“I delitti del BarLume- Il re dei giochi” versione sky

L’anno scorso ho scoperto Malvaldi ed è stata una scoperta meravigliosa perché ho trovato le sue storie e il suo stile consono con il momento che stavo passando: gialli scritti bene, ma con personaggi allegri, forse un po’ fuori dalle righe, ma per lo meno non tormentati (non li reggo più davvero, anche perché spesso sono bip mentali dei personaggi e forse degli stessi autori). Quando ho visto per la prima volta in foto l’autore (in realtà non li cerco mai su internet) mi è parso che avesse una bella faccia sorridente, molto in linea con i libri che scriveva. Okkei questa è una visione lombrosiana dello scrittore uomo, ma a volte è bello vedere qualcuno che sorride, racconta sorridendo di gialli e poi scrive libri gialli che ti fanno anche scoppiare a ridere.

Così quando Sky ha annunciato che avrebbe reso in versione tv i suoi romanzi ero effettivamente elettrizzata o comunque contenta visto che il panorama televisivo italico è alquanto deludente quando si muove la tv generalista. Solo Montalbano con Zingaretti si salva dallo schifo seriale…

http://www.tvblog.it/post/436769/i-delitti-del-barlume-su-sky-cinema-1-i-romanzi-di-marco-malvaldi-diventano-due-film-tv-tra-commedia-e-giallo

Purtroppo mi sono fatta un po’ fregare dal fatto che non potendo vederlo in diretta, visto che ero ad allenamento, ho visto prima i commenti e poi la visione ( w il mysky!). Non trovavo un contatto fb che fosse davvero soddisfatto del prodotto e quindi “un po’ mi è scesa la catena”, ma non mi sono fatta demoralizzare. E invece avevano ragione loro.

Premetto che però io sono davvero stordita e solo il controllo sulla mia libreria anobii e l’agenda moleskine di recensioni mi hanno confermato che no! non avevo letto “Il re dei giochi”. Ma come è potuto accadere? Cosa è successo? Tutti gli altri, compreso “Milioni di milioni” (arrivato in regalo gioco CF) li avevo praticamente divorati uno dietro l’altro, questo era stato saltato bellamente. Ora dovrò rimediare ma lasciando un po’ di tempo perché se no ricordo troppi dettagli.

Partiamo dai dubbi, prima di tutto.

Perché partire dall’ultimo libro e non dal primo? E’ la cosa più stupida che potesse esserci, visto che non tanto svela chissà quali cose, ma in realtà non fa crescere il lettore insieme ai protagonisti soprattutto insieme a Massimo Viviani. Qui davvero gli editori hanno delle illuminazioni favolose che noi comuni mortali davvero non possiamo capire. Vabbè.

Seconda cosa: perché cambiare il sesso al commissario Fusco? Nel libro è un uomo, mentre nel telefilm una donna molto dura (ma poi capiamo come non si sa che si smollerà e magari sarà anche molto materna, mah). Nella vicenda è bello questo confronto tutto maschile fra l’ordine costituito e l’investigatore malgrado: è di certo un topos, ma funziona bene anche perché lascia fuori qualsiasi implicazione emotiva, ma al massimo si vede costruire la stima e l’amicizia. Ecco anche sta cosa ritorna essendo partiti dal fondo a fare film. Il/La Fusco conosce già i terribili vecchietti, conosce già Massimo, si è rassegnato/a alla sua presenza impicciona, mentre nel telefilm sembra che sia la prima volta. Quindi come risolveranno la cosa andando indietro nel tempo? Colpo in testa? Cambio di commissario? Rapimento alieno?

Terza cosa: Ampelio non è più il nonno, ma uno zio. Perché? Fanno schifo i nonni? Per una volta che non c’erano nonni fuori le righe come è diventato Nonno Libero del coso là, medico incasinato con figli a carico…quello sulla rai…ah ecco “Un medico in famiglia”. Per una volta che c’era un sano nonno, pensionato, impiccione, ingombrante, autorevole ma non autoritario, con un bel rapporto con un nipote maschio adulto, incasinato ma desideroso di far da sè, ecco che lo trasformano in vecchio zio che lo ha allevato. Ma perché? Anche qui cosa cambiava a lasciare l’originale? E’ davvero una modifica inutile, fuori senso e pretestuosa.

Queste sono le scelte a monte che io non ho condiviso e che sono assolutamente pretestuose e immotivate.

Il cast è accettabile, nel senso che sì mi immaginavo quel determinato attore per Ampelio e non mi aspettavo che alla fine anche Timi potesse essere credibile, anche se la toscanità che pervade il libro è un po’ forzosa, finta e poco spontanea proprio come se fosse una parte di un copione da imparare.

Ecco quale è il vero difetto del telefilm: finto. E’ girato, montato e sistemato come se fosse un video dei Manetti Bros che apprezzo in videoclip e anche in qualche film, ma che in questo contesto sarebbero stati fuori luogo. Ecco la parola giusta: fuori luogo. E’ fuori luogo il cambiamento dei dettagli; è fuori luogo un certo modo di fare fintamente toscano; è fuori luogo il muoversi esagerato, mentre quando salta fuori la recitazione per dover dirimere la vicenda si vede che dietro ci potrebbe essere altro potenziale molto superiore, ma volutamente non è stato usato.

Questo telefilm è un fumetto mal riuscito che soprattutto non emoziona.

