“Il nostro comune amico” cap. VI

Si inizia il capitolo con un aspettato personaggio: il bar dei Sei Allegri Facchini. In una Londra dell’ottocento alla fine ci si aspetta che il pub diventi un punto di riferimento, al di là del suo posizionamento all’interno del quartiere: alla fine lo sentiamo tutti, anche come stereotipo, che la vita dell’anglosassone gira attorno a un pub e alla sua pinta di birra.

Il nostro pub è un intricato mondo che si estende e si espande in una quartiere stretto, stretto dal mare. A gestire il locale è la signorina “Abbey Potterson” e si capisce da subito che la legge fra quelle mura la fa lei e nemmeno un uomo ubriaco la può impaurire. Il discorso ci riporta velocemente alla figura di Gaffer cercando di infangarne la reputazione, attraverso le parole di un ubriaco impudente. L’accusa è pesante: “procurarsi” i cadaveri da spogliare una volta caduti in acqua. L’accusatore è il signor Riderhood, suo ex compare (a quel che dice lui) e la sua minaccia di sbugiardare la fortuna di Gaffer risuona nel pub senza però trovare molti aiuti. Lascia però la curiosità e l’amaro in bocca.

Gaffer inizia ad essere una figura complessa e complicata, divisa fra una famiglia da mantenere con pugno di ferro e un fiume da guadare per trovare la possibilità di sopravvivenza, mentre il mondo degli uomini si palesa in questo pub dove è una donna a comandare con fermezza e gentilezza.

La “barista” è talmente un punto di riferimento della vita dei suoi avventori che non solo li spedisce a casa, ma si prende anche la briga di far chiamare Lisetta per chiarire la faccenda del padre e per metterla in allarme. Questa donna indipendente che ci viene presentata, per ora, senza l’appoggio di un marito sembra prendere sotto la sua ala la ragazza spingendola fuori di casa per tutelarsi dalla brutta fama del padre. Mi chiedo se questa figura di donna fosse ben vista da Dickens e dal suo pubblico visto che la condizione femminile era ancora in quel tempo discussa fra “minorità”, ruoli prefissati e rivendicazioni sociali e politiche.

La piega della storia prende una via inaspettata e la durezza della moralità della signorina Potterson nel difendere il suo lavoro e anche un po’ Lisetta (troppo ligia nel proteggere il padre) mi ha lasciato basita.

Il senso del pericolo che attanaglia Lisetta è ben reso e per una volta tanto il lettore riesce ad entrare in empatia con il personaggio proprio grazie alla descrizione della notte che la vede ritornare a casa: il buio, la porta che si chiude alle sue spalle, i pensieri e i timori e i dubbi delle malelingue. Tornata a casa la ragazza mostra una determinazione di voler gestire la situazione anche in mancanza del padre e per proteggere il fratello. E il distacco fra i due fratelli, proprio per volere dell’autore (così si evince dalle sue parole) è più simile a un distacco materno che fraterno, ma questa Lisetta è un personaggio forgiato da una situazione ben più grande di lei che deve però dominare con maturità. La cacciata di Carletto dal tetto famigliare per andare a scuola a studiare porta sulla scena uno scontro forte fra padre e figlia concluso con il più tenero affetto paterno. Anche in questo caso un risvolto non tanto inaspettato, perché malgrado tutto Gaffer non ci viene mai presentato come un personaggio negativo, ma piuttosto riparatore della sua figura paterna.

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