Buon compleanno Mary Shelley!

English: Cropped portrait of Mary Shelley
English: Cropped portrait of Mary Shelley (Photo credit: Wikipedia)

qui per la solita biografia scarna e senza vero valore. http://it.wikipedia.org/wiki/Mary_Shelley

E anche oggi festeggiamo un autore che ha fatto parte della mia vita letteraria.

Ammetto di essere una cultrice dell’horror vecchio stampo, quello coi mostri paurosi, con il bene e il male ben separati, con il fascino del male e la vittoria del bene anche dopo una vera lotta fisica. Il vampiro innamorato (e non pensiamo ora allo zombie innamorato. Mi vengono i brividi dalla paura), fascinoso e salvato dalla bella di turno, che sbriluccica al sole mi fa venire l’orticaria.

Quindi leggere Frankenstein è stato doveroso.

E’ vero che il titolo originale è “Frankenstein: or, The Modern Prometheus” e quindi tutto il sottotesto sociale della creazione umana, del potere dell’uomo sulla natura da plasmare, sul concetto di mostro possono essere visti in altra maniera e quindi leggere questo libro sotto un profilo che non ha niente a che fare con l’horror, ma e dico ma esso nacque in una notte fortunata e sinceramente ricca di horror (se vogliamo credere all’aneddotica). Di certo invidio fortemente quella situazione dove autori come  Lord Byron, John William Polidori, Percy Bysshe Shelley e lei si rinchiusero in un castello e decisero di sfidarsi a scrivere storie di fantasmi. Da quella notte nacque anche “Il vampiro” di Polidori. Questo è l’aneddoto e qui vogliamo rimanere, ma purtroppo ci rimase intrappolata anche l’autrice, volente o nolente.

Se si legge la sua pagina su wikipedia si può notare solo la parte scandalistica della sua vita, con amori, disinteresse delle convenzioni, morte dolorose o meno, ma viene accennata solo di sfuggita la sua vita letteraria. E qui caschiamo tutti come asini! Perché è inutile dire che ella fu molto importante per il lavoro del marito e per la letteratura del suo periodo e poi non citare nulla, o quasi! Non dico che si debba studiare a scuola, dove un sacco di cose si dovrebbero studiare ma non lo si fa per mancanza di voglia, tempo, spazio e conoscenza, ma almeno fare riferimenti che incuriosiscano.

Quello che mi chiedo è: può una donna diventare un punto di riferimento nella letteratura di genere, avere la fortuna di pubblicare con il suo nome (e non con pseudonimi maschili), essere considerata una vera letterata e poi essere bloccata lì, su un piedistallo per poi ignorarla? Quanti di noi conoscono davvero la sua letteratura non perché appassionati di nicchia, ma perché ella è arrivata come persona vera, magari criticando il suo stile?

Ella per me è purtroppo su quel piedistallo, mentre il suo Moderno Prometeo cammina per le strade del mondo, si sposa, magari ha figli, uccide persone e canta su un palcoscenico (vedete se riconoscete telefilm o film velatamente citati…).

Buon Compleanno Mary Shelley, chiunque tu sia stata veramente!

Boris Karloff nella sua interpretazione di Frankenstein
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“Non voltarti indietro” di Linwood Barclay

Ho impiegato un po’ a leggere questo libro, perché non essendo stata nei termini di lettura della biblioteca ho dovuto richiedere il prestito e quindi aspettare un po’ di mesi. Vabbè. Malgrado questo inconveniente ricordavo perfettamente la vicenda iniziata e più o meno anche il punto in cui ero rimasta.

La vicenda sarebbe semplice: un giornalista, bravo padre e marito, con la sua vita normale, inizia a investigare in un caso di corruzione per la costruzione di una prigione privata. Inizia l’investigazione e poi la moglie scompare e nessuno gli crede, anzi viene indagato per omicidio. La sua fortuna è che non viene incarcerato, ma tutta la vicenda avviene nei pochi giorni di sparizione e pre incarceramento (o meglio quello che vorrebbe fare il capo della polizia locale, mentre alla fine l’investigatore incaricato inizia ad avere qualche dubbio). E qui la faccenda si incasina parecchio e mi viene da dire che troppa carne al fuoco è stata messa.

