovavi bene la versione di latino e greco era fatta! Scherzi a parte (fino a un certo punto però), quella biblioteca è stata l’anticamera degli studi alla Biblioteca Palatina e poi al concetto universitario di lavoro per gli esami: è stata davvero parte dell’insegnamento per chi avrebbe sudato e faticato sui libri per tanti anni, qualsiasi fosse stata la sua strada futura.

Quindi quest anno io alla campagna “Io leggo perché” ci credo fortissimamente e ho aderito, comprando oggi “Moby Dick” di Melville. Il libro era nella selezione fatta dai professori e sono stata colpita che ci fosse, insieme all’ “Aleph” di Borges o a “Lo Hobbit” e “Il signore degli anelli” di Tolkien, libri che ho amato e che amo e autori che ritengo veramente fondamentali per la letteratura in generale. Perché alla fine ho scelto “Moby Dick” allora? Per due motivi fondamentali: da bambina fu il libro di avventura che mi salvò un’estate  marittima di libri da “femmina” e mi confermò che andar per mare per me è cosa da pirati, balenieri, corsari, velieri e cose così e non sabbia, scogli, lettino e noia; secondo perché lo sto rileggendo ora, a distanza di 30 anni credo o poco meno, e lo sto amando, di un amore maturo e cosciente, ma per me andar per mare rimane roba “da pirati, balenieri, corsari, velieri e cose così e non sabbia, scogli, lettino e noia” (autocit.). Ho augurato ai ragazzi di andar per mare in ogni senso e di viaggiare e di non aver paura, perché alla fine “Chiamatemi Ismaele” è quasi liberatorio se ci si crede.

Vi metto il link della pagina della campagna e vi consiglio caldamente di andare a comprare un libro, anche perché poi alla fine, fatto il conto totale gli editori regaleranno in scala nazionale un numero uguale di libri da suddividere con le scuole e questo vuol dire che il vostro libro vale doppio e più libri se ne regalano più libri avranno le scuole davvero.

IO LEGGO PERCHE’ EDIZIONE 2017

“Mari stregati” di Tim Powers

Da #unestatedapirati a #unavitadapirati è il motto che mi sono presa questa estate e che ho bellamente intenzione di portarmelo avanti finché non mi sarò stufata dei pirati, sempre che sia possibile la cosa.

Questo libro l’ho scoperto giroclando per il web e non ricordo più in quale blog l’ho visto consigliato (me ne scuso tantissimo, avrei dovuto segnarmelo. Sorry) e mi aveva colpito perché diceva, più o meno testualmente, che da questo libro era stato tratto il videogioco di “Monkey Island“. Per chi non lo conoscesse…che brutta infanzia che avete avuto! Mi spiace, davvero tanto, ma credetemi che potete recuperare anche se, non so, forse è come mettere una toppa piccola sui pantaloni rotti da buttare. Comunque sia il tratto principale del gioco era che vi erano i pirati, i non morti pirati, una storia d’amore, assurdità varie, una scimmia a tre teste, i cannibali vegetariani e il loro dio vulcano intollerante al lattosio, Le Chuck, Guybrush Threepwood, Eilane Governatrice, i pirati, il voodoo, Marley. E molto altro ancora. Ah! sì! El Pollo Diablo!

Che ci abbiate giocato o meno vi sarete resi conto che non era il gioco più serio del mondo e che non era nemmeno il più storico e preciso sulla pirateria che sia mai stato fatto, ma era surreale, divertente e leggero in salsa piratesca. Quindi avendo letto quello mi aspettavo un libro sul pezzo, oltre al fatto che veniva citata anche la serie dei “Pirati dei Caraibi” che tanto seria non è manco quella.

Il libro invece lo è. A suo modo. La storia si basa sul figlio di un burattinaio, coinvolto suo malgrado con pirati e voodoo, rinunciando alla sua vita per scoprire forzatamente che il mare è quello che sapeva fare e che il voodoo era quello che poteva comprendere. Il libro parla di una storia d’amore di base, ma non lo è, perché alla fine ogni buon eroe ha la sua bella di cui si innamora senza un senso (e a noi forse quel tipo di storie piacciono, mentre ci sono sbudellamenti vari a destra e a manca); parla anche di amori malati e frutto del proprio egoismo. Soprattutto parla di magia nera e di scontri sul mare, di abbordaggi e uccisioni, ma senza splatter; di cannoni e fontana della giovinezza; di ammutinamenti non riusciti e di Barbanera con le miccie nella barba appunto; parla della Marina e del Perdono, anche se un pirata fa un po’ fatica a stare nelle strette scarpe di un perdonato. E’ questo il bello di questo libro: è storico con la citazione di personaggi che sono entrati nella mitologia della pirateria, ma con quell’aspetto della magia rende tutto più denso, dando voce a quello che noi abbiamo sempre visto dei pirati, cioè il loro alone misterico, sovrannaturale e fuori dal comune.

