“Intervista col vampiro” di A.Rice

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Sta volta mi son fatta fregare da quelle due infingarde di Ross e Carloz e ho accettato di leggere “Intervista col vampiro” di A. Rice.

Quindi oggi parte una bella lettura collettiva a tre che potrete seguire sulla bacheca dell’evento di fb (a questo giro ci siamo limitate a scegliere campo neutro, come è normale per una lettura collettiva): Lettura collettiva “Intervista col vampiro” di A. Rice.

Il terzetto di lettrici è il più eterogeneo (per educazione e storia personale), ma anche quello che si è trovato a condividere un certo modo di fare.

Ross la conoscete perché è La libreria pericolante, mentre Carloz è clubippogrifo dove troverete un umore sarcastico e tagliente e dove vita, libri e film o telefilm si incrociano con arguzia e rasoio a portata di mano. Io vi consiglio di seguire i loro blog perché sono davvero due finestre sul mondo (dei lettori) che pochi possono avere nelle proprie case.

Ora torniamo alla collettiva. Voi vi chiederete “perché fatta fregare”. Primo perché ho mille altri libri presi in biblioteca che dovrei leggere, ma che a sto punto devo rimandare. Secondo perché avevo altri progetti libreschi per questa settimana dedicata all’horror classico (è la settimana di Halloween che per me significa solo dedicarmi all’horror, non mascherarmi e non festeggiare, ma provare solo della sana paura). Terzo perché io sono un licantropo e i vampiri me li magno a colazione pocciati nel thè. Quarto ricordo il film che è stato tratto e mi resi conto che potevo fare altro. Quinto per me i vampiri sono solo Dracula e tutto il resto è copiatura. MA…ma, siccome tocca rischiare nella vita e rischiare con un libro è meno pericoloso che buttarsi da un ponte con un elastico, do alle due fanciulle il beneficio del dubbio e lo leggo con loro, avendole primariamente avvisate del mio rapporto con questi mostri.

Vediamo cosa ne viene fuori, anche se son convinta che ci sarà sicuramente da ridere!

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“Rapporto di minoranza e altri racconti” di P.K. Dick

Una raccolta di 5 racconti a cui la cinematografia in un certo senso ha tratto alcune sue opere. Dico questo perché bisogna ammettere che rendere Dick sul grande schermo non è facile vista la complessità degli argomenti trattati e di tutti i sotto testi presenti anche in un semplice racconto.

Non sopporto le copertine con pezzi di film tratti. Sono fuorvianti.

Dal racconto “Rapporto di minoranza” è stato tratto il film “Minority report” di Spielberg (2002), che ho precedentemente criticato; da “Impostore” il film “Impostor” di G. Fleder (2002); da “Modello due”, “Screamers- Urla dallo spazio” di C. Duguay (1995); da “Ricordiamo per voi”, il film “Atto di forza” di P. Verhoeven (1990) e un altro remake di Len Wiseman (2012); mentre “La formica elettrica” è stato aggiunto per riferimenti al film “Blade Runner” di R. Scott (1982). Alla fine la riproduzione di un’intervista a Dick attorno al film “Blade Runner” tratto da un suo romanzo “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”: un momento molto interessante visto che alla fine è lo stesso autore che blocca ogni possibile polemica fra le due arti (narrativa e cinematografia) sottolineando come le due opere si integrino perfettamente dando una visione diversa e amplia partendo dall’uno o dall’altro. L’entusiasmo dell’autore per il film, il quale divenne una vera icona, ci fa capire come nella sua mente fosse chiaro il servizio che i due autori (lui e Scott) facevano al genere fantascienza.

Come al solito io con Dick ho un rapporto stranissimo.

Avrei voluto trattare questo libro in un modo diverso dal solito, proprio per la sua impostazione, ma la videoteca comunale non mi ha supportato e quindi devo trovare gli altri film in futuro (sperando di ricordarmi i racconti). Quindi la lettura è dovuta scivolare come al solito, facendo solo una piccola pausa fra l’uno e l’altro racconto. Questo perché Dick mi sconvolge sempre. La sua critica della società, la sua visione allucinata e dissacrante del consumismo, la sua paura della guerra distruttiva e apocalittica (sempre presente in tanti libri), sono temi non trattati superficialmente, ma vissuti. Leggerlo per me è un momento di astrazione dal quotidiano e sinceramente mi trovo a finirlo in apnea (e non è un modo di dire).

In questi racconti vi è un comune filo che è la paranoia e il non sapere chi si è.  Androidi che scoprono di esserlo a danno di se stessi, modelli replicanti che si confondono, tranelli che portano alla solitudine della ricerca della verità, bombe umane nascoste fino all’inevitabile: tutti alla fine si chiedono chi sono davvero e se coloro che li attornino siano davvero quelli che sono.

E’ una paranoia, un lungo e complicato discorso di ricerca della verità che mai si confronta con gli altri. E’ l’analisi portata all’estremo della formica elettrica, è la difesa estenuante dell’impostore. Tutto nasce, cresce e si risolve nella mente del protagonista, portando però gli effetti nella vita di tutti.

