“Intervista col vampiro” di Anne Rice

Sedetevi, spegnete il telefono, mandate a letto i bambini, mettete in pausa quello che state vedendo. Qui il discorso si fa lungo.

Sottotitolo 1:  Dare sempre retta al proprio istinto.

Se quella vocina interiore che vi aiuta nella scelta non solo degli abiti che pensiate vi stiano bene, ma soprattutto in quella dei libri e dei film, se essa vi parla, voi ascoltatela sempre. Sempre. A discapito delle moine del fidanzato/marito/amante. A discapito della frase della amica o dell’amico “è bellissimo, non te ne pentirai!”. Voi tirate dritto e non demordete, ella, la vocina, vi renderà felice.

Sottotitolo 2: Aveva ragione quel conferenziere che disse che ci sono scritture al femminile e scritture al maschile.

Di solito non credo che il genere sessuale sia una discriminante, ma davvero questo libro è l’apoteosi di quello che disse quel professore, sottolineando che gli uomini scrivono di azione, mentre le donne di sentimenti.

Sottotitolo 3: Se avete mai giocato a Vampire o avete letto questo libro e volete ricrearlo oppure evitatelo, vi basta giocare.

Se sapete cosa ho detto, non aggiungo altro.

Sottotitolo 4: A volte il film è meglio del libro.

Di solito no, di solito difendo il libro, se è nato prima, ma in questo caso vince il film 1-0, perché dura meno, è meno palloso e isterico, taglia molti passaggi inutili, rende meglio l’atmosfera in cui vivono e le città sono descritte meglio (l’immagine qui vince sulla descrizione).

Sottotitolo 5 (il più importante): Se adorate Dracula, evitate questi svenevoli vampiri.

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E qui cominciamo la recensione vera e propria.

Premetto che rispetto tutti quelli (ma penso più quelle) a cui il libro piace e piace tantissimo. Bene. Fatti vostri, ma a me a fatto venire noia. Quella noia che ti nasce dal cuore e che ti spinge a strappare le pagine per accorciare la storia (ma non lo fai perché dei poveri alberi sono morti per stampare quel libro; magari il libro non è tuo, te lo hanno prestato, lo hai preso dalla biblioteca…cose così, che ti fanno essere un lettore consapevole). Posso dire che ho odiato visceralmente questo libro e che a ogni pagina voltata ho sperato che apparisse Dracula, lui, solo lui, il vero signore delle tenebre a prenderli tutti a ceffoni, a voltarsi verso Van Helsing chiedendogli: ma loro no?

Ragionandoci su, con calma e meno visceralmente, credo che la differenza fra i due generi di vampiri sia una sola: il rapporto con l’umanità.

Se qui abbiamo un noiosissimo Louis (antagonista narratore del fesso J. Harker di Stoker) che racconta la sua vita, i suoi sentimenti (che noia, che barba), il suo rapporto con gli altri simili, in Dracula sono gli uomini a raccontare la loro avventura. I due punti di vista sono completamente differenti perché qui abbiamo solo un guardarsi l’ombelico che niente crea, dove Lestat crea un discepolo e non si sa nemmeno perché (dai su, non è credibile che sia solo perché vuole i suoi soldi! Dracula ottiene quello che vuole solo imponendosi), non gli spiega nulla, non gli da nemmeno indizi e lo “alleva” come solo fa un padre giovane e viziato. Gli umani sono mere figurine da usare o con cui provare pallidi sentimenti, e la loro vita non ha mai davvero a che fare con quella dei vampiri. Due mondi separati che si intersecano solo quando i vampiri hanno fame e uccidono per succhiare il sangue (ma uno straccio di investigatore della polizia mai? Una strage e tutto va bene? Alla faccia dell’inefficienza e corruzione della polizia!). I rapporti fra i vampiri non hanno nessun valore, ma sono meri sentimenti esagerati da operetta da tragedia romantica, ma senza averne lo spessore (lunghe pagine di qualunquismo vuoto di parole inutili e lagnose…). I poteri dei vampiri sono un accessorio che non si sviluppa mai, se non spinti da altri e nemmeno un secolo (più o meno quanto ho capito che sia durata la vicenda raccontata) fa sorgere domande, mettersi alla prova, sperimentare. Ah no, non si fa, bisognerebbe interagire in altro modo con il mondo. Scusate. Non è ancora uscito il manuale base di Vampire? No, torno dopo allora.

In Dracula invece il rapporto con gli umani è sofferente, continuo, come se il vampiro soffrisse davvero il ricordo più o meno sbiadito della sua vita passata e terrena (mentre nel libro della Rice essere ancora umani è un po’ come essere eccentrici e infantili); come se la scelta più o meno consapevole lo portasse a una solitudine che non si riesca a sopportare davvero; come se la dannazione e la lontananza da Dio sia fonte di rabbia e di voglia di continuare a dannare le altre anime. Dracula è un’isola che si muove in un mondo che non gli appartiene più, imperioso e maledetto, malvagio e in guerra.

