“The bridge” la serie

Ieri sera mi toccava stirare una montagna di roba e siccome è la cosa più noiosa e faticosa che si possa fare cosa c’è di meglio che guardare la tv nel frattempo. Posizionato asse e ferro da stiro, luce e i panni mi sono guardata i primi due episodi di una serie nuova: “The Bridge”. Erano la replica in realtà, ma io al giovedì ho mostri e tesori da trovare…

Tutto inizia con un cadavere ritrovato su un ponte a metà strada fra il Messico e gli Usa. Primi attriti per la competenza, vittoria della biondina americana sul moro messicano e poi si scopre che dietro c’è molto di più e i due investigatori dovranno collaborare.

Demian Bichir e Diane Kruger, i due attori che interpretano gli investigatori

L’inizio non è male e il cast è di una certa levatura, anzi il tutto è girato e strutturato come se fosse un film. Questa è la differenza di professionalità fra gli americani e gli italiani: noi ci avremmo messo gli ultimi due tronisti e poi avremmo tutto spolverato di “non detto” e “è colpa degli altri”. Mi spiace dirlo ma se nella letteratura gialla (in tutti i suoi aspetti) gli italiani sono sottovalutati per snobbismo, nella resa cinematografica siamo davvero dei dilettanti e i prodotti buoni si contano sulla punta di una mano (cito solo “Montalbano” per far capire l’ultimo prodotto italiano valido).

La presenza di pochi e dosati personaggi di volta in volta presentati come se tutto fosse già conosciuto, permette di comprendere meglio lo svolgimento della vicenda senza perdersi subito, anche se gli elementi in queste due prime puntate sono già tanti e da incastrare: tre vicende da seguire. La prima segue i due investigatori, la seconda la vedova di un proprietario terriero che ha qualche scheletro nell’armadio e in fine la terza segue uno sbalestrato o serial killer della vicenda (lo devo ancora capire bene, perché ci sarebbero tutti gli elementi, ma mi sa che la cosa è più complessa di quanto abbiano fatto vedere ieri sera).

Qui l’elenco del cast: http://www.tvblog.it/categoria/the-bridge

Essendo un rifacimento di un serial danese mi piacerebbe vedere anche l’originale anche per capirne le differenze e la resa. Qui la frontiera sud fra i due stati americani lascia aperte infinite possibilità, basandosi anche su una cronaca nera e politica infinita in questi ultimi casi, mentre al nord altri devono essere stati gli elementi predominanti.

Di tutta la puntata quello che mi ha un po’ annoiato è purtroppo il personaggio interpretato da Diane Kruger: una donna forte, razione, logica, distaccata dalle normali consuetudini sociali pur non essendo né una originale né una anarchica. Ricorda troppo il personaggio di Temperance Brennan in “Bones” della prima serie, senza il suo aspetto comico (anche perché la serie ha un sottofondo diverso e anche un pubblico diverso). Certo deve fare il pari con l’umano e fallibile investigatore messicano, ma sinceramente quel tipo di donna ultra forte, mascolina e femmina nello stesso tempo, razionale fino alla logica quantistica applicata alla spesa, mi ha sinceramente stufato. Sarà anche uno stereotipo, ma non è possibile trovare una donna forte, ma umana, senza essere smielata, femminile senza dover andare per forza sui tacchi a spillo? Mah…già vista, ma vediamo come andrà a finire.

http://it.wikipedia.org/wiki/The_Bridge_(serie_televisiva_2013)

Libri e biblioteche

In una nazione che tutti i sondaggi dicono che non legge, ho notato che i miei contatti lettori sono impantanati nel liberarsi dei libri di cui si sono pentiti l’acquisto oppure che hanno avuto in eredità e non posso tenerli tutti. La prima soluzione è andare nelle proprie biblioteche cittadine e regalarli, eppure la risposta è quasi sempre negativa soprattutto per le biblioteche di città più o meno grandi. Allora si punta a vedere se le ludoteche, le parrocchie, le carceri, i centri sociali o cose del genere di ogni genere e grado possano supplire alla domanda e non è sempre fattibile per tanti motivi. E allora si rimane impantanati e ci dispiace, perché il lettore vuole che anche gli altri leggano, che magari diano un senso a quel libro che a loro nulla ha suscitato, che diano vita a un libro vecchio che di mani ne ha viste tante, insomma buttar via un libro è peccato!

