“Perché te lo dice mamma” di Michael Lehmann

http://www.mymovies.it/film/2007/perchetelodicemamma/

Adoro Diane Keaton da tempo immemore, perché ha un immaginario femminile o meglio ne incarna uno che è fuori dagli schemi; mi piace Lauren Graham per aver fatto “Una mamma per amica” (e purtroppo fa fatica a uscire da quel personaggio. Tutti si aspettano che lei sia l’altra e non il personaggio che sta interpretando. Mi spiace, ma è un rischio fare certe serie televisive). Gli altri personaggi erano più o meno indifferenti, sconosciuti, già visti senza problemi.

Il film è il classico film al femminile e generazionale. Due cose. Di troppo. O l’uno o l’altro. Il troppo stroppia. E qui si vede. Non tanto sulla trama in sè, ma proprio nella gestione dei personaggi e quello della madre è veramente oltre, esagerato, ma non si ha il tempo di metabolizzare il tutto perché alla fine tutto troverà il suo finale felice (anche se qui ci si prospetta dell’incesto bell’e buono. Ma gli sceneggiatori non hanno riletto quello che hanno scritto? Nessun correttore di bozze? Un giudice di pace? Aiuto! E poi parlano di crisi della cinematografia…). In più qualsiasi condotta moralmente discutibile alla fine viene ricondotta come un semplice errore, “ops, non volevo, mi è scappato. Perdonami e baciami”. No davvero troppo.

E la fregatura è che lo si guarda fino alla fine perché è patinato, veloce, costruito bene, coi personaggi giusti al posto giusto. Che nervoso!

Più ci ripenso e più mi chiedo “perché l’ho guardato? Dovevo capirlo subito che era una fregatura!” Stupida cervicale!

Quindi mi chiedo a chi possa piacere o meglio chi guardandolo non veda i grossi bug di sistema della sceneggiatura. Oppure Diane Keaton è talmente strabordante che ti ipnotizza, sperando di rivederla caustica nevrotica ma geniale e non solo in crisi da mezza età. Oppure è il cibo e il profumo di biscotti che passa oltre lo schermo a suscitare del sano ipnotismo?

Regia: 6

Sceneggiatura: 3

Scenografia: 7

Costumi: 7

Effetti speciali: n.c.

Fotografia: 7

Musica: 7

Voto: 4

Lettura collettiva su fb con “Dust & Decay” di J. Maberry

Perché parlare qui di una cosa che faccio su fb? Semplice! La follia ha unito due persone che prima si conoscevano solo su anobii, e anche un po’ sporadicamente, poi si sono conosciute via fb, poi personalmente e poi entrambe hanno aperto un blog di lettura (prima lei, poi io) e ci siamo rese conto che è divertente condividere questa nostra follia. Essa non è altro che dare un’altra funzione a fb, noto social network guardone, e fargli scoprire la lettura.

Tutto è iniziato per me con “Rot&Ruin” di Maberry. Diciamo che mi sono bellamente infilata nella consuetudine di Ross di condividere la sua lettura con amici vari. La cosa è piaciuta a entrambe che abbiamo sperimentato vari sistemi e modi di promuovere la cosa, coinvolgendo più persone. La lettura collettiva di “Il nostro comune amico” nasce dall’unione di tre teste folli alla fine…

Quindi quando è uscito il secondo capitolo della saga zombie di Maberry non ci siamo tirate indietro. Non si poteva! Un po’ è come festeggiare un anniversario (“Buon non compleanno a te” “A te!”).

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A dopo la recensione, ma qui ci sono i link se volete seguirci, visto che sarà fatto il tutto (commenti, chiacchiere, risate che non c’entrano nulla, soprattutto se poi si inserisce la terza svalvolata…) sia sulla bacheca del mio blog L’amaca di Euterpe che sulla bacheca del suo blog La libreria pericolante. Altro esperimento per coinvolgere sempre più persone non tanto alla nostra vita, ma alla lettura. E forse, per me molto importante, per far comprendere che anche la lettura può essere un fenomeno sociale, anche se spesso solitario.

Nel mentre noi partiamo vi consiglio vivamente di andare a visitare il suo blog La libreria pericolante, perché vi troverete passione e divertimento e, soprattutto, non troverete una critica parolaia, ma una lettrice che ama i libri, la Storia, la lettura, la vita con fare spassionato e diretto: Ross riesce davvero a farvi capire quanto visceralmente ama quello di cui sta scrivendo. Non perdetela!

