“Arrietty” di Hiromasa Yonebayashi

http://www.mymovies.it/film/2010/theborrowerarrietty/

Altro pacco di vestiti da stirare altro film da guardare. Almeno mi svago un po’.

Il cartone animato è frutto dello Studio Ghibli e questo garantisce già una storia in cui i diversi mondi si uniscono: il fantastico e l’umano. Mentre noi umani continuiamo la nostra tranquilla vita, gnomi folletti spiriti e quanto altro vivono alle nostre spalle o al nostro fianco e cercano di interagire il meno possibile con noi, ma qualcosa succede ed è inevitabile lo svelamento e la conoscenza. I nostri bambini si dimostrano più propensi a stringere amicizia con questi esseri, mentre i nostri adulti sembrano divisi fra la paura e la curiosità. Tutte tematiche già viste e svelata da “Ponyo sulla scogliera” oppure “Il mio vicino Totoro”. Mentre guardavo il film mi sono finalmente chiesta quanto i giapponesi percepiscano meno “favolistica” una visione del genere della vita: la loro “mitologia” sui fantasmi o su esseri di altri mondi è molto più complessa e meno distaccata di quella occidentale. Per noi è mera fantasia, ma per loro? Magari mi faccio delle pare assurde.

Altra tematica è la malattia o del protagonista o di qualcuno vicino (in questo caso del protagonista): malattia grave che rende invalidi, più o meno momentaneamente, ma umanamente non menomati. Al contrario di un film del tipo “Il giardino segreto” dove di solito il malato ha animo chiuso e serve una bambina ad aprirlo alla magia.

Ultima tematica tipica di questo genere di film è l’assenza o la divisione per vari motivi dei genitori. I nostri protagonisti sono sempre soli e devono maturare in fretta per poter superare dignitosamente il distacco emotivo e non pesare loro. Il senso dell’onore tipicamente giapponese appare anche in questo modo di fare. Di certo è più facile avere dei bambini indipendenti e non attaccati alle gonne dei genitori ed è un topos tipico anche della nostra cinematografia (uno per tutti “La principessa Sara” in ogni sua versione), ma di solito da noi appare anche il senso del dolore, che qui invece viene soppiantato dalla logica rassegnazione.

Il film è poetico, anche se veramente mi viene da dire più spassionatamente, è lento. Ogni momento è curato, ma come ho potuto notare in alcuni film di animazioni dello studio Ghibli, manca l’approfondimento: tutto è accennato, niente è davvero compreso soprattutto i sentimenti di alcuni personaggi (perché la governante ce l’ha con gli gnomi?). Sembra quasi che non si voglia sfiorare il tempo dato per un film del genere, perché non posso pensare che sia poca voglia di fare. Forse Miyazaki & co hanno bisogno di più spazio e tempo (forse quello della serie animata) per riuscire a esplicare a tutto tondo le sensazioni e le emozioni e le interazioni? Mah, è che vedendo questi film mi rimane sempre la sensazione di non concluso. Peccato.

Regia: 7

Sceneggiatura: 7 Hayao Miyazaki. Il padre del fumetto giapponese (dove ha messo lui le mani, l’anime si ricorda per sempre) ci propone una storia delicata, fatta di amicizia, rispetto e forse quella tenerezza che nasce in adolescenza (quando era una cosa complicata, ma non bombardata dalla tv).

Scenografia: 6 Diversamente dal solito, qui si è tutto giocato più sui protagonisti che su una vera e complicata scenografia che ci catapultasse nel mondo fatato.

Produttori: Hayao Miyazaki

Fotografia: 7 Atsushi Oku. Difficile in un film d’animazione dare un giudizio sulla fotografia, ma il disegno è pieno, colorato, giocato con i colori e sulle sfumature.

Disegno: 7 un classico, niente di nuovo. La scuola Ghibli fa uscire con la sua solita perizia tutti gli immaginari e i tratti somatici che ci aspettiamo. Mi ha stupito solo che la madre era disegnata vecchietta o comunque un po’ bruttina (mentre di solito vengono disegnate molto delicate), mentre lei quasi con tratti adulti  o comunque poco fanciulleschi. Mi viene da pensare che per la madre si volesse enfatizzare il personaggio caricaturale

Musica: 7 Cécile Corbel. Delicata e con atmosfere totalmente irlandesi. Da ascoltare in paragone con i Clannad. Non mi è piaciuta la sigla finale in italiano, cantata da giapponese, visto che veniva un po’ storpiata

Costumi: 6 I personaggi sono ben resi e ben caratterizzati anche nelle vesti, ma tranne la protagonista tutti sono un po’ piattini. Anzi si salva il selvaggio folletto che un po’ ricordava “Conan ragazzo del futuro” anche se in versione modernizzata e più “adulta”.

Voto: 7

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