Volevamo un altro Montalbano in salsa toscana e invece ci siamo più avvicinati a “Carabinieri” prima serie (ancora accettabile da guardare). Certo raggiungere il livello della serie di Montalbano è difficile, ma un tempo noi Italiani facevano con facilità quel tipo di telefilm, scegliendo non solo attori bravi, ma anche registi e sceneggiatori con attributi e talento. Col tempo ha vinto la filosofia del “Grande Fratello” e abbiamo perso Cinecittà e le sue maestranze, quindi ora che avevamo un altro prodotto valido, lo abbiamo imbastardito perché fosse pop.

Prima di vederlo, mi era capitato di sentire un’intervista a Malvaldi su Fahrenheit, su radio 3, e ammetto che lui è stato un signore, visto che alle domande sulla serie e alle critiche minime che facevano al prodotto lui ha risposto splendidamente, senza però dire nulla, però l’imbarazzo un po’ si sentiva. Non so se è perché il suo potere contrattuale è stato reso vano o lui non abbia creduto di poter valere quanto un Camilleri, ma di certo in quel telefilm io non ho visto la sua mano.

Ho registrato anche l’altro episodio (e sembra che ne faranno altri perché hanno avuto successo… ) e di certo lo guarderò per capire se tutta la serie ha perso la trebisonda o solo un episodio. Mah…

Annunci

“L’ora della verità” di James Hadley Chase

.

Terzo romanzo inserito nella scelta del libro della Mondadori “Niente orchidee” e devo dire che è forse il più bello. O comunque è quello diverso, visto che il punto di vista non è più rivolto ai cattivi, ai delinquenti, ma su un buono che si trova invischiato per sua leggerezza in un enorme guaio.

Per tutto il libro mi sono trovata a partecipare alle emozioni scaturita dalle situazioni, ma soprattutto mi sono chiesta perché fosse così difficile dire la verità e soprattutto avere la paura di doversi scontrare con la legge e l’ordine costituito. Qui abbiamo una persona comune che per una leggerezza e per futili sogni (quelli che sono colpi di testa e che non hanno alcun fondamento) si mette nelle mani, o meglio nella vendetta, di una giovane drogata senza speranza. Ed ella a tempo debito tornerà a chiedere il riscatto di quelli che lei ritiene sgarri insormontabili. A questo punto la domanda è: cosa farebbe l’uomo comune, onesto e pieno di speranze per il futuro, di fronte al ricatto che potrebbe distruggergli la vita?

Io ho reagito d’istinto e vittima del mio Super Io censore (come direbbe Freud) mi sono detta: si va dalla polizia e si dice tutta la verità, niente altro che la verità. E invece no! Il nostro eroe con una capacità di organizzazione (frutto di botte di fortuna inaudite) che davvero mi ha sorpresa, spinto più che dalla forza di disperazione e dalla necessità di essere libero, decide di mettere i bastoni fra le ruote alla ricattatrice. 

Seguire la disperazione, la forza, la lotta morale che si insinua nel protagonista è stato uno dei tratti più appassionanti della lettura e devo ammettere che questo libro è andato al di là della semplice lettura di svago. E’ sicuramente stato uno di quei libri che fanno riflettere, senza essere un tomo di “rivelazioni”: su di me, sul concetto di legalità, sull’integrità morale, su come combattere il male.

Rima infatti non è un cattivo qualunque (o villain come va di moda dire ora), non è nemmeno un delinquente classico, quindi non è l’antagonista di una vicenda poliziesca. Ella è il male, non inteso come fenomeno paranormale da combattere con esorcismi di ogni religione, ma è quella dimostrazione di cattiveria senza logica se non il profitto personale, se non il totale disprezzo della vita altrui. E’ una cattiva che mai un momento suscita compassione, empatia, condivisione. Chase non è uno che parteggia per i cattivi, ma negli altri romanzi sicuramente sembra che si sia divertito maggiormente a mettere in difficoltà il lettore costringendolo a seguire vicende di delinquenti più o meno amorali (è sempre presente un elemento fuori dalle righe, forse un po’ folle); mentre qui ci disegna un personaggio negativo con tutte le sue caratteristiche e poi lo abbandona al suo destino, senza che mai davvero possa cambiarlo in qualche modo.

Jeff Halliday, il protagonista, racchiude molti elementi del sogno americano: combattente, uomo che cerca il suo futuro per il mondo, poi riprende la strada della normalità e diventa di successo, circondato da persone limpide e leali che vedono in lui molta più solidità di quanto lui possa vedere in sè. Eppure sin da subito si sente che c’è una linea di uomo sconfitto: la cicatrice, il piano bar, non sfondare nella musica e poi alla fine il ricatto. Una linea di sconfitta che non solo viene cancellata grazie agli eventi, ma soprattutto quando di fronte a un ennesimo grosso inciampo, reagisce con fermezza e incastra chi “ha tutto da perdere”.

Bello veramente, senza nessun difetto, e soprattutto un’ottima scelta di romanzi per un unico libro.

Voto: 7 e 1/2

P1150708 bis
.

p.s.: Qui a fianco i danni collaterali di prendere un libro dalla biblioteca. Purtroppo non tutti tengono bene i libri in prestito oppure sono talmente immersi nella lettura da non potersi mai staccare da esso qualsiasi cosa stiano facendo. Questo bel buco da bruciatura prende ben 3 pagine.

Per fortuna non prendeva molte lettere, però ho dovuto ingegnarmi per capire certe parole.