Quindi quanto è apparso questo appello del sindaco di Lampedusa, attraverso il sito de “La Stampa”, mi è sembrato corretto divulgarlo:

http://www.lastampa.it/2013/07/30/cultura/lampedusa-senza-librerie-il-sindaco-inviateci-i-vostri-libri-KoUlnradHXRtWQ8hHtqTVP/pagina.html

Pensare che un’isola così bella (anche se io non l’ho ancora mai vista, le foto mi indicano quello come aggettivo), così mossa dal destino (stare in mezzo al Mediterraneo non deve essere facile), così amata anche nelle difficoltà, e vedere che malgrado tutto il turismo che ci passa non ci sia una biblioteca è un colpo al cuore.

Io abito in una città che ha una marea di biblioteche civiche e universitarie aperte a tutti e pensare che un’altra città ne è sprovvista è per me cosa inaudita. La biblioteca è un bene da incentivare e sostenere perché lo sappiamo tutti che in un questo periodo di crisi economica tocca stringere la cinghia anche sui libri e ciò ci dispiace.

Quindi se il vostro problema di spazio si scontra con la burocrazia, più o meno comprensibile, provate a contattare il sindaco di Lampedusa e vedere come mandare i vostri libri.

foto della pagina fb di "Libri libri libri" https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10151508280096721&set=np.85102980.100002177291324&type=1&ref=notif&notif_t=notify_me&theater
foto della pagina fb di “Libri libri libri”
https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10151508280096721&set=np.85102980.100002177291324&type=1&ref=notif&notif_t=notify_me&theater

Piccole librerie, grandi tesori.

Ovunque si parla di crisi dell’editoria, di librerie che chiudono, di legge Levi (quella simpa sul tetto di sconti, bellamente aggirata come buona parte delle leggi in Italia), di persone che non leggono (ma io sono attorniata solo o quasi da lettori compulsivi e se vado in libreria a volte c’è la fila alla cassa. Qualcosa non mi quadra…) e di altre cose del genere. Speranze? Poche a quanto sembra. Diatribe e nulla di fatto invece tantissime.

Se nel frattempo i lettori si dividono come fazioni fra cartaceo e digitale (poi vi parlerò della mia esperienza), il mondo del libro ruota intorno a un asse che sinceramente non so ben capire. Venerdì, dopo già una settimana di apertura, il Libraccio si è ufficialmente insediato a Parma con la bella presentazione di De Giovanni e la sua ultima fatica “I bastardi di Pizzofalcone” (anche questo lo trattiamo in altro post). I locali sono quelli della ex Feltrinelli, ora spostatasi in altra sede (molto più grossa, ma a mio parere mal sfruttata). Bello il discorso del direttore: volevamo che questi locali, occupati per 40 anni dalla Feltrinelli, rimanessero una libreria. Beh, a me pare un bell’affronto, ma sicuramente è stato bello non vedere quelle stanze snaturate (nella stupenda piccola libreria Battei ora c’è un orrendo e comune Yamamay…) e poter sentire ancora odore di libro.

Sabato ero a Pesaro, l’altra mia città. Ero a trovare i miei, ma non ho un gran rapporto con il mare e quindi ho dedicato una giornata a musei e librerie. Frequento Pesaro da tutta la mia vita e mi ci muovo abbastanza bene, ma da un anno all’altro le cose possono cambiare, eppure questa piccola città dove si lavora e tanto, dove il mare è un bene di famiglia e non da turismo, nasconde un vero bene: tantissime piccole librerie, con libri usati e scontati, in ogni suo dove. Mondadori è presente con la dicitura Gulliver e la Coop è in uno stupendo palazzo antico del centro, ma sono davvero una minoranza in confronto ai tanti angoli pieni di libri. Qualche angolo ha chiuso ed è stato sostituito da una banca o da altro negozio, ma tutti gli altri resistono.