Sono arrivata alla conclusione di questo libro di racconti chiedendomi che valore abbia davvero l’individuo, corrotto dalle menzogne di chi lo attornia, strumento del potere altrui, vittima di se stesso; non importa se egli sia umano o androide (non replicante come messo in “Blade Runner”, questo lo sottolinea lo stesso Dick nella post fazione: per lui sono androidi), il risultato è lo stesso. Come al solito sono rimasta sconvolta, perché non c’è speranza in Dick, non c’è salvezza, c’è solo la disperazione della scoperta della verità.

Perché leggere questo libro? Bhe, basterebbe solo dire che è di Dick, ma amplio il discorso dicendo di lasciar perdere la visione di parallelo libro- film (anche perché non sono paragonabili, visto anche la pochezza del lavoro che c’è dietro a volte in certe sceneggiature, manipolate per rendere figo l’attore di turno), ma di soffermarsi sulla visione dell’uomo e cercare di capire dove stiamo andando. Perché Dick non è fantascienza “roba da ragazzini” (odioso pregiudizio da spocchiosi dell’intelligenzia italica che manco sa scrivere), ma è profeta della desertificazione dell’uomo, falsificato nel suo interno da forme extra umane (che sono aliene non per nascita di pianeta, ma lo sono moralmente), usato dal potere freddo e cinico.

Voto: 7 e mezzo

“Autunno” di Salvatore Quasimodo

Autunno mansueto, io mi posseggo
e piego alle tue acque a bermi il cielo,
fuga soave d’alberi e d’abissi.
Aspra pena del nascere
mi trova a te congiunto;
e in te mi schianto e risano:
povera cosa caduta
che la terra raccoglie.

Salvatore Quasimodo

La foto della testata del blog segna il cambio del tempo, quando l’estate cede il passo all’autunno e il verde lascia spazio ai colori e alla pioggia (anche se è ancora caldo e ancora verde e ancora non è arrivato l’autunno delle tazze di thè, tisane e cioccolate e camino acceso); foto che ho scattato un sabato mattino nel chiostro della biblioteca Civica. A volte mi scappano delle belle foto, con quel minimo di lavoro che si fa su una macchina digitale (non amo la post produzione e non ho programmi di fotoritocco), ma dove l’occhio era giunto prima di tutto.

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“Il nostro comune amico” Libro 2, cap. II

Lisetta torna alla casa e si intrattiene a chiacchierare con la piccola padrona della casa: chiacchiere da donne. Conosciamo il nome di quest’ultima: Fanny Cleaver ma ha scelto di farsi chiamare Uccellino.

A interrompere le loro chiacchiere (come al solito un po’ insensate. Ma che si fumava Dickens mente scriveva certe cose? Okkei, ditemi pure che ogni frase senza senso apparente alla fine ce l’ha, e vi do ragione, ma sono proprio buttate all’aria come un contadino che semina a caso!) giunge Eugenio Wrayburn con fare disinvolto, mentre l’imbarazzo regna sovrano su Lisetta. Nucleo della loro discussione il fatto che il giovane Eugenio vuole dare un’istruzione a Lisetta, pagandola di tasca propria, ma ella rifiuta. Che ci veda dei doppi sensi? Povera Lisetta che nessuno lascia in pace a fare la sua normale e povera vita! E l’insistenza di Eugenio è solo un dolore per la ragazza la quale si sente in colpa, in difetto, non ricordandosi di cosa. Ecco…brava…un’altra anima dolente che si pente anche quando ha ragione! Lisetta in realtà non riesce a capire le reali intenzioni dell’avvocato che si è preso a cuore il suo caso da quando ha dovuto indagare sulle accuse rivolte a Gaffer Hexam (ma secondo me si è anche preso una bella cotta…) e quando alla fine le comprende accetta che venga un insegnante a istruire sia lei che Uccellino.

Momento lirico di Uccellino, unito a ricordi d’infanzia più o meno realistici…ma in tal modo riesce a far congedare Eugenio… Mente geniale e un po’ malefica!

L’entrata in scena del padre di Uccellino è tremenda vista la violenza con cui viene accolto dalla figlia. La scena sembra il contro altare di quelle che abbiamo visto nel primo libro fra Lisetta e suo padre: per quanto i padri non siano due modelli di virtù, le figlie si rapportano a loro in modo totalmente diverso, mostrando Lisetta dolce e materna, mentre Uccellino dura e matrigna. La disperazione e le condizioni di vita disagevoli a volte sono le cause di inaridimento dello spirito e solo pochi in realtà rimangono puri, è questo l’insegnamento che ci vuole dare Dickens?

Il capitolo si chiede con un moto di tenerezza dell’autore per la piccola Uccellino, ma sinceramente mi pare un’ipocrisia visto che l’ha messa lui in quella condizione disagevole per l’infermità e per le ascendenze.

http://makkiart.deviantart.com/art/bambola-ottocentesca-117467335

“Niente orchidee per Miss Blandish” di James Hadley Chase

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Non conoscevo questo autore (che strano! A volte mi chiedo che libri io abbia letto in tutta la mia vita. E ne ho letti tanti. Da qualche parte io devo aver letto delle cose sconosciute ad altri, perché non è possibile sta cosa. C’è un mondo di libri scritti anche tempo fa che io non conosco!), ma la dritta me l’ha passata un mio contatto Anobii. In realtà lui mi aveva consigliato l’autore, ma questo romanzo gli è ancora sconosciuto. Poco importa, l’ho incuriosito io.

