“Il nostro comune amico” Libro 2, cap. IX

Già il titolo (che non ho mai calcolato di mettere nei post. Vabbè…non correggo adesso) è tutto un programma: “In cui l’orfano fa testamento”.Allegria e gioia su tutti quanti, vedo…

Il signor Pauta (che Dickens attraverso il modo di fare del cameriere di casa Boffin ci dovrebbe insegnare come si pronuncia e invece no. Vabbè…) entra in casa Boffin portando notizie del piccolo orfano Giovannino: sta male. La spiegazione della malattia fa venire il nervoso a me e pensiamo quanto a Rokesmith che si intrattiene nella conversazione: macchie, ma pericolose, non morbillo, ma è meglio fuori che dentro.  La narrazione di Pauta ci da uno spaccato doloroso della condizione di vita delle famiglie povere dove malattia e lavoro convivevano a volte in una stessa stanza, dove la privacy non esiste e dove tutto si mischia e niente è sicuro.

La signora Boffin viene a sapere le condizioni del bambino e ne è, giustamente, angosciata e la sua premura contrasta con il modo di fare della signora Hidgen che per mille motivi diversi (abitudine, paura, ignoranza) non ha fatto uscire la notizia della malattia.

Decidono di andare immediatamente dal bambino, anzi no prima Pauta pranza lautamente e poi con calma arriva la carrozza. Ma perché questa lentezza? Se fosse stato per me sarei corsa fuori di casa urlando alla carrozza di prendermi al volo e portarmi dal piccolo! Forse ho visto troppi film d’azione.

Giungono alla casa carichi di regali (che ovviamente comprano sulla strada, perché erano andati troppo di fretta…) e trovano la situazione drammatica, con Bettina Hidgen che mette il carico da novanta: “comincio ad aver paura che non sarà più né mio né suo”.

La descrizione della scena, con Giovannino che fa fatica a parlare e guardare il cavallino portato in regalo, Bettina che si strazia, Bella che spinta da impeto se lo prende in braccio e lo coccola, ecco la scena diventa al massimo drammatica ma non riesce ad essere empatica; sembra quasi che Dickens abbia scritto il perfetto compitino, ma che non si sia immedesimato del tutto. Poi parte la botta di follia della vecchia che al sentire del desiderio della signora Boffin di portar via Giovannino per farlo curare (e poi non doveva comunque portarselo a casa un giorno o l’altro? O avevo capito male il contratto fra le due donne?), scappa quasi di casa e fa una sceneggiata tipica delle peggiori sceneggiate napoletane da operetta. Poi come è venuta la botta così se ne va e tutti tornano tranquilli e sereni a parlare attorno al corpicino malato di Giovannino. Questo continuo e repentino cambio di toni e di sentimenti dei vari personaggi mi fa pensare che Dickens avesse qualche problema con questo libro: ma gli è piaciuto scriverlo o doveva batter cassa per pagare le bollette? Inizio seriamente a pensare che sia il secondo…

Alla fine si ottiene il permesso di portare Giovannino all’ospedale (era ora, povero piccolo) e Rokesmith è quello pratico che riesce ad organizzare il tutto velocemente, ma non così velocemente come servirebbe perché arrivati sul posto il medico gela il segretario con un secco: “Bisognava pensarci qualche giorno prima! E’ troppo tardi!”

La descrizione di questo ospedale pediatrico (e mi sorprende perché non pensavo che esistessero a quei tempi) è veramente paradisiaca, con bambini intenti a riprendersi nella convalescenza, dipinti di angeli e bambini (comprensibile in ottica “teologica” e consolatoria, ma un po’ triste), tanti giochi per tutti e infermiere gentili e amorevoli. Questa visione tranquillizza tutti, tranne Rokesmith che avendo in testa ben salde le parole del dottore teme davvero per la vita del piccolo, decide di passare al notte al capezzale del malato. Anche la descrizione della notte nell’ospedale passa una strana sensazione di pace nel lettore e davvero stride con tutto quello che ci si aspetterebbe di vedere descritto, ma tant’è l’autore ha deciso così: avrà descritto la verità oppure la speranza di trovare un posto simile?