“Il nostro comune amico” Libro 2, cap. V

Ora veniamo un po’ a conoscere il pupillo del signor Lemmle: Fledgeby. E capiamo subito che non è un gentiluomo come sarebbe adatto alla povera Giorgiana, sia per interessi che per ascendenti (e qui Dickens sottolinea subito che è figlio di un usuraio e di una donna che di certo non si è sposata per amore, che è stata rinnegata dalla famiglia, anche se di legami nobili) e che il suo modo di vivere è alquanto modesto malgrado tutto. Eppure rivela un’inattesa furbizia non volendo palesare al signor Lemmle cosa pensi della povera Giorgiana, nè tanto meno nel seguirlo nel filo del suo discorso per scoprire i propri piani. La cosa sorprendente, visto l’altro capitolo, è che Fledgeby sembra essere il degno compare di Lemmle in tresche e sotterfugi, soprattutto a danno di povere ragazze, rivelando con eleganza una parte del piano dei due coniugi e di come essi si siano comportati magnificamente ma un po’ sopra le righe.

L’Affascinante (°così viene soprannominato Fledgeby) mostra la peggiore qualità per un uomo: dare importanza all’apparenza. Egli viveva di espedienti, continuando il lavoro paterno, ma che viveva in un mondo di delinquenti come lui.

Come è desolante la descrizione di questa fetta della società inglese che Dickens ha voluto mostrarci, alternando descrizioni asettiche con velate o meno riprovazioni, anche se mai esse sono vere prese di posizione. Sembra quasi che l’autore un po’ si compiaccia di aggiungere questo tipo di personaggi, non solo perché funzionali alla vicenda (ci vuole sempre uno o più villains per poter far girare la storia), ma anche per dimostrare che altri sono migliori (forse anche lui) di questi avventurieri senza scrupolo. Sembra quasi che si crogioli nel dire “io non sono come loro. Voi non siete come loro. Il mio amato personaggio x non è come loro”. Mah…

La lite fra i due, o meglio lo scoppio di ira quasi ingustificata (o comunque insensata) di Lemmle sembra quasi una lotta fra maschi di un branco di animali, pronti a combattere per vedere quale dei due potrà sfidare il maschio alfa oppure per capire quale è la scala gerarchica del branco. Risulta immotivata e gestita come non mi sarei aspettata (cosa è sta cosa di “mi mostri il naso” che urla Lemmle in tono minaccioso? Che è? Sembra una cosa da bambini visto che poi l’altro si copre il volto perché non si veda il naso…). E di certo Lemmle ristabilisce la gerarchia anche senza toccare il suo avversario. Contemporaneamente viene sancito il piano per conquistare la piccola Giorgiana, tutto alle spalle non solo di lei ma anche di suo padre, il quale “vanamente” ritiene di essere l’unico a poter concedere la mano della figlia.

Nel pomeriggio l’Affascinante si reca da un ebreo e anche qui mette in mostra tutte le sue qualità di uomo di mondo e di gentiluomo, aggredendo il padrone di casa che aveva osato non aprire subito la porta (che importa se per l’ebreo quello era un giorno di festa?). Per quanto la descrizione dell’ebreo sia assolutamente consona con tutti i topoi della figura, Dickens mostra nei suoi confronti più compassione che per il giovane il quale ancora una volta mostra la sua arroganza in ogni suo gesto.

Fledgeby nella sua giovinezza contrastava molto, ma non a suo vantaggio, con la vecchia dell’ebreo, che stava in piedi con la testa nuda chinata, e gli occhi al suolo: solo quando parlava, li alzava. La stoffa del suo abito era lisa e logora, e dello stesso color ruggine del cappello appeso all’ingresso, ma, per quanto l’aspetto fosse povero, non era vile. Mentre quello di Fledgeby, invece, per quanto non fosse povero, era vile.

Il vecchio Riah (questo pare essere il suo nome) è fondamentalmente il prestanome di Fledgeby e precedente debitore del padre di costui. Anche qui Dickens dietro alle parole di un normale racconto, parla della sua società e dei pregiudizi che la pervadono: qui è l’antisemitismo, la convinzione che essere ebrei sia far parte di una razza a parte, che non esistono ebrei poveri. Come viene descritto il tutto, sembra che il nostro autore parteggi per il povero vecchio e tutto ciò è assolutamente sorprendente visto che in quel periodo (come dopo purtroppo. E purtroppo anche ora, tocca dirlo) quelli non erano pregiudizi, ma verità comprovate; quindi l’autore si mostra molto moderno e civile e non so come l’abbiano preso i suoi lettori.

Sorprendentemente scopriamo che le ospiti del vecchio Riah sono Lisetta e Uccellino. Veniamo a sapere che Uccellino compra da lui le perline per le sue bambole, ma alla fine scopriamo che fra i tre c’è un quieto e pacifico legame di conoscenza che va oltre al mero comprare. Uccellino di fronte alla durezza del padrone di Riah si mostra molto scaltra e secca nel rispondere, difendendo soprattutto Lisetta che forse non si è resa conto chi abbia di fronte.

Il capitolo si chiude con un momento di leggerezza dimostrando l’arroganza di Fledgeby, la sicurezza di Riah e la scaltrezza di Uccellino nel difendere quel tetto di casa dove il cielo si vede e riporta le persone alla vita, se vogliono davvero vederlo.

Veduta di Londra nel 1751 by T. Bowles

Il destino è quel che è, non c’è scampo più per me!

Ieri sera ho fatto un tuffo nel passato e ho scoperto, anzi ho avuto la certezza che puoi mettere nel film il 3D, effettoni enormi, fanciulle discinte (okkei stavo pensando di peggio, ma sono una brava persona alla fine! 😀 ), tipi muscolosi e magnetici con tartarughe evidenti, fotografia da premio e costumi da urlo, ma se sotto non c’è una storia valida e bravi attori hai solo sprecato il tuo tempo.