Ci sono i loa e la Giamaica, Baron Samedì e i bocor, le navi fantasma, la magia femminile e quella maschile, le piante senzienti e le bussole che possono essere ottimi talismani.

Il libro è ben scritto, con un ottima dose di descrizione di momenti di guerra (anche con tecnicismi che io ho faticato a comprendere nella loro dinamica) e dialoghi; i personaggi sono ben descritti e se su tutti troneggia il non morto Barbanera, Jash Shandy è il nostro eroe in cui non possiamo non identificarci con quel misto di ingenuità e comprensione e anche una sana dose di fortuna.

Perché leggerlo? Perché è davvero un libro di pirati, quei pirati che tutti noi cerchiamo fin da quando siamo piccoli e ci fanno avvicinare alle storie di mare, dove sappiamo benissimo (e lo sapevano i nostri avi quindi chi siamo noi per andar contro di loro) vivono i peggiori mostri marini e se non ci sono è perché potenti stregoni li tengono lontani e addormentati. Andar per mare con questo libro è davvero un piacere e non solo, visto che la parte storica o tecnica è talmente resa bene (o venduta bene? Chi lo sa, io non andare per mare) da far rendere tutto credibile.

Voto: 7 e mezzo. Perché la vorrete anche voi una testa mozza e rimpicciolita da tenere in una scatola. Fidatevi.

Scheda tecnica

Titolo originale: “On Stranger Tides”

Anno di pubblicazione: 1988

Traduttore: Graziana Cazzola

casa editrice: Fanucci Editore

finito di stampare nell’aprile 2011 presso Puntoweb – via Variante di Cancelleria snc – Ariccia (RM). Printend in Italy

Progetto Grafico: Grafica Effe

Copertina: foto di Jhonny Deep, “Pirati dei Caraibi”,©Photo12/Olycom *

Pagine 391

Prezzo €16,00

 

*Piccola postilla sulla copertina: detesto i libri con la copertina tratta dal film che è stato tratto o ispirato. Lo detesto fortemente. Primo perché così lega idealmente libri e film che magari non hanno niente a che fare fra loro; secondo perché tendenzialmente non sono belle, anche se ben fatte, perché sempre troppo limitate per rendere la complessità della trama; terzo perché fuorviano il lettore (qui quante ragazzine saranno impazzite davanti al faccio ammiccante di Deep per poi trovarsi un libro dove non c’è Jack Sparrow?); quarto perché la sana tradizione degli illustratori di copertina deve essere incentivata anche se costosa per gli editori perché se no si perde la mano e l’estro di chissà quanti illustratori.

 

“Hannah Arendt” di Margarethe von Trotta

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recensione del sito my.movies.it

Mi sono imbattuta per caso in questo film l’altra sera e avendone visto per caso uno spezzone su fb, mi sono messa a guardarlo. Film piacevole e molto interessante.

Ci sono, almeno per me, tre temi in questo film:

  1. la questione ebraica legata al nazismo con processi e documentazione storica
  2. la condizione delle donne intellettuali di un certo peso
  3. l’importanza di andare controcorrente anche di fronte “all’evidenza”.

Partiamo con ordine.

Il primo punto è la trama di tutto il film, il sottofondo. Infatti la registra narra la vicenda della Arendt durante il processo ad Adolf Eichmann, rapito dal Mossad e portato a Gerusalemme per essere giudicato. In realtà è la nascita e la difesa di quello che diventerà forse il suo libro più famoso “La banalità del male” il punto nodale del film: come lei andò per il “New Yorker” a seguire il processo, come scrisse lunghi articoli controversi e contrastanti con la cronaca comune, come lei difese la sua posizione sia all’interno della sua piccola cerchia di amici intellettuali (ebrei e non solo) che all’esterno nell’università in cui insegnava. Di contorno fanno da sponda l’amore per il marito e poeta Heinrich Blücher e l’amore di ragazza per il filosofo e maestro Martin Heidegger: due amori diametralmente opposti e di valore sentimentale non paragonabile dove il primo pare la pienezza di una coppia unita da rispetto e strasporto passionale e intellettuale (col marito la Arendt pare sorridere e rilassarsi come se venisse da lui veramente compresa anche nelle differenze di intenti); mentre il secondo sproporzionato dal rapporto maestro allieva, dove la seconda non appare così sottomessa come si vorrebbe ma di certo colpita dal cervello del primo.