Da un lato c’è il caso giornalistico con tanto di corruttore che impersonifica il cattivo senza morale. Da un altro c’è il giornale, di provincia e mal messo economicamente, con piccoli squali di colleghi o capi reparto. Da un altro ancora c’è la moglie che poi non si sa cosa, chi e perché (o meglio il marito non lo sa, mentre noi lettori seguiamo anche la vicenda di lei) e allora c’è una indagine privata. Da un altro ancora c’è il passato e le conseguenze sul presente. Insomma davvero troppa carne al fuoco per un unico libro. Non dico che alla fine ci siano delle cose tirate per i capelli, ma la vicenda del corruttore ha un finale assurdo, mentre quella principale è purtroppo un po’ tirata, come se le pagine fossero finite e l’autore dovesse rimanere entro un tot di pagine (che poi sono davvero tante: 470).

In più ho avuto la sensazione di un “già letto” ricordandomi molto il libro “Il prossimo sarai tu” di Gregg Hurwitz. In entrambi i libri i protagonisti maschili devono affrontare un passato imprevisto, un presente pericoloso e devono cavarsela fra assassini e affaristi senza scrupolo.

Alla fine dopo tanti commenti non proprio positivi, perché dargli la sufficienza? Perché il libro si legge velocemente, prende il lettore e non è troppo complesso. E’ vero che ci sono tante cose, ma tutte vengono dipanate in modo logico e lineare e non si deve cercare nel pensiero la tal parola detta dal personaggio di sfuggita a cui non si è dato troppo peso. Non è un libro di investigazione seduti in poltrona, ma è lo svelamento di un mistero che, suo “malgrado”, coinvolge gente senza scrupoli e svela che le persone mentono per i più bassi e banali desideri.

Voto: 6 +

“Il nostro comune amico” cap. XIII

Il capitolo incomincia e io non ci capisco nulla. Tutto questo parlare di calce e di discorsi senza senso mi manda un po’ in disorientamento mentale. Me ne faccio una ragione e continuo a leggere ritrovandomi nella locanda dei “Sei allegri facchini” con l’ispettore ed Eugenio. Vabbè vediamo dove vanno a parare. Alla fine si capisce: sono stata fregata anche io, come gli avventori della locanda, da questa spontanea recita per depistare la loro presenza. Bravi!

L’imboscata a Gaffer prende piede, ma nessuno sembra preoccuparsi di lui convinti come sono della sua colpevolezza, mentre Lisetta commuove, soprattutto Eugenio, per il suo destino tragico e solitario. Ma indagare seriamente e poi catturarlo nel caso, sembrava brutto? Beh si vede di sì, visto che la storia deve andare avanti così.

Ci risediamo agli allegri facchini insieme ad Eugenio ed aspettiamo, anche noi sgranchendoci le membra anchilosate dal troppo star seduti. Mi piace la presa di coscienza di Eugenio nei confronti di Lisetta, anche se penso che l’autore stia facendo nascere in lui magari il germe dell’amore per questa ragazza (creando poi un enorme problema di classe sociale fra i due, fra le famiglie e la società: altro che Giulietta e Romeo!). I due avvocati poi decidono di lasciare la locanda e andare direttamente dall’ispettore o comunque a vedere come evolve la situazione.

L’autore allora si dilunga nella descrizione della vita immobile del fiume, dei colori e dei suoni che vengono portati dal vento, mentre appare fuorviante la totale assenza di persone umane a dare un senso di calore. Viviamo con gli occhi di Eugenio la vista di un quadro paesaggistico, dove tutto è sferzato dal vento, ma dove predominano i colori del grigio in tutte le sfumature. Altro senso di desolazione. E n questo dipinto appare l’ispettore in compagnia di Riderhood, l’accusatore, la cui smania di andare per fiume a cercare Gaffer è ancora più sospetta a mio parere.

E mentre si condivide l’attesa per la cattura, mentre dormicchiamo con Eugenio e il suo compare, mente Riderhood si allontana (non lasciatelo andare! metterà nei guai il marinaio! uffa, non mi ascoltano mai), il capitolo si chiude con la rivelazione da parte di Riderhood che la barca di Gaffer è stata trovata vuota, alla deriva e con un remo spezzato. Eppure dice che “ha avuto di nuovo fortuna, per Dio se l’ha avuta.” Ma come si possono dire cose del genere? E se fosse morto? Mah…la riconoscenza mal riposta.

Comunque il personaggio di Eugenio mi sta piacendo sempre di più perché rivela un animo nobile o almeno capace di provare timore e ripensamento, sotto una scorza di cinismo e di abitudine all’accettazione delle altrui decisioni. Stiamo a vedere come si evolverà, se si evolverà. E’ vero che è facile avere compassione di Lisetta!