Nel mio pellegrinare mi sono ritrovata in via Castelfidardo e ho ritrovato con una veste meravigliosa una libreria che un tempo erano due locali incasinatissimi, ma dove ho scovato delle perle di libro a pochissimo (altro che Libraccio!): il Catalogo.

la borsina della libreria. Peccato che sia ancora di plastica...
la borsina della libreria. Peccato che sia ancora di plastica…

Dopo tanto tempo mi sono ritrovata in angolo un po’ strano con le scaffalature in legno, libri vecchi e nuovi, poltrone importanti, cantina con gli usati e un’aria di casa fuori dalle righe.

foto d'insieme
foto d’insieme

Avevo resistito a tutte le librerie in cui ero entrate (anche se il richiamo di Calvino è oramai assordante! Dovrò cedere e ritornare da lui dopo tantissimo tempo…), avevo sfogliato libri, segnato a mente titoli, ma qui ho ceduto a uno stupendo libro di medicina medievale duecentesca e il mio portafogli si aperto come niente. Non resisto a certi libri, soprattutto quando il prezzo pur altino è comunque abbordabile.

Se abitassi a Pesaro sarei una cliente fissa e probabilmente avrebbero la mia foto fra gli “amici” e magari un posto fisso sul divano, ma per mia fortuna passo per quella città molto poco. Però ammetto che mi manca di avere un rapporto umano e sorridente con qualcuno che se ne intende di libri, che magari ha difficoltà a cercare le cose sul computer, ma è un cane da tartufo per un titolo raro. Forse instaurerò un rapporto simile con quelli del Libraccio (ci sono passata oggi con calma e per fortuna che mi ero messa come badget meno di 5 euro, visto che avevo già ben speso a Pesaro! Ma quanti libri scontati! Che meraviglia!), anche se comunque mi mancherà il senso di originalità insito in quelle poche, rare e stupende librerie personali, dal nome unico e pensato.

Paranoie in lettura!

Non ditemi che capita solo a me di immedesimarmi così tanto in un libro da temere o augurarmi che sia realtà?

Quello che mi sta capitando ora è legato al libro di King “L’ombra dello scorpione”. Il libro è un pilastro, da quanto mi dicono, e io ne ho sentito parlare solo bene e dovendo scegliere un libro per la lettura dell’autore del mese di luglio (King appunto) mi è sembrato di cascare in piedi. Non ho fatto i conti con la mole del libro e quindi esso diventerà anche il libro di agosto, anche se sto filando velocemente con la lettura (però luglio finisce solo fra due giorni e sono solo a pagina 140 circa…su 1212…). Quello che mi sta inquietando è che il libro parla di un’infezione mortale e io mi ritrovo nella vita vera circondata da gente che starnutisce! Io ho iniziato a starnutire dalle prime pagine! E la mia fantasia ha iniziato a prendere il sopravvento e a pensare come sia possibile che dal libro l’infezione sia uscita. E se non fosse una finzione letteraria? ahahahahahaha!

Scherzi a parte, non sono né paranoica né complottista, ma essere circondata da persone che si comportano normalmente minimizzando un normale raffreddore mi ha permesso ancor di più di immedesimarmi nelle storie che vengono raccontate, anche perché, malgrado tutte le fantasie letterarie, i protagonisti sono normali persone e nulla più.

A volte il libro ti rapisce talmente tanto che ci si vuole dimenticare del mondo reale: spegnere la tv, tacitare le persone, rimanere isolato con il testo e magari un buon bicchiere di qualcosa. A volte il libro di fa sognare e allora guardi il mondo con altri occhi sperando di vedere baleniere o astronavi atterrare in centro città. A volte ti racconta la realtà e allora osservi il mondo in modo cinico oppure trasformando il tuo punto di vista. A volte confondere la realtà con la fantasia fa venire i brividi e allora mi rendo conto che sì, si può e si deve ancora sognare, sperando di vedere Gozilla dietro a un palazzo oppure dover decapitare uno zombie affamato o, perché no!, combattere una “normale influenza”.

Attenti a chi starnutisce a fianco a voi! 😉

ombra dello scorpione

“Il nostro comune amico” cap. X

Matrimonio a casa Veneering, anche se a sposarsi sono una donna matura e un uomo maturo (e io in questo momento non ricordo nemmeno chi siano o se siano già stati presentati…). Geniale la figura del maggiordomo chiamato “l’esperto in analisi chimiche” con il suo modo di fare autoritario, ma ubbidiente.