La prima volta che lo vidi ne ebbi paura. Come non averla quando hai 6 anni e guardi un film in bianco e nero con un energumeno lungo due metri e venti e alto come un armadio a due ante e con un cervello ab qualcosa, di sera, a casa dei nonni, con le scale al buio (vabbè la luce c’era ma lo sapete come sono le case vecchie!) e soprattutto i termosifoni che fanno rumore come se la creatura camminasse verso il tuo letto? Ho dovuto crescere di qualche anno per poter amare alla follia questo film.

Ancora non avete capito di cosa sto parlando? Non ci credo!

Ieri sera c’era lo spettacolo evento in tutta Italia e finalmente l’ho visto al cinema. Il film è del ’74, prima che io nascessi quindi non ho mai avuto la fortuna di vederlo sul grande schermo e negli anni ho dovuto “accontentarmi” di televisione e dvd, eppure ieri sera è stata una vera e propria esperienza cinematografica e collettiva.

Ancora nulla? “Non ci credo” bis!

La platea è anomala: chi è seduto su quella seggiolina sa esattamente cosa vedrà, è venuto per omaggiare un vero gioiellino, è pronto ad avere un’esperienza collettiva unica (beh forse) che unisce le generazioni e le classi sociali e ci fa soffermare solo sulla vera comicità. Non si fiacca nemmeno dopo 20 minuti abbondanti di inutili pubblicità, consigli per gli acquisti e per la visione e appelli a spegnere i cellulari. Non si è fatta nemmeno fermare dalla perturbazione artica che è scesa sulla nostra penisola, abbassando all’inverno pieno le temperature, costringendo a tirar fuori pile, sciarpe e moon boot pelosi (lasciando a casa slitte e cani perché ancora in pianura non nevica).

Ti siedi al tuo bel posto (a sto giro mi è toccata la terza fila dal basso, ma per fortuna nella sala piccola è accettabile. Dovrebbero però essere proibiti certi posti), ti guardi attorno e il tipo a fianco a te inizia nervosamente a far ballare le gambe. Penso che il maremoto lo abbiano sentito fino al fondo della fila. Lo avviso telepaticamente che se lo ripete dovrò amputargli una gamba e fregargli i pop corn che le sue compagne gli offrono a ritmo regolare. Il profumo di pop corn in sala è stranamente più ampio del solito. Li stanno svendendo? C’è più gente ricca presente pronta a prendersi una mastella di quelli da condividere con amici e parenti? Oppure c’è un vago senso di viaggio nel tempo, quando le sale erano fumose, rumorose di gente che sgnignazza e sgranocchia (e non parla al telefonino)? Forse l’ultima che ho detto.

Poi finalmente la sala si fa veramente buia, i titoli di partenza partono (se no sarebbero quelli di coda) e ti chiedi se la tua profezia si avvererà: la sala inizierà a sgnignazzare pochi secondi prima della battuta. Il figlio della mia amica chiede dove si trovi il castello di sfondo. Tutti silenziosamente canticchiano la musica, il tema del film. Si leggono i pochi titoli e nomi e poi via. E dopo due secondi o quasi, dopo una lunga e dettagliata carrellata su una certa bara di un certo barone, si incomincia a ridere. E ti rendi conto che la profezia si è avverata e sarà così per tutto il film: con fare educato e rilassato qualcuno incomincerà a ridacchiare, qualcuno si aggiungerà e al momento debito tutti rideranno di cuore.

.

E allora noti i particolari che di solito non vedi in tv, tipo le garguglie, oppure pensi alle citazioni cinematografiche (tipo la Hammer Film e i castelli dei suoi mostri) e ai punti fermi che il regista userà in altri film (però senza davvero eguagliare questo successo), ma comunque ridi lo stesso di gusto, rilassandoti (mi sono accorta di sbadigliare per rilassamento e allontanamento dei pensieri che mi perseguitano da un po’, vedete un po’ voi!) e ringraziando le amiche che mi ci hanno portato a vederlo.

Vedere “Frankenstein Jr” di Mel Brooks è la cosa migliore che potesse capitare a chiunque, perché è Genio e Sregolatezza degli autori, è Genio del regista, è Talento e Genialità dei suoi attori. Sì è un film geniale, dove c’è sana comicità senza ausilio di volgarità e anche le situazioni con sfondo sessuale sono talmente ben gestite che non c’è problema a farlo vedere anche ai bambini.

Sì amo questo film.

Sì amo Mel Brook regista.

Sì questo film lo so a memoria, ma lo riguarderei altre mille volte!

Riflessione sulla lettura

Ieri mattina mi sono concessa una bella colazione al bar insieme a un amico che non vedevo da tempo, nel suo paese nella Bassa Parmense. Io e lui condividiamo tante cose , anche se la vita ci ha portate a differenziarle oppure a implementarle con altre passioni ancora, ma rimaniamo di fondo due “nerd sfigati” da prima generazione, quando non era figo esserlo. Abbiamo parlato di tante cose, ma alla fine abbiamo girato attorno spesso alla lettura e alla scrittura. Lui è scrittore, di quel genere di scrittori che lo fa per passione e non guadagnare un sacco di soldi, di quelli che lo sentono dentro malgrado le delusione e i dubbi e il fatto di aver scelto un genere letterario che non lo porterà mai alla notorietà più ampia (certi generi sono più immediati, non migliori, ma solo più immediati…).

Ovvio che mi raccontasse un po’ di dietro le quinte di certi festival della letteratura o del mondo che lui ha scelto di frequentare (malgrado un lavoro serio e la sua misantropia) e di come lui veda le cose, ma fra tutte mi è rimasto impresso un concetto “scrivere adesso significa non mettere niente di personale”. Ovvero? Come mi ha detto lui, editori e nuovi scrittori vogliono che la letteratura di genere (e qui parliamo di fantasy, fantascienza, ucronia e cose del genere) siano mere favole o storie in cui l’io, l’educazione, la morale dello scrittore non debba mai apparire: mere opere asettiche. Perché? Perché il lettore non deve pensare.