Come ben si sa la Arendt con il suo libro sconvolse tutto il mondo perché non si allineò con la vulgata dei nazisti fisicamente incarnazione del male, ma quell’aspetto di “banale burocrate” mal si conciliava con la vendetta che tutti si aspettavano di leggere. In più la posizione contestata da lei di certi capi ebraici, la rese quasi una nemica del suo popolo. E qui si apre un’altro aspetto: nel film la protagonista (che è quasi sempre presente sul video) non si ritiene parte di un popolo, non è la paladina di una linea di sangue, non è la portavoce di millenni di Storia, ma non può che rispondere che “un crimine contro gli ebrei è un crimine contro l’umanità” con la fermezza con cui non si può affermare il contrario in ogni modo.

Guardatevi il pezzo del film finale (non vi toglierà nulla dalla visione, pensare che in questo film sia possibile fare spoiler è un po’ ingenuo non credete?) e vedrete il succo del film. Questo il link su youtube.

Ora parliamo invece dei due aspetti che più mi hanno colpito e che me sono sotto temi molto importanti.

Quello di difendere le proprie idee soprattutto quando vanno contro la corrente di pensiero unica è tipico di chi, volenti o nolenti, ha una visione della vita diversa e più complessa degli altri. Snobbismo? Arroganza? Non credo, ma credo che ci siano persone che vengano come “illuminate” e riescano a vedere oltre la cortina a cui tutti si fermano e devono affermare fortissimamente quello che vedono. Difendere la propria posizione diventa come un assedio a cui non ci si può ritirare. Cosa sarebbe stata la nostra filosofia moderna, i nostri ragionamenti, le nostre speculazioni se la Arendt avesse accettato di modificare il suo lavoro? Noi non saremmo tutt’ora sconvolti da un libro che è di suo sconvolgente e che ci obbliga, molto più che altri, a renderci conto non solo che il male è così banale da essere ovunque, ma che a volte ha la faccia anonima di un burocrate “che faceva solo il suo dovere”. Lei capiva che il suo non arrendersi era per se stessa fondamentale perché doveroso alla propria coscienza, ma anche perché quello che diceva era un pugno nello stomaco che non si poteva evitare. Come non si poteva evitare pensare che certe scelte fatte anche in buona fede da certi capi ebrei abbiano portato conseguenze inaspettate e nefaste (nel film si parla della possibilità di avere meno morti). Non mi esprimo sul dato storico, perché non ne ho conoscenza, ma è vero sottolineare come a volte sia difficile per tanti riuscire a vedere oltre all’immediato e cogliere in anticipo i frutti dei propri gesti.

L’altro punto correlato è la questione femminile. La registra ha trattato più volte altri personaggi femminili storici di un certo peso e quindi la sua visione è probabilmente anche quella di sottolineare come esse abbiano suscitato l’ostilità dei colleghi intellettuali o no maschi. Nel film la Arendt viene da più personaggi maschili tacciata di arroganza con la saccenza di un padre che giudica un ragazzino che non sta alle regole; viene minacciata di perdere la cattedra se non ritratta. E ogni volta lei rifiuta con orgoglio: di fronte a figurine timorose che non sono davvero in grado di confutare le sue argomentazioni, lei oppena se stessa corpo e parole (e sirgarette anche). Mi chiedo se al suo posto ci fosse stato un uomo, se le argomentazioni e la spocchia degli oppositori sarebbe stata la stessa…forse sì, non lo sapremo mai, ma forse sarebbe mancata quella paternalistica idea di rimettere qualcuno in riga. Non voglio fare di questo film un film femminista, perché non lo è o almeno non lo è in senso comune: è “solo” un film che parla di una donna forte con un pensiero forte, frutto di un suo personale cammino di consapevolezza intellettuale e questo non è femminismo.

