Chiacchiere davanti al bidone della carta

Luogo: davanti le vetrine del Libraccio, a fianco del bidone della carta pieno anche di libri.

Quando: qualche giorno fa.

Attori: io e una coppia di mezza età (indicativamente, senza “offendere” nessuno).

Atto unico e lunghino.

Prologo: io guardo i libri in vetrina per vedere se ci sono occasioni, prima di entrare. La coppia mi passa a fianco e lui con aria seccata dice “Ecco dove la dimostrazione che in Italia non si legge” (più o meno, ammetto che mi ha seccato più il tono che le parole in sè per sè). Io…non ce la faccio a stare zitta e rispondo pacata che a volte i libri si buttano punto.

Atto:

Non starò a raccontarvi per filo e per segno cosa ci siamo detti, passando da un primo momento di fastidio reciproco, fermi sui nostri piedistalli, alla stretta di mano sorridendo, mentre lui al mio “scusate se infastidisco le persone parlando di certe cose” mi risponde con un “Goethe parlava di affinità elettive” e la moglie annuiva. Sta di fatto che mi sono trovata parlare piacevolmente con delle persone di un certo interesse culturale di come il problema non sia il libro buttato nel bidone della carta (“ah non si fa! delitto”), ma come si arriva al bidone della carta.

Si arriva con libri scolastici “nuovi” a ogni anno e di conseguenza non sempre reciclabili dagli studenti. Si arriva con case editrici che non si possono permettere di pubblicare libri “semisconosciuti” o dimenticati se poi devono rimanere in magazzino, perché quel libro non solo costa pubblicarlo, ma costa pagare chi quel libro lo ha edito e stampato anche se è un classico. Si arriva con i finti best sellers e i romanzi pompati dalla critica di parte che dimentica il passato. Si arriva enfatizzando quello che si vende di più. Si arriva non facendo conoscere certi autori per snobbismo o per ignoranza (che a volte è la stessa cosa tocca dire, perché a volte non si conoscono autori passati senza i quali i moderni non sarebbero nulla). Si arriva alla massificazione. Si arriva quando per regalare un libro a un ente ci sono trafile assurde o divieti (vi ricordo comuque la pagina del blog “Dove donare i libri che avanzano” e segnalatemi enti che sarebbero desiderosi di prendere qualsiasi tipo di libro) Si arriva da tante strade.

Buttare un libro nella carta è qualcosa che mi fa male, ma che col tempo inizio a pensare che sia inevitabile. A malincuore. Certi libri di testo, scolastici, non li prende nessuno anche se sono in buono stato e con le nozioni corrette, solo perché magari hanno 10 anni e a scuola è già tanto che prendano quelli di 3 anni prima. Si deve sempre trovare il modo di farli girare, ma quando diventa più oneroso che facile come si fa? Tutti noi abbiamo vite complicate e indaffarate anche quando sembra che non facciamo niente. Regalare un libro, farlo girare, dovrebbe essere facile, ma non sempre lo è.

Mentre parlavamo, c’erano persone che ravanavano nel bidone alla ricerca di qualcosa da salvare. Fa effetto, sembravano barboni in cerca di cibo, ma alla fine chi ama leggere non è un affamato di libri? Anche a me capita di guardare nei bidoni della carta del mio palazzo (no, non ravano, alzo il coperchio e senza spostare nulla, ma con occhio clinico guardo) prima di buttare la mia carta, perché mi è capitato di salvare e far rigirare libri che altri avevano buttato. Però ci si sente dei barboni…e ci si guarda attorno sperando che nessuno ti noti…

Ritornando all’atto unico, io capisco lo sdegno dell’uomo, il silenzio con partecipe della donna, ma, come siamo arrivati a comprenderci, quello è solo l’atto finale di un sistema ben più complesso che fa del libro non un veicolo di sapere, ma un limone da spremere e da buttare.

Quei minuti di chiacchiera sono stati per me il momento felice della giornata, perché da quello che poteva essere uno scontro “armato” fra due posizioni intellettuali, si è arrivati facilmente al dialogo e al confronto; forse se avessimo modo di parlare capiremmo che gli interessi e le visioni del mondo letterario sono agli antipodi e forse sarebbe più difficile capirsi, ma quel giorno l’incontro fra sconosciuti è arrivato alla stretta di mano e a sorrisi. Tanto può fare anche un bidone della carta.

illustrazione di Eszter Schall
illustrazione di Eszter Schall

 

“It follows” di David Robert Mitchell

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Aspettiamo che inizi il film a “I Giardini della paura”

“Il peggior pubblico presente ai Giardini” chiosa uno spettatore dietro al mio amico. Ah, già scusate, non abbiamo compreso l’occhio della madre di questo film, ce ne scusiamo tutti in coro. Non abbiamo compreso oltre agli omaggi chiari e fin troppo palesi, ma senza costrutto, alla cinematografia degli anni ’80, dall’ambientazione al modo di girare, alle riprese, ai costumi. E scusate se abbiamo riso e applaudito nei momenti “comici” in un film che di comico non doveva avere nulla: perché quando in un horror più di una persona scappa sonoramente a ridere o lo hai fatto apposta o qualcosa non quadra.

Che cosa è un horror per i comuni mortali? Un film che ti mette addosso angoscia, paura e quel sottile ma non troppo sentore che potrebbe essere vero; dovrebbe obbligarti a controllare inconsciamente dietro le spalle, quel rumore strano che non riesci a definire, quella persona che cammina; farti rimpiangere di aver spento la luce (o dato via al cuginetto piccolo, quella lucina che ti aiutava a sopportare le lunghe notti buie piene di mostri quanto eri piccolo). Insomma cose così. Se in un horror devo guardare le citazioni, l’uso della camera come il regista xyz allora, a mio sindacabilissimo parere, qualcosa non quadra. Saremmo stati anche il peggior pubblico dei giardini (della paura), ma di certo questo film non è parso il capolavoro che le recensioni hanno scritto.

Prima fra tutte quella su mymovies.it che gli assegna un 3,29 su 5 portando la freccetta sul lato dei film da non perdere. Ne sottolinea il valore di paura strisciante in un'”America puritana e sessuofobica” in cui la maledizione si trasmette per via sessuale. L’Internazionale si barcamena in una disquisizione filosofica che fa addormentare dopo cinque minuti da quanta prosopopea emana, ma centra il punto in due passaggi:

È come se David Robert Michell avesse smontato un film dell’orrore e avesse messo ogni suo tassello narrativo in una teca di cristallo o su un piedistallo. Con tanto di didascalia. 

e

Forse la vera forza di questo film è la sua assoluta libertà dalla schiavitù della trama. Non sono possibili spoiler per It follows perché non c’è nulla da spoilerare. 

Ragioniamo un attimo su sta cosa. A mio parere se si smonta un film come si smonta una automobile e si mettono i pezzi su un piedistallo, la macchina non va più e tu la guardi e basta ma se devi andare in vacanza ti devi cercare un altro mezzo. Una macchina come un film deve fare il suo mero lavoro che non è solo farsi guardare ma raccontare (per i film), portarti in giro (per la macchina). Un film poi per quanto possa essere considerato un mero mezzo di comunicazione, assume in sè molti elementi: dalla recitazione come il teatro, dalla narrativa come la scrittura, dall’emozionare come tutti i media alla fine. E ogni genere narrativo ha la sua peculiarità: l’horror deve spaventare. Se lo spezzetti e lo metti sotto vuoto la paura gira da sola dentro una teca e poi si autodistrugge. Non è difficile capirlo. La paura si alimenta e si auto alimenta quando dallo sceneggiatore passa, attraverso alla regia, alla mente dello spettatore e continua a riprodursi cercando appigli continui, palesandosi quando meno ce lo si aspetta. Se la paura non fa paura che paura è?

Seconda cosa, che per me è la più terribile, la trama non dice nulla. Come sarebbe a dire ‘sta cosa? E’ come se io mi mettessi qua e iniziassi a scrivere parole a caso, legate fra di loro solo da fili invisibili, e dopo 1000 e più battute mettessi un punto e vi lasciassi così, senza farvi capire un nulla se non un vago sentore di un’idea di qualcosa (ecco, come queste ultime parole). E’ vero che siamo abituati alla verbosità, a sentire le persone che si parlano addosso, che amano sentire la loro voce anche quando è scritta, che perdiamo il senso delle parole stesse: quello di comunicare qualcosa. Se la trama non esiste, cosa significa tutto ciò? Per me significa che a qualcuno piaceva parlarsi addosso e far vedere come era bravo (un po’ come i bambini quando sono piccoli). Non mi quadra tutto ciò.

Tre sono gli elementi ricorrenti in più recensioni e che condivido:

  1. la maledizione che si trasmette attraverso via sessuale sembra quasi fare riferimento a tutte le malattie venere, Hiv in primis, che si possono trasmettere senza essere consapevole del rischio
  2. la solitudine dei ragazzi in una Detroit praticamente vuota di adulti.
  3. la resa del mostro.