La storia era quella che per certi versi mi aspettavo e che non avevo ritrovato in McBain: la rudezza della situazione, la scaltrezza senza morale dei cattivi e i poliziotti integerrimi. In più qui abbiamo il classico investigatore squattrinato che però fa molto film d’epoca (okkei lo ammetto io ci ho rivisto “Roger Rabbit” ma è solo per scemenza mia, mica colpa dell’autore). Possiamo rivedere un po’ Dick Tracy, ma solo perché nel nostro immaginario gli anni ’30 con poliziotti e investigatori contro la malavita ha un po’ quel sentore surreale, dai cappelli a tesa larga e i vestiti tagliati su misura e night club ad ogni angolo.

In realtà il libro è bello impegnativo, dolente ho detto, visto che buona parte del racconto è incentrata sui cattivi, a tal punto che a quasi metà del libro mi sono chiesta se e mai sarebbero mai intervenuti i buoni.

I buoni intervengono, perché alla fine bisogna trovare una soluzione, bisogna che la giustizia faccia il suo corso. Questo perché credo che alla fine il lettore di gialli si aspetti che almeno nella finzione tutto abbia una sua conclusione legale e morale: sapere che il cattivo pagherà per le sue nefandezze e il buono sarà lodato per il suo buon lavoro, ci ripaga mentalmente delle ingiustizie quotidiane che nella vita vera dobbiamo sopportare. Eppure questi buoni sono davvero un contorno, un mero espediente e per quanto ci si possa appassionare al modo di fare dell’investigatore Fenner, alla fine le sue azioni sono limitate e non risolutive come vorrebbe.

I cattivi invece sono veri cattivi e non hanno scrupoli e lo stesso Slim rappresenta poi l’incubo di tutti: il cattivo senza morale perché non è nella sua natura. Slim non sceglie coscientemente cosa fare, non pianifica, lui è così, lui ha lo sguardo folle dagli occhi gialli, lui è quello che non si sa relazionare con gli altri se non con un coltello. Un cattivo amorale che non è facile da gestire. Ecco quindi il personaggio di Mamma Grisson che è la mente del gruppo, ma che nasconde in sè anche la perversione di suo figlio Slim, visto che per lei le vite umane valgono veramente poco. Gli altri sono “il resto del gruppo” con le proprie caratteristiche, ma alla fine sono cattivi che si pongono dei dubbi sulle loro azioni.

Miss Blandish, la vittima, colei attorno alla quale tutto gira, è un’icona dolente e inerme, vittima di un destino beffardo a cui non sa dare spallate. Fa tenerezza, quella triste, quella che ti fa sperare che qualcosa succeda, che possa ribaltare le sorti. Ma è la vittima sacrificale delle epiche greche antiche e tutto è inevitabile.

La lettura scorre veloce e il romanzo è relativamente breve, ma capisco che sia più doveroso leggere con calma i passaggi non tanto perché non si comprendono, quanto piuttosto per la massa di malavita che viene incontro. Ovvio che è personale visto che credo che proprio per questo suo modo di impostare la storia Chase possa essere letto tutto d’un fiato.

In questo sito http://thrillerpages.blogspot.it/ ho trovato la loro recensione e devo dire che trovo assolutamente corretta la loro citazione di quello che sembra (non ho verificato la fonte) aver detto Orwell pur stigmatizzandone la visione di fondo, lo definiva “una brillante prova narrativa, senza una parola di troppo né una nota stridente”. Leggendo il loro commento, ma avrei immaginato che questo libro fosse stato così elaborato, studiato ed analizzato.

So che c’è un film, ma ammetto che aspetterò a vederlo, perché non voglio mischiare le due cose, ma me lo sono segnato e magari fra qualche settimana, con ancora il ricordo del libro in mente…

voto: 7 e mezzo

“Priest” di Scott Stewart

Domenica dopo pranzo mi rilasso e vengo a sapere che su Cielo c’è “Priest”. Bene! Mi sistemo, apro la calotta cranica, estraggo il cervello, lo ripongo nel vaso di formaldeide e sono pronta alla visione. Purtroppo non avevo calcolato che bisogna togliere anche il cervelletto e quindi mentre mi guardo il film smanetto sul pc per cercare info. Sapevo benissimo che era tratto da un fumetto, ma non ricordavo quale e come era, visto che non l’ho letto.