“La caduta” di G. Del Toro e C. Hogan

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Seconda parte della trilogia dedicata ai vampiri, scritta da Del Toro e Hogan. Il primo libro me lo sono letteralmente bevuto e amato tantissimo. Perché, chiederete voi? Perché finalmente ci sono dei vampiri cattivi, che vedono noi umani come carne da macello o come sacche di sangue da ottenere, e a volte come compagni o alleati per l’eternità; e non ci sono vampiri che sbriluccicano al sole, che si innamorano della bella di turno, che non vanno alle superiori pur avendo centinaia di anni (ripetente eh?) e che soprattutto non rovinano il genere horror in un harmony di infima lega!

Qui la lotta fra Bene e Male non solo è presente, ma ha un filo continuo nella Storia. Abraham Setrakian è un erede di van Helsing con tutto quello che serve: volontà, conoscenza, dolore. Non ci si improvvisa cacciatori di vampiri, ma si impara, anche a proprie spese, e anche gli aiutanti che si trova il vecchio proprietario di negozi di pegni devo imparare e provare sulla propria pelle cosa vuol dire combattere. In più è interessante come l’evento dell’olocausto nazista a danno degli ebrei e i campi di concentramento venga inserito, “credibilmente”, nella vicenda, creando un vero e proprio universo parallelo veritiero.

La vicenda è nel momento più terribile: i vampiri hanno conquistato il mondo (ovvio che qui si parla di America, New York nello specifico, come se fosse il centro dell’universo…), assimilano più persone possibile, trasformandole, come se avessero una fame atavica. Eppure c’è altro e Setrakian lo intuisce e deve capire come fare per fermare il Male, anche a costo di sacrifici.

Una vera caccia e una vera lotta si insinua, lasciando poi aperto uno spiraglio di salvezza scegliendo il Male minore…

Il libro lo trovo scorrevole, con una narrazione non troppo elaborata e molto cinematografica. Se si conosce un po’ il regista Del Toro si possono riconoscere anche qui le sue maschere mostruose, i suoi movimenti di camera, gli sguardi sospesi fra le razze (“Hell Boy 2” è significativo, ma anche “Il Labirinto del Fauno”. Ammetto di adorare questo regista e le sue idee sceniche e i suoi mostri). I vampiri hanno un peso immaginifico molto maggiore degli umani, anche se questi ultimi portano il peso della coscienza. Purtroppo non conosco la scrittura di Hogan per poter dire esattamente quanto sia il suo apporto (la scrittura a due mani crea, a mio parere, sempre un po’ di casino di paternità nel lettore).

Il libro non è un percorso di consapevolezza, non c’è niente di teologico, non vuole fare pensare, ma vuole solo spaventare, far capire che l’umanità non ha speranze e che forse qualche eroe potrebbe salvarla, ma non si sa.

Ci sono alcuni difetti di trama, o meglio ci sono quelle scelte che gli spettatori vedono lontano un miglio che saranno fallimentari, ma i protagonisti no. Si intende subito il perché deve succedere quello, ma poi mi chiedo se non ci fosse altro modo per renderlo possibile…Peccato perché il voto sarebbe stato più alto.

L’unica cosa che mi lascia un po’ sconcertata è la visione del vampiro: non solo un dannato, ma un vero e proprio parassita. Tutto nel libro ha la sua spiegazione e tutto è coerente, quindi non è un problema di trama, ma è difficile togliersi dalla testa l’immaginario classico dei canini per avere uno spuntone tipo Alien che ti mangia! Va bene lo stesso alla fine, anche se vedremo di capire nel terzo volume della trilogia maggiormente la nascita di questi parassiti e se non ci sia qualcosa d’altro. Ammetto che mi aspetto molto dal prossimo capitolo.

voto: 7 e 1/2

“Warehouse 13”

Il passaggio al digitale è una grande fregatura nel senso che se un passerotto starnutisce in Antartico (povero, c’è freddo!) tu non vedi più nulla. ma se va tutto bene l’offerta aumenta. O meglio dovrebbe aumentare; si spera che aumenti.

Rai 4 per esempio è un caso positivo di mamma Rai (come Rai5 devo ammettere, mentre nelle altre ci sono spesso repliche di programmi già trasmessi anni prima nelle prime tre) e ogni tanto ci sforna delle chicche e per chi è appassionato di fantascienza a più livelli può godersi un po’ di belle serie: Battlestar Galactica o il dottor Who per citarne due.