Ora sul primo elemento niente da dire: ogni momento parte e si allontana seguendo la scia del sesso, con le parole “profetiche” del primo maledetto quando attacca la maledizione alla protagonista: la devi passare (che potrebbe anche essere letto come un “la devi dare”). Peccato che la protagonista e la sua genga di giovini amici esclusi dalla società dei loro simili (c’è la secchiona, quello sfigato, l’amica carina ma boh e il fattone che cucca un sacco di ragazze…che però faranno una brutta fine) si dimentichino il piccolo particolare a loro detto che devono spiegare allo sfigato di turno cosa accade. In fondo…che importanza ha? In fondo è importante fare sesso, farlo anche se ti becchi il mostro, farlo con chiunque (prostitute e passanti ammessi, anche se il regista non da conferma della consumazione glissando con leggerezza. I commenti sono pieni di domande su chi ha fatto sesso con chi), farlo e non dire nulla. Anche lo sfigato del gruppo pur di poterla avere dalla bella e maledetta accetta di prendersi il mostro…ma veramente?

Il secondo elemento è sia positivo che negativo. Rientra in quello che per me è la visione d’omaggio alla cinematografia degli anni ’80 dove si sposta l’interesse dalle vicende dei grandi per seguire i ragazzi nel loro percorso di crescita dall’adolescenza alla maturità: adulti di contorno, poco presenti, a volte dannosi. Qui si enfatizza l’assenza e da sicuramente quel senso di straniamento, di inevitabile solitudine, di incomprensione. Sarebbe positivo per un film narrativo, uno di quelli che si sofferma sui problemi del mondo con lunghi silenzi e movimenti di camera; è negativo perché i ragazzi sono totalmente inermi di fronte al mostro e non ci sono supporti di trama per sopperire a questa mancanza. I ragazzi non sono abbastanza nerd o disadattati per conoscere una qualche religione astrusa su cui lavorare per combattere il mostro e non conoscono alcun adulto senziente e utile (di solito qui appare un rabbino/sacerdote più o meno entro alle loro gerarchie oppure un professore vario ed eventuale), senza per forza scadere nello spiegone. I ragazzi subiscono e basta, anche se ogni tanto hanno un qualche rigurgito di opposizione e tentativo di distruggere il male, con scarsi e ridicoli risultati. Noia. Mi spiace, ma qui dopo un po’ subentra la noia.

Il terzo elemento è quello sicuramente più interessante e che fa del film un film di genere. Il mostro non ha un aspetto suo, ma assume le sembianze a caso di persone più o meno conosciute dalla vittima. Come lo si riconosce? Dalla camminata. Il mostro “non ha tempo e non ha fretta” (lo diceva la mia professoressa di greco del liceo riguardo agli dei); cammina con passo dinoccolato, un po’ zombesco; punta alla sua preda senza farsi distrarre dagli altri, come se avesse il mirino puntato. Ha un vero e solo difetto: quando trova le porte di casa chiuse a chiave, si dà al vandalismo e spacca le finestre con un sasso… Detto questo, questo aspetto è sicuramente il più riuscito dal regista dove si vede che si sbizzarrisce con movimenti di camera, entrate in scena di personaggi muti e “inutili” buoni a spostare l’attenzione dello spettatore e far provare almeno un sentore di brivido.

Potrei continuare ancora per molto, ma alla fine il succo è quello. Il film sembra un tentativo di essere più incisivo dello spot degli anni ’90 con l’alone viola per mettere in guarda dalle malattie veneree e sessuali; è un omaggio sfacciato; non mi ha fatto paura e non riesco a capire come la gente possa aver avuto paura di questo film. Parlo di paura vera e non di brividini vari ed eventuali.

Scheda tecnica stringata

Regia 6; Scenografia 7 e mezzo; Sceneggiatura 4; Costumi 7; Effetti Speciali 7; Musica 7 (ma deve avermi infastidito perché non la ricordo bene); Fotografia 7; Cast 6 (senza infamia e senza lode).

Voto finale: 5. Volete proprio vederlo? Allora guardatelo per altro e non perché è un horror.

Aggiungo qualche link nel caso voleste leggere recensioni positive e molto ben scritte e documentate e con tante citazioni che fanno quelli che ne sanno un sacco. Movieplayer I 400 calci tanto per citarne altri due con qualche commento in aggiunta.

Lettori da feuilleton: riflessioni spensierate

Libraio Ambulante a Berlino. Cartolina tedesca del 1890 circa
Libraio Ambulante a Berlino. Cartolina tedesca del 1890 circa

Senza voler essere un’indagine sociologica o psicologica, ma solo una speculazione personale su un fenomeno poco pensato: i lettori dei feuilleton.

Che cosa era, prima di tutto, il romanzo d’appendice? Era una pubblicazione a puntate, di poche pagine, allegato a un giornale e raccontava grandi storie di ampio respiro. Diciamo che prima di Netflix c’era il feuilleton. Anzi Netflix non è feuilleton, ma piuttosto il romanzo completo in cui sono state raccolte tutte le singole puntate uscite.

Chi scrisse i romanzi d’appendice? Gente del calibro di Dumas, Balzac, Stevenson, Salgari, Joyce e Dickens. Mica gente da poco e mica con romanzi di secondo ordine. In quel modo vennero pubblicati “L’isola del tesoro”, “Ulisse”, il ciclo dedicato a Sandokan, “I tre moschettieri” tanto per dirne alcuni. Certo alcuni libri vengono considerati “narrativa da ragazzi” (come se fosse da poco, ma anche “Pinocchio” venne pubblicato in questo modo e seriamente è davvero un romanzo per ragazzi? A me è sempre parso un po’ troppo complicato per gente che ancora deve prendere coscienza di cosa li circonda), altri invece iniziarono ad avere dignità di grande narrativa, ma poco importa: uscirono a puntate, come allegati e la gente li leggeva. E probabilmente li leggeva con così tanto gusto che qualcuno ritenne opportuno poi riunirli in un sol libro e quindi ora noi li leggiamo tutto d’un fiato.

A scuola forse si accenna al fenomeno, non lo ricordo se ai miei tempi ho studiato qualcosa, ma di certo anche se fosse, non se ne capisce la portata psicologica e il valore. “Che cavolo starà dicendo l’amaca adesso?” vi starete probabilmente chiedendo, ma vi dico che leggere a puntate un libro avvincente o appassionante è qualcosa che non possiamo più vivere o comprendere nella nostra società cannibale e veloce. Siamo talmente abituati ad avere tutto e subito che ora i telefilm non solo arrivano il giorno stesso della emissione in terra straniera, con o senza sottotitoli, ma addirittura esistono gli archivi in modo da non aspettare mai, nemmeno un minuto per vedere la puntata successiva. Ma che ne sanno quelli che aprono Netflix e compagnia danzante e, con sotto mano cibo e bevande, si snocciolano un’intera stagione della serie prescelta? Non possono capirlo, credo, perché l’ansia che scaturisce nell’aspettare è pari a tutta la serie di paranoie e congetture che si facevano. Ora aspettiamo le serie, un tempo si aspettavano le puntate. Facendo questi discorsi sembro anziana e anche di più, ma alla fine mi vien da pensare che quando ero piccola l’appuntamento fisso, prima della cena, di “Happy days” era più chiaro di sapere dove fosse il 7 sull’orologio; aspettare di vedere come andava a finire il combattimento di Pegasus contro nonsisachimasembraimbattibile era come la frase biblica “e fu sera e fu mattina”, era lo scandire del tempo chiaro. Ma io sono nata e cresciuta nell’era delle lettere, delle cartoline col francobollo e col postino, della audio cassette, della radio che gracchiava o che se ti spostavi non si sentiva più. Sono cresciuta nel tempo lento in confronto ad ora e, nello stesso tempo, sono il momento della velocità in confronto a chi doveva aspettare una settimana per vedere come andava avanti la storia.

Ci avete mai provato voi a lettere un tot di capitoli a settimana senza sgarrare? Io sì ed è un vero esperimento letterario. Mi spiego meglio. Da qualche anno, e lo avete visto su questo blog, partecipo a letture collettive varie ed eventuali e le più “strambe” sono quelle che ci hanno visto leggere Dickens a puntate: “Il nostro comune amico” è durato 1 anno e mezzo, se non ricordo male. Un anno e mezzo! Pensate quanti libri potreste leggere in quel periodo. Pensate a quante cose fate in un anno e mezzo. Noi invece abbiamo letto un libro (non abbiamo fatto solo quello, sia chiaro, perché ognuno ha continuato a vivere e a leggere contemporaneamente quel che voleva) e abbiamo aspettato un anno e mezzo per poter vedere dove andava a parare la storia. Altro che pazienza! Da quelle esperienze (perché i libri letti in quel modo sono stati più di uno) è nato il gruppo di fb “Letture folli e sgangherate” dove in libertà totale condividiamo pareri ed emozioni che suscitano le letture. Beh, Dickens non ci è mai piaciuto, tranne per “Canto di Natale” e ancora continuiamo a chiederci come è possibile tale discrepanza fra quel testo e gli altri. Ora siamo a Dumas e ci piace un sacco.