O_O

Okkei, una faccina non è proprio la cosa più da scrittore che ci possa essere, ma quella era la mia faccia. Se volete vi trovo un’altra immagine, ma il senso è quello.

Anche perché dietro a un’affermazione siffatta c’è la teoria che il lettore sia un mero scorritore di pagine che vive passivamente il sistema letterario, lasciando passione o cuore fuori dalla porta; oppure simile alla spettatrice di telenovelas argentine anni ’80 che seguivano con ardore vicende che non erano per niente logiche, umane e morali (se solo avesse messo un minimo di cervello si sarebbe inorridita da certe storture!). Che cosa sarebbe allora il lettore? Una scatola vuota? Un contenitore da riempire, ma con un contenuto vano, un contenuto politicamente corretto che cancella tutte le differenze in un unico secchio di pseudo ugualianza? Non, so…sono perplessa.

Al di là dei gusti personali, che non sono mai davvero discutibili, mi rendo conto che se cerchiamo nei libri la mera frase messa giù grammaticalmente corretta (al di là di pessime traduzioni o incapacità di scrittura), se cerchiamo storie che non ci facciano mai pensare, mai mettere in dubbio le nostre certezze, che tipo di lettori siamo?

Non è che i libri seri, quelli che ci pongono i problemi della vita, debbano essere per forza quelli di filosofia, economia, antropologia o sociologia, mattoni che diciamocelo solo pochi hanno davvero voglia di affrontare, al di là di esami e lavoro; i libri che fanno pensare sono tutti quelli che affrontiamo ogni giorno. Può essere “Il signore delle mosche”di William Golding oppure “Il signore degli anelli” di Tolkien (di cui dibattiamo ancora da anni se sia di destra o di sinistra, hippie o fascista, ecologista o nonso, cattolico o anglicano, o altro); possiamo trovarci a pensare sulla nostra civiltà anche leggendo “L’ombra dello scorpione” di King, ma anche un meno conosciuto “La puntualità del destino” di Fogli. Possiamo innamorarci dei protagonisti, piangere per morti o per situazioni che non vorremmo che i “nostri cari” affrontino, ma alla fine la mia domanda rimane sempre quella: i libri ci parlano? Ci invogliano a pensare? (okkei le domande sono due…).

E per far pensare lo scrittore deve stimolare il suo racconto e deve per forza metterci del suo.

Leggere “Le cronache di Narnia” di Lewis senza sapere che venne scritto dopo la sua conversione al cristianesimo può inficiare la lettura? La lettura no, ma la comprensione di alcune sue scelte assolutamente sì (come non leggere tutti i capitoli della vicenda e in modo non consequenziale). Leggere Dick e tutte le sue opere senza sapere della sua vita, della sua critica feroce al sistema in cui viveva e di cui vedeva le future storture, può far capire quanto sia doloroso “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”. Leggere Giovannino Guareschi senza sapere della guerra, della sua lotta politica, di cosa pensasse lui della libertà (vabbè vi abbono il fatto che potreste non conoscere la Bassa Parmense, ma è comunque qualcosa che va a vostro discapito comunque), vuol dire non sentire la parola sua che parla ancora adesso ogni volta che si aprono i suoi libri.

Quindi?

Quindi credo che rientri nel mio modo di essere, cercare, potendo, di essere un lettore consapevole e curioso e pretendere che il libro non solo mi svaghi ma che mi rimanga dentro con una domanda su di me e sulla società che mi è attorno. Perché ogni buon libro ben scritto, pensato e voluto dall’autore non per rimpolpare il conto in banca, ma perché sente che deve raccontare quella storia, alla fine parla a me.

Il “mi piace/non mi piace” è soggettivo e come dico non discutibile; il “perché” è introspettivo; il “cosa mi rimane” è comunicazione. E l’uomo è per sua natura comunicativo. Se togliamo l’uomo (scrittore o lettore che sia), togliamo la comunicazione e cosa rimane?

Pitture rupestri. Comunicazione massima. http://venividivici.us/it/arte/pittura/le-10-pitture-rupestri-preistoriche-pi%C3%B9-antiche-del-mondo

“Ghost story” di Peter Straub

.
.

Scrivere un libro di paura o gotico o horror potrebbe essere una cosa facile, ma in realtà non è così e soprattutto se sbagli il finale è la rovina di tutta la vicenda.

Il consiglio di leggere questo libro è venuto come tante altre volte da La libreria pericolante e dalla sua condivisione via fb di un elenco dei libri dell’horror da leggere. Da lì a vedere nel sistema opac il passo è breve. Come ritirarlo dalla biblioteca. Purtroppo sono un po’ distratta da un po’ di pensieri in questo mese e devo dire che non ho cancellato il mondo per questo libro, anche se ne valeva la pena.

La trama è semplice: una cittadina della provincia americana, una società di amici che si ritrova a raccontarsi le peggio storie, uno spettro vendicativo. Oserei dire che è quasi un topos, ma alla fine tutti i libri di genere girano attorno alle stesse quattro cose.

La lettura è scorrevole, piacevole e per quanto possa sembrare a volte un po’ lenta, mi trovo a pensare che ogni parola, ogni rapporto, ogni situazione è assolutamente utile e congeniale al fatto che tutto scorra come deve scorrere. Anche la scelta dell’inizio (spiazzante davvero! Ho dovuto controllare su tutti i siti possibili e immaginabili per capire perché l’inizio diceva una cosa e la trama un’altra! Non lasciatevi spaventare: va bene così) è assolutamente nuova e particolare, ma purtroppo non sfruttata come mi immaginavo. Perché il vero punto debole è il finale, oltre al fatto che mi ricorda molto “Le notti di Salem” di King. Precisiamo meglio questa mia ultima affermazione.