Scheda tecnica stringata

Regia 8; Scenografia 7 e mezzo; Sceneggiatura 7; Costumi 7; Effetti Speciali 7 (il processo è composto da spezzoni delle riprese di allora); Musica 6 (sottofondo? C’era? Sta cosa che non riesco a ricordarmi le musiche inizia a preoccuparmi); Fotografia 7; Cast 8 (bravi tutti e ben calati nei loro personaggi, nel senso che non sembrano mai fuori contesto. Poi che davvero fossero così le persone reali non saprei dirlo)

Voto finale: 7 e mezzo. Un film da vedere sia se amate le biografie, sia se volete aggiungere tasselli alla questione processi ai nazisti, sia se volete conoscere meglio certi personaggi del nostro ultimo secolo.

 

Link da segnalare

La banalità del male.

Il libro “La banalità del male” secondo anobii

Biografia di Hannah Arendt (fonte wikipedia)

 

 

Idiosincrasia #1 : i classici

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Credo che ogni lettore abbia le sue manie, io ho le mie idiosincrasie. Ci provo a combatterle o a spiegarmele o altro, ma alla fine rimango ferma sui miei punti fermi. Cocciutaggine (molti me la imputano col ditino alzato anche per altre cose. Chissene)? Coerenza? Sensazioni a pelle che non puoi eliminare? Boh, tant’è che è così. Capiterà di parlarne qua sul blog perché alla fine ho notato che (e so che non importa a nessuno ma io ne parlo lo stesso) fa bene parlare e chiarire il proprio pensiero pubblicamente anche per cose che, alla fine, sono personali e tali rimangono. Non leggo classici? Problema mia che vivo benissimo e che al mondo intero interessa poco perché alla fine va avanti lo stesso.

Scusate lo sfogo, ora spiego.

Ho preso la palla al balzo per fare terapia su questa mia idiosincrasia grazie alla decisione di unirmi alla lettura collettiva del gruppo “Scratchreaders” che ho trovato su fb. Seguivo la sua creatrice “Scratchbook di Maria Di Biase” su instagram e su fb con tanto di blog annesso, ma il gruppo l’ho scoperto negli ultimi mesi ed è un piacevole luogo di chiacchierate sui libri senza boria o imposizioni (cose che invece trovi in altri gruppi purtroppo). Tornando a noi la lettura verte su “Perché leggere i classici” di Italo Calvino: non un libro di narrativa, ma un saggio in cui nel primo capitolo lo scrittore segna i suoi punti su cosa sia un classico. Speravo che un autore che amo mi aiutasse a uscire dal mio “no” e invece manco lui c’è riuscito.

Quindi ecco i miei punti sul perché per me esistono i libri, le storie e chi le scrive (idiosicrasia #x: non amo gli scrittori come genere di star mediatica; amo chi scrive).