Il fumetto è questo : http://www.fantasymagazine.it/fumetti/10677/priest/ Qui per una buona critica.

http://it.wikipedia.org/wiki/Priest_(manhwa)questo: http://www.fantasymagazine.it/fumetti/10677/priest/ Qui per una buona critica

Leggendo la critica e i riassunti mi rendo subito conto che del fumetto hanno preso poco, anzi solo le idee di base, ma hanno buttato via tutto lo studio dietro. Vabbè, dico io, ci sarà una motivazione, ma il mio cervello dal vaso mi guarda e mi suggerisce che “no, non c’è una motivazione”. Lo contraddico: “hanno finito le idee e reciclano male quelle altrui.” “Tanto nessuno se ne accorge” aggiunge lui. Ha ragione. Chi mai avrebbe potuto vedere le differenze del film dall’originale coreano? Pochi. Ma cosa vuoi che sia? Niente, tanto non è Batman su cui tutti possono dire la loro, saltare pezzi della lunga storia e vederci quello che vogliono! Questo è “solo” un fumetto coreano!

Io e il mio cervello continuiamo la visione e decido di lasciar perdere le critiche e di godermi il solito film esagerato, post apocalittico, con fotografia nero-grigio-verde (che fa tanto effetto post nucleare).

La guerra fra umani e vampiri è stata vinta dai primi grazie alla creazione di un ordine monastico militare (o come mi piacciono o come mi piacciono i soldati che fanno i voti!) molto particolare, quindi ora la Chiesa può continuare a imporre il suo dominio sul mondo pacificato. I poveri monaci con sindrome post traumatica tipo i soldati della seconda guerra mondiale, devono ritagliarsi un posto nella nuova società, ma inutilmente: sono dei paria oramai. Uno di loro si rifiuta e torna a casa cosciente che qualcosa è successo alla sua famiglia e pronto a porvi rimedio. Questo suo atto di insubordinazione lo porta alla scomunica. Eppure c’aveva visto lungo…i vampiri non sono morti, la loro regina è più sana e prolifica che mai e addirittura ha avuto l’idea di prendere per i fondelli un po’ tutti.

A questo punto la vendetta si mischia con gli affari di famiglia e gli “omaggi” ai film sembrano più la crisi di idee. Mi volto verso il mio cervello e noto che si sono uniti anche quelli degli sceneggiatori. In questo film si sono divertiti solo quelli degli effetti speciali e dei costumi e oggettistica.

I dialoghi sono limitati all’osso e alquanto ridicoli e anche le spiegazioni pseudo religiose sono alla stregua dei fogliettini dei baci perugina. E’ vero che in un sol film sviscerare tutte le problematiche che potevano saltare fuori sarebbe troppo difficile e noioso, ma davvero così è stato saltato a piè pari ogni minimo, ma minimo, dialogo un po’ impegnativo.

L’atmosfera è poi un po’ indefinita perché avrebbe tutte le potenzialità per essere un buon steampunk futuristico western, ma poi scivola in “Mad Max” senza averne l’anima, oppure nel “Blade Runner” ma avendolo visto di sfuggita al bar mentre giocava la squadra del cuore. In più il combattimento sul treno è oramai abusato come non mai e mi chiedo se non se ne rendano conto…

http://www.mymovies.it/film/2011/priest/

Alcuni personaggi poi sono veramente di contorno e non ti chiedi perché, ma anche perché non venga in mente agli stessi personaggi che perdere la vita per certe persone è assolutamente inutile. Altri sono invece un buon contorno, spalla, ma alla fine il fatto che sia una lei/lui è assolutamente ininfluente (adesso non provate a dirmi che la sacerdotessa guerriera può spostare l’ago della bilancia del futuro dell’eroe solo perché lui le sfiora la mano una volta di troppo? Su, siate onesti!).

Sugli effetti speciali si sono dati dentro, divertendosi come matti e rendendo tutto abbastanza credibili, anche se anche essi paiono un po’ fuori dal contesto e assolutamente utili per mortificare ancora una volta la trama e la sceneggiatura (se mai davvero ce ne è stata una).

Paul Bettany il nostro eroe purtroppo ingabbiato nel solito personaggio invasato spiritualmente, una volta buono e una volta cattivo, e sinceramente è un vero peccato visto che la cosa può solo bloccare la sua futura carriera (anche perché mi era tanto piaciuto in “Inkherat”). Ma forse sono più preoccupata io che lui…

Tirando le somme posso dire che:

Regia: 5 Compitino perché tutto giri perfettamente, inquadrature giuste, uso delle macchine da ripresa al meglio, ma niente di nuovo.

Sceneggiatura: non pervenuta. Dai no, davvero, c’è qualcuno che si è messo lì a scrivere tutto? Ed è stato anche pagato?

Scenografia: 6 Anche qui un minimo sindacale, prendendo a destra e a manca, ma senza sprecare molti soldi.

Costumi: 6 Altro aspetto curato sì, ma senza troppa fantasia.

Effetti speciali: 7 e mezzo. Qui si sono divertiti sia nel ricreare le situazioni di combattimento, sia per gli spostamenti che per i movimenti del mostro. Bellissimo e inquietante l’alveare dei vampiri, peccato che (non so dire per quale motivo) invece di essere più scoperto, sia solo un mero passaggio. I vampiri poi rientrano nella nuova visione di essi, in cui non sono più del tutto umani ma quasi delle forme ultraterrene o extra terrestri; mentre si guarda il film si intuisce il perché di questa scelta: “La chiesa dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima. I vampiri non hanno occhi quindi sono privi dell’anima”. Così dice il cattivone, molto glam rock, ma come tanti cattivi: tutto fumo e niente arrosto e sparisce come uno stronzo.