Torniamo però alle idee balzane che mi son venute in mente mentre, come lettrice, mi immedesimavo nei panni di una mia ipotetica ava lettrice che si avvicinava al ragazzo dei giornali, ne comprava una copia, cercava le due paginette o chissà quante del racconto e il resto lo abbandonava al parente di turno. Leggere, ricordare e raccogliere il tutto e poi tenerselo caro come il romanzo che poi sarebbe diventato. La sua fortuna sarebbe stata avere uno scrittore diligente come Carletto (Dickens. Sì, è diventato Carletto, è famigliare ma non proprio gentile), il quale come abbiamo potuto apprendere rispettava le tempistiche dell’editore; se però le fosse capitato Sandrino (Dumas), il quale pur di prendere soldi da mille mila editori interrompeva per mesi (mesi!!! Lo capite?!) il racconto, per iniziarne altri che poi sospendeva, cosa avrebbe fatto? Io se fossi stata in lei lo avrei strozzato. Eppure questo è uno dei tratti primari che mi ha fatto pensare: lettore paziente. O almeno apparentemente tale: non si annoverano rivolte più o meno silenziose di lettori spazientiti. Editori spazientiti sì, ma lettori boh. Si ricordano le richieste pressanti dei lettori affinché Conan Doyle facesse risorgere Sherlock Holmes. Dovrò indagare su probabili rivolte per l’interruzione da parte dello scrittore.

Leggendo poi mi sono sempre chiesta che tipo di lettore fosse: ceto alto annoiato, media o bassa borghesia in cerca di riconoscimento, l’operaio/a che cercava riscatto, la servetta che rubava un momento di libertà dalla noia del lavoro? Sicuramente questo e altro e forse qualche testo avrà affrontato la situazione (se ne conoscete il titolo siete così gentili da informarmi? Grazie), descrivendo nei minimi particolari i gesti, le movenze, le ansie e le gioie del lettore. A me ricorda un po’ Jo March con la sua brama di lettura (okkei devo leggere davvero il libro, non posso basarmi solo sui film…). Mi vengono in mente fumose città di fine ottocento come Londra o Torino, dove il progresso delle fabbriche andava a braccetto con la pesantezza dei rituali del retaggio di classe. Mi vengono in mente tante immagini confuse, ma di certo la cosa più bella è il contratto che si firmava in modo implicito fra scrittore/narratore e lettore: il lettore era paziente, aveva memoria, avrebbe compreso tutte le citazioni colte o meno (Dumas ne “Il conte di Montecristo” che stiamo leggendo ora, mette un sacco di citazioni di non così immediata comprensione), avrebbe tenuto da parte soldi e tempo per comprare tutte le puntate, avrebbe chiesto altre e altre storie ancora per poter fuggire per qualche ora dalla banalità della quotidianità. Un patto pesante che mi fa pensare come siamo ora noi lettori forti che divoriamo libri su libri e che pretendiamo di sapere sempre di più, cercando incontri letterari, festival, rubriche e blog per saziare la nostra fame bulimica di storie.

Il lettore di feuilleton ha il passo lento, la crisi d’astinenza, il sogno ad occhi aperti e la curiosità da saziare. Sarò romantica, ottocentesca, ma questa mia esperienza di lettrice di romanzi d’appendice mi sta ridando il senso lento della lettura e della condivisione: non ci si trova più all’edicola o al bar per parlare dell’ultima avventura, lo si scrive su fb; non si mettono più da parte religiosamente i fogli di giornale, si fanno foto da condividere su instagram; eppure…eppure si aspetta il giorno prefissato per poter leggere, anche se il romanzo è lì, bello grosso, sul comodino o nella borsa da viaggio. Aspettare. Leggere. Ricordare. Condividere.

Non so chi fossero esattamente i lettori di feuilleton, ma consiglio a tutti di mettersi nelle loro scarpe per sentire le farfalle nello stomaco a ripensare agli accadimenti del personaggio preferito.

illustrazione di Headless studio
illustrazione di Headless studio

Elogio della biblioteca

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Paura di tutti i lettori veri.

Un post così, che nasce soprattutto dalla riflessione mia personale quando vedo gente comprare un sacco di libri, lamentarsi degli acquisti e dei soldi spesi, farsi consigliare senza senso libri da altri (conosciuti e sconosciuti) e poi magari lamentarsi del pessimo consiglio. Maaaaaaaaaaaaa tutti hanno questa marea di spazio e soldi da comprare ogni libri che gli passa per la mente? No, perché io vivo in spazio vitale risicato e con i pochi soldi che passa il convento lavorativo tanti libri non me li posso comprare. Quindi? Cosa non quadra?

Alt! Ognuno con i suoi soldi fa quello che gli pare, quindi non contesto minimamente l’acquisto di oggetti che fanno piacere, ma mi chiedo se abbia senso spenderli senza ragionamento oculato, visto che poi le lamentele ci sono. Un tempo anche io, con la mia famiglia d’origine, non avevo problemi a comprare libri e devo dire che raramente abbiamo acquistato male, ma è semplice fortuna oculata: rimanere in ambito del conosciuto o leggere un autore classico che ha scritto tanto aiuta tantissimo. Poi è arrivata la crisi e anche la diminuzione di spazio vitale e allora si sono riscoperte le biblioteche. E si è aperto il mondo!

Come si fa a vivere senza biblioteche se sei un lettore onnivoro e affamato? E sul limite della povertà una volta sì e l’altra pure, aggiungiamo. So di aver scritto altre volte sulle biblioteche e sul fatto che per me è stata una meravigliosa scoperta che ha solo ampliato il mio spazio mentale senza dover diminuire soldi e spazio fisico. Ora mi chiedo perché non le si usi in modo più massiccio…

Molto probabilmente ci saranno analisi su questo fenomeno, ma è meno impattante del problema dell’editoria, delle librerie che chiudono o del fatto che i lettori diminuiscono. Lettori o compratori di libri? Me lo sono sempre chiesta. Alla fine anche se sembra tutto la stessa roba, se vai in biblioteca il libro non lo compri, non fai girare l’economia, quell’editore non stampa x libri, quella libreria non vende, non ci sono stipendi per chi lavora e quindi poi si chiude. Corto circuito lettori! Qualcosa non quadra nel mio ragionamento, ne sono convinta. Qualcosa che riguarda l’educazione al leggere e al possedere libri, perché essere lettori non vuol dire comprare libri (io ne compro in modo compulsivo e ne leggo di meno di quelli che prendo o compro e leggo altro, non so, follia mia), comprare libri o tanti libri non ci rende ottimi lettori, leggere tanto non sempre implica comprendere quello che si legge, consultare testi non sempre aiuta. Non…non…non. Allora cosa servono le biblioteche? A far guerra all’editoria, al commercio, alle librerie? Non scherziamo! Eppure sembra così, se non ci rendiamo conto che non sono binari paralleli di un unico tragitto ferroviario, ma punti di interscambio, di passaggio, di consapevolezza.

Quindi adesso vi metterò i punti per cui, secondo me, ogni forte lettore, medio lettore e nuovo lettore deve sostenere le biblioteche civiche, comunali o quel che è, incentivarne il prestito, insistere sugli acquisti e farle vivere.

  1. sono un centro d’aggregazione sociale. Questa non è difficile da capire, ma in un mondo sempre più isolante, dietro ognuno ai nostri schermi, uscire e guardarsi in faccia non è male. A volte in biblioteca si riparano persone che una casa non ce l’hanno e qui continuano ad avere un senso di umanità civile (sempre che si comportino degnamente).
  2. sono un centro di scambio di idee, soprattutto le biblioteche universitarie, anche se in certe città qualcuno pensa che siano il loro territorio personale di “anarchia” dove le leggi sono sospese, in realtà quei luoghi dovrebbero continuare la tradizione delle università laiche medievali, nate in antitesi e continuità con i monasteri religiosi e quindi permettere che le idee circolino, si scontrino, si ricalibrino per il bene di tutta la comunità e della politica.
  3. sono un momento in cui la solitudine si può combattere. Pensate a quanta gente sola, spesso anziani, “costretta” a uscire di casa per andare a prendersi qualche libro, trova poi un modo per scambiare due parole non solo col bibliotecario. Un tempo avevamo le piazze, ora abbiamo i centri commerciali con l’aria condizionata, ma ci possono essere anche le biblioteche.
  4. sono un luogo di crescita, soprattutto le biblioteche per bambini. E’ vero che ci sono asili, giardinetti e parchi apposta, ma non di solo svago deve vivere il cervello di un bambino, futuro adulto. Alimentiamo quei neuroni anche con le storie!
  5. sono un supporto economico per lettori. Questa è facile da capire.
  6. sono un supporto economico per lettori dubbiosi, nel senso che se non sei convinto che quel libro ti piaccia, lo prendi in biblioteca e poi magari te lo compri (capita, fidatevi).
  7. sono un momento di incontro fra lettori e scrittori e/o editori. Sono un salotto accogliente in cui parlare di cultura a qualunque livello.
  8. quando giocavate a sim city senza biblioteche il vostro quartiere non progrediva anche se avevate altro, qualcosa vorrà dire no?
  9. sono un luogo in cui le domande possono trovare risposte. Con tutti quei libri uno che ti dica cosa cerchi dovresti trovarlo!
  10. sono un luogo di innamoramento e amicizia. Dai, perché no?
  11. sono un ente sociale, educativo, culturale, propositivo e civico. Basterebbe solo questo per doverle sostenere.
  12. leggere libri rari, fuori catalogo, costosissimi.
  13. Non ci sono solo libri, ma anche dvd, cd, fumetti e tanto altro.