  1. Detestare la mentalità del gregge. La mia non è una famiglia anticonformista, anzi per certi versi sono cresciuta in una normale famiglia borghese con genitori insegnanti di diverso ordine e grado, con le vacanza dai nonni (unico momento in cui li vedevo) e con una routine ben ferma. Ma la risposta a tante mie interperie è sempre stata “ma se lo fanno tutti lo fai anche te? Se tutti si buttano nel pozzo, lo fai anche te?”. Era quel “tutti” ripetuto con l’accezione negativa che mi è rimasto in mente e quindi diffido quando una cosa piace a tutti: qualcosa sotto di sbagliato ci deve essere.
  2. A casa mia c’erano i classici greci e romani, ma la narrativa era un po’ assente e quindi di tomoni fondamentali non ce ne sono mai stati e quando toccava leggerne qualcuno per la scuola si guardava il prestito, la biblioteca e se si voleva si comprava. ALT! A casa mia comprare un libro è sempre stato la normalità: siamo forti lettori, abbiamo libri ovunque e non amiamo separarcene, ma ognuno ha il suo genere e io ho assorbito con piacere tutto, saccheggiando e prendendo in prestito libri da chiunque pur di leggere.
  3. Far cadere dall’alto il valore del libro. Cosa che detesto per quello o per altro. Insomma una cosa va motivata sempre con consapevolezza, non c’entra nulla se x +1 critico dice che è bello perché è bello (e poi paroloni incormprensibili, buoni per far vedere che “sono studiati”). Di solito è il metodo scolastico che fa cadere le cose dall’alto perché, purtroppo, certi professori non hanno fatto loro quello che hanno studiato e quindi fondamentalmente hanno imparato la lezioncina e la ripetono a papera. Per non parlare delle schede libro che sono “fondamentali” per la comprensione (?) del testo. Quanta amarezza…
  4. Deve per forza piacere e quindi la critica è zero. Se dici che il classico xyz non ti piace e ne dai le motivazioni, quelli poco atti a pensare con la propria testa (perché il problema è quello scusate) si sentono colpiti da questo atto di lesa maestà e quindi provano in ogni modo a sminuirti. Dire che non piace un libro o una storia a mio parere vuol dire che quella storia non comunica con me (e in questo Calvino lo sottolinea nei punti fondamentali per l’importanza di un classico) o con la mia vita o con le mie esperienze: è una non comunicazione e come tale non passa da un mezzo all’altro. Criticare è fondamentale perché, a mio parere, oltre a stimolare le celluline grige, permette anche di metterci in gioco, di ribaltare le nostre convinzioni, di magari spostare un po’ le nostre idee.
  5. Leggerli in età non adatta. #1 di Calvino. Non ci sarebbe da aggiungere molto altro: se certe esperienze non le abbiamo ancora provate, come possiamo comprendere i palpiti o i discorsi dei protagonisti? Mi direte che se questo deve essere il parametro allora molti libri non andrebbero letti. Sbagliato! I libri, anche quelli che sembrano più avulsi dalla nostra vita, hanno con noi il fondamento che sono emozioni e sentimenti: paura, amore, dolore, gioia, disperazione, amicizia, delusione, follia sono cose che alla fine sono comuni a storie piratesche, fantasy, gialli, narrativa. Non è fondamentale aver vissuto esperienze fattive (come perdersi in un bosco o andare per mare), ma è fondamentale aver provato nella propria vita quella reazione emotiva a quel che ci è successo. Es. Ho letto “Le città invisibili” di Calvino pochi anni fa e l’ho adorato, perché alla fine ho trovato le mie esperienze, i miei ricordi, i libri che ho letto e studiato; se lo avessi letto alle superiori ne avrei compreso un decimo, perché la mia vita era ancora in embrione e le mie esperienze limitate. Ringrazio il cielo di aver aspettato e di averlo amato. Mentre Moby Dick l’ho adorato da bambina perché sentivo lo spasimo dell’avventura dentro di me, ma di certo ho capito un decimo di quello che Melville intendesse (infatti lo sto rileggendo ora).
  6. Togliere dal classico il suo fondamento storico. Molto comune è l’approccio di togliere la storicità di un romanzo per renderlo immortale, come se quella storia non fosse davvero stata scritta per i suoi contemporanei. Calvino prende in esame l’Odissea e in quel capitolo io ho litigato con lui per la prima volta, penso. L’Odissea è un lavoro di collage di autori vari in epoche varie, quindi non è un’opera unitaria e storicamente inquadrabile, ma grazie ai lavori di filologia si riesce a capire quali sono i pezzi antecedenti e quali quelli posteriori. Detto questo, comprendendo questo fatto, si riesce a capire cosa fosse la vera comunicazione per allora. Io l’Odissea l’ho studiata alle superiori con la professoressa di greco e abbiamo tradotto il pezzo di Ulisse e Polifemo. Lei mi fece adorare quello che ora faccio (la rievocazione e ricostruzione) senza saperlo; lei mi fece entrare nelle pieghe del testo per trovare gli uomini e le donne greche; lei ha tolto la patina della favoletta per restituire la Storia; lei mi ha ridato l’Odissea e i miti greci per l’importanza storica e antropologica che ha. Quando leggo certi testi, ci vedo i gesti, gli oggetti, i cibi cotti in una certa maniera, le vesti che non possono che essere quelle (niente peplum cinematografici), perché quei testi sono Storia e per quanto raccontino storie amati da tutti, essi prima di tutto comunicarono qualcosa di chiaro ai nostri avi greci: religione, riti, paure, simposio e guerra. Quando a un classico si toglie il suo contesto storico e lo si vuole rendere immortale, lo si depaupera di una buona parte del suo essere. Ridare la storicità non significa incatenarlo e metterlo nel dimenticatoio, ma serve a capire (se lo si volesse) che certi valori, principi e sentimenti seguono tutta la linea temporale dell’umanità e che le risposte cambiano o possono o devono cambiare: ancorare significa mettere un pilastro nella Storia.
  7. I classici accettati sono solo narrativa. Nota polemica #1. Questo è il discorso solito che mi vede combattere contro lo snobbismo di genere. “Madame Bovary” non è superiore per costruzione ed emotività a un “L’isola del Dottor Moreau” o a “Uno studio in rosso” o al ciclo di “Dune”, cambia solo l’espediente narrativo. Nelle scuole e nelle librerie “bene” certi generi vengono sminuiti parlando di narrativa per ragazzi solo perché non li hanno mai davvero affrontati e capiti. Ancora una volta la pochezza del panorama critico italiano mi fa venire i brividi e rifuggere i dogmatismi
  8. Categorizzazione per sesso. Nota polemica #2. Spesso si leggono romanzi scritti da autori uomini e quindi, non si sa perché, va bene che li leggano tutti, mentre se scritti da donne è letteratura femminile. Come se una Jane Austen fosse meno di un Oscar Wilde nella critica della società…
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Pochi libri mi obbligano a prendere appunti ai pensieri che mi vengono alla mente.