Voto: 4/5 Malgrado i gadget divertenti, il film è noioso e piatto e nemmeno la mia componente più tamarra (dopo anni di film di genere) si è minimamente esaltata. Avevo il sentore che fosse così, ma doveva essere guardato per averne a pieno il giudizio.

“Il nostro comune amico” Libro 2 cap. I

Toh riprendiamo un personaggio che in fin dei conti ce ne eravamo bellamente dimenticati: Carletto Hexam.

In realtà era un tipo di scuola-pasticcio insuperabile nel suo genere di maledetta confusione dove alunni di ogni tipo e di ogni colore, neri, gialli, rossi e bianchi, facevano confusione tutte le sere. Perché allora, tutta una classe di infelici bambini, veniva affidata al più noioso, al peggiore dei volenterosi insegnanti, a quello che nessuno degli adulti avrebbe sopportato.”

Ehi fermi tutti! Da quando in qua Dickens ha doti di preveggenza e descrive la condizione scolastica del 2000? Qui gatta ci cova… Ma no…egli descrive la situazione delle scuole del suo periodo, quelle dedicate ai poverelli! Certo, certo, certo. Eppure io non son convinta e mi rendo conto che niente è quasi cambiato nel passare degli anni e se anche abbiamo avuto un momento di splendore e di progresso nel sistema educativo, quello che si vede ora nelle nostre aule è proprio quello che si legge in questo capitolo. E un po’ mi vien da piangere.

E più leggo e più mi vien da piangere leggendo di professori svogliati e distanti dai bambini, insegnano cose lontane con supporti obsoleti; che i bambini vivono e studiano in ambienti non idonei, dove le malattie si diffondevano a macchia d’olio (un tempo quando ero bambina io esisteva la convalescenza, permettendo di non essere un’ untrice per il resto della classe. Nel tempo di Dickens era per ignoranza, ora perché si deve lavorare e “non c’è tempo” per stare a casa); dove la mescolanza di generi ed età non è una risorsa ma solo un rallentamento.

Il professor Headstone si preoccupa della situazione di Carletto rendendosi conto che il futuro del bambino è forse passare dall’altra parte della cattedra: si preoccupa che il legame con la sorella lo freni. Ma coglione presuntuoso e amorale che non sei altro! Se Lisetta lo ha mandato da quella scuola, discutibile, è proprio perché vuole un futuro migliore per il fratello e non perché non sapeva che farsi di lui! E i legami fra fratelli, quando forti e leali,  rimangono anche se distanti. Ma te guarda…

Così Carletto decide di portare il dignitoso (bella la descrizione del suo vestiario) Headstone a conoscere Lisetta, facendole una vera e propria improvvisata. Dignitosamente e meccanicamente sono i due avverbi che indicano il professore: che tristezza… Dickens poi cerca di spingere verso l’alto il personaggio tributandogli una certa volontà di superamento dei proprio limiti, ma alla fine purtroppo l’insieme è deludente. Non vorrà mica farlo innamorare di Lisetta, vero?

Un’altra insegnante fa capolino, la signorina Peecher,  e anche questa volta una descrizione ironica e caricaturale (tutto piccolo e tutto minuto e svolto a rendere perfetti i saggi sull’argomento del momento). E “il dramma”! Lei è innamorata di Headstone, ma lui ciccia! In più essendo uomo mica si rende conto di certi sentimenti (e anche qui niente è cambiato sotto il sole). Prevedo danni… E come un romanzo si rispetta la migliore alunna della signorina si era innamorata di Carletto. Non ho parole… Però il dialogo fra le due ragazze (sul fatto che i due stavano andando da Lisetta) è assolutamente delizioso nel suo essere surreale e leggero. Questa vena pungente, ma descritta con soavità è l’aspetto che maggiormente amo nel modo di scrivere di Dickens, ma che lui purtroppo usa veramente poco, anche perché se no diventerebbe un romanzo comico e non una vera satira dell’ipocrisia della società (perché per ora io lo sto leggendo così).

Intanto veniamo a sapere che la vicenda si svolge 6 mesi dopo la morte di Gaffer e che Lisetta si è trasferita dalla sua casa in un’altra (non certo un miglior quartiere a vedere la descrizione), lavorando poi come cucitrice in una ditta di forniture per marinai.

Una bambina forse malata (“la mia schiena non va e le mie gambe sono strane”) è la portiera dell’abitazione e la sua descrizione è volutamente cruda e “violenta”, quasi a volerci riportare alla crudezza della vita in certi quartieri londinesi. Nemmeno a lei viene tolto il dovere di lavorare e quindi la vediamo preparare abiti per bambole con perizia e manualità, anche se tutto viene descritto con desolazione, altalenando discorsi di rabbia verso i bambini più piccoli che la prendono in giro. Questa povera sventurata racchiude in sè desolazione, durezza e inevitabilità.