Forse ci possono essere anche altre risposte sul perché è dovere di ogni cittadino pretendere e sostenere le biblioteche, ma forse basterebbe capire che esse sono come i musei, dove la cultura è a disposizione di tutti perché possano crescere e amare la cultura e ampliare i propri orizzonti e capire come spendere anche i propri soldi per comprare libri che fisicamente devono starci vicino per tutta la vita possibilmente. Una città senza biblioteche è una città afona, che allontana da se stessa chi deve invece investirci soldi, tempo, passione, fatica e gioia. Non prendetemi per scema, perché non vivo sulle nuvole, ma le biblioteche sono non un’antagonista alle librerie, ma la spalla su cui appoggiarsi perché permette davvero che la conoscenza possa arrivare a tutti senza spendere nulla di più delle tasse comunali che già si pagano.

Credete nelle biblioteche, perché possono permettere a piccole case editrici di nascere, agli editori di investire e alle librerie di crescere: ogni nuovo lettore nato, cresciuto, educato, appassionato, sarà un lettore compratore bisognoso di capire, vedere, crescere, avere e incontrare.

Andate nelle biblioteche quando siete in crisi di lettura e non sapete cosa leggere, fidatevi dei consigli di amici e bibliotecari, ma se avrete trovato un libro che parlava a voi lo comprerete dopo, se invece non sarà scattata la magia non rimprovererete nessuno se non il tempo sprecato. Un passaggio in meno in libreria non vi farà perdere la voglia di comprare, tanto lo sapete benissimo che se siete “ammalati di librite” dovranno colpirvi fortissimo in testa per farvela passare, avrete solo aumentato le possibilità di leggere. Fidatevi della sottoscritta sull’amaca. 😉

Pretendete dai vostri sindaci, uscenti entranti sotto elezione, che ci credano fortemente nelle biblioteche, che investano tempo e denaro per sostenerle, per farle crescere, per renderle una seconda/terza/quarta piazza cittadina. Pretendete che ci siano servizi pubblici comodi per arrivarci e non che siano piazzate lontano come isole nel deserto. Pretendete che ce ne siano tante (a Parma sono davvero fortunata e incrocio le dita che si continui così per sempre) in vari quartieri della città in modo che siano come le celle di uno stupendo alveare di libri. Davvero, le biblioteche sono un tesoro per tutti.

Towers of Knowledge, di Rob Gonsalves
Towers of Knowledge, di Rob Gonsalves

“Savior” di McFarlane, Holguin, Crain

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pagina di ibs

Premessa: questo post è un post di miei pensieri liberi, associazioni personali, collegamenti miei sul fumetto “Savior”. Non è una tesina e non vuole nemmeno valere come “studio”, ma solo come chiacchierata. Se vi va di aggiungere qualcosa, commentate perché questo fumetto mi ha smosso il cervello più di quanto mi aspettassi.

Sinceramente non ho intenzione di fare una recensione di questo fumetto, ma di parlarne comunque perché  ne vale la pena. Prima di tutto perché ha una sceneggiatura solida autoconclusiva nell’album brossurato della Panini Comics del 2015, senza buchi, spazi, dubbi o finali troppo aperti (oddio il finale è aperto, ma alla fine non si sente l’esigenza di un seguito. Almeno secondo me. O magari c’è e io non lo so nemmeno). Secondo perché i disegni sono spettacolari, curati e precisi, dove l’anatomia non sempre realistica è comunque funzionale alla scena ritratta nella singola vignetta, dall’angolazione prescelta per dare quel determinato sentimento al lettore. Terzo, i dialoghi sono impegnativi, ma non troppo pesanti; di norma mi perdo se devo leggere troppo in ogni vignetta, detesto gli spiegoni, ma mi piace sapere quello che serve per avere il senso di ogni sequenza.

Questo fumetto mi è capitato fra le mani per quel meccanismo diventato normale di andare in biblioteca e a ogni giro di raccolta libri aggiungerci un fumetto che mi ispira, senza un vero perché. Ho saltato i vari Pratt, Bonelli vari, Bonvi o Jacovitti per puntare ad altro, al di là che alcuni di loro li conosco per averli letto a suo tempo o per averne in casa alcuni albi, ma cercavo qualcosa oltre la mia zona di competenza e siccome la Biblioteca Civica di Parma ha una buona collezione di fumetti perché non provare? Di solito cerco storie o disegni che mi ispirino e non sempre l’uno deve andare per forza con l’altro, anche se certi albi li ho per ora lasciati in scaffale solo perché il disegno non mi ispirava. Avere in casa un illustratore storico non mi aiuta ad essere sempre misericordiosa con chi disegna in stile poco umano. Comunque sia, questo album mi è capitato fra le mani sicuramente per il disegno e la grafica in generale e poi per quel non so che istintivo che mi ha sempre dominato in lettura.

Di cosa parla? Di una sciagura aerea, di un uomo sovrannaturale, di una cittadina di provincia, di religione. Tutto condensato senza essere un tomo esplicativo. Più leggevo e più venivano in mente certe cose che ho letto e visto sin da ragazzina. Mi è ritornato alla mente (e spesso mi capita mi tocca dire) “Straniero in terra straniera” di Robert A. Heinlein con quel suo senso religioso e straniante dove un uomo speciale sconvolge gli umani “normali”, provocando le reazioni più disparate. Qui il nostro uomo speciale è più simile a Superman che a Valentine Michael Smith, con superpoteri che non sa davvero gestire, con quel senso pesante di Messia. Nell’ultimi film dedicato proprio all’uomo di Kripton il senso di Superman cambia dallo stereotipo normale di alieno che si mischia fra la gente cercando di passare nell’indifferenza tranne quando è suo dovere salvarla, ma diventa colui che incarna il Bene e come tale deve fisicamente e manifestamente immolarsi alla causa (in “Batman vs Superman” c’è l’immagine di Superman circondato da uomini e donne adoranti e silenziose e lui nel mezzo come a coglierne l’energia e il peso. Un’immagine da dipinto e molto evocativa). Il nostro smemorato invece sa di poter gestire la vita e la morte, come farebbe uno sciamano vero, segnando il destino di una persona e di quelle che la circondano (avete presente “La vita è meravigliosa” di F. Capra? Ecco, quello), ma senza preoccuparsi delle conseguenze. Conseguenze che non si vedono, se non in quella ragazzina salvata nel disastro aereo che lui ha salvato. E nessuno capisce come ha fatto. Lui diventa l’uomo misterioso come Valentine Michael Smith marziano terrestre che tutti vorrebbero per sè, come un santino vivente.

A questo punto mi è venuto in mente “Carnivàle” serie televisiva vista tantissimi anni fa (quando ancora Netlix non esisteva e bisognava sperare che Tele+ o Sky ne capissero la portata, perché scaricare un film o un telefilm a volte era una tragedia. Son passati 12 anni e sembra un millennio fa…). Mi è tornato in mente quando sulla scena compare la classica setta americana di matrice cristiana, ma che col cristianesimo di qualsiasi ordine e grado ti fa pensare che non abbia molto a che fare. La setta nel fumetto non è approfondita nella sua teologia, ma è presente con la sua rabbia, con il suo modo di circuire l’anello debole di una catena di solitudini di provincia per ottenere…cosa? Rabbia. Non mi viene altro da dire. Perché mi è tornato in mente il telefilm suddetto? Primo perché la presenza del padre metodista è un po’ lo stereotipo di un’America costellata da mille sette, contro sette, religioni a portar via, religioni classiche, ateismo e agnosticismo. Secondo perché è come una sensazioni uditiva: i campi assolati e quasi desertici dell Iowa, con quel caldo che mi fa venire alla mente le cicale (vivo in Emilia, in Pianura Padana, dove in estate anche con le finestre chiuse e la tv accesa le cicale si fanno sentire come se sedessero accanto a te), la sabbia sollevata dalle auto, le televisioni a cercare uno scoop. Non saprei dirlo con certezza, ma mi ha ricordato alcune scene di quando il circo con i loro pesanti e imponenti mezzi si spostavano da una città all’altra, mentre la rabbia e il pericolo fra loro arrivava come una mandria di cavalli. Sono sensazioni, non saprei come spiegarlo diversamente.

