“Il nostro comune amico” cap. XV

Ritorniamo in casa Boffin e ci godiamo la scena della loro quotidianità anche se complicata dai pensieri del signore. Irrompe, ben accetto, nella loro casa il signor Rokesmith per cercare di saperne un po’ di più del lavoro che gli era stato proposto. Dickens allora si impegna nei suoi soliti discorsi (affibbiati a a qualche personaggio un po’ particolare) senza senso e che passano di palo in frasca o da un fraintendimento all’altro. Mi chiedo che senso abbia tutto ciò nell’economia del racconto…e anche nello stile dell’autore. Ripensando a “Canto di Natale” continuo a non riconoscere lo stesso autore.

Rokersmith si mostra subito un buon segretario, quando gli viene chiesto di dare prova di sè, con una scaltrezza non cattiva, ma anzi chiara e  lampante per poter ottenere onestamente il lavoro e non mettere Boffin in cattiva luce o in guai futuri. E tanta solerzia gli viene ripagata, venendo immediatamente assunto. Boffin rivela i suoi progetti di “scalata sociale” e di come, in concordanza con la moglie, abbia preso un palazzo “arciaristocratico“.

Nella sua umanità quasi disarmante in un testo del genere, la preoccupazione del signor Boffin è di poter conciliare la presenza nella loro famiglia sia del segretario che del “letterato con la gamba di legno” che gli legge libri e compone poesie. Questo personaggio continua ad apparire come una macchietta per il suo modo di fare e di rapportarsi agli altri, ma permette un ottimo contrasto con tutti gli altri che sono vittime o delle proprie ambizioni o delle costrizioni sociali.

Entra poi in scena la casa, la Pergola e Dickens la descrive come un essere animato, la cui storia inizia tempo prima, i cui abitanti non la amarono troppo, anche se i presenti inquilini ne parlano come di un edificio amato e amabile. Vi è palese il rispetto per l’amore del giovane Harmon che lascio quella casa in malo modo, per colpa del padre.

Alla sera giunge alla Pergola il letterato Wegg, verso cui Boffin si sente molto in debito morale e mentre il padrone di casa cerca di spiegare al suo ospite la nuova condizione della casa, io ammetto di essermi perduta in un sacco di giri di parole e parole buttate a caso (intercalate anche da pessimi versi di poesia). Alla fine del discorso senza senso vengo a capire che il signor Wegg abbandonerà non solo il suo angolo cittadino, ma anche il suo banco di carabattole per dedicarsi alle esigenze letterarie di casa Boffin.

D’improvviso si scatena nel racconto una vena horror! La signora Boffin mentre riordinava la sua camera da letto (originaria camera del signor Harmon padre) inizia a vedersi circondata dai volti dei due ragazzi e del padre. Se da un lato il loro lato razionale cerca di sfuggire da questa apparizione, non dando peso, dall’altra la paura della donna rimane presente nelle sue parole: non è tanto l’apparizione in sè ad averla spaventata, ma il fatto che siano apparse proprio ora. Servirà, dopo aver congedato Wegg, fare un giro completo della casa per tranquillizzare la signora, anche se ammette che le rimane il ricordo chiudendo gli occhi.

Il capitolo si chiude con un gesto affettuoso del marito per farle scomparire i ricordi dalla mente.

I signori Boffin mi piacciono per la loro tenerezza reciproca, per la loro differenza di interesse che però non è mai contrasto, ma sempre condivisione anche se in spazi separati. Vediamo se alla fine le facce saranno preveggenza di qualcosa, pensieri della donna oppure veri fantasmi.

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