Fra le tante serie di fantascienza, un po’ steampunk e un po’ paranormale, ambientata nei giorni nostri, c’è il bel prodotto “Warehouse 13”.

http://it.wikipedia.org/wiki/Warehouse_13

Per chi è appassionato anche di fumetti italiani saprà che in “Martin Mystere” c’è la fantomatica Altrove dove la magia convive con la tecnologia e gli artefatti vengo immagazzinati perché non influiscano con la loro contemporaneità.

Qui è molto simile: due agenti, ex poliziotti (diciamo che sono stati trasferiti dai rispettivi reparti per seguire questo magazzino) che fanno il lavoro sporco; un capo dal passato misterioso, che sa usare qualsiasi strumento affinché la missione data vada a buon fine; una segretaria serafica e anche lei misteriosa. Più una serie di comprimari più o meno impegnativi sia come aiutanti che come antagonisti.

Ovviamente tutto è incentrato all’avventura, la ricerca, ma anche alle vicende personali dei protagonisti che crescono nel tempo, devono imparare a fidarsi gli uni degli altri, devono affrontare il passato e valutare come comportarsi in futuro.

I personaggi sono ben delineati e rimangono sempre all’interno del loro topos di riferimento (il poliziotto bello e palestrato, un po’ superficiale; la bella poliziotta che però deve sempre essere la più brava della classe; il genio dell’informatica; il pacere e cose così), senza però mai essere noiosi o banali.  La storia d’amore fra Pete e Myka si intuisce da subito, si parteggia, ma poi…beh è sempre il solito casino, se no tutto sarebbe troppo scontato e veloce.

Il punto forte è che qualsiasi nerd può riconoscere più o meno velocemente gli artefatti da ricercare, ottenendo per ogni puntata una serie di omaggi forti e sentiti ad autori letterari, scienziati, miti e leggende, vedendole finalmente “dal vero”.

Purtroppo la programmazione di Rai 4 permette sempre di poter vedere oramai fino alla noia la prima serie, qualche puntata vaga della seconda serie e della terza non ho sentore. Ecco…vorrei discuterne, ma poi viene il sangue amaro. Purtroppo la serie viene trasmessa al pomeriggio e con orari che privilegiano esclusivamente il pubblico giovane (oh giovani nerd pagherete per questa vostra indisponenza!), mentre il pubblico un po’ più adulto deve ricorrere allo streaming o a registrarli o a farsi trovare a casa…

Buon compleanno Jim Henson!

Anche in questo caso parliamo di un compleanno di chi ci ha lasciato da tempo, ma la sua opera è nei cuori di tutti noi, soprattutto di chi nacque intorno agli anni ’70 e aveva l’appuntamento fisso con la tv una volta alla settimana per vedere i Muppet!

http://it.wikipedia.org/wiki/Jim_Henson

I Muppet sono l’invenzione più geniale e poliedrica di tutti i tempi secondo me. Possiamo spacciarli per cose da bambini, farli rientrare nella scia dei burattini e marionette e relegarli in quell’ambito da poco in cui si rinchiudono gli infanti, ma in realtà sono lo specchio della nostra umanità.

Che volete che ne possa capire un bambino dell’amore non corrisposto o non capito fra Mrs Piggie, con la sua carica erotica discutibile, e Kermit, tutto serio e compassato nel suo ruolo di capo comico. Oppure l’accettazione del diverso o dello strano, come Animal. L’umorismo di Fozzie. Dietro la scusa di una compagnia teatrale impegnata in quello che in Italia chiameremmo spettacolo di varietà (che nostalgia!) si nascondevano vizi e virtù di tutti noi. Per noi bambini era la realtà che si fondeva con la fantasia, la fabula che diventava fisica: attraverso il mezzo della tv rimanevamo incantati come i nostri avi di fronte al baracchino di legno dove uscivano burattini e marionette.

Il signor Jim Henson era la mente, il cuore e il corpo di tutti loro e sinceramente io rimango affascinata da coloro che intraprendono il mestiere di burattinaio. Mi ricorda il narratore, il bardo che passava di città in città a dare vita alle storie, l’affabulatore che incanta, un po’ il pifferaio magico che si fa seguire dai bambini; deve vedere le mani come corpo, il corpo come vivo e dare voce, cuore e anima ad ognuno dei personaggi che crea; cresce ma rimane piccolo, con gli occhi grandi dei bambini quando raccontano la fantasia con la stessa serietà di un professore universitario a lezione.

Il signor Jim Henson ha regalato vere emozioni a tutti noi. Ci ha lasciato a bocca aperta. Ci ha dato non dei sogni, ma dei compagni di viaggio.