Infine “X-files”. Volevate che in questo fumetto mancasse l’elemento governativo? Naaaa. E non ci sta male, anche se è come un intermezzo. Viene in mente l’uomo che fuma, l’avversario di Mulder & Scully, con la sua normale visione di manipolazione delle coscienze per tenere tutti tranquilli. L’intermezzo è funzionale non tanto per la storia, ma per far capire come sia facile manipolare i tranquilli e i complottisti e che alla fine, se uno sa usare bene i mezzi di comunicazione, sa come far ballare la gente. E’ un pezzo molto istruttivo che a me ha fatto sorridere, visto che di questi tempi apri fb e trovi il peggio del peggio con tutti tuttologi (ricordate l’ultima canzone di Gabbani, quella che ha vinto Sanremo? Ascoltate bene il testo…ci prende per i fondelli che è una meraviglia e noi la cantiamo pure! Genio!). Fa sorridere, se non fosse che poi i risultati fanno piangere, ma lasciamo perdere valà.

Alla fine della lettura mi è rimasto un dubbio, costellato da varie risposte. Perché storie così sono credibili soltanto in America? Insomma se pensiamo a sette religiose, fenomeni paranormali, manipolazioni culturali, uomini in nero, non possiamo immaginarcelo se non in America. A me viene da dire proprio per la sua conformazione storica più che politica: dove sono confluite diverse etnie, con diverse religiose, dove sono arrivati quelli che l’Europa non voleva più (mica poteva mandarli tutti nella colonia penale dell’Australia!), dove son fuggiti i perseguitati religiosi di qualsiasi stato europeo, dove si sono mischiati volenti o nolenti con le popolazioni indigene. Un miscuglio etnico, religioso, linguistico che ha visto nella violenza e nella legge (vedi l’epopea del vecchio west) il tentativo di creare uno stato unitario, ma che ha dovuto cedere alla guerra di secessione prima di poter avere una stabilità. Ma ve lo immaginate un racconto del genere in Italia? Io me lo immagino il santone di turno che gira per le strade di Napoli o di Bolzano, la giornalista mandata dalla D’Urso o da “La vita in diretta”, la vecchietta che diceva “ah, ma salutava sempre” e il politico che tira fuori un blog e parla di complotti e della restaurata dc-p2 e Giacobbo coi templari. Dai, non siamo credibili!

Forse è per quel motivo che certe storie son credibili sono in America e in una certa zona dell’America: la provincia abbandonata a se stessa. Forse noi certe storie non sappiamo raccontarle, con i nostri millenni di storie, di guerre, di ordine costituito politico o religioso che sia. Forse il nostro orizzonte è limitato e anche quando guardiamo il mare alla fine vediamo la costa dello stato di fronte a noi. O forse non è la nostra epica, dominata ancora da Romolo e Remo o dalle leggende medievali. Noi siamo altro, anche se oramai coi social il mondo è diventato grande come un salotto e noi stiamo prendendo anche le paure della provincia abbandonata americana…

“120, rue de la Gare” di Léo Malet

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recensione di anobii

Dicono che non si possa capire il noir se non hai letto Simenon e Malet. Simenon lo amo sin da bambina (lessi un suo libro per la prima volta alle elementari), Malet non lo conoscevo fino ad ora. Era il caso di rimediare e iniziare a leggere anche questa serie.

L’investigatore Nestor Bruma sembra uscito più che da un romanzo, da un fumetto per quel suo modo di fare incurante del pericolo e delle regole, pur essendo un investigatore privato. Lo troviamo che è la seconda guerra mondiale, in una Francia ancora sotto gli allarmi aerei, i campi di prigionia, i passaporti e i visti, gli ospedali che sembrano quasi un carcere e la polizia che cerca di far tornare la legalità come se si trattasse di normale amministrazione. Ci sono rapporti lavorativi da ristabilire e agganci utili da rinsaldare, senza pestare i piedi a nessuno, ma quando gli ammazzano sotto gli occhi un suo collaboratore e sotto un lampione staziona la sosia di una splendida attrice, a Nestor non par vero di dover rimettere in moto la sua vita. E anche quell’incontro strano, con uno smemorato, nei campi di prigionia, inizia ad avere un senso in tutta questa intricata serie di incontri e di messaggi spediti via posta.

La scrittura è agevole, anche un po’ troppo a volte e son dovuta tornare indietro per rileggere i passaggi appena letti. Non capisco come mai mi stia succedendo. Ho sicuramente cambiato “metodo” di lettura con annessa attenzione, ma a volte mi capita leggendo di perdere il senso di quello che sto leggendo, come se le parole fluissero troppo velocemente: e allora le lascio andare, immaginando quello che percepisco e vedendo quello che viene descritto. La scrittura di Malet non è descrittiva, anzi è essenziale e scarna, ma non per questo non riesce a rendere bene le situazioni e i rapporti, raccontando una Francia sotto tono, quasi in gabbia, senza mai parlare di politica o di storia: ci sono gli aerei, gli attestati, i documenti rilasciati, quella sensazione di pericolo sottostante, ma non è nominato alcun personaggio o evento che inquadri la storia nella Storia. E’ una Francia secca che cerca di rimettersi in piedi, senza dare sconti a nessuno, ma nemmeno senza cercare di far pagare in eterno qualcosa. Burma sembra uno che alle regole fatica a stare, ma sembra solo apparenza mentre cerca di rimettere in riga tutti i pezzi di uno strano puzzle che gli è capitato fra le mani. Ecco “capitato fra le mani” in questo romanzo è il concetto giusto: qui tutto un po’ capita, si innesca, si incastra e alla fine, come il classico insegna, si risolve facilmente come se fosse evidente a tutti. Io però mi son persa qualche dettaglio e alla fine non ho potuto far altro che vedere l’esito e assentire.

A questo punto mi chiedo cosa lo accomuni a Simenon e al suo Maigret e sinceramente non ho una risposta. Di certo c’è un certo stile “alla francese”: avete presente quanto guardate i film francesi? Hanno quel non so che di “colorato” e sofisticato anche quando sono commedie per tutti (non credo che abbiano dei cinepanettoni loro, almeno glielo auguro). Capisco che dire che i film francesi e anche i romanzi abbiano un quel non so che di “colorato” non è molto professionale, ma è una cosa che mi capita di associare odori, sapori e sensazioni ai colori per spiegare la sensazione di un qualcosa (o un gusto. Per esempio per me la vaniglia è blu. Punto. Come posso spiegarvelo in altro modo? Non si può!). Vorrei dire che Burma è la parte più sensuale e giovane di Maigret, oppure potrebbe essere la scanzonata spalla del commissario, ma alla fine loro sono due mondi che non si possono incontrare, non solo e non tanto per l’ambientazione cronologica, ma proprio per il concepire l’indagine. Se non fosse per la pipa… Maigret per me trova un suo erede in Adamsberg della Vargas con quel suo modo paterno di affrontare le persone, anche quando prende per la collottala il cattivo o l’interrogato reticente di turno; Burma invece è troppo carico per poter aver cura di chi ha di fronte con la pazienza serena del poliziotto, anzi lui un po’ li deride con il loro modo di fare ligio al dovere. Maigret è diventato famoso, Burma molto meno: come mai? Mi rimane un mistero per ora.

Voto: 6 e mezzo E’ stata una piacevole lettura e devo ammettere che mentre leggevo mi convincevo che un altro episodio non mi avrebbe attratto, ma a ripensarci, mentre scrivo (di botto come al solito, lasciando che il cervello vaghi, senza appunti) mi vien da pensare che una seconda opportunità si può concedere, cercando di capire alcune cose di questo personaggio e del suo autore.

Scheda tecnica

titolo originale:  “120, rue de la Gare”

traduttore: Federica Angelini

anno di pubblicazione: 1943

edizione: Fazi Editore

finito di stampare: febbraio 2006 presso Grafiche del Liri s.r.l.

edizione italiana a cura di  Luigi Bernardi

grafica di copertina di Maurizio Ceccato

in copertina disegno di © Jacques Tardi

pagine 203

prezzo: €8,50

“I guardiani della galassia vol.2” di James Gunn

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recensione di mymovies.it

Quando era uscito il primo capitolo di questo film ero rimasta sconvolta di come mi avesse preso, divertito, coinvolta e fatta ballare sulla seggiolina del cinema e nello stesso tempo era tratto dall’ennesimo fumetto che non conoscevo. Ma io dove ho vissuto tutto questo tempo? (Dovrei farmela tatuare questa frase, perché ho un sacco di cose da conoscere). Aspettare questo secondo volume non è stato ansiogeno, ma la preoccupazione che fosse una ciofeca c’era. Poi sono usciti i trailers, ma di quelli non bisogna fidarsi troppo soprattutto per film così spettacolari (non è raro pensare che montino le scene migliori solo per accalappiare la gente, la stessa che poi esce dal cinema chiedendosi cosa sia andato a vedere). Poi indiscrezioni e lì un po’ si trema. Insomma sperare che fosse all’altezza delle aspettative. Comunque tagliamo il preambolo che poi diventa una lagna: sono andata a vederlo il giorno dell’uscita in Italia, il 25 aprile.