Ho dovuto controllare le date di pubblicazione dei due libri perché in effetti sono molto simili: la provincia americana, un essere paranormale e senza scrupoli che decide di fare di testa sua, i mortali che cercano di opporsi, la paura, la sconfitta e/o la vittoria. E’ vero, come ho detto sopra che i punti cardine son sempre quelli, ma qui erano davvero troppi. Quasi da pensare a un plagio. Poi mi direte che “x però ha scritto che…”, mentre “y ha scritto invece che…” e avete ragione, ma qui non si tratta di libri scientifici dove la base è quella e uno ragiona sulle virgole, qui siamo nella narrativa e avere la sensazione del già letto non è una bella cosa. Eppure qualcosa mi sfuggiva, perché per quanto mi sia piaciuto “Le notti di Salem” questo lo trovato molto più completo come se Straub fosse il capostipite e King l’emulo per riconoscenza. E invece no: “Ghost Story” è stato pubblicato nel 1979, mentre l’opera di King è del 1975. E ci sono rimasta male.

In “Ghost story” tutto viene ben descritto, senza fretta, per delineare i personaggi e le situazioni. Quella che in altri libri avrei imputato a lentezza e verbosità qui trova sempre la sua soluzione d’essere, perché i rapporti fra i protagonisti e i vari comprimari servono a delineare i parallelismi fra realtà e fantasia, fra normale e paranormale. I protagonisti che per buona parte del libro vivono nella loro tranquilla razionalità, a poco a poco devono confrontarsi con i propri incubi e fare affidamento con quanto di reale li possa salvare. Le visioni, le paranoie sono ben dosate e giostrate a momento debito e descritte in modo quasi cinematografico. E anche la neve che giunge, naturalmente ma straordinariamente, sembra quasi un protagonista aggiunto a cui non sai dare un valore morale o una posizione certa.

Dove sta allora il vero difetto di questo libro? Nel finale. E qui casca l’asino.

EVENTUALI SPOILER!

Il finale non tira le somme e viene rimandato continuamente, invece mantenere sul filo del rasoio i lettori insieme ai protagonisti, con ansia e catarsi. Esso doveva essere tirato dopo lo scontro finale fra i buoni e i cattivi, quando oramai stanchi i primi e superbi i secondi i ruoli si invertono per avere una sensazione di ripristino di normalità. E invece no! l’autore decide di tirare la solfa ancora avanti, di dare ai nostri eroi una parvenza di normalità assolutamente fuori luogo,  di ricollegarsi con l’inizio fuori dagli schemi della vicenda, ma qualcosa deve aver perso lungo la strada, perché diciamo che quello che racconta non ha conseguenza logica con la vicenda. Il povero Don diventa un barbone e uno psicotico senza motivazione, abbandonato dai suoi compagni di avventura, poi si sveglia e si massacra una mano (e qui si capisce il perché, ma lo fa nel modo più stupido) e poi rapisce una bambina o viceversa, perché è tutto scritto in modo confusionario. Il confronto fra di lui e Anne bambina dell’inizio non trova una soluzione e rimane sospeso in quel “Io sono te.” che ha senso se si legge tutto il libro, ma che poi cade nel vuoto del silenzio. Anche uccidere l’ape ha valore, ma l’uccisione viene descritta come un atto non liberatorio o catartico, ma come un dato di fatto sterile.

Il problema è che gli elementi che servono per finire la vicenda li ha usati tutti, ma nel peggiore dei modi rendendo tutta l’opera abbastanza inconcludente e un po’ banale. Da quasi l’idea che il libro si diviso in due, togliendo l’inizio, e che il finale sia stato scritto in un momento di stanca, senza più l’ardore con cui ha raccontato tutto il resto. Anche l’inizio quindi diventa assolutamente inutile e superfluo e quindi mi si aumenta il senso di fastidio.

Non sapete come mi ha fatto rabbia il finale, perché il resto del libro mi è piaciuto proprio, con quel senso di sconfitta, ma di coraggio che vede l’uomo normale affrontare il paranormale; perché i fantasmi o spettri che siano sono cattivi e vendicativi come solo gli dei greci sapevano essere, quindi fuori dal tempo normale; perché gli aiutanti paranormali sono creature paurose, che ti “mangiano dentro” prima che farlo fuori. Insomma il male è il male e il bene è il bene. Punto. Senza gli innamoramenti insulsi. Senza sbriluccicamenti o cose del genere. Qui la paura ti vuol scaturire da dentro e ti deve rimanere dentro, costringendo anche il lettore a guardarsi attorno.

Questo era un gran bel libro rovinato da un finale insulso. Peccato.

Voto: 6/7

POSTILLA: questo è il film che è stato tratto e vede fra i protagonisti anche Fred Astaire. Molto curiosa di vederlo, sempre che riesca a trovarlo. http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=24089

“Il nostro comune amico” Libro 2, cap. IV

Toh ritroviamo simpatia coniugi Lammle! Mi mancavano…

Nelle prime righe di questo nuovo capitolo mi sorge una grave sensazione di ansia nel vedere come la povera Georgiana venga considerata nè più nè meno che un intralcio oppure un mezzo di comunicazione per adulti. Se anche dobbiamo comprendere che la pedagogia è al di là dal venire, qui il concetto di famiglia è completamente stravolto!

Le posdnapperie poi sono una forma di ipocrisia che mal si accompagnano al mio modo di fare, ma vedremo a cosa porteranno… Di certo è come una forma di tutela di quella famiglia un po’ particolare.