Alle prime pagine del capitolo Dickens palesa il suo pensiero sull’importanza dell’economia sempre crescente e sinceramente vista la situazione del 2013 non posso che dargli ragione e forse considerarlo un po’ profetico (o solo lungimirante). Egli sottolinea come non sia più importante avere cultura o buona reputazione o certi antenati, basta avere azioni e tutto si può ottenere, si può accedere ovunque. “Liberateci dal nostro denaro, sparpagliatelo per nostro conto, comprateci e vendeteci, rovinateci, soltanto vi preghiamo di assedervi tra le potenze della terra e d’ingrassare a nostre spese.” Quali migliori parole potevano spiegare cosa è successo storicamente negli ultimi due secoli (o quasi)?

Torniamo alla lettura e lasciamo la politica. Scopriamo che gli sposi sono Sofronia Akershem e Alfredo Lammle, considerati dal signor Veneering come dei fratelli per quanto non abbiano avuto a convivere nell’infanzia. Il signor Twemlow (che io ritengo un personaggio coi piedi per terra in quel marasma di famiglia svagata) si trova a dover partecipare a queste surreali cene o pranzo (dove per buona creanza non si deve dire che non si conosce una persona, se la padrona di casa ha affermato o quasi il contrario. Quindi viviamo tutti nella gabbia dorata dell’ipocrisia); a dover essere messo in mezzo in un ruolo importante in un matrimonio fra sconosciuti; a contare nella sua testa chi e quanti siano i nuovi “più cari e vecchi amici” dei Veneering. Questo personaggio totalmente avulso dal contesto lo trovo meraviglioso!

Anche la sua malinconia nel ricordare una ferita d’amore, scatenata dalla presenza di una damigella d’onore simile a una sua vecchia fiamma, è trattata con leggerezza e umanità, con empatia, chiudendo l’episodio con nonchalance..

Al suo opposto c’è la Lady Tippins: tipica signora della città bene, diventata nobile per non si sa quale motivo (Dickens suppone per sbaglio del Re Giorgio III che elevò al rango il defunto Sir Tommaso Tippins), che deve tenere sotto controllo con il suo grande occhialino d’oro. Nota di colore: la sua lista di numerosi amanti… La sua descrizione del matrimonio, partendo dalla sposa, damigelle e altro, è caustica e spassosa, ma purtroppo non troppo lontana da certi parenti “simpatiaportamivia!”.

Il pranzo di nozze poi è l’apoteosi dell’incrinarsi delle convenzioni e tutto sembra filare malissimo fra disinteresse, malignità, incomprensioni e guardarsi in cagnesco, ma paradossalmente niente succede e quando si arriva al taglio della torta la sposa lo fa con fare tranquillo. Intermezzo inatteso e “comico” la scarpa che cade addosso al Maggiordomo, lanciata come buon augurio agli sposi da uno dei Cuscinetti (intesi come i “vecchi” amici che accompagnavano il decorso del matrimonio).

Credendo che il malumore sia solo limitato agli sconosciuti invitati, seguiamo gli sposi in viaggio di nozze all’isola di Wight e assistiamo al loro primo litigio (ma veramente???) e scopriamo che i due si sono sposati credendo che l’altro avesse una buona rendita o un buon guadagno. Scoprono che l’inganno che li ha portati al matrimonio è stato portato avanti in buona fede dal signor Veneering il quale pur non conoscendo bene nè l’uno nè l’altra ne ha parlato come se fosse il loro più “vecchio” amico! Dopo una furiosa litigata sulla spiaggia, dopo accuse reciproche, il signor Lemmle propone alla sua signora di diventare soci (e quindi mantenere il matrimonio tranquillamente) nel nascondere la loro vergogna nell’essere stati ingannati e nel portare a termine ogni loro piano.

Finisce il capitolo però con una descrizione mefistofelica del signor Lemmle. E ci chiediamo quale sarà il vero destino della signora Sofronia Lemmle…

Io qualcuno l’ho letto

Il mondo dei lettori è vario e a me piace un sacco: piace soprattutto quando c’è lealtà e schiettezza e un pizzico di menefreghismo. Ovvio che di fronte alla sincerità del “mai letto”, altri sgranano gli occhi, ma alla fine lo facciamo tutti. Lo facciamo con quei libri che abbiamo letto e amato e alla fine poco importa se siano i più letti al mondo, un classico o un libro di nicchia. Se il libro ci ha raccontato qualcosa vale. Punto.