Il capitolo si chiude con un tremendo “lo lasciò” dopo che Giovannino chiede a Rokesmith di dare un bacio, da parte sua, a Bella.

Ospedale di Scutari. Immagine trovata in questo bel blog che in un post racconta la storia di Florence Nightingale http://georgianagarden.blogspot.it/2010/12/florence-nightingale-la-signora-con-la.html
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“Il Natale di Poirot” di Agatha Christie

Letto per tempo e finito la vigilia di Natale aspettando l’arrivo dei parenti. Mai sono riuscita a fare una cosa così combinata!

La storia la conoscevo per averla vista mille volte nella versione del film per tv, ma mai avevo letto il libro.  Ammetto che mi mancano molti libri di Agatha Christie anche se ho incominciato a leggerla da ragazzina. La mia normale propensione a centellinare gli autori nel tempo mi porta a trovarli sempre nella mia strada e a doverli leggere come dilatando il tempo: la trovo una ricchezza piuttosto che una lentezza.

Complice la lettura collettiva Cf natalizia (a dicembre non un singolo autore, ma un tema: delitto a Natale) ho trovato doveroso tornare al classico e rilassarmi. La lettura dei classici del giallo mi consente di spegnere il cervello e le eventuali ansie e di godermi l’investigazione pura e semplice.

per la trama: http://it.wikipedia.org/wiki/Il_Natale_di_Poirot

Sapere già come andava a finire mi ha aiutato a capire meglio la scrittura dell’autrice e come rendesse i personaggi in un racconto che si basa tutto sulle apparenze e sulla riconoscenza (in ogni senso). La Christie rivela un senso dell’ironia e dell’autoironia (legata alla sua terra e ai suoi connazionali e non su di lei) che le vale un vero plauso: mentre in altri racconti rimane presente lo stiletto contro l’ipocrisia della sua generazione, qui ci va giù pesante e non salva nessuno. Di certo ambientare un romanzo così violento e vendicativo proprio nei giorni del Natale impone che ci sia un contrasto intenso e lampante. Qui ogni personaggio è l’antitesi dell’altro: dalla misteriosa Pilar, all’esotico Farr; dai fratelli Lee, al loro dispotico e prepotente padre; dalle diverse cognate. E in mezzo a tutti c’è Poirot: serafico, fintamente tonto, gigione, elegante, educato, ma mai disattento e pronto a colpire e rimettere tutti i pezzi a posto quando meno se lo aspettano. E ogni cosa si sovrappone e si incastra all’altra con attenzione e cura e mai forzando il pezzo, conducendo per mano il lettore alla soluzione, mai davvero depistandolo.

Una delle accuse che si fa all’autrice è di nascondere sempre il pezzo centrale del puzzle investigativo e quindi di tenere il lettore lontano dalla soluzione, ma qui non accade, anche se non ci fa rimanere al fianco di Poirot ogni millesimo di secondo, ma lascia cadere gli indizi qua e là, con nonchalance come se la cosa alla fine non la riguardasse.

Poirot poi è qui in splendida forma, anche se è già nella sua fase lenta e attenta della vita e quindi sembra prendere tutto con calma serafica. Stupisce la sua attenzione alle donne di casa, non tanto perché utili alla risoluzione del problema, ma proprio come estimatore del genere femminile. Si sa che Poirot è un estimatore della bellezza e per quanto la sua “madre” lo abbia reso un impenitente scapolo ella sottolinea sempre come egli sia un vero osservatore della moda, della diversità dei caratteri e degli aspetti, eppure a me sembra sempre tutte queste osservazioni siano come degli indicatori e dei selettori per suddividere le persone e non come commenti personali. Qui invece appare l’uomo Poirot senza mai essere fuori dalle righe, anzi dovendosi rapportare con quattro donne dalle diverse caratteristiche.