Van de Cappelle Jan “Paesaggio marino con barche a vela”

“Made in Jersey”

Secondo round di stiraggio nella stessa giornata e non me la sono sentita di guardare un altro film, quindi mi sono affidata a Fox e mi sono ritrovata a guardare questa serie. Non era la prima puntata, ma la volta scorsa diciamo che la ascoltavo con un orecchio e poi giochicchiavo su facebook, ora invece ho potuto seguirla.

http://it.wikipedia.org/wiki/Made_in_Jersey

E dopo aver stirato un sacco di roba, ho potuto apprezzare la sua totale leggerezza, ma poi finisce qui il mio apprezzamento. La protagonista è fin troppo brava, bella, intuitiva e fortunata: un Gastone Paperone in gonnella e in tribunale. Noia. Sa fare tutto, ha appoggi ovunque (e un modo di fare che deve essere la parodia di un mafioso italo americano che millanta agganci in ogni angolo), tutte le vogliono bene e tutti la adorano (o pensano a peggio, ma in questa serie no, perché è molto pudica. Anche se le gonne sono corte). Ha una famiglia disastrata, ma sono tutti buoni dopo aver urlato solo per poco. Lei sbatte gli occhioni e tutto a posto.

Non c’è la legge di “Law & Order” o nel più leggero “The good wife”, non c’è ironia come “Castle” o “Bones” e nemmeno la carica erotica amicale. Lei assomiglia esteticamente (e questo vuol dire su o come sono le italo americane oppure che stereotipo ci sia) un po’ a Francesca de “La tata”, ma non ne vale nemmeno un orlo di abito succinto.

Nel link di wikipedia c’è scritto che è stato sospeso dopo una serie (in realtà guardando gli episodi, 8, ancora prima) e ne vedo la ragione, ma poi mi chiedo il perché ritrasmetterlo in Italia. O meglio lo so, visto che la Fox ha i diritti almeno che li sfrutti usandoli il più possibile, ma poi spera che da qualche parte faccia così tanto furore da poterne finanziare una seconda serie? Vabbè. Per fortuna che lo hanno fatto vedere in estate…

“Arrietty” di Hiromasa Yonebayashi

http://www.mymovies.it/film/2010/theborrowerarrietty/

Altro pacco di vestiti da stirare altro film da guardare. Almeno mi svago un po’.

Il cartone animato è frutto dello Studio Ghibli e questo garantisce già una storia in cui i diversi mondi si uniscono: il fantastico e l’umano. Mentre noi umani continuiamo la nostra tranquilla vita, gnomi folletti spiriti e quanto altro vivono alle nostre spalle o al nostro fianco e cercano di interagire il meno possibile con noi, ma qualcosa succede ed è inevitabile lo svelamento e la conoscenza. I nostri bambini si dimostrano più propensi a stringere amicizia con questi esseri, mentre i nostri adulti sembrano divisi fra la paura e la curiosità. Tutte tematiche già viste e svelata da “Ponyo sulla scogliera” oppure “Il mio vicino Totoro”. Mentre guardavo il film mi sono finalmente chiesta quanto i giapponesi percepiscano meno “favolistica” una visione del genere della vita: la loro “mitologia” sui fantasmi o su esseri di altri mondi è molto più complessa e meno distaccata di quella occidentale. Per noi è mera fantasia, ma per loro? Magari mi faccio delle pare assurde.

Altra tematica è la malattia o del protagonista o di qualcuno vicino (in questo caso del protagonista): malattia grave che rende invalidi, più o meno momentaneamente, ma umanamente non menomati. Al contrario di un film del tipo “Il giardino segreto” dove di solito il malato ha animo chiuso e serve una bambina ad aprirlo alla magia.

Ultima tematica tipica di questo genere di film è l’assenza o la divisione per vari motivi dei genitori. I nostri protagonisti sono sempre soli e devono maturare in fretta per poter superare dignitosamente il distacco emotivo e non pesare loro. Il senso dell’onore tipicamente giapponese appare anche in questo modo di fare. Di certo è più facile avere dei bambini indipendenti e non attaccati alle gonne dei genitori ed è un topos tipico anche della nostra cinematografia (uno per tutti “La principessa Sara” in ogni sua versione), ma di solito da noi appare anche il senso del dolore, che qui invece viene soppiantato dalla logica rassegnazione.