Nella mia famiglia per non so cosa, forse per diffidenza dalla massa, i classici sono solo quelli latini e greci e si studiano (ma si amano, credetemi) a scuola. Gli altri, chiamati classici, sono solo libri che nella storia abbiamo continuato a propinare a volte non si sa nemmeno perché. Non che in casa mia non ci fossero, magari in bellissime edizioni economiche vecchie, solo che non era importante leggerli. In casa mia la lettura è libertà e condivisione. Gran insegnamento.

All’età della maturità (per altri, io non me la sento) ho iniziato a leggere qualche classico, qualcuno l’ho saltato a piè pari, qualche d’un altro magari letto a scuola l’ho rivalutato, ed è profondamente bello essere una novellina in certe letture, ma avere la maturità tale per capire meglio le cose. Ecco che “Il piccolo principe” lo lessi a 30 anni a seguito di un regalo e “Ivanhoe” trovato a Trieste praticamente regalato. O altri. Tutti letti ora che sono nella cifra del 3.

Così quando oggi è rimbalzato il link sui libri che tutti fingono di aver letto ( http://www.letteratura.rai.it/gallery-refresh/10-libri-che-la-gente-finge-di-aver-letto/201/0/default.aspx ), io mi sono trovata a dire che…

“Orgoglio e Pregiudizio” della Austen: mai letto, ma dopo aver letto la versione zombie, visto uno dei film (quello con Alan Rickman, perché lo adoro) e visto il film “Il club Jane Austen” inspiegabilmente per x volte, ho comprato tutto Austen e ritengo che sia ora che io lo legga.

“Ulisse” di Joyce: ho provato a iniziarlo ai tempi della scuola, so di averne anche studiato tanti pezzi, ma non ce l’ho fatta. Più forte di me. Da leggere? Forse in una sera con amici motivati in cui ognuno di noi ne legge un pezzo e poi crollare dal sonno il mattino dopo senza averlo finito.

“Moby Dick” di Melville: letto da bambina. Adorato. Forse non ne ho capito il senso metaforico, forse mi sono persa qualche recondito significato, ma quanto avrei voluto salire su una baleniera anche io!

“Guerra e pace” di Tolstoj. Mi sono rifiutata. Sarà stata la mole (ma ho letto libri altrettanto voluminosi), sarà stato il genere, ma non fa per me. Lo leggerò mai? Mah, mai dire mai, per ora no.

La Sacra Bibbia. Ecco, questo secondo me non è un libro da lettura; può essere un libro di fede, un libro metaforico, un libro di Storia, ma non di letteratura. Non è un vero inizio e fine, sì può essere un insieme di storielline più o meno vere, ma se anche raccontasse davvero per filo e per segno o per fantasia la storia del genere umano è talmente complesso, discordante, poliedrico che per me non va messo in alcuna classifica. E’ da tenere sul comodino, in libreria per fede o per curiosità perché alla fine parla sempre la Bibbia a tutti.

“1984” di Orwell. Letto e adorato. Faticoso, disturbante, profetico. Da leggere assolutamente.

“Il signore degli anelli di Tolkein. Letto, letto, letto e riletto ancora. E’ entrato nella mia vita quando avevo 14 anni e non è mai più uscito. Per anni sono riuscita a rileggerlo a scadenza, poi la mole degli altri libri mi ha distaccato dalle sue parole, la visione dei film mi ha riempito di dubbi (tanto cose sono state cambiate), ora è tempo che lo rilegga, con calma, con del buon tè. Mi manca.

“Il grande Gatsby” di Fitzgerald. Mai letto e non mi attira. Ora che è uscito il film potrei sentire il richiamo della lettura ed invece no, scelgo inevitabilmente altro. Non è tempo e non so quando sarà.

“Anna Karenina” di Tolstoy. Un po’ come con “Guerra e pace” con in più che non amo le eroine presentate forti, ma drammatiche. Forse rovinato da troppi film melodrammatici. Non attira per ora.

“Il giovane Holden” di Salinger. Mai letto e non so nemmeno di cosa parli. Non so, ma non mi attrae nemmeno quando sono in libreria e curioso fra classici e nuovi, fra copertine e quarte di copertina. Forse troppo usato come citazione per ogni cosa. (Ha anche la copertina più anonima di tutti i libri sopra citati. Qualcosa vorrà pur dire. 😉 )

E voi cosa avete letto di quelli sopra citati o li avete letti tutti?