Agatha Christie
Agatha Christie (Photo credit: Wikipedia)

Libro ben scritto, narrazione scorrevole e sempre molto precisa, ottimo romanzo giallo dove investigazione, mistero e paranormale (delitto che si compie nella stanza chiusa: pletora di opinioni e superstizioni a più non posso) si intersecano benissimo e con leggerezza sottile da ferire e dissanguare.

Tanto tempo era passato dall’ultimo suo romanzo, ma mi ha solo fatto venire voglia di leggerla e rileggerla.

Il telefilm è relativamente fedele al romanzo e pur tagliuzzando qua e là, aggiungendo e togliendo personaggi, non ha stravolto più di tanto il senso e l’assassino è quello, con quella motivazione e via di seguito. Ho visto telefilm più rimaneggiati…

voto: 7 e mezzo.

Se tornasse la biblioteca di Alessandria, allora noi tutti…

Titolo provocatorio e surreale, ma in effetti adatto a quello che sta “succedendo” ora nel mondo virtuale di fb.

Questo è l’evento di fb che mobilita centinaia di lettori a cambiare il proprio avatar con la copertina di un libro amato o simbolico o cose così:

https://www.facebook.com/events/338385859636542/

Da dove nasce? Nasce dalla coglionata di alcuni manifestanti, “sedicenti studenti”, che entrando nella biblioteca Ubik di Savona durante le manifestazioni dell’ 11 dicembre hanno intimato i commessi a chiudere il negozio se no avrebbero bruciato i libri. Prima di tutto a una  manifestazione non si minaccia chi non aderisce. La libertà di espressione vale da ambo i lati, ma questo è un principio che certi “democratici” ricordano a stento oppure non conoscono affatto. Secondo: non si bruciano i libri. Punto. Basta. Non ci vorrebbero spiegazioni.

Invece io vorrei che tutti riflettessero un attimo. Il libro, anche il più orrendo (che poi è tutto relativo alla fine, bando allo snob!), anche il più politicamente disturbante una volta scritto è un’idea che circola nel mondo e le idee non si cancellano, è inutile, la Storia lo dimostra. Distruggere un libro non serve a farla sparire, ma paradossalmente la si fortifica perché non c’è nessuno che possa testimoniare nero su bianco quello che dice davvero (vediamo come le teorie complottiste si basino proprio sui buchi delle fonti storiche). Nascondere un libro lo rende più desiderato. Cose così. Alla fine la fruibilità e la diffusione creano più cultura e più tranquillità e tolleranza e scambio di idee, che tante manifestazioni pro o contro qualcosa, ma questo è un altro discorso.

Quello che bisogna preoccuparsi è che quegli imbecilli (mi spiace non li posso chiamare manifestanti) non si siano resi conto che quel negozio non vendeva beni futili, non vendeva lusso per pochi, non c’erano simboli da abbattere, non hanno oggetti con un significato politico nel senso partitico; quegli imbecilli non si sono resi conti di essere una massa di ciechi mentali che continua a diffondere l’ignoranza e la disinformazione e che sono i cagnacci di tutti coloro che vogliono poter comandare una massa di incolti manipolati da notizie sul web create ad ok per creare maggiore disinformazione. Un libro non è un oggetto. Un libro è cultura, è divertimento, è pensiero, è politica, è storia, è vita. Bruciare un libro, anche solo pensarlo, vuol dire voler bruciare un uomo. I roghi dei libri nella Storia sono i momenti più bassi della civiltà e della cultura di un popolo o di un movimento politico: sono il simbolo della paura mischiata all’arroganza, della stupidità salita al potere. Non c’è giustificazione per un rogo programmato, voluto, pensato e motivato (gli incendi capitano, a volte senza dolo).