Non so, forse se ci penso ancora trovo altre motivazione per cui non ho reverenza per un classico, per cui non mi interessa leggerlo prima di altri, per cui non ritengo che se non lo hai letto non sei un vero lettore e non sai cosa ti perdi. Il mondo è pieno di storie, di racconti, di comunicazione che non vale la pena perdere tempo con le guerre letterarie e gli schematismi dogmatici. Dobbiamo uscire dalle gabbie mentali e far uscire da quelle gabbie libri che possono ancora parlare ai lettori senza aver bisogno del bollino di “classici”. Ne capisco la motivazione dell’uso del bollino e alla fine lo uso anche io per comprenderci meglio, ma poi…chissene! Leggete e criticate e se non vi piace ditelo con motivazioni e sorrisi e se qualcuno vi criticherà chiedetegli davvero perché una cosa gli piace e se non troverà 3 buoni motivi (come ci disse la psicologa suora alle medie per darci la forza delle nostre idee e di quelle dei nostri genitori nel farci fare le cose. Che gran donna e gran insegnamento di convinzione!) vorrà dire che lui/lei dovrà riconsiderare il suo piacere e viverlo dentro, se no sarà sterile scorrimento di parole su un foglio e inutile abbeverarsi a una fonte già troppo affollata di gente.

 

POSTILLA:

Devo ringraziare sempre le persone che fanno parte del mio gruppo “Letture Folli e Sgangherate” per avermi costretto a leggere certi libri in questi ultimi anni, con la piena consapevolezza che ogni giudizio era accettato e che a noi Dickens non piace e ne andiamo fiere (tranne “Canto di Natale” che è stupendo, ma forse non l’ha scritto lui…). Affrontare con loro da grande libri che ho schifato (anche in modo snobbistico di rivalsa il mio) quando tentavano di farmeli leggere a scuola, mi ha permesso di vederli sotto altra ottica, di mettermi in gioco e di trovarmi in compagnia di gente senza pregiudi letterari di genere. E’ bello mettersi in gioco. Come ora con “Il Conte di Montecristo” che sto adorando e che per una vita ho pensato che fosse un drammone assurdo e pesantissimo, solo perché il sentore era quello: invece è pura avventura!

“Anatomia di un soldato” di Harry Parker

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Presentazione dal sito della casa editrice SUR

Ci sono libri che in un qualche modo ti rimangono dentro anche se non ti segnano. Questo è uno di quelli; uno di quelli che pur avendolo letto tempo fa, la recensione fluisce bene anche adesso. Succede quando leggi la cosa giusta al momento in cui la capisci, che ti riguardi personalmente o che riguardi chi ami o odi o che tocchi qualcuno che conosci. Ho avuto la fortuna di conoscere due giovani soldati dell’esercito italiano, di avere a che fare con loro ben al di fuori del loro ruolo e lavoro, gente che è andata in missione giovanissima. Ho ascoltato quello che volevano condividere attraverso le loro parole dirette, ma anche dai commenti vari, a volte anche solo per i gesti e per il modo di porsi. Vorrei dire, con fare saccente, che se non conosci un soldato non puoi capire la vita militare, ma non è così: come tutte le cose nella vita o le intuisci o non le vedrai mai. Allora perché questo libro mi è in un certo qual modo “rimasto dentro”? Perché, in dose molto minore e meno doloroso, ha fatto come la visione di “Fury”: mi ha fatto capire meglio certe cose, certi detti-non detti, certi atteggiamenti. Se non conosci un militare, potrai sempre capire la vita militare o capire questo libro, ma ti mancherà sempre un tassello, magari minuscolo, per capir ancor meglio.