Carletto si mostra preoccupato della situazione della sorella come della sua amicizia con la “persona della casa”, ma la gentilezza di Lisetta compare ancora una volta come una folata di vento fresco. La sua attenzione per gli altri, il suo ripagare torti che non sono suoi la rendono ancora un personaggio puro e lindo in mezzo a tutti. Anche se Carletto la accusa, con tutta la furia della sua giovinezza, di rimanere ancorata al passato, ella mi pare sempre un isolotto di bontà, anche utopistica, di sacrificio antico ma perdonabile.

L’incontro fra i fratelli, lungo il fiume, con il maestro che lasciava a loro lo spazio per parlare si conclude con l’affetto che ti aspetti, ma anche con lo strano rifiuto della ragazza di rifare la strada inversa per tornare alla sua casa. Avrà notato anche lei l’arrivo di Wrayburn tutto intabarrato e altezzoso, come ha fatto il fratello (per giunta manto troppo contento della cosa)?

Il cammino di ritorno a scuola vede i due parlare proprio di Lisetta e della sua posizione, ma ammetto che i discorsi sono talmente sconclusionati che pur rileggendoli non ho capito cosa abbiano davvero detto i due. Penso invece di aver capito che entrambi, anche se in modi diversi, vorrebbero darle un futuro diverso.

Il capitolo si conclude con un sospiro della signorina Peecher.

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Leggere leggere leggere e ancora leggere

Post provocatorio? Mah…

Post pubblicitario? Non so.

So che oggi è Il Social Book Day e la finalità è sostenere la lettura.

L. Alma Tadema “Una lettura di Omero”

Ovvio che una blogger di libri è una lettrice avida e così dovrebbero essere tutti i followers del suo blog (o pagina fb o twitter o altro), quindi sarebbe inutile parlarne, poi però ti guardi attorno e ti rendi conto di come la lettura non sia più una relazione sociale, ma una comunicazione solitaria e autoreferenziale.

Un tempo la lettura era un fenomeno sociale, visto che alla fine anche nell’Antica Roma (dove la scuola pubblica era per tutti e gratuita. E quando dico per tutti era per tutti i nati liberi, al di là del loro ceto) pochi erano quelli che potevano permettersi l’ozio di poter leggere per sè e per gli altri. Nel tempo poi il tasso di alfabetismo è crollato vorticosamente e in certi casi il saper leggere è diventato un bene prezioso per pochi eletti. Nei monasteri si leggevano cose sacre che non dovevano uscire da quelle mura, mentre nei castelli si sentivano quelli che noi ora chiameremmo “romanzi storici”. Il bardo che passava di casa in casa, di città in città a scambiare racconti con pasto caldo e un tetto sulla testa aveva la stessa funzione aggregativa e sociale che ebbe la televisione negli anni’60 nei bar, oppure la radio nelle case: univa le persone, le faceva sedere e stare zitte e condividere insieme un sogno.

Ora leggere, dicono le statistiche, è un fenomeno di nicchia e per pochi. Eletti o sfigati? Dipende forse dall’età e dal grado di istruzione mentale, che non vuol dire sempre quale pezzo di carta ti sei comprato con le tasse scolastiche. Ho visto gente con lauree e master appesi al muro guardare con schifo persone che andavano in libreria a prendere un libro, mentre persone con solo la terza media diventare di casa nelle biblioteche.

illustrazione di Kei Acedera
illustrazione di Kei Acedera

Io ho sempre letto, forse è la prima cosa da “grandi” che ricordo di aver fatto, forse prima ancora di scrivere. Ma prima è stato ascoltare mio padre che mi raccontava prima di dormire le fiabe (ovvio modificate come fanno tutti i padri e pretendono tutti i figli), poi i fumetti raccontati da mio fratello (così imparavo un sacco di cose divertenti!) e poi mia mamma con un sacco di libricini vari. Andare in libreria era come andare in paradiso (insieme alla cartolibreria. Pochi i giocattoli…vabbè, pazienza), era un’attività di famiglia: era il premio per il bel voto oppure perché si era fatto l’esame del sangue. Io poi essendo una seconda avevo a disposizione anche tutta la libreria di mio fratello e forse i miei ne hanno approfittato integrando solo qualcosa. Furbi!

Poi crescendo leggere è stato il sinonimo di libertà. Libertà di sognare, di essere diversa da quelle che ero, di andare per mare e per monti.

E’ stato affermare la propria personalità, scegliendo quello che a me piaceva. E le librerie di casa hanno iniziato a esplodere di colori, fantasie e rumori di ogni genere e grado: Storia, storie, romanzi, gialli, fantasy, horror e tanto altro. Il mondo in una casa: questo è quello che io vedo ancora una volta se mi guardo attorno.

Eppure mi rendo conto che con la crescita leggere è stato un momento di isolamento, un momento in cui lasciavo fuori il mondo e lo scambio di idee si era annullato. Credo che questo fenomeno sia legato soprattutto agli anni del liceo dove un po’ mi sono sempre sentita fuori posto, perché quando ho iniziato a frequentare i giocatori di ruolo lo scambio di idee, libri, film (ovvio tutti di genere) è stato un flusso in piena. Ininterrotto, anche se altalenante e a volte sterile.