Il film è poetico, anche se veramente mi viene da dire più spassionatamente, è lento. Ogni momento è curato, ma come ho potuto notare in alcuni film di animazioni dello studio Ghibli, manca l’approfondimento: tutto è accennato, niente è davvero compreso soprattutto i sentimenti di alcuni personaggi (perché la governante ce l’ha con gli gnomi?). Sembra quasi che non si voglia sfiorare il tempo dato per un film del genere, perché non posso pensare che sia poca voglia di fare. Forse Miyazaki & co hanno bisogno di più spazio e tempo (forse quello della serie animata) per riuscire a esplicare a tutto tondo le sensazioni e le emozioni e le interazioni? Mah, è che vedendo questi film mi rimane sempre la sensazione di non concluso. Peccato.

Regia: 7

Sceneggiatura: 7 Hayao Miyazaki. Il padre del fumetto giapponese (dove ha messo lui le mani, l’anime si ricorda per sempre) ci propone una storia delicata, fatta di amicizia, rispetto e forse quella tenerezza che nasce in adolescenza (quando era una cosa complicata, ma non bombardata dalla tv).

Scenografia: 6 Diversamente dal solito, qui si è tutto giocato più sui protagonisti che su una vera e complicata scenografia che ci catapultasse nel mondo fatato.

Produttori: Hayao Miyazaki

Fotografia: 7 Atsushi Oku. Difficile in un film d’animazione dare un giudizio sulla fotografia, ma il disegno è pieno, colorato, giocato con i colori e sulle sfumature.

Disegno: 7 un classico, niente di nuovo. La scuola Ghibli fa uscire con la sua solita perizia tutti gli immaginari e i tratti somatici che ci aspettiamo. Mi ha stupito solo che la madre era disegnata vecchietta o comunque un po’ bruttina (mentre di solito vengono disegnate molto delicate), mentre lei quasi con tratti adulti  o comunque poco fanciulleschi. Mi viene da pensare che per la madre si volesse enfatizzare il personaggio caricaturale

Musica: 7 Cécile Corbel. Delicata e con atmosfere totalmente irlandesi. Da ascoltare in paragone con i Clannad. Non mi è piaciuta la sigla finale in italiano, cantata da giapponese, visto che veniva un po’ storpiata

Costumi: 6 I personaggi sono ben resi e ben caratterizzati anche nelle vesti, ma tranne la protagonista tutti sono un po’ piattini. Anzi si salva il selvaggio folletto che un po’ ricordava “Conan ragazzo del futuro” anche se in versione modernizzata e più “adulta”.

Voto: 7

“Super 8” di J.J. Abrams

http://www.mymovies.it/film/2011/super8/ per trama e notizie varie

Ci voleva un film leggero, mente lavoravo al telaio e questo mi è sembrato adattissimo.

E infatti lo è, ma in quel modo in cui un tempo si facevano i film negli anni ’80,  quando le storie potevano essere staccate dalla realtà, dai problemi politici, potevano essere infarciti di stereotipi e non per forza da personaggi a cui tutte le comunità sociali viventi sulla terra dovevano identificarsi. Più lo guardavo e più mi tornava in mente il film “I Goonies” e anche “E.T.” e “Incontri ravvicinati del terzo tipo” e qualche altro film che, nemmeno con gli amici, sono riuscita ad identificare.

Poi leggi le critiche (io di solito le leggo dopo, perché di solito mi faccio guidare dal mio di gusto e non voglio sapere citazioni, riferimenti, omaggi o copiature: se ci sono dovrei scoprirle da sola) e capisci che il film è un vero omaggio all’infanzia cinematografica del regista a cui Spielberg ha dato possibilità di realizzazione. Ecco perché questo film può essere davvero i Goonies degli anni 2010 se solo i ragazzini avessero ancora voglia di avventura e di salvare il mondo dai peggio nemici e nel frattempo innamorarsi, litigare, essere forti e leali amici.

Qui ci sono certe ingenuità di storia, come il fatto che un alieno incazzoso come pochi e grande grosso, nel pieno dell’ira non ascolta la paura senza cattiveria di una bambina, ma tutta la comprensione del giovane eroe, invece che mangiarlo. Oltre al fatto che l’alieno è frutto dell’amore di un grigio con Shelob, di tolkeniano mondo, e poi abbandonato per troppa bruttezza e variabilità d’umore. Però costruisce astronavi aliene meravigliose. Ah l’arte nascosta dalla bruttezza e vince sul pregiudizio! 😀

