“Drag me to hell” di Sam Raimi

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Questo film era nella mia lista dei film da vedere. Un po’ come per i libri ho anche una lista dei desiderata dei film.

Un tempo ne guardavo di più e soprattutto in compagnia e divertendomi, poi la compagnia si è sciolta per “inadatti sentimenti duraturi” e ho dovuto ripensare alla mia filmografia. Trovare degli appassionati di film horror serie B, ma anche Z pronti ad affittare un film per una domenica sera e passare un paio d’ore a ridere è stato quasi impossibile, quindi si è ridotto notevolmente il tempo che  dedicavo ai film. Anzi oserei dire che si è totalmente azzerato, preferendo i serial i quali finiscono anche prima. Se sono a casa e mi guardo un film da sola non riesco più a reggere fino a mezzanotte, rischio di addormentarmi prima.

Così a volte recupero in estate grazie ora al mysky e al pieno possesso del televisore di sala e di giorno cerco di guardarmi tutto quello che ho memorizzato e scelto nei mesi precedenti.

A sto giro invece Sky Max mi ha offerto delle vere chicche, intercalate da ciofeche che ti chiedi un sonoro “perché?”.

In questo caso guardare “Drag me to hell” era un doveroso omaggio per un registra e produttore che ha allietato la mia adolescenza con cult di “spessore” variabile (dipende da chi l’ho guarda) ma di sicuro divertimento: Xena, Hercules, ma soprattutto “L’armata delle Tenebre”. Il suo gusto per l’effetto speciale a mano e a volte un po’ dozzinale, dona al cinema moderno un senso di artigianale che non mi dispiace in mezzo a tutto questo 3D.

Il film è un classico: una fanciulla incappa in una maledizione terribile e dovrà stravolgere la sua vita per salvarsi l’anima (vamolà! Mica cotiche!). Ce la farà? Mah…

http://www.mymovies.it/film/2009/dragmetohell/

Fra citazioni più o meno inconsce (la tipa che esce dalla tomba del suo carnefice), fra stereotipi visti e rivisti (gli zingari e la magia, il veggente di origini sud americane-africane), il film è ben girato, ben recitato, anche se non è niente di eccezionale e alla fine hai capito dove andrà a finire e non riesci nemmeno a far arrivare i tuoi suggerimenti sensati alla tipa.

Qualcuno storcerà il naso e osserverà che le citazioni sono tantissime e che di mosche non ne possiamo più, però alla fine chissene. Io mi sono appassionata alla resa più che alla storia vera e propria e mi sono divertita.

Voto: 6 e mezzo e un po’ di sano divertimento senza pretese.

“La puntualità del destino” di Patrick Fogli

Non avevo mai letto libri suoi, ma come si sa la biblioteca è un formidabile antro dove ci si può sbizzarrire senza patemi d’animo. Quindi mi sono fidata del consiglio di mia mamma e me lo sono letta in poco tempo lo ammetto.

E’ un giallo anomalo che parte da una sparizione e da un terremoto (emotivo, ma propriamente anche terrestre) per arrivare a una disamina del circo che gira attorno alla cronaca nera. Si conclude con un finale per niente scontato e assolutamente non valutato.

Ammetto di amare la cronaca nera, ma non in modo morboso, per cui superata la soglia dell’esagerazione e dell’opinionista che niente sconta agli altri, ma a sè tutto, mi stufo e giro. E un po’ una parte di me se ne dispiace ma solo perché ammetto che vorrei che le indagini portassero a una soluzione, un po’ come nei libri gialli. Ma la vita non è così, anzi purtroppo rimangono impuniti delitti chiamati “perfetti”, disaminati da giornalisti puntigliosi, criminologi improbabili, commentatori integerrimi, mentre la vittima sparisce dietro a una foto.

Credo che l’autore in un certo senso volesse proprio mostrare quest’orrore tipico della tv che deve fare audience e delle persone che vogliono il loro “quarto d’ora di notorietà” e il vero mostro non è tanto il rapitore, l’assassino o lo sfruttatore, ma quel circo mediatico che stritola ogni cosa.

Alla fine ogni filo giunge a svolgimento e il giallo trova la sua soluzione, ma al lettore rimane l’amaro in bocca per avere assistito all’ennesimo spettacolo di abbrutimento umano.

La scrittura è l’unico aspetto che mi ha lasciato perplessa, perché passa da un continuo io narrante, ma cambiando spesso e repentinamente il protagonista, in più aggiunge capitoli extra sempre in prima persona che sviano, aiutano, condensano un po’ la storia, ma che leggendo distraggono molto. Purtroppo questo cambio continuo di io, mi ha a volte spiazzata e costretta a rileggere i punti non compresi, perdendo il ritmo e la concentrazione.

Voto: 7 e mezzo.

dal sito dell’autore http://www.patrickfogli.com/blog/tag/la-puntualita-del-destino/

“Il nostro comune amico” capitolo II

Titolo: “L’uomo di non-so-dove”.

La famiglia Veneering, nuova di zecca!, e il signor Twemlow che sembra più un soprammobile da arredare che una persona fatta e finita, sono i protagonisti iniziali questo capitolo.

Cambio totale di stile e modo di raccontare, attraverso una cornice totalmente surreale che ricorda le critiche ironiche e sarcastiche di una Jane Austen sulla società del suo tempo, ma poi si incastra meravigliosamente bene su una sceneggiatura alla Fratelli Marx.

“Forse l’umorismo ha un risalto maggiore per via di qualche cosa di giallo che le rende la gola simile alle zampe delle galline spennacchiate.” Ogni descrizione fisica dei personaggi è inflessibile e impietosa, mostrando più caricature di uomini e donne che persone vere e proprie.

Sulla falsa riga del surreale la descrizione dell’improbabile araldica dei padroni di casa, durante una festa con tante persone fra loro sconosciute, scovata grazie ad un altro improbabile studioso: un antenato crociato e un cammello. Anzi solo il cammello, riprodotto su tutte le stoviglie.

Il titolo del capitolo fa riferimento a una storiella raccontata dal signor Mortimer durante la cena organizzata dai signori Veneering. Personaggi e situazioni sono mascherate, vien da dire, sotto ruoli e condizioni economiche assurde (il padre è un rivenditore di immondizia, tanto per dire. O forse è un accumulatore che per ciò si sente molto ricco), ma da quel senso di già sentito, di pettegolezzo non volutamente rivelato ma che “non si può tacere” (mah!). E la conclusione di un padre che scaccia figlio e figlia, che scrive un testamento capestro per il figlio, ripeto la conclusione è totalmente svilente.

Mah…mi immagino di essere un lettore di inizio ‘900 e che si trova a concludere la puntata con un nulla di fatto. Mah…