Mi intristisce Georgiana che è andata a mettersi nelle peggiori mani possibili! I signori Lammle giocano con lei come i gatti col topo, in una partita due contro uno dove l’ipocrisia è finalizzata a un piano negativo. La dimostrazione del loro finto amore e i loro atti affettati e decisamente esagerati difronte a una ragazzina sono forse uno dei momenti più irritanti della lettura fino ad ora affrontata. La povera Georgiana si mostra impacciata e imbarazzata come è tipico della sua età e sembra davvero una vittima immolata al sacrificio.

I coniugi Lemmle introducono nel loro gioco perverso una nuova pedina: il giovane Fledgeby. Giocare coi sentimenti di Georgiana è davvero per loro un gioco perverso e quando rimangono soli fra di loro non ci sono troppe parole. Mirabile la descrizione di Dickens dei rapporti dei due quando Alfredo si guarda sorridendo allo specchio e Sofronia “diede a quell’immagine riflessa uno sguardo carico del più profondo disprezzo […]” .

Anche le presenze che frequentano casa Lemmle sono al loro stesso livello e la descrizione che ne viene non è delle migliori, anche se basterebbe una parola per descriverli: avventurieri.  Avventurieri di ogni risma e luogo geografico che rendono ancora più squallida la casa. Un covo, non una casa. Più leggo e più mi vengono in mente quelle descrizioni cinematografiche dove il/la protagonista, anima pura, chiusa in sé è attorniata da figure lunghe e deformate che ridono senza senso.

Ma continuiamo. Il piano bizzarro (per non dire malefico) dei coniugi è di riuscire a unire Georgiana e il giovane Fledgeby, ma entrambi chiusi nel loro imbarazzo fanno fatica a comunicare fra loro anche se invitati a dividere lo stesso pranzo al tavolo dei Lemmle. E davvero vani sono i tentativi dei due di far parlare, anzi di parlarsi, i due ragazzi vittime delle loro reciproche timidezze. Qualche vana parola, qualche frase abbozzata, finisce poi in un inutile e significativo silenzio.

Il povero Cupido quindi si trova ad essere strattonato e manipolato così tanto che i due gatti famelici riescono (o credono di essere riusciti) a far innamorare i due.

Il capitolo si chiude con il ritorno a casa Lemmle e devo dire che un altro brivido di freddo mi ha attraversato la schiena: Alfonso sottolinea, su provocazione della “cara mogliettina”, che la scelta del giovane Fledgeby è dovuta al fatto che costui è un vero cane da caccia per tenersi attaccato i denari altrui e che la piccola Georgiana non è per niente una spiantata.

“…e la signora si sedette stanca e imbronciata, guardando il suo tenebroso signore che si impegnava in una violenta schermaglia con una bottiglia d’acqua di soda, coi gesti che avrebbe fatto se si fosse trattato di torcere il collo di qualche disgraziato e di berne poi il sangue a garganella.”

.

Buon Compleanno Robert Louis Stevenson!

http://www.robert-louis-stevenson.org/ http://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Louis_Stevenson

Altro compleanno, altro pilastro del genere horror, anche se anche in questo caso è limitante relegare Stevenson a un unico genere.

Viene ritenuto un romanziere e devo ammettere che guardando i suoi scritti si può dire che è un termine corretto: riuscire a spaziare da “L’isola del tesoro” con pirati e avventura a “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” con un argomento superficiale del terrore a uno più profondo dello sdoppiamento della personalità e del concetto di Bene e Male, non è da tutti. Saper spaziare in così grande genere letterario è una dote che apprezzo non tanto perché è una sfida per il lettore trovare i punti di contatto, ma soprattutto perché un autore che non si formalizza su un unico genere può trovare più fonti di ispirazione e maggiore libertà.

Dei due libri sopracitati ho letto solo uno in forma completa: “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”. Per quanto io adori i pirati e abbia visto un sacco di film di cappa e spada questo libro in forma integrale non mi è mai stato regalato da ragazzina (forse troppo maschile? Mah, i miei ci hanno provato a regalarmi libri da “femmina” ma ci hanno rinunciato presto, visto che andato a leggermi quelli di mio fratello lasciando indietro gli altri)  e quindi me lo sono trovata solo nelle varie antologie scolastiche e in qualche film. Però il personaggio di John Long Silver so che è lì che mi aspetta…come tanti libri per l’infanzia mi sa che dovrò scoprirlo da grande e tornare bambina! Peccato! 😀

Invece l’altro libro me lo sono letta e gustata da ragazzina, credo nell’edizione “Mille lire” (mamma mia come sono vecchia!) che uscirono quando ero alle superiori e che si trovavano in edicola anche. Ritrovarmi quei libricini pieni di opere classiche, fra le mani, aspettando l’arrivo dell’autobus che mi riportasse a casa, è stato un punto fermo della mia adolescenza.

“Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” viene letto sotto varie lenti di ingrandimento e devo ammettere che quando lo lessi la prima volta non colsi tutti i significati psicanalitici o altro. Trovai invece la lotta del Bene e del Male che vive all’interno di ogni essere umano; trovai anche la “lotta” della scienza contro la natura; trovai anche un senso di sconfitta dell’uomo. Per quanto egli viva nello stesso Ottocento di altri personaggi già qui trattati, qui non ho trovato il fiero sentore del progresso tecnologico sulla vecchiezza della scienza legata alla religione. Trovo piuttosto un senso di disperazione umana, una sfiducia invece nella ricerca scientifica; una paura palesata di fronte alla manipolazione della natura e dell’aprire la porta alla amoralità. Se anche il sottofondo è lo studio e le domande che provoca la nascita della psicanalisi, io ho sempre trovato in questo libro un discorso sulla legge e sul tentativo dell’uomo di esserne superiore. Se non per il fatto “pratico” non ho mai valutato la vicenda come un “banale” esempio di personalità doppia. Per me questo libro è e rimane un libro horror basato sulla morale (ma alla fine tutti i libri del genere e di quel periodo hanno lo stesso sottofondo) e niente di più. Di certo ha avuto una fortuna enorme nella filmografia e non c’è generazione che non si sia cimentata con questo romanzo.