E………. (sì non bastano i puntini!) porcalamiserialadraimpestata è bello!!!!

I protagonisti sono gli stessi, ci sono dei cattivi in più, c’è un super cattivo che spiega qualcosa in più del nostro Starlord, ma alla fine loro sono loro.

-attenzione la lettura successiva potrebbe contenere spoiler, anche grossi. Non lo faccio apposta, ma parlare di questo film non è semplice senza rivelare più del dovuto per una normale recensione.-

Sì, sono loro, qualche tempo dopo e qualche casino in più. Sembra che i loro rapporti siano un po’ congelati, come se il tempo avesse deciso di sistemare i particolare, lasciando stare i “non detti fra di loro“. Groot non è cresciuto di tanto, ma è una piantina con gli occhi grandi e la capacità di comprensione apparente di un cactus sasso; Drax rimane surreale, spaccone e “stronzo” (nel senso che ti dice la verità in faccia senza filtri e fregandosene se te la vuoi sentir dire) come sempre; Rocket vorremmo che si fosse calmato, ma è solo più infeltrito senza la versione grande di Groot (che serviva a tenerlo buono, dandogli modo di fare le peggio cose; invece ora i ruoli si sono invertiti e non è che piaccia molto al nostro “procione”, anzi proprio per niente); Gamora è quella solida, ma troppo controllata, insicura per lasciarsi davvero andare e scendere al livello assurdo dei suoi compagni di viaggio.

I piani di visione di questo film sono almeno due chiari: Rocket che ruba delle batterie supermegastrafighe e costosissime a un pianeta e popolazione ipermega fighetti (manco gli elfi de “Lo Hobbit” sono così statici e soprattutto non hanno un’enorme sala videogiochi con cui scorrazzare per l’universo davvero, fondendo realtà virtuale e realtà reale), con annessi e connessi di fughe e contro fughe; Starlord incontra suo padre Ego. Già solo così basterebbe un solo film, ma questo è solo un modo per raccontare un altro tipo di storia, una storia che non ti aspetteresti mai da un film tratto da un fumetto: qui si parla di famiglia e di padri. Ebbene sì, il tema, il sotto tema chiamiamolo così, è proprio questo ed è anche trattato con i contro fiocchi. Starlord ha un padre genetico alieno che se ne è ben sbattuto di lui e della madre (e della morte di lei che però a quanto pare è ben più dolorosa di quanto lo fosse già all’inizio del primo film, a tal punto da contendere lo scettro dell’inizio più drammatico e doloroso con il film “Up”) e un non-padre che lo ha rapito proprio alla dipartita dell’unico genitore amorevole: Ego contro Yondu. Una bella gara che con facilità dovrebbe vincere il primo, con quel suo sguardo tranquillo, l’aspetto accogliente, il capello a posto (stiamo parlando di Kurt Russell!) e il suo bel pianeta ipercolorato, mentre il secondo è un ladro, un truffatore, un ladro di bambini per giunta! In realtà a ben guardare le cose non solo sono più complesse, ma proprio per tale motivo sono anche più semplici: il padre dio con quel suo nome fa capire bene quello che è davvero e cosa si aspetti dal figlio, cosa che solo Crono era riuscito a fare mangiandosi figli uno dopo l’altro per non dover soccombere alla profezia; mentre l’altro rimane al fianco di quel ragazzino smilzo, utile per infilarsi nei posti stretti per rubare, diventato oramai un uomo ed è lì, con tutti i suoi difetti, senza maschere, senza filtri, senza voler comprare nessun affetto, anzi portandosi dietro i suoi difetti. Yondu si rivela essere un personaggio ben più complesso di quello che aveva dato a credere nel primo film, di quelli a cui non daresti 3 soldi come credito di sentimenti ed invece rileggi tutte le azioni sotto quella luce: sì, lo aveva rapito ma per volere di Ego e sì, lo aveva rapito anche da Ego una volta capito cosa quell’essere faceva coi propri figli. E non era una bella cosa.

Nel mentre Gamora, così solida, così donna tutta di un pezzo, così sicura di se stessa, persa quella faccia da aliena liberata dalle catene, si trova ad affrontare due sentimenti che non sono robina: quel non detto con Starlord e sua sorella Nebula che la vuole morta. Anche loro sono una bella coppia di famigliari eh!, ma anche loro subiscono gli effetti di un distorto ruolo paterno che invece di essere colui che istruisce e spinge a superare i limiti, è colui che mette i figli uno contro l’altro per poi dominare l’unico rimasto. Un altro padre distruttore di sentimenti, fiero di esserlo, senza capire quanto patetico risulti essere, ma alla fine nemmeno gli interessa essere padre: per figure come Ego e Thanos (e i nomi non sono a caso) non si può nemmeno parlare di padri e nemmeno di veri e propri genitori, ma forse di addestratori di uomini e donne (il secondo) e parassiti di capacità (il primo); siamo noi a dare loro un ruolo che non potranno mai ricoprire. Ecco quindi che le due sorelle, costrette a combattersi da sempre con esiti disastrosi evidenti su una, dovranno fare i conti fra di loro e farli davvero, arrivando a doversi scontrare l’ultima volta non più con le armi ma con i propri sentimenti per capire che in fondo possono davvero ricominciare e rinunciare al passato doloroso.

Gamora e Starlord. Beh…loro sono il loro stesso non detto fra di loro. E devono decidere, come dice Drax se essere entrambi gente che balla o che non balla, perché così non vanno da nessuna parte insieme e si vede lontano un miglio stellare che non possono non stare insieme (sì, siamo delle romanticone, ma cacchio!!!).

Sì, questo film parla di tante cose, inseguimenti, sparatorie, mostroni, alieni vari, pianeti strani, compagni di viaggio e compagnie di spacconi stellari, ma parla di famiglia. Profondamente. E se la cosa non l’avete capita, mi spiace, ma forse vivete quella fase in cui date tutto per scontato perché tizio caio e sempronio vi siedono a fianco da una vita e non vi fate mai una cacchio di domanda del perché. Mi spiace ma se avete trovato noioso questo film vuol dire che non solo questo film non fa per voi, ma che qualcosa di scontato ottenebra ogni vostro sentimento e, fatevelo dire, i noiosi siete voi.

Leggetevi anche questo bel post che ho trovato giusto giusto oggi prima di scrivere questa recensione: è una analisi in stile freudiano, con tanto di rapporti e fasi delle persone, ma è ben scritto e ovviamente mette tanta carne al fuoco (soprattutto per quelle donne che vorrebbero essere Gamora o che lo sono ma non riescono a trovare il proprio Starlord).

VOTO: 8

Scheda tecnica veloce:

Regia 8; sceneggiatura 7/8; scenografia 7; fotografia 7 e mezzo; costumi 7; effetti speciali 8; musica 9; cast 8. Come al solito la musica ti fa ballare sui seggiolini e a questo giro è anche più appropriata del primo (senza balletti brutti alla fine del film per incastrare il cattivone di turno. Non glielo perdonerò mai al primo film, si sappia!). E il cast ha un sacco di cameo meravigliosi che denotano che gli attori bravi oramai si divertono come scemi a uscire dalla loro comfort zone e gli spettatori approvano.

“Yeruldelgger” di Ian Manook

Era in lista da un po’, da quando era uscito credo, ma solo questo mese mi è capitato fra le mani andando in biblioteca (una buona infornata a questo giro, visto che in un colpo solo mi sono portata a casa tre libri che volevo assolutamente leggere e di cui vi parlerò a breve). Mi incuriosiva sapere come si investigava dall’altra parte del mondo e soprattutto su che cosa e in che modo: quanto sono diversi da noi questi mongoli dal fascino esotico e chiusi nelle nostri menti in un passato glorioso e perdente. Ci si immagina di avere a che fare con Genghis Khan e la sua corte in jean e maglietta? Non lo so, so che dopo aver letto “Il Totem del Lupo” di Jiang Rong l’Orda d’Oro si è spogliata nella mia testa di ogni orpello per cadere, purtroppo, nella desolazione della contemporaneità che tutto distrugge. So anche che da questo libro avevo anche grandi aspettative proprio perché cercavo di ritrovare quel senso di resilienza di cui avevo captato il sentore dalle parole di un mio amico appena tornato per la seconda volta da quelle terre. So di non essere stata del tutto esaudita.