Poi mi fermo e placo la mia incredula ira e mi soffermo a pensare all’evento fb. Ovvio che i lettori, dai forti ai medi ai vaghi, si sono indignati, hanno cambiato avatar, hanno giustificato la scelta del libro e via dicendo, ma questo è un dato di fatto che non crea scandalo: un lettore difende sempre un libro. Magari lo discute, magari lo recensisce con piacere o con disgusto, ma lo difende come valore in sè. Quindi l’evento è un modo per unire il mondo dei lettori, per far loro alzare la testa, ma alla fine sembra di parlare un po’ fra sè e sè. Come arrivare a chi non legge? Come provocare una scintilla di dubbio in chi è entrato in quella libreria con intenti malsani? Come scuotere chi scuotendo la testa (vuota mi verrebbe da aggiungere) ha difeso quel modo di fare in nome della rivoluzione? Perché lo scopo dovrebbe essere quello. Dovremmo uscire dalle nostre tranquille librerie, biblioteche, case e sfidare l’ignoranza non come una lotta dove uno deve soccombere sotto i piedi dell’altro, ma come un confronto che porta il cervello a farsi domande e a scegliere la curiosità. Un lettore non può essere un mondo chiuso che continua a chiudersi in sè per paura di essere disturbato. Il lettore deve essere un combattente, uno che sfida il tempo e il mondo che lo circonda senza alcuna paura, perché ha armatura e armi forti e durature.

Se nel mio profilo personale ho scelto “Il cavaliere inesistente” di Calvino per tutto quello che mi ha allora comunicato e ora al ricordo emozionato; se nel profilo di fb di questo blog ho scelto uno scontato “Fahrenheit 451” di Bradbury per la rabbia della situazione che ha scaturito tutto ciò; dopo questo post mi rendo conto che sono e rimango una Don Chisciotte sempre e comunque e che vorrei riuscire a buttare giù i mulini a vento per una volta nella mia vita.

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Nel frattempo rimango convinta che la vera rivoluzione sia non distruggere, ma condividere; non aver paura, ma rischiare; leggere a voce alta e non bruciare.

“Apocalisse Z. I giorni oscuri” di M. Loureiro

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Secondo capitolo della saga di Louriero, dove il nostro mondo all’improvviso viene contagiato da un tremendo virus, la maggior parte di noi si zombizza e solo pochi si salvano. Detta così è l’ennesimo libro sugli zombie, sulla fine del mondo e l’unica cosa differente è il punto di vista del “salvato”. Ebbene sì, la trama è sempre la stessa per x libri dello stesso genere.

Il primo volume l’ho letto quasi esattamente un anno fa, sempre con il cielo plumbeo e i riscaldamenti al massimo, al caldo sulla poltrona, mente nella storia tutto cadeva a pezzi. E devo dire che non mi ero appassionata tantissimo alla vicenda anche perché c’era l’enorme bug della mancanza totale di nerditudine nel protagonista: un avvocato, alquanto banale ed egoista, senza la benché minima capacità specifica di sopravvivenza , ma solo con l’istinto di rimanere in vita. Questo non aveva mai visto uno zombie, sprecava un sacco di tempo in elucubrazioni assurde e decideva di rischiare il tutto per tutto portandosi dietro il proprio gatto (che okkei l’amore per gli animali, okkei la paura della solitudine in un mondo devastato, ma un gatto? E poi il più ubbidiente gatto dell’intera storia del mondo e dell’umanità! Buono, arriva alla chiamata, mai approfittatore, sempre paffuto e coccoloso! Dai! Su! Non esiste! Elemento più sovrannaturale che i non morti) e alla fine, con più culo che anima, riusciva non solo a vivere, ma anche a trovare dei compagni di viaggio che anche loro fortunati come pochi. Perché allora leggere il secondo volume se il primo era la fiera delle ovvietà? Perché il primo finisce “tronco”! Ossia finisce interrompendo la vicenda a metà e lasciando il lettore con la curiosità di sapere come andrà a finire. Quindi era ovvio che leggessi questo (come dovrò leggere anche il terzo, visto che hanno utilizzato ancora lo stesso espediente).