Purtroppo anche Stevenson viene relegato dalla critica e dai libri scolastici nella letteratura di genere e soprattutto di genere per ragazzi, perdendo così tutta la sua importanza nella letteratura anglosassone. Peccato. Altro busto immobile, ma da svecchiare.

Buon compleanno Robert Louis Stevenson!

Buon Compleanno Bram Stoker!

Quando studi la letteratura inglese, c’è sempre il sotto capitolo sulla letteratura irlandese, senza un vero approfondimento, e di solito si citano solo o quasi due autori: Oscar Wilde e Bram Stoker.

http://it.wikipedia.org/wiki/Bram_Stoker

In realtà è veramente limitante trattare i due personaggi come loro, in semplici comprimari di una storia complessa come quella irlandese, senza davvero parlare della conquista inglese, dell’incapacità di sottomettersi degli irlandesi, di cattolici e protestanti e delle guerre di religione. Da una parte il padre del sarcasmo, dall’altra quello del genere horror. Stop. Ragazzi, passiamo ad altro, aprite il manuale di decerebrazione umana a pagina 46!

Stoker è davvero il padre dell’horror, ma non è un padre uscito dal nulla. Egli è piuttosto il plasmatore di un mito, colui che “giocando con la creta della paura” ha creato un mito inossidabile: Dracula.

Dracula è l’apice della montagna, dove prima c’era il padre Nosferatu e in fondo dall’altra parte lo sbriluccichio di Twilight.

Quando pensiamo al vampiro, al di là del vostro piacere personale (la lettura collettiva su “Intervista col vampiro” ci sta palesando proprio questo aspetto), sappiamo che dovremo scontrarci con i Carpazi, le navi misteriose, paletti, bare, terra natia, cacciatori; sappiamo che stiamo cercando un essere sovrannaturale, affascinante e perverso, diviso dal potere dovuto non dal vincere la morte, ma dall’averla come compagna (i vampiri non risorgono, mettiamocelo in testa. E’ come se, biblicamente presi, non entrassero nelle porte dell’aldilà e ritornassero in questa terra come sono: morti); sappiamo che dovremo incontrare il rapporto fra Dio e l’avversario, oppure farci una sonora risata perché qui siamo nel mezzo e ce ne fregiamo altamente.

Se negli antichi romani il vampiro non aveva nessuna parvenza di avvenenza, di conquista e di condivisione, ma era solo un qualcosa di estraneo contro il quale si chiedeva l’intervento divino, con l’arrivo di Stoker abbiamo lo spartiacque per eccellenza e i due mondi convivono, si mischiano, a tal punto che non è più Dio o gli dei a intervenire per risolvere la questione, ma è un uomo, magari religioso, ma uomo che grazie alla sua conoscenza sconfigge il male. Stoker si rivela figlio del suo tempo: di quell’ottocento in piena spinta industriale, dove la tecnologia prende il sopravvento sul lavoro manuale; la scienza sulla superstizione, diventando una nuova religione (già l’illuminismo aveva dato una bella botta alla religione canonica…); dove l’affrontare le proprie paure è un must per poter ambire all’ideale di uomo superiore; dove il sentore della guerra è dietro l’angolo, anche se non si immagina che sia una guerra mondiale.

Dracula diventa come un retaggio del passato che si può sconfiggere, ma che imperioso governa e vive sull’uomo. Van Helsing diventa la sua mimesi e il suo cooprotagonista creando una coppia inscindibile e mitica (nel senso di racconto epico che si tramanda nei secoli).

Leggere per me “Dracula” è stato un dovere e un piacere e devo dire che è l’unico vampiro che adoro, ma che combatterei schierandomi al fianco di Van Helsing. Ho letto il libro da ragazzina e ho trovato quel senso di dominio del male che credo sia fondamentale in questo genere di libri; ho trovato chi non è in grado di contrastarlo e soccombe a suo modo; ho trovato l’amore maledetto e malato, scelto e imposto; il concetto di dannazione, di scelta, delle conseguenze delle proprie azioni. Ho trovato soprattutto sostanza e leggere un libro che parla a tutti, malgrado i secoli passati.

L’unica cosa che gli “accuso” è che attraverso il suo libro il personaggio storico Vlad Tepes, da cui è stato tratto Dracula, è stato travisato o comunque mal studiato. Il principe di Valacchia era un personaggio che non andava troppo per il sottile e che sì, ha usato pali, chiodi e violenza per tenere in pugno il suo regno, ma tutto il circondario non è che fosse composto da santarellini. In più è grazie a lui se l’orda ottomana è stata fermata una volta e non ci ha conquistato e distrutto come voleva fare.

Buon Compleanno Stoker e grazie per tutte le paure ancestrali che ci hai dato!

POSTILLA!

A questo link potete trovare il podcast della trasmissione “Ad Alta Voce” di radio 3 Rai, dedicata a Dracula:

http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/Programmi/Page-9fe19bce-1c27-4b63-b41e-2d7581d21374.html

(se non vi si apre subito il link giusto, guardate l’elenco a sinistra e aprite il 2012 e lo troverete. Buon ascolto!)