“Il nostro comune amico” cap. XIV

Riprendiamo la ricerca di Gaffer insieme al delatore e ai due avvocati e insieme ai due risaliamo il Tamigi alla ricerca del barcaiolo, mentre il freddo e il gelo (compresa una grandinata) attanaglia loro e la piccola barca. Il senso di disagio e di straniamento colpisce anche noi lettori, quando l’autore sposa la visione di Eugenio (senza però farlo narratore della descrizione) inadatto per ruolo e per sentimento a quella battuta di caccia.

Viene trovata la barca alla fine, incastrata in un angolo del letto del fiume, con un remo spezzato. Il recupero è difficoltoso e la pesca purtroppo è drammatica: Gaffer viene ritrovato morto.

Il simpaticone di Riverhood dimostra tutta la sua meschinità e pochezza di spirito, lamentandosi di essere stato ancora una volta fregato da Gaffer. Che personaggio spregevole e di una bassezza infinita! Mentre Dickens racconta con vera poesia ed emozione la fine di questo corpo abbandonato su una barca, posato sulla spiaggia, mentre attorno la grandine e la tempesta invernale infuria.

Eri tu, morto senza voce? Eri tu, schiaffeggiato come sei, ridotto a un mucchio di stracci? Eri tu, battezzato or ora dalla morte, percosso sul volto senza pietà? Perché non parli, papà? Fradicia sul viscido suolo dove sei disteso, è la tua forma, proprio la tua. Quante ne hai viste, così fradice, nella tua barca? Parla, papà, parla al vento, l’unico ascoltatore che ti sia rimasto!” 

Anche se non si capisce chi sia a parlare (l’anima, l’autore, il destino o magari anche Lisetta senza saperlo) di certo comunque la forma poetica ricorda a me il compianto di Telemaco pensando al padre Ulisse, mentre pensa che ” le sue ossa giacciono da qualche parte o forse le onde nel mare le rotola”.

L’ispettore capo presente per catturare Gaffer secondo la delazione, analizzando il corpo si rende conto che egli potrebbe essere stato assassinato, anzi no vittima di una tragica fatalità viene ucciso dalla corda che usava per lavoro, e che “soleva portare al collo” , una volta che per disgrazia era caduto in acqua. E me la scelta della fatalità non quadra del tutto, sarà che non mi fido del “gentiluomo” Riverhood…

Mentre si aspetta che il corpo venga recuperato, i tre (ispettore, Lightwood e Riverhood) si ritirano per riscaldarsi all’interno di un edificio, sognando tutti di essere da altre parti a riscaldarmi meglio. In tanto abbiamo perso dalla scena Eugenio (mentre leggo, mi viene da pensare che sia andato da Lisetta…mah….vediamo).

Il ritorno a casa di Lightwood poi avviene nel totale sonnambulismo e incomprensione anche del lettore che non solo ripercorre gli avvenimenti della serata, ma vede anche stravolgere le situazioni attraverso la lente di ingrandimento del sonno del protagonista. Ammetto di aver dovuto rileggere la pagina un paio di volte sia per capire come fosse la situazione, sia per capire i passaggi che portano Mortimer dal luogo del ritrovamento del corpo a casa sua e al pensiero per il suo amico fuggito Eugenio. Bell’espediente narrativo che movimenta il capitolo (anche se mediamente veloce e non incasinato come al solito), dando giustificazione di un cambio di scenario.

E ritroviamo Eugenio il quale candidamente confessa di essersene andato per non rischiare di rovinare l’amicizia a continuare a stare vicini, in una serata del genere. Bella scusa! Qui lui nasconde qualcosa e non ce lo vuole dire!

William Turner, La tempesta, 1842, London Tate Gallery
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