Bellissimo lo sfondo della storia con i ragazzini cinefili, pronti a tutto  per girare un corto sugli zombie per partecipare a un concorso cinematografico. Anche questo è un elemento nostalgia, non solo perché nei film per ragazzini un tempo li si raccontava mentre in estate si avventuravano per il mondo e rischiavano personalmente (mentre adesso al massimo li porti al centro commerciale a comprare l’ultimo modello di cellulare, mentre sparlano cattiverie orribili contro amici e nemici), ma anche perché nella nostra infanzia senza tecnologia e mysky, quello era il nostro modo di vivere: i film raccontavano a noi per spingerci ad arrivare oltre all’albero maestro. Quindi mi chiedo se questo film possa raccontare e stimolare qualcosa, qualche avventura, anche ai suoi contemporanei…

Il film è sicuramente ben girato e ben recitato, con una fotografia di alto livello e anche una cura dei particolari (dai costumi all’oggettistica) e per quanto mi sia rimasto quel senso di non originalità fermo nel cervello (una cosa che va oltre all’omaggio e alla nostalgia), è stata una buona visione e un buon supporto per lavorare.

Molto divertente il filmato ai titoli di coda.

Regia: 7 J.J. Abrams.

Sceneggiatura: 7 J.J. Abrams.

Scenografia: 7 1/2

Produttori: Spielberg, J.J. Abrams, B. Burk

Fotografia: 7 1/2 L.Fong

Musica: 7 M.Giacchino Alcune chicche del periodo e molta atmosfera. Ha fatto il suo mestiere con bravura.

Costumi: 7 Ha Nguyen

Producer effetti speciali: 7/8 Chantal Feghali

Voto: 7

Buon compleanno Lovecraft

Oggi sì che festeggio.

Howard Phillips Lovecraft (Providence, 20 agosto 1890 – Providence, 15 marzo 1937)

Festeggio un autore che mi ha emozionato e tutt’ora mi emoziona a sol ripensare alle storie che ha raccontato.

Lo conobbi più di 10 anni fa grazie al mio moroso di allora. Egli era un vero appassionato di horror, mentre io ero troppo impressionabile per aver dedicato la mia infanzia a certe letture o certi film; mi prendeva in giro bonariamente per ciò, ma alla fine chi dormiva il sonno dei giusti ogni notte ero io e non lui, tormentato dagli incubi più assurdi (ai vostri bambini date delle dosi di buonismo disney da piccoli, perché avranno tutto il tempo che vogliono per farsi venire gli attacchi di panico per assurdi vermoni usciti dalla terra o da attacchi alieni o comunisti a ogni calar del sole. Lo dico per loro, ma anche per il vostro sonno). Gli prendevo in prestito un po’ di libri, mentre si discuteva di quanto fosse o meno influente Poe o sulla cinematografia horror spagnola: discorsi da circolo letterario alternativo e ottocentesco. Poi fu il mio master ne “Il richiamo di Cthulhu” e una avventura di pochi mesi durò un anno e mezzo, fidelizzando il cuore del gruppo con elementi che amavano veramente il genere. Quando finì tutti rimanemmo felicemente sconvolti. In tanti anni di gioco di ruolo quella campagna è la mia vera nostalgia…

Ma torniamo al nostro amato Lovecraft. Amato. Sì. Tantissimo.

Amato perché mi ha regalato le emozioni più intense, senza nemmeno uno spargimento di sangue a modo splatter; amato perché mi ha fatto amare il genere horror con i mostri a un piano incomprensibile; amato per quel senso di oltre, di fuori dal comune, di unico nella letteratura; amato per non aver dato speranza alla solitudine, ma per averla desolatamente condannata a un’eterna pazzia; amato perché il mondo di Cthulhu è ultraterreno, ma elaborato, scritto e poi disegnato diventando un vero mondo vero e reale.

Mi basterebbe fermarmi alle emozioni, alla sensazione di smarrimento e solitudine che ogni suo protagonista prova, alla pazzia che pian pianino si insinua nella mente, al buio sempre vivo. Leggere i suoi racconti o i suoi libri è stato come addentrarmi in vari mondi e vestire diversi panni; è stato come estraniarmi da me e dover anche affrontare le mie di paure.

Il mio moroso di allora mi regalò l’opera omnia e ammetto che la centellinai tantissimo e la finì dopo qualche anno che mi ero lasciata (è stata una lunga storia) e quando chiusi l’ultima pagina sentii il distacco e mi resi conto di essermi emancipata da quel ragazzo e di aver letto Lovecraft solo per lui, per sapere, per capire, per leggere. Lovecraft è diventato allora il MIO pilastro narrativo, senza altre metabolizzazioni o insegnamenti. E’ il sentiero che porta alla montagna della follia o negli oscuri abissi del mare.

disegno di MIRROR CRADLE

A Lucca Comics di qualche anno fa mi portai a casa un vero capolavoro a lui dedicato

disegni di Breccia http://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Breccia

trovando azzeccata la scelta delle chine, delle matite o di quel che è (dovrei chiedere a mio fratello) per rendere le angosce, il velo della pazzia che si alza. Per non parlare del bianco e nero…stupendo! Ma anche qui non stiamo certo parlando del primo pirla che passava per caso. Alberto Breccia è stato un indubbio maestro del fumetto argentino.