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recensione di goodreads

Di certo da un romanzo giallo, da un’investigazione non ci si può aspettare che faccia l’affresco preciso e antropologico dell’ambiente in cui si svolgono le cose, ma quello che ho sentito leggendo è stato un superficiale raccontare cose viste o vissute e mi sono perplessa da sola. Ho cercato di capire qualcosa in più dell’autore perché da alcune descrizioni (proprio in virtù delle foto appena viste del viaggio del mio amico) e da alcuni dettagli si capisce che conosce quello che racconta, ma è come se non lo sentisse. Questo è un discorso che mi capita spesso di fare con Amici su come il senso delle cose lo puoi capire solo se lo hai davvero vissuto nel profondo, quando ti sei così tanto sporcato da non sentirne più nè l’odore nè vederne la macchia: lo fai tu, lo vivi, lo respiri e tutto ti viene così naturale da non saperlo spiegare agli altri se non invitandoli a viverlo a loro volta. Vale per un sacco di cose dalla filosofia alla religione, dal paese in cui si vuol vivere al cibo che si ingurgita, dai libri che si leggono alla musica che si ascolta. Non voglio fare un discorso filosofico su un testo che di filosofico ha ben poco, ma mi ha colpito questa sensazione di non riuscire ad afferrare totalmente la comunicazione inconscia dell’autore e del perché si svolga in un paese così particolare.

La vicenda è anche abbastanza facile da descrivere se non fosse che scade un po’ nello scontato: un poliziotto sopra le righe (che io ho continuato purtroppo a vedere con la faccia di Jean Reno per tutta una serie di personaggi del genere, vedi “Wasabi”) ma che i buoni adorano; due omicidi sconvolgenti nella loro “normalità” (il cadavere di una bambina disseppellito dal tempo e un pluriomocidio a sfondo sessuale perverso) che però svelano una serie accidentale di collegamenti e di brutalità; poliziotti corrotti contro poliziotti buoni; un dramma famigliare insoluto. In soldoni questo è lo scheletro entro cui i nostri protagonisti si muovono e capisco di semplificare anche troppo un libro che, da quanto leggo, è piaciuto abbastanza, ma la sensazione di sapere come andranno le cose molte pagine prima che succedano è abbastanza deludente. Capisco che sia difficile, di questi tempi, essere originale in scrittura e in trama, ma è fastidioso fare il “lettore Cassandra”.

Altra cosa fastidiosa nella lettura sono state le descrizioni dettagliate delle scene di violenza sessuale. Non faccio la puritana, ma quando le cose sono gratuite son fastidiose. Mi spiego meglio. Lo stile del libro è, per quanto il nostro eroe sia tagliato con l’accetta e l’amarezza, molto lineare, chiaro, diretto, senza troppi fronzoli nè esagerazioni: i protagonisti sono chiaramente buoni (anche troppo in certi casi), buoni scanzonati, cattivi, inetti, stronzi veri e propri. Si inquadrano tutti, senza tanti colpi di scena, sapendo per chi parteggiare e perché, con un uso sapiente e ponderato delle scene, dei rapporti, delle parole e degli atteggiamenti. Poi di punto in bianco, in momenti in cui ci stavano le scene per carità, ecco la dettagliata descrizione di ogni gesto, atto, mano, membro che fa cosa e come. Perché? Quando leggo certe cose, mi vien sempre da dare la colpa a Martin e al “Trono di Spade” per le sue scene gratuite di sesso, descritte che manco un porno. Certo, siamo adulti, siamo cresciuti, non viviamo in una bolla di vetro, che vuoi che sia una scena di sesso un po’ hard? Non voglio nulla, ma solo è fuori contesto letterario e mi fa insospettire che sia un po’ il modo di sconvolgere il lettore di punto in bianco, cercando di vedere l’effetto che fa. A me ha fatto l’effetto di noia. Sia messo a verbale.

Detto questo potrebbe sembrare che io abbia detestato questo libro, cosa non corretta. Il libro mi è sufficientemente piaciuto, anche se lo avrei un po’ accorciato in certi punti: interessante leggere i pezzi in cui la vita della Mongolia si intreccia con gli atti del commissario o di altri personaggi che gli sono da contorno; mi è piaciuto quel suo modo di fare scostante in bilico fra la tradizione come giusto dogma e un lavoro che è tutto uno sporcarsi le mani nel peggio del mondo. Anche Yeruldelgger mi è abbastanza piaciuto, rientrando nella serie di investigatori scostanti e monolitici che ora vanno di moda, perché per quanto sia davvero scolpito nella roccia, poco umano, risulta simpatico e si parteggia facilmente per lui e per i suoi modi di fare spicci. Solongo, la medico legale, è un bel personaggio solido attorno a cui la vita si muove senza scomporre la sua solidità spirituale. Insomma il libro si fa leggere, senza avermi tratto fuori troppi entusiasmi.

Voto: 6 Sì, la sufficienza meritata devo dirlo, ma che mi fa pensare che si potesse chiedere un po’ di più alla storia limando certe cose e approfondendo altre. Quando faccio questo tipo di commenti mi rendo conto di essere quel tipo di lettore stronzo che trova un sacco di peli nell’uovo, ma è più forte di me. La lettura per me è spontanea e il giudizio cresce o diminuisce durante la lettura, cercando sempre di dare la possibilità di “redimersi” quando ho sensazioni stonate; quando però quei peli mi rimangono sullo stomaco, per quanto mi renda conto del buon lavoro fatto, saranno quelli a far risaltare il mio giudizio finale.

Scheda tecnica

titolo originale:  “Yeruldelgger”

traduttore: Maurizio Ferrara

anno di pubblicazione: 2013

edizione: Fazi Editore – serie Darkside

finito di stampare: giugno 2016 presso Puntoweb S.r.L di Ariccia (Roma)

progetto grafico: Francesco Sanesi

pagine 524

prezzo: €16,50

“Agatha Raisin e la quiche letale” di M.C.Beaton

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recensione di goodreads

Su consiglio indiretto de La libreria pericolante e del Clubippogrifo mi ci sono messa anche io a leggere questa investigatrice inglese partendo, giustamente, dal primo libro. La rampante A.Raisin, giunta all’età della pensione (senza avere a che fare con riforme Fornero & co. per fortuna sua) decide di mollare la stimolante Londra e la sua società di Pr per andare a vivere in campagna, con quel modo di fare molto british da copertina patinata in cui un cottage è taaaaanto carrrrrino. Ben presto il suo carattere si scontra con l’evidenza: che cosa ci sta a fare lei in un posto così noioso? Beh, noioso…alla fine ci scappa anche il morto e forse è proprio colpa sua. Siccome la nostra eroina, dal carattere spigoloso e dalla faccia di bronzo come poche, ferma e zitta non ci sta a fare decide che è suo interesse venire alla risoluzione del mistero, anche se tutto e tutti le dicono che se ne dovrebbe stare buona e cara seduta da qualche parte o andando in bicicletta per smaltire i chili di dosso presi con l’inattività campagnola.

Il libro scorre velocemente grazie a una caratterizzazione dei personaggi ben fatta e non troppo articolata, con uno stile lineare e spigliato e anche con un’articolazione della trama molto classica, ma non semplicistica. Difatti esso rientra in quella serie di libri in cui sono le banali pulsioni umane a fare i danni maggiori, senza dover per forza scomodare psicopatologie mentali o insani appetiti: è un classico giallo. Deo gratias! In tutto quel mare magnum di libri di genere scorgerne uno con stile, ironia, sarcasmo, con un personaggio che non attrae subito le simpatie ma non è una palla al piede problematica e soprattutto con una trama “serena”, è davvero un toccasana. Ora capisco il perché abbia così tanto successo, anche se sinceramente non potrei immaginare di poter accostare la protagonista a Miss Marple, come si legge nella quarta di copertina. Certo il personaggio al primo libro non può essere così definito come magari potrebbe apparire a serie avanzata e, di certo, le sue capacità investigative sono appena state “scoperte”, ma le due protagoniste sono diverse per atteggiamento e propensione: Miss Marple è la vecchietta impicciona, con un sacco di amicizie eccellenti o meno (e io devo ancora capire perché visto che da quanto mi hanno detto non si capisce bene cosa abbia fatto di lavoro prima di diventare la Miss Marple che conosciamo), ma materna e comprensiva; Agatha Raisin invece è una rampante signora di mezza età, in pensione forzata da sè, con agganci dovuti al suo passato lavoro dirigenziale e organizzativo nella pubblicità (almeno qui sappiamo benissimo come potrà fare certe cose, visto le conoscenze che può avere nel suo carnet) che investiga per un bisogno suo personale, come un qualcosa dentro che rugge e che non può farla stare buona e cara a coltivare le rose (e per fortuna diremo noi). In comune di certo hanno la comprensione di quello che le circonda, la visione più allargata delle situazioni e quel non so che fa scegliere loro di arrivare a una soluzione, invece di lasciar perdere.