“Il nostro comune amico” cap. IX

Attraverso il dialogo fra i signori Boffin non solo vediamo le differenze di vedute dei due coniugi, ma anche come all’ereditare una notevole somma nasca, quasi spontanea, la voglia di rivalsa, di migliorare il proprio stato sociale e di togliersi qualche sfizio. Credo che sia insito nell’essere umano diminuire le fatiche attraverso i soldi e realizzare qualche piccolo sogno di grandezza. Eppure in tutti questi discorsi di carrozze e cambiare casa la stilosa signora Boffin svela il suo lato umano pensando alla ragazza rimasta senza marito (e stiamo parlando di Bella Wilfer), anzi vedova senza essere stata mai sposata, e pensando anche di adottare un orfano in ricordo del giovane Harmon (di cui vengo a scoprire, o forse a ricordare, il nome: Giovanni). Con uno strano discorso anche lo stesso Dickens elogia questa coppia magari dalla società considerata non all’altezza, magari con desideri anche egoistici, ma con una morale ferrea e buona, rivolta a fare del bene agli altri.

Strano a mio parere l’intermezzo di uscita di casa dei signori Boffin per andare dal reverendo, riguardo la questione dell’orfano. Giovinastri urlano contro “Abbasso i rifiuti, Boffin!” oppure motteggi sul nome. Non capisco la motivazione, se non per la recente loro eredità che fa scatenare le invidie (anche perché gli altri vicini si dimostrano cordiali). Come al solito questi intermezzi che dovrebbero suscitare emozioni o scandalo, per me risultano un po’ campati per aria e sconnessi dal ritmo del racconto.

Conosciamo il giovane e paziente reverendo Franco Milvey, con la sua famiglia giovane e numerosa (12 figli piccoli). La moglie Margherita risulta una persona garbata, ma sfiancata da preoccupazioni e dall’impegni che comporta essere la moglie di un pastore e la madre di così tanti figli. Per quanto il reverendo e la moglie siano due personaggi positivi è terribile la contrattazione e la scelta che fanno per cercare un organo per i Boffin: sembra che non parlino di bambini, ma di merce da sistemare, barattare, valutare e scegliere. Non credo nemmeno che sia “colpa” loro, ma forse Dickens anche qui da una vera scoccata velenosa alla propria società e alla visione che si ha del valore delle persone. Mi auguro che Dickens sia così elegantemente caustico e non un semplice spettatore passivo.

Tutt’altro accoglimento in casa Wilfer dove l’apparenza (ma non ben celata) viene a sopperire alla sostanza. Di certo la situazione è di quelle strane da gestire: due sconosciuti entrano in casa e chiedono di poter avere in affido la figlia per non si sa quale motivo, se non con la giustificazione che avranno una bella casa e lei è troppo bella per stare rinchiusa. Ovvio che noi sappiamo tutti i dettagli che congiungono i vari personaggi e le vere intenzioni che stanno alla base, ma come è strutturato il discorso posso capire il sussiego della signora Wilfer a certe richieste. L’intervento piccato della figlia più giovane Lavinia un po’ mi ha rispecchiato: parlare delle persone presenti come se non ci fossero o non avessero diritto di parola non è proprio il massimo. Come avevamo visto prima fra le due sorelle corre non ottimo sangue e tantissima gelosia, ma questa giovane (per Bella bambina) Lavinia dimostra un carattere irruente e deciso a non farsi comandare da nessuno.

E mentre parlano finalmente siamo venuti a conoscenza di chi si intende essere “il nostro comune amico”: il signor Rokesmith! Così lo chiama Boffin cercando informazioni dalla signora Wilfer. Come immaginavo questo signor Rokesmith “nasconde un mistero” (io ho in mente una cosa e vedrò se ci ho visto giusto o forse è colpa dei troppi libri gialli letti), ma quando viene nominato Giovanni Harmon impallidisce, facendo capire che egli conosce nome e situazione e morte del ragazzo.

E fra i due, Bella e Rokesmith, inizia il gioco del “io so che tu sia che io so”, dove uno dice una cosa e l’altro arrossisce così, ma sono ancora lontanissimi dal sol pensiero di essere innamorati!