Di cosa parla questo libro? Difficile chiamarlo romanzo o biografia, è come un lente e inesorabile concatenarsi di oggetti che parlano e “agiscono” attorno a un attentato in Afghanistan le cui conseguenze sono pesanti per un soldato: perdita delle arti, una serie quasi infinita di operazioni chirurgiche e non solo per salvargli il salvabile e il suo ritorno alla “normalità” (che poi chissà mai cosa è questa normalità che tutti tirano per la giacchetta). Non parla lui, non parlano i suoi cari, ma parla il fertilizzante comprato innocentemente da un ragazzo che crede nel futuro del suo paese e finito in mani di chi invece ha altri scopi; parla la canula infilata nel suo corpo; parla la sua sedia a rotelle; parlano i suoi scarponi (che bello quel pezzo, insieme a quello dello zaino). Parlano le cose. Cose che noi tutti vediamo, usiamo, abusiamo, ma che alla fine non sono che mezzi con cui noi viviamo o muoriamo. E allora le cose diventano parte di noi e non solo come gli aghi delle flebo entrano davvero in noi per salvarci la vita, ma perché senza un paio di scarpe buone potremmo non riuscire a fare quel percorso nel tempo utile per fare altro: le cose sono concatenazioni del nostro essere, del nostro agire e del nostro volere, paradossalmente sono noi come le nostre gambe.

Di certo sarebbe stato più emotivamente drammatico se le vicende del capitano Tom Barnes venissero raccontate in prima persona, spurgano tutta la sua impotenza di fronte al fatto che, quanti sforzi facesse, lui era uno straniero invasore armato occidentale su una patria non sua; di fronte alla mina che salta; di fronte alla reazione dei suoi commilitoni, dei suoi compagni d’adolescenza, della ragazza conosciuta al ballo, della sua famiglia. Cerchiamo sempre il morboso che ci sconvolga, ma qui c’è tutto quello che serve e non un qualcosa di più, perché non si da in pasto lo sconvolgimento di chi sa che la sua vita è appesa a un filo che da un momento all’altro potrebbe spezzarsi solo violentemente e invece poi viene riannodato in qualche modo. Noi ci beiamo di invocare le Parche, le Moire, le Norne e chi per loro che cardano, filano e tagliano la vita di ogni singolo uomo, ma non è così: non c’è niente di morboso, di aulico, di sublime, c’è solo quell’attimo che divide ognuno di noi dal prima e dal dopo e si può solo decidere come andare avanti.

Questo libro non da insegnamenti, non da moniti, non si schiera politicamente da una parte o dall’altra; questo libro da solo una storia che è come quella, purtroppo, di mille altri soldati tornati a casa a pezzi (fisici e/o mentali). Perché va letto allora? Perché la guerra non è bianca o nera, non è qualcosa che si può evitare, non esistono i buoni e i cattivi come nei film; la guerra è un insieme di scelte personali e superiori. Va letto perché leggendolo si capisce come siamo tutti uniti, volenti o nolenti, come le cose ci uniscono alla stregua delle persone e quello che fa davvero la differenza è la scelta che operiamo.

Il padre di Faridun sceglie di collaborare con gli occidentali per il bene del suo villaggio e se ne pentirà a suo modo. Latif sceglie di seguire chi il suo paese lo vuole liberare con le azioni violente. Tom Barnes sceglie di riprendersi la sua vita, malgrado tutto quello che ha vissuto e che non ha potuto fare. Perché? Perché non si può fare altrimenti una volta che si decide di scegliere e andare avanti con le conseguenze.

Detta così questo libro dovrebbe essere una palla, invece è potente, schietto, chiaro e va letto per questa mancanza di retorica di alcun tipo.

Voto: 7. Per chi cerca un libro senza retorica sulla guerra, ma che parli di chi la guerra la vive.

Scheda tecnica

Titolo originale: “Anatomy of a Soldier”

Anno di pubblicazione: 2016

Traduttore: Martina Testa

casa editrice: Big – Sur

Finito di stampare nell’ottobre del 2016 c/o Grafica Veneta spa, Trebaseleghe (PD), carta dotata certificata FSC

Progetto Grafico: FALCINELLI & CO

copertina: Stefano Vittori

Foto autore ©Gemma Day

pagine 349

prezzo € 17,50

 

 

Chiacchiere davanti al bidone della carta

Luogo: davanti le vetrine del Libraccio, a fianco del bidone della carta pieno anche di libri.