Cosa posso dire di questo secondo episodio? Continua di certo la fiera dell’impossibile, dove i nostri protagonisti hanno fortuna a non finire, anche nelle difficoltà più immediate. Sono arrivati a Tenerife credendo di trovare un piccolo paradiso e invece si trovano nell’avamposto di una guerra civile spagnola (fra due isole, fra due governi, fra repubblicani e monarchici) e della dittatura “democratica”. Si trovano invischiati a loro malgrado in una storiaccia, perché alla fine un cattivo umano ci vuole e far vedere che l’essere umano rende sempre il peggio di sè è una costante che movimenta sempre tutto, peccato però che nella vicenda solo i nostri protagonisti (perché da uno più un gatto, sono diventati quattro più un gatto) sono umani e provano sentimenti sociali e affettivi. Perché? Questa desolazione che appare scontata (come la frase verso la fine che sottolinea che l’umanità non ha bisogno di una infezione per sterminarsi) aumenta il senso di desolazione e in me aumenta anche il senso di noia. Questi sono continuamente in volo, in avanscoperta non volendolo, in mezzo ai casini (c’è anche lo “zoo”), ma mai che sia venuto in mente a loro di trovarsi un pezzo di terra, costruire un fortino, riscoprire l’arte militare anche senza pallottole e ricominciare a vivere. No, niente. In questo libro c’è la desolazione dell’uomo moderno che non sa vivere senza tecnologia, senza la modernità.

Quindi alla fine due soli sono gli aspetti che mi sono piaciuti del libro: uno narrativo e uno morale.

Quello narrativo è la spiegazione scientifica e logica (per la storia ovvio) della nascita e diffusione del virus. Finalmente si ha una idea di credibilità nella situazione, di possibilità (ricordate la sars?) che tutto ciò accada: da quel senso di realismo che fa pensare al lettore che sarebbe meglio che iniziasse a imparare ad accendere un fuoco, a tirare con l’arco, a zappare e filare e tessere e tanto altro per la sopravvivenza.

Quello morale è il senso di disumanizzazione e incapacità di imparare non solo dagli errori, ma anche dal passato, cercando di ricostruire la vita invece di lasciarsi abbattere e dominare dai soliti egoismi di potere. E’ proprio la desolazione quella che prende il sopravvento, più che il senso di silenzio nelle città che spesso l’autore sottolinea per indicare l’assenza di vita umana. Bello l’episodio del Prado (non dico nulla).

Voto: 5/6 Buono l’impegno, ma da quel senso di già letto.

“Ripper Street”: violenza di fine ottocento, ma con stile.

Giallo è un buon canale di telefilm di genere, magari non è sempre all’avanguardia e trasmettere “Matlock” può non essere sempre un merito (ma nonno Simpson apprezza comunque), però ha qualche chicca che ho deciso di non perdere. La prima chicca è stata la terza serie di “Whitechapel”, ma seconda questo telefilm inglese: “Ripper Street”.

http://it.wikipedia.org/wiki/Ripper_Street

Dubbiosa, totalmente. Oramai ammetto di essere sfiduciata. Quindi le prime due puntate le ho viste senza troppo entusiasmo, poi devo dire che mi ha preso la “scimmia” e ieri sera me le sono proprio godute.

La trama è semplice, ma alla fine nessuna puntata lo è: distretto di polizia a Whitechapel, 6 mesi dopo l’ultimo omicidio di Jack lo Squartatore. Le vicende di svolgono nel quartiere, ma con alcuni punti fissi: la stazione di polizia, l’ambulatorio medico, un orfanotrofio e il bordello. Attorno a questi punti di riferimento (che detta così potrebbero essere i punti di riferimento di un Monopoly vittoriano) girano i personaggi che ti aspetti, o meglio quelli che hanno senso che ci siano ma caratterizzati molto bene. Mi spiego meglio.