Conclude il capitolo la signora Wilfer ritornando sulla visita dei signori Boffin e con la loro richiesta: come mi potevo immaginare, immedesimandomi, ella vede del “marcio” nelle loro intenzioni e se ne spaventa.

dipinto di Giovanni Boldini
“Parigi di notte”

“Il nostro comune amico” cap. VIII

Riprendiamo la lettura dopo gli ennesimi svarioni dovuti a scrittura e traduzione e vediamo cosa salta fuori.

L’intersezione fra i personaggi continua e seguiamo il signor Boffin fino allo studio dell’avvocato Lightwood, il quale non solo segue gli affari del defunto Harmon figlio, ma anche del nostro appassionato di storia romana. Mentre l’avvocato arriva ad intrattenere il cliente è il segretario (o assistente non lo dice bene) Malanno (un nome, un programma oserei dire. Ma perché certe traduzioni? In inglese come sarà stato? Il traduttore si è divertito a cambiare una parte dei nomi in codesto modo?) con chiacchiere superficiali. Mi ha colpito e divertito la “filastrocca” dei nomi dei clienti della giornata, ricordandomi immediatamente quella che Tolkien mette in atto ne “Lo Hobbit” per elencare il nome dei nani presenti nell’avventura. Sono convinta, visto il ruolo di Tolkien e i suoi studi, che lo studio di Dickens possa averlo interessato, ma a un certo punto mi chiedo se non sia stato il traduttore che più o meno inconsciamente ha richiamato il professore di Oxford. Mah…dovrei ricercare il testo in lingua originale. Chi ha citato chi?

Che cosa lega Boffin, Lightwood e Harmon? Il testamento e la morte di quest’ultimo. Boffin infatti, come legatario subordinato, riceverà una certa somma di denaro, ma a questa notizia egli non si trova entusiasta, anzi è quasi schiacciato dal peso. Parte allora una piccola riflessione sul fare i soldi, sul penare a guadagnarli giorno per giorno e poi non goderseli, sulla vita del giovane Harmon che lo stesso Boffin con la moglie ha difeso più volte di fronte al padre. Si apre l’immagine del giovane Harmon di sette anni che tenta di opporsi al padre, al suo comportamento con la figlia, della sua fuga con tanto di valigia verso la Pergola per scaldarsi e di come la signora Boffin gli volesse bene e di come venne imbarcato per il suo destino. In questa rievocazione di un non affetto famigliare i coniugi Boffin appaiono in tutta la loro “paciosità” come due elementi normali, morali, affettivi, magari un po’ sempliciotti, ma legati a situazioni ed affetti basilari. Anche il rispetto per il vecchio Harmon in punto di morte, dopo una vita dura e dopo lo scontro per il figlio, sottolinea non solo le convenzioni fra le classi sociali o fra i sottoposti, ma proprio una moralità che sembra stonare in tutto un racconto che per ora ha enfatizzato le apparenze e le malelingue.

Dickens sembra voler tratteggiare due mondi umani che si intersecano volenti o nolenti, che debbono collaborare, ma che a volte collidono. Così quando Boffin offre un premio di un decimo dei suoi averi per scoprire l’assassino del giovane Harmon, l’avvocato protesta e se la protesta è legata alla paura che una cifra così alta possa indurre alla falsa testimonianza e a indagini affrettate pur di consegnare un colpevole, la fermezza di Boffin pare un caposaldo di volontà di giustizia.

Con la comparsa nello studio di Eugenio Wrayburn ecco un altro momento surreale di dialettica, dove il giovane avvocato si oppone con veemenza ad essere paragonato, lui bipede, a qualsiasi alto animale (anche se il cammello “è una persona di estrema morigeratezza”) o insetto. Dopo questa tiritera Boffin esce dallo studio e viene fermata da una persona sconosciuta che, però, ben lo conosce. Anche noi, come il nostro protagonista del capitolo, iniziamo a star sul chi va là, anche perché il libro si apre, circa, con un delitto e non vorremmo trovarcene un altro.

Invece il ragazzo sembra innocentemente proporsi solo per fargli da segretario. Si chiama Rokesmith e ha preso casa presso il signor Wilfer. Quindi iniziano i legami!