Ma torniamo al nostro maestro di Providence.

Potremmo stare qui a fare una tesi sul perché scrisse una cosa piuttosto che un’altra, sulla sua misoginia, sul razzismo, sulle sue paure. Oppure potremmo farne un’altra sulle sue influenze sul cinema, sul fumetto o sulle continue, e più o meno velate, citazioni in altre libri, ma davvero troppe sarebbero le nozioni che nemmeno io potrei ritrovarmici. Questo link di wikipedia potrebbe esserci utile http://it.wikipedia.org/wiki/Howard_Phillips_Lovecraft_nella_cultura_popolare , ma tocca dirlo nessuna di queste opere può nemmeno avvicinarsi al potere che ha evocato il Maestro, anzi molti film (che io ho visto e che si trovano sono nelle videoteche fornite di chicche introvabili) hanno non tanto tradito il senso, ma del tutto mistificato e reso risibile il tutto. Alla fine rendere la paura vera è il pezzo più difficile per un autore…

E nemmeno Giacobbo che ha ventilato (nel suo sempiterno delirio di mistificazione informatica. Ma la smetterà mai e metterà a giudizio le sue capacità giornalistiche?) che Lovecraft non scrisse opere di fantasia, ma verità storica, è riuscito a spegnere il senso di paura che egli genera in ogni lettore, trasformandolo in un mero cibo per le masse.

è davvero così Cthulhu?

Buon compleanno Lovecraft!

E voi state attenti ai ronzi elettrici sospetti…e ai tentacoli!

“Biancaneve” di Tarsem Singh

http://www.mymovies.it/film/2012/thebrothersgrimmsnowwhite/

Continua la mia visione estiva di film. In genere in estate, quando non c’è nessuno che rompe e che interrompe riesco a fare un sacco di cose e fra queste guardare molti film. Progetto per il dopo estate è riuscire a mantenere questo ritmo, nei bei vecchi ricordi dei cineforum con gli amici, anche senza gli amici.

Oggi mi sono sentita ispirata da questa favola, perché nel periodo di revival e rivisitazione delle fiabe, questo filma mantiene lo spirito, l’immaginario di una fiaba per ragazzi. Ovvio che fra questa visione e quella della Disney c’è molta differenza di resa, ma di certo non di leggerezza: se nella disney tutto deve essere classico e romantico, in cui i ruoli femminili e maschili vengono ben delineati e scanditi (lei buona e brava, ma un po’ casalinga, lui forte e coraggioso. Di contorno i nani buoni e teneri e la strega cattiva, che è solo cattiva), qui c’è ironia, scanzonato modo di approcciarsi alla cosa e un po’ di sconvolgimento di ruoli (lei è buona e brava, ma coraggiosa e intraprendente e lui ottima spalla o principe consorte. Nani buoni e scanzonati, la strega…beh ve lo dico dopo!).

Biancaneve c’è e non è la svenevole versione principesca che ci ha abituato la tv. E’ carina, amorevole, disperata, ma alla fine la sua vita nel castello non si vede, ma si vede solo la sua trasformazione in paladina del suo popolo e per il suo amore. Stranamente, per quanto appaia sempre e comunque non pare essere LA protagonista.

Il principe c’è ed è meravigliosamente svagato. Forte nel suo ruolo (non metto in dubbio che sia stato allevato all’amor cortese e alle avventure e a rispettare il suo ruolo). Vittima dell’amore della strega, salvato da Biancaneve (e qui si ribaltano i ruoli) è un ottimo esempio di principe supporto della propria regina.

I nani. Sono splendidi! Cattivi all’inizio, ingegnosi con stile steampunk, vendicativi loro malgrado, basta la dolce determinazione di Biancaneve per renderli paladini della giustizia contro la strega. Completamente diversi per nome, stile e vita di quelli della Disney.

Lo specchio. Una genialata. Non confinato a un muro, esso è la magia. La magia neutra, che mette in avviso chi la usa del prezzo da pagare. Magia nera se usato dalla strega, disfatta assoluta quando ella cade. Non è un oggetto, ma un mondo e un riflesso. Ottima interpretazione simbolica.