Quando: qualche giorno fa.

Attori: io e una coppia di mezza età (indicativamente, senza “offendere” nessuno).

Atto unico e lunghino.

Prologo: io guardo i libri in vetrina per vedere se ci sono occasioni, prima di entrare. La coppia mi passa a fianco e lui con aria seccata dice “Ecco dove la dimostrazione che in Italia non si legge” (più o meno, ammetto che mi ha seccato più il tono che le parole in sè per sè). Io…non ce la faccio a stare zitta e rispondo pacata che a volte i libri si buttano punto.

Atto:

Non starò a raccontarvi per filo e per segno cosa ci siamo detti, passando da un primo momento di fastidio reciproco, fermi sui nostri piedistalli, alla stretta di mano sorridendo, mentre lui al mio “scusate se infastidisco le persone parlando di certe cose” mi risponde con un “Goethe parlava di affinità elettive” e la moglie annuiva. Sta di fatto che mi sono trovata parlare piacevolmente con delle persone di un certo interesse culturale di come il problema non sia il libro buttato nel bidone della carta (“ah non si fa! delitto”), ma come si arriva al bidone della carta.

Si arriva con libri scolastici “nuovi” a ogni anno e di conseguenza non sempre reciclabili dagli studenti. Si arriva con case editrici che non si possono permettere di pubblicare libri “semisconosciuti” o dimenticati se poi devono rimanere in magazzino, perché quel libro non solo costa pubblicarlo, ma costa pagare chi quel libro lo ha edito e stampato anche se è un classico. Si arriva con i finti best sellers e i romanzi pompati dalla critica di parte che dimentica il passato. Si arriva enfatizzando quello che si vende di più. Si arriva non facendo conoscere certi autori per snobbismo o per ignoranza (che a volte è la stessa cosa tocca dire, perché a volte non si conoscono autori passati senza i quali i moderni non sarebbero nulla). Si arriva alla massificazione. Si arriva quando per regalare un libro a un ente ci sono trafile assurde o divieti (vi ricordo comuque la pagina del blog “Dove donare i libri che avanzano” e segnalatemi enti che sarebbero desiderosi di prendere qualsiasi tipo di libro) Si arriva da tante strade.

Buttare un libro nella carta è qualcosa che mi fa male, ma che col tempo inizio a pensare che sia inevitabile. A malincuore. Certi libri di testo, scolastici, non li prende nessuno anche se sono in buono stato e con le nozioni corrette, solo perché magari hanno 10 anni e a scuola è già tanto che prendano quelli di 3 anni prima. Si deve sempre trovare il modo di farli girare, ma quando diventa più oneroso che facile come si fa? Tutti noi abbiamo vite complicate e indaffarate anche quando sembra che non facciamo niente. Regalare un libro, farlo girare, dovrebbe essere facile, ma non sempre lo è.

Mentre parlavamo, c’erano persone che ravanavano nel bidone alla ricerca di qualcosa da salvare. Fa effetto, sembravano barboni in cerca di cibo, ma alla fine chi ama leggere non è un affamato di libri? Anche a me capita di guardare nei bidoni della carta del mio palazzo (no, non ravano, alzo il coperchio e senza spostare nulla, ma con occhio clinico guardo) prima di buttare la mia carta, perché mi è capitato di salvare e far rigirare libri che altri avevano buttato. Però ci si sente dei barboni…e ci si guarda attorno sperando che nessuno ti noti…

Ritornando all’atto unico, io capisco lo sdegno dell’uomo, il silenzio con partecipe della donna, ma, come siamo arrivati a comprenderci, quello è solo l’atto finale di un sistema ben più complesso che fa del libro non un veicolo di sapere, ma un limone da spremere e da buttare.

Quei minuti di chiacchiera sono stati per me il momento felice della giornata, perché da quello che poteva essere uno scontro “armato” fra due posizioni intellettuali, si è arrivati facilmente al dialogo e al confronto; forse se avessimo modo di parlare capiremmo che gli interessi e le visioni del mondo letterario sono agli antipodi e forse sarebbe più difficile capirsi, ma quel giorno l’incontro fra sconosciuti è arrivato alla stretta di mano e a sorrisi. Tanto può fare anche un bidone della carta.

illustrazione di Eszter Schall
illustrazione di Eszter Schall