Il comandante Edmund Reid (Matthew Macfadyen) è l’uomo tutto d’un pezzo che ti aspetti, il segugio che tutti vorrebbero in polizia, l’osso duro che non molla, ma che non azzanna mai a vanvera. E’ IL poliziotto. Eppure sotto questa sua divisa, vive un dramma che fatica a metabolizzare, un “mistero” che tutti sanno ma che non dicono per rispetto, una ferita che fa sì che la moglie lo abbia abbandonato per dedicarsi alle opere di bene. Lo si vede che soffre, ma niente lo riesce a distogliere dalla pista una volta intrapresa la caccia.

Il medico Homer Jackson (Adam Rothenberg) è l’uomo di scienza senza giacca e cravatta, pronto a sperimentare ogni evoluzione medica, donnaiolo fin troppo moderno (e chi ha visto la prima puntata sa a cosa mi riferisco), anche lui con un segreta da spartire con la bella maitress Long Susan (Myanna Buring), coinvolta suo malgrado o no in quasi tutti gli episodi. Un rapporto complice e conflittuale tutto da seguire. 

Attorno a loro tutta una serie di personaggi più o meno sviscerati, ma fondamentali per l’evolversi delle diverse situazioni.

Ammetto però che l’aspetto che mi piace di più è l’atmosfera gotica, ma mai paranormale; l’investigazione è sempre precisa, logica, umana, anche quando lo spetto di Jack Lo Squartatore aleggia in ogni angolo. I casi sono violenti, truculenti, pesanti, ma sono l’immagine riflessa della società inglese dei sobborghi dove malavita, illegalità e povertà si intrecciano violentemente e in modo insindacabile. Bellissima la puntata con la banda dei ragazzini il cui capo tutto tatuato ricordava un po’ l’estetica fredda del romanzo di Lilin “Educazione  siberiana”. Qui la fredda Albione, la Londra elegante e all’avanguardia (pronta alla guerra, supportata dal progresso tecnologico), si trasforma diventando una Albione sporca e low steampunk, mischiando tatuaggi e doppiopetto, bustini e psicopatici. Lo studio e la ricerca storica che sta alla base di ogni puntata non da adito a polemiche di aver scelto vie alternativa (ovvio che aspetterei di avere il conforto di un rievocatore o storico del periodo) e anzi fanno apprezzare ogni dettaglio, ogni piccolezza buttata lì in un angolo. In più la citazione di personaggi della storia e della cronaca rendono ancora più credibile l’atmosfera.

Purtroppo la serie è stata interrotta dopo la seconda stagione con gran sconcerto di tanti, anche se alcune notizie (post del blog di uno dei protagonisti) ci fanno ben sperare. Incrociamo le dita.

“Indovina chi viene a cena” di Stanley Kramer

Ci sono film che conosci a memoria, ma che ami rivedere allo sfinimento.

Ci sono film che fanno parte della storia del cinema, ma anche della società.

Ci sono film che si danno anche per scontati e alla fine ti parlano, parlano proprio a te in un momento particolare della tua vita, anche se non te lo aspetti.

Tutto ciò mi è capitato con “Indovina chi viene a cena” di Stanley Kramer.

http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=11961

Non ricordo nemmeno quando fu la prima volta che lo vidi e per tanto tempo l’ho solo preso per una normale commedia degli equivoci, della normalità; poi l’ho visto come il film denuncia sulla società americana; poi l’ho visto come una prova d’attore di tre grandissimi attori in momenti diversi della loro carriera. Poi giovedì pomeriggio me lo sono trovato fra capo e collo e non ho avuto il coraggio di cambiare canale. Volevo godermi un grande Spencer Tracy o una meravigliosa Katharine Hepburn, volevo godermi gli abiti eleganti e ben tagliati di lei, il modo di fare burbero di lui, cercare di scoprire come due grandi attori potessero recitare insieme e nel frattempo nascondere e far trasparire la loro storia d’amore, ma sono stata travolta dal rapporto famigliare che lega tutti i personaggi.