Negli ultimi anni poi è stato anobii e il mondo virtuale. Arrivare a tante persone che non conosci oppure sì, magari dopo. Comunicare, spesso superficialmente a volte nel profondo. Scambiarsi idee. Crescere. E parlare di libri e letteratura. Confrontarsi e vedere che davvero il mondo è bello perché vario.

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di Valentin Rekunenko

Rendersi conto alla fine che sì il libro è un oggetto meraviglioso (e qui ci rimane insito quell’atteggiamento dei monaci medievali che miniavano, scambiavano libri fra loro come il dono più raro e prezioso), ma che non è male andarlo a prendere in prestito in biblioteca e trovare di fronte non un androide, ma un’altra persona con cui scambiare magari un sorriso oppure un’informazione (non tutti i bibliotecari sono così, ma devo dire che da noi abbastanza. Basta frequentarli un po’). Entrare in edifici antichi o ultra moderni e sentire le voci che escono dai libri, passati di mano in mano per anni, mischiarsi alle chiacchiere e al rumore dei tasti sul pc. Oppure rimanere in casa e con un clic farti arrivare un romanzo sul tuo ereader e leggerlo per ogni dove, accendendo la luce, sfidando le ora piccole, minimizzando il peso da portare in borsa.

Perché alla fine mi sono resa conto che non è importante cosa leggi (a volte sì, ma è un altro discorso), non è nemmeno importante il supporto che si usa per leggere (se vi andaste a trovare tutte le polemiche contro Gutenberg trovereste le stesse parole che si usano ora contro l’ereader), ma è fondamentale leggere, farsi affascinare. farsi conquistare, appassionare, amare. Questo dobbiamo insegnare ai giovani e a chi non ama leggere perché lo ritiene un ozio per sfigati, magari ritornando a leggere ad alta voce nelle piazze, nelle case, nelle scuole. Smettere le polemiche su quale genere sia doveroso leggere perché esistono generi di serie A e quelli di serie B. Basta con il razzismo di letteratura! Lasciate che le persone si rilassino piangendo, ridendo, viaggiando! La Letteratura esisterà anche, ma rischia di essere uno sterile ammasso di polvere, mentre il Leggere è sempre e comunque Libertà e la libertà è un bene prezioso da insegnare e trasmettere in ogni sua forma.

“Minority Report” P.Dick vs S.Spielberg

Con questo post incomincia l’intento di paragonare due sistemi di comunicazione che spesso interagiscono: libro e film. Molto spesso la cinematografia ha preso spunto dai libri non solo in caso di crisi di idee, ma proprio come omaggio e voglia di rendere vivo quello a cui ci si era appassionati. Ovvio che non è pensabile fare una copia pedissequa del romanzo, ma credo che sia fondamentale rispettarne il senso, il valore, l’idea, perché ognuno di noi mette del proprio quando legge (la propria fantasia e le proprie esperienze), pensate quando sono tante teste a collaborare!

Io di partito preso sono dalla parte di colui che ha avuto l’idea che ha scatenato un prodotto. Punto. L’idea è sua, come l’ha concepito è farina del suo sacco e punto. Tutti gli altri sono o dei copiatori o dei mistificatori.

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Premetto che adoro Dick, non tanto, o non solo per la capacità di rendere credibili i suoi mondi futuristici, ma perché spesso l’analisi che fa sull’umanità è disperante, fuoriviante dagli schemi: ci mette sempre in contrasto con il nostro perbenismo e i nostri tranquilli canoni di vita per metterci di fronte alla moralità, anzi alla Moralità con la maiuscola. Parla di amore, rispetto, politica, giustizia, sistema mondiale. Parla dell’uomo e della sua disperazione. Leggo sempre i suoi romanzi con fatica per le prime pagine, poi di volata e mi accorgo di leggere le ultime parti sempre in apnea. Poi rimango stordita e devo scuotermi, perché la riflessione può essere lunga  e dolorosa a volte. Dick è un provocatore, ma non un dissacratore del lettore (non lo vuole mai umiliare. Una cosa conscia? Mah…non glielo si può chiedere).

In questo racconto c’è tutta la riflessione sulla Giustizia e come amministrarla.

Creare un sistema perfetto di prevenzione è ciò che accade nel nostro racconto nel futuro, ma mentre tutto sembra filare liscio, un bug di sistema crea il dubbio in chi lo amministra e deve rivedere tutto. Coinvolto in prima persona il capo della polizia Anderton deve capire cosa sta succedendo, se c’è un complotto ai suoi danni o all’intero sistema e deve entrare nelle viscere del sistema Precrimine.

Mentre nel romanzo tutto si svolge seguendo Anderton e le sue paranoie, in pochi spazi più o meno ristretti e con pochi personaggi, nel film il personaggio diventa il solito figone so tutto Cruise che gioca con mille tecnologie, incontra mille persone (ma non quelle che ci sono nel romanzo) e scopre di essere una pedina e che tutta la sua vita è stata manipolata. Per tutta la visione del film il protagonista mi è stato fastidioso forse per quell’atteggiamento troppo saccente ed esagerato di Cruise che invece stona con il personaggio del romanzo che io ho immaginato più in là nell’età e meno palestrato.