La regina-strega. Semplicemente m e r a v i g l i o s a! La Roberts sfodera ironia, capacità mimica del suo vero livello: parla più con lo sguardo, i gesti e il corpo che con le parole. E’ cattiva, invidiosa, impaurita dal tempo che passa e dalla povertà, tratta tutti male ma nessuno se ne “accorge” perché lo fa sempre con il sorriso sulle labbra; caustica, ironica, micidiale. Trovo la sua interpretazione meravigliosa e incisiva e sicuramente è lei la vera protagonista del racconto.

Le due Grimilde: Disney e la Roberts. Chi avesse letto il post precedentemente avrebbe visto un diverso paragone con la Roberts: Malefica della Bella Addormentata. In effetti Malefica è più sensuale di Grimilde e la Roberts le assomiglia di più.
Le due Grimilde: Disney e la Roberts.
Chi avesse letto il post precedentemente avrà visto un diverso paragone con la Roberts: Malefica della Bella Addormentata nel bosco.
In effetti Malefica è più sensuale di Grimilde e la Roberts le assomiglia di più.

A questo punto dovrò vedere l’altra versione della fiaba con la Theron in versione strega cattiva. Oltre a rileggermi la versione originale della fiaba perché diciamocelo, dopo il passaggio Disney, le vere fiabe (cruente e volutamente violente) non esistono più nella nostra memoria.

La mela. Non c’è o meglio solo citata alla fine e non serve a nulla.

Regia: 7 Tarsem Singh. Colorata, calibrata e fiabesca, lascia intravedere le sue origini indiane solo nel finale dove ci regala un balletto in stile.

Sceneggiatura: 7 1/2 M.Klein & J. Keller. Ottima rivisitazione, completamente differente dalle altre molto cupe e troppo moderne. Si rimane nella scia della fiaba ed è un bene.

Scenografia: 8 Surreale, colorata, esagerata, inverno metaforico e non stagionale. Bella e ben fatta per far calare lo spettatore in un mondo che non esiste.

Costumi: 8 Eiko Jshioka. In sintonia con la scenografia e mentre Biancaneve passa un po’ per banale, la regina è splendida (sembra un po’ la versione fiabesca della regina Elisabetta I d’Inghilterra); i comprimari, anche quelli anonimi, sono ben strutturati in modo che si possano ricordare; il principe è standardizzato e va bene e i nani sono combattenti!

Fotografia: 7 Brendan Galvin. Ottimo supporto e ben dosata.

Effetti speciali: 8. Calibrati, ben usati e non dozzinali. Stupendi i burattini dello specchio, le scene di apparizione dall’acqua magica e la Belva (un bel drago cinese. Interessante commistione).

Musica: 7. Tranne il finale indiano posso dire che non la ricordo molto, visto che non ci sono balletti o canti in stile cartone animato.

Voto: 7

“1921- Il mistero di Rookford” di Nick Murphy

Continua la serie di film de paura e stavolta diciamo che ci siamo andati vicini.

http://www.mymovies.it/film/2011/theawakening/

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Questa non è una storia di paura, ma una classica storia di fantasmi, ambientata nel dopo guerra della prima Guerra Mondiale. L’ambientazione  è curata per chi un po’ ne sa che nel periodo lo studio dei fantasmi veniva per la prima volta affrontato con rigore scientifico, anche se le due fazioni (scettici e credenti) erano ben divise. Il periodo è in fervore e la nostra investigatrice ne ricopre a pieno il ruolo con un personaggio femminile forte, scettico, intellettuale, sensuale sotto la veste rigorosa e un po’ mascolina. Il mix è sinceramente esplosivo. Il suo compito è indagare su un fantasma in un collegio maschile. Entro il primo tempo tutto sembra risolversi, ma verso la metà la protagonista non solo perde i freni inibitori (forse già labili vista la modernità della stessa) e poi anche la sanità mentale e tutti i giochi si riaprono.

Forse qualcuno vedendolo avrà già intuito assonanze, similitudini (“The Others” per esempio, ma forse anche un po’ “Il sesto senso”) e avrà cercato di leggere o rileggere questo film sotto quella visione. E non a torto ha fatto quello, ma se il film non brilla per originalità, di certo ha un’ottima tensione senza giocare sui colpi di scena, ma mantenendo costante la tensione e l’attenzione dello spettatore.