Buon compleanno mrs Henson e grazie per tutte le favole che ci ha raccontato!

“2 Broke Girls”

Mi sono imbattuta in questo telefilm su Italia 1 a un orario improponibile di solito nel fine settimana e fra il sonno e il sogno riuscivo sempre a godermi solo una parte della puntata. Ora per mia fortuna il telefilm è stato riproposto sulla stessa rete, ma a un orario comodo.

http://it.wikipedia.org/wiki/2_Broke_Girls

La storia è surreale, improponibile, in puro stile americano (sogno americano, bassifondi con tipi strani e positivi, volere è potere…), con due protagoniste che sono allo stesso tempo agli antipodi come vicinissime.

Cosa è che mi piace?

Prima di tutto il personaggio di Max. Cinica, ma dal cuore tenero e soprattutto, malgrado quello che dice, pronta a mettersi in gioco nella vita come in amore. Ha bisogno di una spinta e quella ce la mette sempre Caroline che d’altro canto ha bisogno di essere rimessa coi piedi per terra. Il cinismo e le battute di Max sono cattive, provocatorie, ironiche e irriverenti, ma non superano mai la soglia della volgarità. Mi piace! In più ha un fisico mozzafiato e una sensualità un po’ sfacciata, ma che ci sta.

Anche Earl è un bel personaggio. Un classico. Ci vuole qualcuno di una certa età che rappresenti un po’ la coscienza, un po’ la famiglia, un po’ gli avi e faccia gli occhi dolci alla bella di turno, in modo assolutamente innocente.

Il telefilm dura anche poco e mi ricorda molto il formato delle strisce dei fumetti, un po’ un intervallo dalla monotonia sia quotidiana che del panorama dei serial tv. Non ha pretese di obbligare lo spettatore seguire la serie per ricordare cose e personaggi (anche se le loro vite vanno avanti e bisogna un po’ capire come mutano i rapporti fra i protagonisti o perché a un certo punto spunta un cavallo nel minuscolo giardino di Max), ma lo ammalia ricordandogli che nella vita ci vuole buon umore. Un telefilm buonista? Forse o forse no. O meglio è Americano con la A maiuscola e lo dice forte e chiaro, ma nella sua visione anni ’50 in cui tutto è un po’ ovattato. La critica alla società (soprattutto nel personaggio di Peach) è lì dietro l’angolo, è buttata in faccia, ma poi relegata come le riviste di gossip dal dentista o dal parrucchiere. Forse, ad analizzarlo bene, è la lotta del dire le cose in faccia contro l’ipocrisia, dei piccoli contro gli squali, tutto visto dalla parte dei piccoli (sì, ma non perdenti).

Cosa mi aspetto dalla serie? Assolutamente nulla! E’ questo il bello! So che il loro scopo è aprire una piccola ditta dolciaria e ogni episodio permette loro di guadagnare i soldi necessari per arrivarci, ma non c’è la tensione, manco la tragedia. E’ una mezz’ora di puro relax, quattro risate anche a denti stretti, qualche appunto sulle battute da reciclare e vedere dove andranno a parare questa e la prossima volta.

“Il nostro comune amico” cap. XVI

Rokesmith inizia con solerzia la sua attività di segretario di Boffin e Dickens ce lo descrive forse come il miglior impiegato che uno possa mai avere: solerte, attento, rispettoso,  educato, non superbo. Eppure sul suo viso passa una “nume misteriosa”  , forse il ricordo di un passato doloroso che insegna a mettere sull’attenti in ogni situazione. Una sua stranezza è non volere avere a che fare con gli avvocati di Boffin, quelli che si occupano anche del testamento Harmon. Io inizio a sospettare che Rokesmith possa essere il vero giovane Harmon…

Oppure ha a che fare con la scomparsa di Giulio Handford, coinvolto con la morte del giovane Harmon e utile riguardo al testamento secondo l’avvocato Lightwood.

Un’altra incombenza del segretario è cercare un orfano da adottare per i signori Boffin. E qui Dickens da il meglio di sè dando prova di essere un cinico e inflessibile critico della sua società. Parlare del mercato degli orfani implica parlare di una piaga che colpì tutto il mondo occidentale, anche se noi abbiamo sempre e solo l’immagine della Londra ottocentesca: bambini venduti, comprati, abbandonati, reclamati non per amore ma per soldi, condizioni igieniche e sociali al limite della denuncia, truffatori ad ogni angolo.