Malgrado però tutto questo piacevole inizio, devo dire che il libro mi è piaciuto ma non esaltata. Perché? Prima di tutto perché una puntina di fastidio l’ho avuta nel leggere come la protagonista veniva presentata, con i suoi modi di fare detestabili da donna di città; poi però questo aspetto, fondamentale per darle una connotazione diversa, è reso in modo credibile e “addomesticato” nella resa della storia. E’ difficile creare un investigatore o un’investigatrice originale, non solo per i grandi nomi oramai scritti come le Tavole della Legge, ma anche perché, noto, ci sono filoni veri e propri: gli amiconi, i tormentati, i buoni loro malgrado, gli stronzi che funzionano oppure quelli che hanno le sensazioni paranormali. A volte si rischia davvero la stereotipizzazione rendendo i personaggi poco umani o poco credibili (anche se più guardo l’umanità e meno mi stupisco di certi modi di fare). Al di là del carattere che l’autore vuol dare al proprio alter ego, quello che io trovo sempre fastidioso è che questi personaggi siano a volte fuori contesto o fuori luogo o comunque non umani abbastanza: li si vuol rendere unici, ma quell’unicità a volte, se ragionata in termini realistici, li creerebbe dei disadattati e non dei protagonisti. La nostra protagonista è la vicina che non vorremmo avere, se non magari dopo averla avvisata che se rompe ancora le scatole una badilata nei denti non gliela leva nessuno, perché alla fine se vuoi inserirti nel gruppo devi capirne le dinamiche e non giudicarle. Punizione alle sue velleità la scrittrice gliela infligge tutta mandandola in gita con due vecchietti parassiti (non dico nulla di più, perché è veramente spassosa la cosa). In più ci sono tutti i cliqué che ti aspetti: dal vicino di casa new entry e fascinoso, al poliziotto un po’ troppo interessato o affettuoso alle donne di paese.

Voto: 6 e mezzo Sicuramente da leggere anche gli altri della serie. Sicuramente da consigliare a chi vuole trovare un momento di puro relax, facendosi strappare un sorriso, ma senza pretendere troppo.

Scheda tecnica

titolo originale:  “Agatha Raisin and the Quiche of Death

traduttore: Marina Morpurgo

anno di pubblicazione: 1992

edizione: astoria

finito di stampare: nel mese di gennaio 2011 da Galli Thierry Stampa, Milano

copertina: illustrazione di Alice Tait

progetto grafico: zevilhéritier

pagine 257

prezzo: €16,00

“L’apparenza delle cose” di Elizabeth Brundage

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Recensione di goodreads

Premessa: ho sbagliato istinto, non è il libro per me. La recensione su “Il Libraio” mi aveva colpita e non so come sia, ma a sto giro ho toppato. Non è che sia un brutto libro, ma non era quello che mi aspettavo e quando le aspettative librarie vengono deluse è un po’ come quando ti sbagli a uscire con un uomo: un appuntamento che ti lascia l’amaro in bocca e ti fa dubitare di te. Beh, in questo caso i libri si rimpiazzano e si dimenticano molto più velocemente di un’appuntamento amoroso.

Perché non fa per me questo libro? Perché dalla recensione mi aspettavo qualcosa di più horror, una cosa in cui la casa davvero avesse il predominio sulle persone vive e che agisse in qualche modo. King ne parlava bene (anche se diciamocelo, tutti noi non crediamo davvero che i commenti entusiasti degli autori su un libro di un collega siano davvero quello che pensano: quello che pensano, in bene e in male, lo argomentano meglio e magari in una discussione più stimolante della frasina buona per farci prendere il libro. Sì, sono molto disillusa da tante cose). E questo doveva mettermi sull’avviso, perché il Re (gli riconosco il titolo) ha il potere di farmi detestare i suoi libri e farmene amare altri e questo libro rientra nei suoi detestabili: verboso e narrativo.

Non c’è niente di male nella narrativa, anzi, ma non fa per me. I libri per me devono avere uno “scopo”: un omicidio da risolvere, un mostro da sconfiggere, un pianeta da scoprire. Sì, amo più i libri di genere, quelli che hanno qualcosa da raccontare di preciso e non solo la Vita in senso ampio, quel lento e inesorabile fluire di giorni dopo giorni sperando che qualcosa accada e quando accade, semplicemente accade. Alla gente piace e io ne sono contenta, a me annoia (tranne rarissimi casi).

Qui succede qualcosa a inizio libro e ci si impiegano circa 300 pagine per arrivare a spiegare perché si arriva a quello (è un omicidio, dai, non è spoiler), ma poi ce ne vogliono altre 200 per dire che per quanto si sappia chi è stato e il lettore sappia benissimo anche perché nessuno può farci nulla e quindi ciccia. Ciccia??? No, vogliamo dire che quello che poteva risolversi almeno in un thriller è rimasto lì, incompiuto, con le vite di tutti che malgrado tutto vanno avanti come se niente fosse e che, soprattutto, nessuno paga? No. Non mi va bene. Ci sono poliziotti che non indagano veramente, persone che se ne lavano le mani, gente che potrebbe parlare e se ne sta zitta tranne poi piagnucolare sulla povera morta. Ok, è un libro horror.

Capisco perché a King possa essere piaciuto, perché alla fine qui c’è solo la vita normale, quella delle persone che si rovinano la vita vicendevolmente, perché troppo deboli per fare un passo fuori dagli schemi; perché vivono nell’umiliazione e quindi pensano che tutti debbano vivere così; perché schiavi di perbenismi manipolati e contorti che rovinano anche la migliore ideologia o religione; perché persone becere; perché paurose; o perché psicopatiche. Leggere questo libro è come vedere la gente che hai vicino farsi mangiare dalla vita, incapace di mettere dei paletti e di scegliere le conseguenze meno dolorose; questo libro fa male. Fa male perché non ha una risoluzione, un riscatto, una punizione. Fa male ed è horror contemporaneo, dove i mostri non esistono, ma esistono solo omuncoli e donnicciole vittime delle loro pochezze. Mi chiederete se non esistono momenti propositivi o di speranza. Ci sono, ma sono talmente lasciati di contorno che non danno alcun sollievo. Sarà stato questo lo scopo della scrittrice e c’è riuscita benissimo, creando il personaggio negativo come un topos classico di perversione ed egoismo; creando la vittima sacrificale immobile e tanto vittima (sì, lo so è una ripetizione, ma è davvero una cosa sconvolgente); e attorno comprimari che sarebbero anche utili se la vittima non decidesse di non parlare. Più ci rifletto e questo libro non è solo narrativa, ma è un bel manuale psicologico da regalare a tutte quelle persone che, per un motivo e per l’altro, pensano che l’unico modo di affrontare la vita sia farsi mangiare: stare zitti e subire, quando basterebbe aprire o chiudere una porta, a seconda delle situazioni. Andarsene non è un male, lasciare le persone nemmeno. Non esiste una legge che ci obblighi a stare con qualcuno pena il carcere, ma siamo troppo ingabbiati dalla condanna morale della società da subire qualsiasi cosa, anche quando ci rendiamo conto che non è umanamente possibile. D’altra parte chi invece vive lontano dalle gabbie, ma è troppo occupato a godersi la propria libertà da non capire che non siamo tutti uguali e che non possiamo fare i cloni di noi stessi per rendere gli altri liberi: ognuno può essere libero secondo la propria indole.

Cathrine e Justine sono i due personaggi femminili attorno a cui gira una sorta di speranza di rivalsa, ma sono trottole che non si toccano. Willis è una trottola autodistruttiva. Fanny è una trottolina felice, nei suoi pochi anni di vita amata da due genitori che, come la buona creanza vuole, a lei danno tutto l’amore che hanno. Mary una lenta trottola abitudinaria. E questi sono solo alcuni personaggi attorno cui la vicenda si articola, mentre George Clare agisce a suo modo, fregandosene di tutto e tutti.

Voto: 6. Non posso dire che sia un brutto libro, ma la vera pecca è che per 200 pagine quello che a me ha preso è stata la noia, la speranza che finalmente ci fosse la svolta emozionante, quella discesa impellente in cui succede per forza qualcosa che ti possa tenere incollata alle pagine. Troppe parole, troppe digressioni sulle vite dei personaggi marginali, troppe cose inutili e meno sostanza. Un buon fumo per un arrosto troppo piccolo per la mia fame.

Scheda tecnica

titolo originale: All Things Cease To Appear

traduttore: Costanza Prinetti

anno di pubblicazione: 2016

edizione: Bollati Boringhieri

finito di stampare: gennaio 2017 stampato in Italia da Grafica Veneta S.p.A. di Trebaseleghe (PD)

copertina: illustrazione © Sandra Cunningham/ Trevillion Images

pagine: 516

prezzo: €18,50