“Ribelle- The Brave”

Oggi pomeriggio mi sono deliziata con questo bel film di animazione della Pixar

http://www.mymovies.it/film/2012/brave/

Devo ammettere che mi è piaciuto molto, anche se diciamo dall’inizio non è eccezionale. Sarà che ho una certa età, anche se i cartoni animati li amo ancora tanto, ma ho un bagaglio di film soprattutto che la Disney che mi fa dire che questo film rientra in quel filone della casa in cui madre e figlia non si capiscono e per magia sono costrette a collaborare. Il buonismo è dietro l’angolo e devo ammettere che da capolino molto spesso. In più è stato sbandierato come un film dell’emancipazione femminile in casa Disney e secondo me non è così. Nessuna eroina della casa è davvero emancipata.

Non lo è stata Pochaontas, indiana amante della natura ma che cede quando incontra Smith. Mulan lo è fino a un certo punto. Alla fine che cosa dovrebbe essere l’emancipazione? In realtà nella Disney per tanti anni le principesse subivano qualunque danno e beffa da parte del destino e delle streghe, venivano aiutate dai più strani comprimari, poi arriva un principe e risolve il tutto o meglio mette a posto le cose che altri hanno fatto. Mentre con le protagoniste degli ultimi 15 anni le principesse (o quasi) si sono rimboccate le maniche e pur facendosi aiutare da improbabili aiutanti, risolvono da sole le avventure. Poi tutte cedono all’amore, perché una donna può fare tutto da sola ma non è concepibile che stia da sola per tutta la vita. Quindi è un’emancipazione fino a un certo punto.

Merida è una principessa scozzese, non storica e non definita, primogenita del re del Regno e cruccio della madre che sa che ne deve fare una perfetta moglie e regina, ma che alla fine nessuno può costringere dentro casa. Tira con l’arco, cavalca un grosso cavallo che nutre e pulisce da sola, non teme la magia e rivendica per sè la possibilità di scelta libera. Il padre è il classico re buzzurro che ride di ogni scherzo e cattivo gusto, mentre la madre è la regina che conosce e applica perfettamente l’etichetta di corte. Di contorno 3 fratellini (gemelli?) pesti ma che conoscono trucchi e il castello a menadito.

Pomo della discordia: la gara fra i principi del clan (uno più orrendo dell’altro, tocca dirlo) per ottenere la mano di Merida. Come è facile immaginare qui inizia il patatrac e la strega ci mette lo zampino (personaggio geniale e comico che niente ha a che fare con le altre della sua congrega nella Disney. Soprattutto geniale il “doppio lavoro”) e bisogna lavorare d’astuzia e affetto.

Il bello di questo film, oltre alla leggerezza, alla tecnica che ha raggiunto livelli inaspettati (ci sono dei paesaggi e la resa del pelo degli animali che lasciano stupiti, senza contare i capelli rossi e indisciplinati della protagonista), è la citazione di elementi mitici o pseudo storici: dai colori in blu di un capoclan (ricordano i Pitti, anche se lontanissimi nel tempo), alla differenziazione dei colori dei clan stessi, dalle leggende con padri figli e regni contesi, agli animali totemici, al senso del magico e del misterioso, al nemico giurato da esorcizzare. Rientra a pieno titolo in quel filone medievaleggiante, vichingheggiante che tanto hanno solleticato la mia (e non solo la mia) infanzia, dove si pensava che i castelli dovessero essere allietate da gare di birra, da spacconi raccontatori di situazioni esagerate, da leggende da rievocare. Cose così, esagerate e divertenti. Cose che tutti vorrebbero vivere.

Voto: 7 +

“Il nostro comune amico” cap. VII

Seguiamo Silas Wegg nel suo pellegrinare attorno alla Pergola e alla famiglia Boffin. Dickens ci avvisa che attorno alla chiesa di Clerkenwell esiste un quartiere di gioiellieri, ma che le botteghe variano a secondo della ricchezza degli stessi: “alcuni potrebbero arricchire l’acqua in cui lavano le mani” e altri invece possono permettersi solo una candela di sego. Scopriamo che Wegg conosce il gioielliere, il signor Venus, quando era in ospedale per farsi amputare la gamba (Silas ha infatti una gamba di legno che tutti gli riconoscono, ma che nessuno cerca di fargli pesare).

La descrizione della bottega da il senso di povertà, di desolazione e di abbandono, non solo perché solo una candela di sego (che fa più fumo che luce) serve all’artigiano, ma perché si trovano uccellini morti, odore di muffa e di cantina e di materiali vari. Ascoltando il discorso fra i due scopriamo che il signor Venus non è un gioielliere, ma fabbrica arti finti e impaglia animali.

http://bizzarrobazar.com/2013/03/04/londonscopia/ per scoprire i dettagli di questa vetrina.

A un certo punto fra i due inizia un discorso macabro e quello che mi sorprende è che Wegg chieda quanto Venus l’ha comprato e quanto vale. Sì, proprio così! Wegg in ospedale venne comprato da Venus o forse solo il suo arto oppure..,? Questo discorso lascia non solo il solito senso del sorprendente, ma fa venire in mente come la vita umana in certi periodi della Storia sia valsa più o meno di un tocco di pane e di come, in certe classi sociali, non fosse disdicevole comprarsi o usarsi. Triste, tutto ciò è molto triste…

Nota dolente leggendo “questo” Dickens: i dialoghi sono scollegati e a volte saltano fuori cose senza senso e senza legami con quello che si dice prima o dopo. E’ come se i personaggi agissero chiusi in una propria campana, avulsi dal contesto o dal mondo che li circonda. Faccio un esempio: in questo capitolo a un certo punto Venus palesa un amore non corrisposto, ma nella traduzione e nell’ “economia” del dialogo non si capisce se egli palesi un amore omosessuale per Wegg oppure per una donna che non valga nemmeno la pena di nominare (nè dall’autore nè dal protagonista). Per capire questo passaggio ho dovuto chiedere aiuto nella pagina fb della lettura collettiva e mi hanno risposto che si riferisce a una donna innominata e che sì Dickens scrive cose scollegate. Questo mio fraintendimento, che non riuscivo a risolvere nemmeno con una seconda e terza lettura (non tanto perché credessi che Dickens potesse essere così provocatorio, ma proprio perché doveva essere solo un fraintendimento, magari una pessima risoluzione del mio ebook) ho notato essere frutto di una traduzione un po’ veloce; in un altro libro la traduzione presenta lo stesso passo ma con queste parole: “…32 anni e sono celibe. Io l’amo, Mr Wegg, e Lei è degna dell’amore di un Potente di questa terra”. Il “Lei” al posto dell’ “essa” risulta più chiaro, anche se rimane il mistero della donna citata.

Ammetto di non conoscere l’autore, ma quando lessi “Canto di Natale” lo trovai solo un po’ antiquato in certi termini, ma sempre logico e lineare. Chissà cosa gli è passato per la testa qua…