Gli unici momenti davvero interessanti sono quando Louis va in chiesa e si fa domande su Dio, Satana e lui. Dove la crisi morale ed esistenziale viene ben resa con una visione forte, emotiva, sconvolgente, poi torna a casa e sembra di nuovo una casalinga disperata. Oppure quando Armand risponde alle sue domande su chi sono i vampiri e prende in giro le sue credenze. Qui si esce dal proprio ombelico e si cerca di dare una visione di paranormale ai vampiri, una spiegazione personale e originale (molto usata dopo in film e libri. E’ innegabile che la Rice ha fatto scuola), ma purtroppo dura l’attimo di vita di una farfalla.

Perché vorrei ricordare ai lettori che tutto va bene, ma questi sono considerati mostri. Paranormale. Esseri che non tornano in vita, ma vivono da non morti in mezzo a noi. Che per non sapere di cadavere devono cibarsi di sangue vivo. Se li vedeste dal vero vi farebbero schifo. Non sono modelli da passerella, poeti alla Verlaine o bevitori d’assenzio un po’ troppo attaccati alla bottiglia, ma molto fascinosi. Sono non morti e come tali vanno rispettati.

Ecco cosa alla fine non sopporto di questo libro: è l’inizio dello stravolgimento del mito che non ha origini nell’ottocento, ma risale ai babilonesi, ai romani, all’antichità. Di quel mito che è il senso di paura che hanno tutti gli uomini di fronte alla morte, al male, all’inspiegabile, al lato oscuro della luna; il senso di fascino perverso che il male fa nascere nell’uomo debole; l’inevitabile confronto fra vita che cerca di vivere e la morte che cerca di farla soccombere e farla schiava; la morale contro la sovversione di ogni limite naturale; l’uomo contro il non uomo.

Qui c’è una lagna di vampiro che non fa nulla se non lagnare (Louis. Ma anche l’autrice che così ha voluto scrivere il suo libro); un vampiro perverso che non ha storia e che alla fine si riduce a un beota da casa di riposo (Lestat); una bambina vampira che si fa domande più degli altri due messi insieme, ma che alla fine la sua mente immatura la porta alla dannazione (Claudia. Peccato perché è forse il più bel personaggio del libro. La sua fine, nella versione cinematografica, è anche quella che più mi è rimasta in mente per crudezza e ferocia nella storia dei film di genere); un vampiro antico ma che reagisce come un adolescente in crisi ormonale (Armand); una serie di inutili fighe vampire che sembrano uscite da un club di groupies di un poeta maledetto; un vampiro finalmente potente, mutaforme, ma uscito dal manuale (Santiago). Nessuno di loro ha il fascino, la perversione, il senso vero del dramma che ha Dracula anche solo in uno dei suoi pollici.

Niente è davvero sviscerato in profondo se non la lagna. Ma si può?

In più non capisco questa crisi ormonale di molte mie amiche per questi personaggi che non hanno spina dorsale e che si comportano come eterni adolescenti, immaturi e infantili. Spiegatemi perché, visto che io non ci arrivo.

Voto: 4, ma potrebbe essere anche un 2.

Si sappia pubblicamente che io adoro Leo Ortolani, perché è un genio.

So che le mie amiche di lettura non la pensano come me (lo sapevate, sono un licantropo ^_^ ) e che mi accuseranno di essermi fatta prendere dai miei pregiudizi, ma vi posso assicurare che ho iniziato la lettura nel migliore dei modi, ma quando a pagina 100 erano ancora lì a vedere come era bello l’ombelico, a pagina 200 l’ombelico era bello ma forse è più bello quello dell’altro, a pagina 300 no il mio ombelico è il più bello ma ti amo lo stesso, non ne potevo davvero più. Datemi un paletto di frassino e vediamo se non funziona! Oh come funziona dopo…

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“The possession” di Ole Bornedal

http://www.mymovies.it/film/2012/thepossession/

Ieri sera era la serata di Halloween ed io non festeggiandola la prendo come scusa per dedicarmi all’horror (come se in altri tempi non lo facessi…). Un tempo sky faceva una bella maratona dei film horror della Hammer Film oppure riproponeva dei bei classici, ma ora invece prende le ultime uscite, tratta la serata come una delle tante (e vabbè non è un reato, ma io rimango a bocca asciutta) e ci prendiamo quel che c’è. Orfana anche dalla videoteca comunale che ha pochi film della Hammer, mi tocca propendere per sky. Ehi, stop, fermi. Non iniziate a dire che sono fissata con la Hammer, ma quando c’erano le maratone io non avevo la possibilità di usufruire di sky, perché in possesso degli altri della famiglia, ora invece che posso usufruirne ciccia. Mi mordo solo le mani! In più la Hammer Films è la mamma di tutti i film horror che si rispettano (e qualcuno di serie B). Portate rispetto.

Mi preparo, sono un po’ scazzata, accendo la luce così vedo meglio (sì lo so gli horror si guardano a luce spenta, ma poi mi lacrimano gli occhi dalla fatica e quindi non vale la pena. Okkei è anche per controllare le ombre in casa…sai mai…) e mi preparo.