La recitazione è ben dosata e malgrado qualche sgranata di occhi eccessiva di Rebecca Hall, il resto è ottimo. Come i costumi e le scenografie, mentre la musica è più o meno assente e ciò è solo un bene visto che sono i silenzi in questo genere di film a fare il grosso.

Alla fine anche se cercavo un film dell’horror ho trovato un classico sui fantasmi (che sarebbe stato ottimo anche in romanzo. Chissà, magari esiste e io devo cercarlo…adesso mi informo) che mi ha tenuto incollata alla poltrona.

Regia: Nick Murphy 7

Sceneggiatura: S. Volk & N. Murphy 7/8

Scenografia: 7

Fotografia: E. Gran 8

Musica: D. Pemberton 7

Costumi: C. Harris 7 1/2 (i vestiti di lei sono stupendi!)

Voto totale: 6/7

“Paranormal Activity” di Oren Peli

Oggi avevo voglia di un bell’horror.

In realtà sono un’appassionata fifona: gli horror li guardo solo di giorno, a piena luce e con una mano pronta a scattare per “censurare” la scena più paurosa. Allora perché guardare gli horror? direte voi. Beh in effetti credo che sia insito nell’essere umano volere essere spaventato, provare un’emozione che non può tenere sotto controllo; oppure credo che in una vita ci sia bisogno di emozioni forti senza dover davvero buttarsi dalla montagna più alta del mondo. Emozioni a poco prezzo? Ma, sì! E allora perché non provarle a pieno ed avere veramente paura? Beh perché io la notte voglio dormire e non dormire con tutte le luci accese e con la testa sotto le coperte anche in piena estate!

Oggi avevo voglia di un po’ di emozioni, ma sky Max non mi ha aiutato e quindi sono andata alla ricerca di qualcosa fra i miei pochi dvd da vedere ancora e cosa ci trovo? Paranormal Activity! E’ lì che vegeta da qualche anno e non ho mai avuto il coraggio di guardarlo perché tutti mi dicevano che poi non avevano dormito per giorni, in più il trailer era ben costruito da creare qualche timore. Quindi il film giusto per oggi! Messa su la lavastoviglie, sistemata la tv e il luogo di visione (con la tapparella ben alzata e il resto della casa sotto controllo) e play!

http://www.mymovies.it/film/2007/paranormalactivity/cast/

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Schiaccio appunto play e poi inizio a guardare e aspetto…e aspetto…e aspetto…e dopo un’ora decido di mettermi lo smalto alle unghie. Operazione riuscita senza sbavature.

Avrete capito che il film non fa paura o almeno non mi ha fatto paura.

La storia è semplice, un classico oserei dire: una ragazza perseguitata fin da bambina da un’entità ha un ragazzo, con cui convive, che vuole trovare la soluzione della cosa. La ragazza è rassegnata, il ragazzo è esaltato e fa le cose più sceme del mondo, tipo istigare l’entità e usare tutto quello che gli avevano chiesto di non usare (tipo la tavola ouija), così l’entità si incavola e si palesa. Ora ci si aspetterebbe un po’ di paura, di nascondersi dietro al cuscino o al divano e invece nulla! Ma nulla! Solo un lenzuolo che si alza e un solo attacco fisico. L’ultima scena fa veramente “paura”, ma oramai era finito…Per un’ora e mezza si sente solo piagnucolare e litigare i due protagonisti (dopo aver preso la cosa un po’ alla leggera), con l’unica ripresa della loro telecamera, perché bisognava dare l’idea di un fatto reale. Mi è venuto solo un po’ di mal di mare…

Non c’è investigazione, se non per cinque minuti, non c’è studio del passato di lei, anzi tutto viene risolto da un’indagine su internet per trovare chi fosse stata la precedente “padrona” dell’entità. Punto. Passa per poco un sensitivo che però è specializzato in fantasmi e non in demoni e quindi li scarica. Quindi i due sono lasciati soli (e non si capisce perché non parlino nemmeno con le loro famiglie), chiusi in casa (ma non vanno mai al lavoro) con una telecamera e un’inquilino che non paga l’affitto.

E’ tutto buttato su, senza una vera sceneggiatura, come se l’effetto “The Blair Witch Project” potesse bastare e in effetti non hanno avuto tutti i torti produttore e regista visto che, grazie all’ottima campagna pubblicitaria, hanno guadagnato un sacco di soldi e anche una serie di altri film.

Regia: Oren Peli. 6

Sceneggiatura: 2

Scenografia: 5

Effetti Speciali: 5

Costumi: 6

Recitazione: 6

Voto: 4