Alla fine sembra che sia trovato il candidato giusto (e cinicamente si legge il tutto come se ora noi andassimo al canile a prendere un compagno peloso), giungendo alla casa della vecchina Bettina Hidgen che purtroppo non poteva più occuparsi del nipotino rimasto orfano. Dickens descrive la casa e la vecchina con insolito stile affettuoso, sottolineando come i cuori puri siano cari a Dio, ma purtroppo non tanto al fato. Nella casa sono presenti altri 3 bambini e si viene a sapere che la signora Hidgen è pagata per sorvegliarli, come proprio una tata, perché è sempre meglio vivere nella povertà in casa piuttosto che essere condotti nell’Ospizio dei poveri (lunga invettiva per bocca della vecchia, ma per per mano dell’autore contro un servizio sociale britannico che di certo non funzionava come doveva o come era stato pensato). Fra i 3 affidati l’attenzione si sofferma su Pauta, il più grande sembra, abbandonato piccolo e ritrovato nella fanghiglia e che la signora Hidgen decise di chiederne l’affido per compassione.

Il distacco della nonna con il nipotino è doloroso e lo si capisce, anche se la durezza della vita porta a far comprendere prima che a volte serve il distacco per poter permettere a chi si ama di vivere meglio. La signora Boffin continua a mostrare la sua umanità e, comprendendo la situazione, non vuole forzare la mano. L’incontro continua nel migliore dei modi con scambi di delicatezze e attenzioni da ambo le parti, lasciando nel cuore della signora Boffin le migliori speranze di poter adottare il piccolo Giovannino.

Tornando a casa dopo il lavoro il giovane Rokesmith incontra Bella Wilfer intenta nella sua normale passeggiata vicino a casa. Il colloquio fra i due mi fa sembra re Bella ancora più antipatica nella sua supponenza, e di certo la presenza della madre di lei non aiuta a farsene una migliore opinione.

Lasciamo le due donne, osservando che Rokesmith è giovane, educato, comprensivo del brutto atteggiamento di Bella e, forse (dico forse ma sono molto sicura), innamorato di lei. Quando entrambi si troveranno a vivere sotto lo stesso tetto di casa Boffin ne vedremo delle belle? Mah…

immagine presa da questo blog http://georgianagarden.blogspot.it/2009/10/la-servitu.html

“Bloodman” di Robert Pobi

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Ne avevo sentito parlare bene, la trama mi incuriosiva e alla fine l’ho preso in biblioteca. Beh…il mio istinto ha perso.

Non è un libro pacco, di quelli che ti chiedi “perché l’ho preso?” oppure quelli che ti fanno capire che stai palesemente perdendo tempo, ma è un libro in cui l’autore a mio parere ti sta prendendo in giro.

Si sa fin dall’inizio che la parte splatter avrà il suo sopravvento, quando si viene a sapere che il serial killer ha una gran voglia di scuoiare vive le sue vittime. Okkei, non è un male, ma ci si aspetta una soluzione, una pacificazione (se non per i protagonisti, almeno per il lettore), e soprattutto una spiegazione logica e motivata. Leggendo si capisce che il nostro protagonista borderline non è uno che passa per caso e che il serial killer ce l’ha proprio con lui o con la sua famiglia e che lui deve dare spiegazione alla morte della madre, scuoiata viva anche lei. Va bene, allora si legge, ci si appassiona, ma a un certo punto, anche presto, fa comparsa Dylan, che potrebbe essere un aiuto o un antagonista, ma è “solo” un uragano forza 5, in più elettrico. Giochiamo pure l’asso di bastoni!

Abbiamo il padre Jacob famoso pittore che è pazzo, ma forse no, ma forse nasconde un segreto, ma forse è solo uno stronzo; Jake il figlio, diventato, dopo aver visto l’inferno, un profiling dell’FBI (mentre tutti devono passare fior fiore di test psicologici, lui che ha i “poteri”, ha il tatuaggio del 12 canto dell’inferno su tutto il corpo, che è un ex alcolista ed ex drogato conclamato, no. Lui è agente tranquillo. Vabbè…A me scarterebbero solo per aver saputo che gioco di ruolo da tavolo…); abbiamo il fantasma della madre Mia che aleggia; abbiamo il passato. E poi? E poi niente! L’autore spiega tutto con sì un episodio del passato di Jacob e Mia, buttato lì, come se niente fosse. Si scopre chi è l’assassino e non si sa perché! O meglio io ho una vaga idea: all’autore è piaciuto raccontare splatter per il puro splatter, perversioni e il male solo per guardare il suo lettore e ghignargli addosso. Se no non si spiegherebbe perché nella piccola biografia dello stesso ci si venga a dire che scrive sulla scrivania appartenuta a Calvi. Un bel chissene, no?