Sono stata divisa da questa figlia che guarda un uomo senza controllare il colore della pelle, ma facendosi travolgere dall’istinto, da un uomo che palesa con dolore il dramma che ha vissuto e vuole farsi travolgere dall’amore senza guardare il colore della pelle della donna che ama; divisa da un padre che monolitico in tutte le sue scelte deve scendere a compromessi, ma anzi no, deve accettare che le sue parole diventino atti concreti, perché alla fine le parole non valgono nulla senza i fatti; divisa da una madre che per amore si strapperebbe il cuore che è l’unico organo che vale la pena di tutelare; divisa da una governante vittima lei stessa dei pregiudizi e dalla paura nata dall’amore per una figlioccia.

Questa volta vedere il film mi ha lacerato, perché è troppo facile schierarsi dalla parte della madre (K.H) che parla, come la madre di lui, di sentimenti, di passione, come se la vita si potesse davvero vivere solo di quello; è troppo facile parteggiare per i due innamorati; troppo facile scontrarsi con il padre di lui che rivendica il fatto di aver fatto chilometri con la bisaccia sulle spalle per farlo studiare e che quindi pretendere che questo abbia un peso nella sua vita. Bisogna scontrarsi con il personaggio di Matt Drayton. Tocca farlo nella vita. Me ne sono resa conto. Perché arriva un momento in cui le nostre parole che servono a pontificare, a muovere masse e opinioni, che ci fanno votare un partito oppure l’altro, si scontrano con la realtà e devono diventare fatti. Il personaggio, spinto da amici e parenti, pungolati dalle parole altrui, deve fare il salto e superare l’ipocrisia che rende tutti noi parolai, ma ignavi (non offendetevi, su, a volte lo siamo un po’ tutti, non volendolo anche), deve diventare Uomo e superare il proprio limite. La coerenza è il pregio più difficile da mantenere, il più facile da attaccare.

Alla fine questo film ha parlato a me, nel mio momento della vita, per quanto mi abbia sempre allietato e fatto pensare nel tempo passato. E questo perché? Perché è la differenza fra un classico e un libro/film ben fatto ma passeggero. Il classico parla sempre al lettore, al di là del tempo e dello spazio. Il classico per quante volte lo hai letto dirà sempre una cosa nuova, passerà sempre un messaggio chiaro, illuminante per quel momento particolare della tua vita. Il classico avrà sempre un rapporto particolare con ognuno di noi, presi singolarmente e come umanità. Passa il tempo, rimane giovane, anche se gli abiti e le parole sembra diventare di pietra. Il classico è qualcosa che non dobbiamo mai dimenticare e sotterrare, ma al massimo mettere alla prova e vedere se e cosa ci sta dicendo.

È molto interessante, è molto interessante davvero e divertente, oltretutto vedere un vecchio liberale incallito venire a faccia a faccia con i suoi principi.” Monsignor Mike Ryan

“Il Grinta” dei fratelli Coen

Metti un sabato sera da sola, in collina, con la nebbia che trasforma tutto in un limbo zombifero. Metti che quel sabato sera sei particolarmente sveglia e tranquilla da guardarti un film. Metti che rai 3 ti regala una programmazione non mortifera, drammatica, postsmaronamentodizebedei. Ed ecco che appare “Il Grinta” e la tua poltrona comoda è davanti alla tv.

Questo film era fra quelli da vedere, anche se sapevo già che era un remake, che il confronto con l’originale era ostico, che il western lo conosco poco, che potevo aspettarmi di tutto ma anche niente. Insomma sapevo che volevo guardarlo, ma mi ero bellamente scordata le recensioni. E questo è un bene.

http://www.mymovies.it/film/2010/ilgrinta/

L’epopea del western la conosco, i temi pure, l’eroica vicenda dell’uomo contro gli altri/la natura/la legge o l’illegalità, i cavalli, la steppa, i lunghi panorami silenziosi. Tutte cose che si erano viste, ma che alla fine non è che mi appassionano più di tanto. O meglio il genere non è il mio, ma se capita una buona storia fa solo piacere vederlo.