  • Rokesmith alloggia dal signor Wilfer.
  • Il signor Wilfer è il padre di Bella Wilfer
  • il signor Boffin ha lavorato per Harmon padre
  • il signor Boffin è il legato testamentario di Harmon figlio
  • l’avvocato Lightwood è l’avvocato del testamento di Harmon figlio
  • l’avvocato Lightwood è l’avvocato di Boffin
  • l’avvocato Eugenio Wrayburn è amico di Lightwood.

Il capitolo si chiude con la richiesta di Rokesmith e la promessa di Boffin di pensarci e di rivedersi alla Pergola dopo una o due settimane. Atteggiamento prudente di una persona che continua a mantenere un animo disponibile verso il genere umano, ma che non fa niente in realtà per sincerarsi della veridicità delle persone che ha di fronte. E’ come con Silas: chiamato a leggere a casa solo per una buona impressione di letterato!

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“Ribelle- The Brave”

Oggi pomeriggio mi sono deliziata con questo bel film di animazione della Pixar

http://www.mymovies.it/film/2012/brave/

Devo ammettere che mi è piaciuto molto, anche se diciamo dall’inizio non è eccezionale. Sarà che ho una certa età, anche se i cartoni animati li amo ancora tanto, ma ho un bagaglio di film soprattutto che la Disney che mi fa dire che questo film rientra in quel filone della casa in cui madre e figlia non si capiscono e per magia sono costrette a collaborare. Il buonismo è dietro l’angolo e devo ammettere che da capolino molto spesso. In più è stato sbandierato come un film dell’emancipazione femminile in casa Disney e secondo me non è così. Nessuna eroina della casa è davvero emancipata.

Non lo è stata Pochaontas, indiana amante della natura ma che cede quando incontra Smith. Mulan lo è fino a un certo punto. Alla fine che cosa dovrebbe essere l’emancipazione? In realtà nella Disney per tanti anni le principesse subivano qualunque danno e beffa da parte del destino e delle streghe, venivano aiutate dai più strani comprimari, poi arriva un principe e risolve il tutto o meglio mette a posto le cose che altri hanno fatto. Mentre con le protagoniste degli ultimi 15 anni le principesse (o quasi) si sono rimboccate le maniche e pur facendosi aiutare da improbabili aiutanti, risolvono da sole le avventure. Poi tutte cedono all’amore, perché una donna può fare tutto da sola ma non è concepibile che stia da sola per tutta la vita. Quindi è un’emancipazione fino a un certo punto.

Merida è una principessa scozzese, non storica e non definita, primogenita del re del Regno e cruccio della madre che sa che ne deve fare una perfetta moglie e regina, ma che alla fine nessuno può costringere dentro casa. Tira con l’arco, cavalca un grosso cavallo che nutre e pulisce da sola, non teme la magia e rivendica per sè la possibilità di scelta libera. Il padre è il classico re buzzurro che ride di ogni scherzo e cattivo gusto, mentre la madre è la regina che conosce e applica perfettamente l’etichetta di corte. Di contorno 3 fratellini (gemelli?) pesti ma che conoscono trucchi e il castello a menadito.

Pomo della discordia: la gara fra i principi del clan (uno più orrendo dell’altro, tocca dirlo) per ottenere la mano di Merida. Come è facile immaginare qui inizia il patatrac e la strega ci mette lo zampino (personaggio geniale e comico che niente ha a che fare con le altre della sua congrega nella Disney. Soprattutto geniale il “doppio lavoro”) e bisogna lavorare d’astuzia e affetto.

Il bello di questo film, oltre alla leggerezza, alla tecnica che ha raggiunto livelli inaspettati (ci sono dei paesaggi e la resa del pelo degli animali che lasciano stupiti, senza contare i capelli rossi e indisciplinati della protagonista), è la citazione di elementi mitici o pseudo storici: dai colori in blu di un capoclan (ricordano i Pitti, anche se lontanissimi nel tempo), alla differenziazione dei colori dei clan stessi, dalle leggende con padri figli e regni contesi, agli animali totemici, al senso del magico e del misterioso, al nemico giurato da esorcizzare. Rientra a pieno titolo in quel filone medievaleggiante, vichingheggiante che tanto hanno solleticato la mia (e non solo la mia) infanzia, dove si pensava che i castelli dovessero essere allietate da gare di birra, da spacconi raccontatori di situazioni esagerate, da leggende da rievocare. Cose così, esagerate e divertenti. Cose che tutti vorrebbero vivere.

Voto: 7 +