La trama è sprecata, buttata, non spiegata, mentre tutta la costruzione attorno è ben fatta, anche se la scrittura a volte si perde è comunque lineare e chiara.

Non mi schifa lo splatter o la perversione, non faccio la moralista, ma qui è proprio un puro esercizio di stile per far vedere “quanto sono cattivo e bravo”. Inutile spreco di talento.

Il voto è più alto della critica, perché alla fine letto in pochi giorni mi ha tenuto legata al libro e questo è un bene (forse è proprio questo che mi ha fatto incavolare).

Voto: 4

Aggiunta!

Questo libro è stato preso anche dal mio misterioso cerchiatore di numeri 14!

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Buon Compleanno Stephen King!

http://www.stephenking.com/index.html

Viene chiamato il Re, non solo per omaggio al suo cognome, ma per il suo valore letterario.

Qualcuno potrebbe dire a ragione, altri a torto. A me sinceramente non interessa, perché per ora King è ancora nel limbo. O meglio ci sono alcuni suoi libri che ho veramente divorato, come “La canzone di Lindsey”, altri che ho trovato di una noia mortale,  tipo “22/11/’63”. Non riesco a riconoscergli davvero l’appellativo di Re e so che qualcuno leggendo potrebbe avere un piccolo svenimento (vero Ross? 😉 ), per quando è assolutamente corretto riconoscergli la prolificità e l’ampiezza della sua fantasia, la quale ha raggiunto picchi di vera fortuna e fama ben guadagnata. Dalla sua mente sono nati personaggi simbolo o tratti film che hanno lasciato il segno: “Shining” e il suo “il mattino ha l’oro in bocca“, oppure Misery e la paura che tutti i fan di lettori possano essere come lei, oppure i pagliacci e It e tanto altro ancora.

E’ fuorviante ritenerlo, come sento nelle recensioni superficiali, uno scrittore d’horror. La sterminata mole di opere ci fa capire che egli punti più sul “paranormale” in senso lato che il classico horror, in più leggendolo trovo che egli cerchi anche di scoprire l’animo umano, sviscerarlo e forse comprenderlo. Quello che mi ha sempre sorpreso, a volte in positivo e a volte in negativo, è proprio questo sotto fondo sociale nei suoi libri: ci sono le interazioni amorose, l’accettazione della morte, la religione, la sociologia, il bene oltre il male, la sconfitta dell’uomo e il suo tentativo di rivalsa. King prende allora un’altra immagine, dietro allo squartatore del velo della normalità, appare quella del curioso di antropologia, di appassionato di sociologia, di guardone delle cose umane.  E questo aspetto pare molto interessante, ma bisogna sempre capire quanto lo ha calibrato nei vari libri perché a volte prende il sopravvento e il libro che ci ritrova fra le mani può risultare tutt’altro che un libro paranormale, come la quarta di copertina cerca sempre di dirci.

Un vero difetto che trovo insopportabile è che è verboso, parolaio, si dilunga a dire le stesse cose per pagine e pagine. Quando fa così mi viene sempre la brutta idea che sia pagato a parole più che a libro nella sua interezza. Anche nell’ultimo che ho letto “L’ombra dello scorpione” io avrei tagliato almeno un duecento pagine, come mi ha fatto venire la noia estrema “Il miglio verde” che non è stato rieditato come libro ma mantenuto come serie a puntate (okkei qui possiamo dare la colpa all’editore e non allo scrittore, ma se davvero voleva seguire le orme di Dickens bisogna ricordargli che l’autore inglese non ripeteva tutta l’ultima pagine dell’ultimo capitolo uscito. Lettura collettiva docet!).

Alla fine cosa posso dire di King? Che devo ancora capirlo, che devo ancora capire se mi piace oppure no e che devo leggere ancora un sacco di suoi libri cult per dare un parere chiaro sulla bilancia della letteratura. Posso anche dire che mi aspetto di poter leggere i veri libri che spaventano e che non ti fanno dormire la notte (It è lì che mi guarda dalla libreria, ma so che non è ancora tempo).

proprio poche immagini di qualche famoso film tratti dalle sue opere
proprio poche immagini di qualche famoso film tratti dalle sue opere

Buon Compleanno S. King!