I rapporti fra i personaggi sono tutti sballati, vengono inserite cose che non c’entrano nella vicenda, cose che manipolano la storia. Posso capire che da un racconto (perché tale è) tirare fuori un film di più di 2 ore, implichi fare delle scelte e magari ampliare certe situazioni. Lo comprendo e anzi in certe situazioni è anche corretto: qui è funzionale incrementare la vicenda per far capire come funziona la Precrimine. Però tutta la bazza sui precong è totalmente inventata e soprattutto mistifica tutto il valore che ne ha dato Dick. In più vorrei capire chi ha iniziato con questa visione dei precong (che nel racconto sono messi anche fisicamente diversamente) distesi in una vasca, pelati e biancastri: Battlestar Galattica (dovrei vedere la prima versione del telefilm) o Minority Report, senza contare che credo di averne visto un’altra visione uguale da un’altra parte. Che noia creativa!

Poi c’è veramente troppa tecnologia e questa esagerazione provoca scelte stilistiche e narrative che esulano dalla vicenda originale, rendendola surreale e tristemente comica. Perché? Okkei, a me viene da dire che quel pallone gonfiato di Cruise, invasato come è di tante teorie che non condivido, non solo voglia togliersi di dosso l’immaginario di “Top Gun” (ma che se continua così, sarà sempre più forte la nostalgia per quel film e quelli vicini), ma anche dimostrare quanto sia fico mentre domina la robotica e compagnia danzante. Qualcuno lo faccia scendere dal piedistallo dove si è messo! E’ noioso!

In questo film non riconosco la mano di Spielberg, anche se ammetto che è da un po’ che non lo riconosco. Non c’è il giusto pathos, l’attenzione ai dettagli, la voglia di divertire ma anche di emozionare. E’ un mero compitino con una fotografia dai toni grigio azzurri (come se facendo così si potesse davvero ricreare l’atmosfera del racconto. Ah no! Fa solo figo e prima o poi “dimenticherete Blade Runner”, il quale però rimane nell’immaginario per i suoi colori contrastanti), da una musica abbastanza anonima e da una scenografia scarna e lineare.

Alla fine il confronto è impietoso, anche se il racconto di Dick non è di quelli che più mi ha preso, ma il film è troppo “Mission Impossible” e molto poco stimolante per la meditazione sul problema, e la cosa non mi è piaciuta.

Voto libro: 6 e 1/2

Voto film: 5

Buon Compleanno Italo Calvino!

http://it.wikipedia.org/wiki/Italo_Calvino

Oggi festeggiamo un altro mio mito letterario. Colui che mi ha fatto più sognare al mondo; colui che mi ha fatto capire perché amassi gli uomini in armatura; colui che ha cercato di dirmi che la vita va vissuta come si vuole e non come vogliono gli altri.

Calvino mi ha regalato “Il barone rampante” e “Il visconte dimezzato”, ma soprattutto “Il cavaliere inesistente”. Tre libri, letti nell’adolescenza, che mi sono rimasti dentro, come pietre miliari. C’è poco da dire se non che ogni sua parola me la sono immaginata, ogni emozione l’ho provata, ogni sentimento era anche il mio.

Calvino è tanto altro, ma a scuola non si studia. O meglio, spero che allora non si studiasse mentre ora sì. Il suo genio, la sua cultura, le sue provocazioni sono a base della nostra cultura italiana, ma come si sa, qualcuno lo ha relegato nella letteratura per bambini. Ma come si fa?

Quando si ha a che fare con lo studio delle fiabe, tocca per forza affrontarlo, ah ma le fiabe son cose per bambini… Invece le leggi sotto la sua guida, le intuisci attraverso i suoi racconti e ne capisci la profondità, l’importanza della comunicazione fra generazioni, il fiabesco che passa nella realtà e vuole permearla.

Siccome la scuola è l’anticamera della non lettura, Calvino l’ho letto in famiglia e ho letto quel poco che ho trovato, ma poi l’ho sempre trovato a inciampare sul mio cammino senza mai soffermarmi su di lui. Questa estate è stato un richiamo da sirena e complice mille giri il libreria, sono tornata a casa con “Le città invisibili” e ora sento che è giunto il momento di leggerlo. E leggerlo ancora.

Perché necessito del suo spirito, della sua libertà, della sua conoscenza.

Necessito di quel respiro che mi diede da ragazzina raccontandomi della vita attraverso il fantastico, prendendomi per mano per narrare quelle che a tutti i ciechi sono solo favolette.

Quella sua arguzia e cultura che ritrovi in ogni suo scritto, mi serve. E non c’entra nulla con i facili aforismi che girano per internet, non comprendendone la profondità.

Grazie per avermi regalato l’immaginario del mio uomo in armatura, che siamo tutti noi nelle nostre fortezze e paure.

Giancarlo Montelli (illustratore), “Il cavaliere inesistente”

Buon compleanno Calvino!