“Un caso di scomparsa” di Dror A. Mishani

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Un libro ti piace quando smetti di fare qualunque cosa o di pensare ad altro per poter leggere. E questo è quello che mi è capitato con questo libro e devo essere sincera, non me lo aspettavo.

La presentazione in copertina è assolutamente fuorviante, perché il nostro Avraham Avraham non ha niente del fascino del commissario, né la vita amorosa tormentata e sensuale, né amici fraterni che lo sostengono e lo supportano anche nelle idee più strampalate. Assomiglia di più ad un Adamsberg della Vargas, ma solo nella malinconia, pur non avendone il carisma solitario. Alla fine della lettura per fortuna di tutti il nostro poliziotto è un unicum che rientra in quella serie di investigatori solitari e tormentati, dalla vita affettiva un po’ sterile e in cerca di un porto franco, eppure fortemente umani ed empatici anche quando tutti pensano che stanno sbagliando.

Il bello di questo primo romanzo dell’autore è che non è un inizio di una saga, ma si svolge in una serie già incastrata di eventi e personaggi e legami affettivi e accompagna il lettore a passi felpati, suscitando la curiosità di quello che può essere successo, ma non distraendo mai un momento l’attenzione dall’investigazione. Ogni singola pagina gira attorno al nostro ragazzino scomparso, ai suoi genitori e a un mitomane professore sulla cui moralità ci si fa molte domande; non ci sono amorazzi che distraggono, vicende personali che mettono in secondo piano il giallo; qui tutto è ben calibrato e mantiene Avraham e il lettore attorno ai dubbi e ai non detti degli “indagati”.

Umanamente ho parteggiato per Avraham anche se sin dalla prima pagina si capisce che è alla fine uno sconfitto e che altri cercano o di fargli le scarpe o di minimizzarlo, ma sarà propria la sua attenzione e la sua mitezza a suggerire a una persona di suggerirgli l’indizio giusto per risolvere il caso.

Altra particolarità del romanzo è l’ambientazione: Israele. Mai letto un giallo in tale stato e alla fine si vuole proprio dare una risposta alla domanda che l’autore fa dire al suo protagonista: “Lo sa perché non ci sono romanzi polizieschi in ebraico?” Una domanda che ogni tanto ritorna e non ha molto senso la risposta ” Quello che manca qui da noi è proprio il mistero.” Io non ho una vera risposta, ma mi viene da dire che superficialmente che è molto più “facile” scrivere della condizione politica e sociale, magari con spirito polemico, che un giallo, il quale secondo me prevede immaginazione, un po’ di distacco dalla società (nel senso di guardarla da fuori) e un po’ di cinismo (per raccontare il peggio dell’umanità). Alla fine l’ambientazione non è troppo forzata e tranne alcuni aspetti (tipo lavorare la domenica e non il sabato) non c’è alcuna differenza con gli altri libri. Un bene? Un male? Non saprei. Alla fine se fosse stato troppo “ebraico” forse avrebbe finito per dire altro; se fosse stato piattamente uguale non avrebbe avuto anima; ma così è come se lo scrittore dicesse: sì siamo in Israele, ma è uno stato come gli altri e anche qui si investiga su una scomparsa; questa è la vita di un israeliano medio (senza nessuna collocazione religiosa).

voto: 8 e 1/2 . Da non perdere.

Postilla: scelta della copertina. Azzeccatissima. Semplice, lineare, ma esplicativa ed evocativa. Il disegno è di Guido Scarabottolo. Questo è il sito dove si possono trovare altri suoi disegni http://www.scarabottolo.com/

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“Il nostro comune amico” cap. XII

Mortimer Lightwood e Eugenio Wrayburn prendono una casa da scapoli per vivere insieme. La società inglese molto probabilmente vedeva queste convivenze maschili molto tranquillamente, visto che non ho sentore di scandalo per i racconti che Conan Doyle fece sui due coinquilini più famosi di Baker Street.

Poi Dickens, in puro stile british, si lascia andare a una lunga descrizione del tempo inglese alternando un ritmo di disperazione per un cielo color piombo e per le alluvioni, all’ironia delle carte portate dal vento impetuoso e sparse per ogni dove, al sentimento di affezione per quel clima così inclemente. Ci si addentra in quelle sensazioni fredde e inospitali che tanti racconti e film ci hanno inculcato non solo per il periodo storico (ricordiamo che l’inquinamento dovuto alle miniere di carbone e le fabbriche aveva reso Londra molto più grigia e inospitale di ora), ma anche per l’atmosfera.

Intanto i due amici speculano su come dovrebbe vivere su un faro da soli preferendo un isolamento e una monotonia cercata, piuttosto che una imposta dalla società e dalla noia di chi ci circonda.  I due uomini mi sembrano un po’ quei ragazzi della società bene in cui tutto fila liscio, ma che niente hanno davvero potuto ottenere per il loro sforzo, anzi altri hanno deciso per loro; eppure questa loro inattività li rende solo più forti per la posizione che ricoprono e non c’è in loro alcuna voglia di libertà e di scelta. Vivono, fanno, agiscono, ma tutto all’interno di un recinto ben definito da altri, che sia la famiglia in particolare come la società in generale. Giovani ricchi e annoiati?

“In fatto di capacità di annoiarmi” replicò quel degno giovane [cioè Eugenio Wrayburn], “ti assicuro che nessuno è più coerente di me.”

Eppure uno sprazzo di orgoglio nel giovane Eugenio si palesa quando riferisce all’amico che non vuole dare seguito al piano di matrimonio deciso dal padre. Evvai! Ma staremo a vedere…

E come uno spettro vero e proprio entra nella stanza uno strano personaggio strabico, grigio con un cappello di pelo che sembra un animale morto e cerca Mortimer per un giuramento e un “Alfredo David” (che Eugenio traduce in “affidavit”), ma senza presentarsi e tutti lo accolgono proprio come se fosse un’apparizione e non un uomo che si intrufola in una stanza perché la porta è aperta. E quest uomo che appare sembra essere il padrone di casa ed esige (cavoli, esige!) che gli altri si presentino e poi dopo lui spiegherà la sua presenza. Alla fine si presenta anche lui: Roger Riderhood, uomo di fiume. Egli è venuto ad accusare Gaffer (il cui nome vero sembra essere ora Jesse) Hexam dell’omicidio Harmon, ma le sue accuse sono basate solo sul fatto che lui pensa che sia così. Niente prove, anche se, spinto dalle insistenze dei due avvocati, egli dice di aver ricevuto la confessione di Gaffer.

Mamma mia che sensazione di squallore mi da quell’uomo! Pur di guadagnare dei soldi e di mandare alla forca un ex amico ed ex collega di lavoro potrebbe inventare le peggio cose! Ecco la sensazione che mi sta dando.

I due avvocati di fronte a questa palese confessione distorta (essi si rendono conto benissimo che la faccenda della ricompensa rende il racconto un po’ meno veritiero del possibile), decidono comunque di dargli corda e lo seguono fino alla zona del fiume. Arrivati al distretto locale della polizia consegnano all’ispettore la confessione di Roger e decidono sul da farsi.

Per quanto Gaffer non sia il meglio del meglio in questo romanzo, non credo che si meriti questa situazione pesante che sta per cascargli addosso. Vien proprio da dire che “dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io”, anche se anche sui secondi sarebbe meglio che Dio ci buttasse un occhio, non si sa mai.

Il capitolo finisce con l’accenno di una partita di calce proveniente da Northfleet. Ma perché il discorso deve sempre cambiare così repentinamente, senza né capo né coda?

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