Punto su Sam Raimi perché o ci regalerà delle perle di splatter oppure un vero horror. Qui pecca.

Partiamo subito con la scheda tecnica e la descrizione.

Regia: 6 e mezzo. Ole Bornedal guida bene il suo circo e lo rende omogeneo e ben strutturato. Guida gli attori in una buona performance, rendendoli credibili (come solo possono essere in una storia dell’orrore in cui niente è come dovrebbe essere) e sa dosare bene i movimenti di camera per non far venire il mal di stomaco allo spettatore. Preciso, buon compito, belle idee (mi è piaciuta un sacco il palesarsi del demone attraverso la piscina della sala riabilitazione), ma purtroppo fa quel che può.

Scenggiatura: 5 In un buon horror questo è tutto. O meglio in certi tipi di horror. Qui abbiamo la citazione di un fatto vero come se bastasse a dare un senso al tutto, ma non basta. E’ che ci sono tutti gli elementi per rendere il film una vera pietra miliare, ma non c’è un vero approfondimento. La parte famigliare, il nucleo attorno al quale girano i sentimenti, le emozioni e il “cibo” per il demone è ben sviscerato, anche se non originale. Manca totalmente la parte teologica o esoterica. A un certo punto, non ho capito come e perché (cioè sì, ma campato per aria un po’), il padre (l’unico che ha capito qualcosa e che si batte per risolvere il problema) chiede aiuto alla comunità ebraica della sua città per chiedere un esorcismo. Così? E questi, senza un vero consulto, una comunicazione approfondita non solo lo cacciano, ma se ne fregano bellamente, tranne uno: un giovane rabbino capisce il problema e aiuta la famiglia. Okkei che si deve fare il parallelo fra chi crede o meno, chi ha paura o meno, che è razzista (perché non appartiene alla comunità) o meno, tutti topoi abusati, ma qui sono davvero appiccicati come le figurine panini. Capisco tutto quello che vuoi, che il tempo si sarebbe dilatato, ma qui si è davvero persa un’occasione. Prima di tutto perché si sarebbe sviluppato il capitolo sulla teologia e demonologia ebraica (poco usata in cinematografia, ma molto usata nella letteratura di genere di periodo o ispirazione ottocentesca. Ricordiamo “Il Golem” per esempio); poi perché come al solito c’è un demone, una vittima, un eroe e un sacerdote x, ma un legante vero fra loro? E’ sempre labile, mai veramente approfondito. Per farvi capire quello che dico, a me viene sempre in mente il film “Angel Heart- Ascensore per l’inferno” che non è un vero horror, ma che fa calare lo spettatore nell’atmosfera, nel voodoo, nel demoniaco (la scena di De Niro che mangia l’uovo è una delle più belle della storia): ti rimane appiccicato quel senso di paura, di inevitabile, di incapacità di contrastare certe forze. Cose che qui mancano, non perché non ci debba essere un lieto fine, ma perché non c’è il pathos, la ricerca, lo scontrarsi, il momentaneo soccombere. E’ tutto molto freddo. Compitino fatto senza impegno.

Scenografia: 6 Niente di che, ma curata. La scelta della scatola come dimora del demone è particolare, mi pone delle domande: sembra un oggetto banale, ma le scritte in ebraico (aramaico forse? Mah…anche qui è un bel problema di particolari a cui non saprei dare una risposta) la rendono l’oggetto sovrannaturale che è, ma sempre un po’ in sordina. La sua estetica è documentata o frutto di un’idea personale? Mah, sembra una domanda scema, ma alla fine se il film tratta di una “storia vera”. E’ un po’ come la tavola ouija che ha quella forma lì, canonica…così la riconosciamo tutti.

Costumi: 6 Non ci vuole molta fantasia in certi film

Effetti speciali: 7 e mezzo Gli effetti speciali fanno molto in questo genere di film e anche qui abbiamo un ottimo lavoro. La bambina deve subire la mutazione, si deve far vedere allo spettatore la possessione, il cambiamento e qui è tutto reso perfettamente, dosando i colori, la computer grafica e altre cose (beh sono caduti solo sulle pillole di sangue finto in bocca a una vittima: si vedeva troppo!). Non ci sono stacchi e la pellicola risulta omogenea.

Fotografia: 7 e mezzo. Anche questo aspetto ha reso molto alla realizzazione dell’atmosfera ed è stata dosata benissimo, alternando il colore con le tonalità di grigio per sottolineare sentimenti e situazioni.

Musica: 6 Un buon sottofondo, ma il fatto che in realtà non me la ricordi implica che non ha mai prevaricato, ma è stata usata come si faceva un tempo solo per sottolineare passaggi, emozioni e per coinvolgere lo spettatore.

Voto: 5 Per la tecnica del film e la recitazione il film sarebbe sufficiente, ma manca la base credibile e quella o si ha o non si ha. Peccato. Il finale aperto poi mi fa temere un seguito…