La storia è un classico direi, ma con un po’ di personaggi sballati. C’è la vendetta o meglio la necessità di avere giustizia, il fuorilegge, lo sceriffo e/o i cacciatori di taglie (qui è meglio dire gli ispettori federali o i Texas ranger, sì come Walker di C. Norris). Solo che chi muove la vicenda è una ragazzina che ha più sale in zucca, conoscenza e attributi di tutti gli uomini che incontra (e li piega tutti alla sua logica), il cattivo è uno che proprio non riesce a capire cosa sia il bene e la legge, lo sceriffo federale un orbo ubriacone e spaccone e infine il Texas ranger un ragazzotto con più sale in zucca di quanta aria fa uscire dalla bocca.

Mattie Ross (interpretata da Hailee Steinfeld) è un gran bel personaggio ed è colei che consapevolmente o meno muove le fila della narrazione. Dal suo punto di vista è la storia della sua crescita, del suo passaggio alla vita adulta prendendosi ogni responsabilità. E’ il personaggio della consapevolezza e rettitudine, mista a intelligenza e alla capacità adolescenziale di vedere le cose o bianche o nere, senza sfumature. Per quanto tutti si rendano conto che è una ragazzina, il suo essere passare in secondo luogo e mai subisce un qualche atto di razzismo sessuale o di impedimento serio, nessuno le dice “sei donna, aspetta un uomo che si prenda cura di te.” Interessante cosa, che effetto che rende la storia non storica, se mi prestate il gioco di parole. L’attrice non mi ha lasciato molto, ma non capisco se è dovuto al fatto che il suo personaggio è così ben strutturato e avvincente da superare la recitazione, oppure lei è stata brava a renderlo vero con una naturalezza che mai supera la righe.

Jos Brolin è il cattivo, ma diciamo che è solo un cameo, d’effetto, ma un cameo. Per buona parte del film è una foto, poi lo si incontra sul finale e fa la fine che deve. Ammetto che come cattivo è sicuramente surclassato da ‘Lucky’ Ned Pepper interpretato da Barry Pepper: un cattivo a tutto tondo, fermo, con una storia e una serie di taglie sulla testa che pochi potrebbero gestire senza perderla per davvero. Spiace perché il buon Brolin ha caratterizzato bene il personaggio ma è stato sprecato per l’esiguità della sua presenza.

Matt Damon mette in scena un altro dei suoi personaggi un po’ dandy, un falso machio, ma senza essere micio. Sarà per la faccia troppo da bravo ragazzo, ma davvero risulta poco credibile come texas ranger anche quando in un impeto di mascolinità cerca di rimettere in riga la giovane Mattie. Però sparisce come recitazione e come caratterizzazione, come se non avesse abbastanza aria per emergere.

English: Jeff Bridges at the Independent Spiri...
English: Jeff Bridges at the Independent Spirit Awards in Los Angeles on March 5th, 2010. (Photo credit: Wikipedia)

Tutto questo perchè a prendere il posto che fu di  John Wayne, Marshal Reuben J. Cogburn, è niente di meno che Jeff Bridges. Bello come pochi uomini possono essere da giovani e stupendamente affascinanti da grande, io adoro quest’uomo. Lui potrebbe leggere anche la lista della spesa che io gli darei 10. Sono prevenuta? La mia obbiettività va a farsi friggere davanti a lui? Certo! Se fai “Tron”, “La leggenda del re pescatore”, “Il Grande Lebowsky”  e rimani sempre con quello sguardo magnetico, il sorriso divertito di chi sta facendo con passione il suo lavoro, non puoi non dire che lo ami! Non so come fu la versione di J. Wayne (ma so che mi toccherà vederla), ma lui rende benissimo questo finto duro dal cuore tenero, il padre senza figli che vede nella ragazzina chi educare e salvare, il destinato a rimanere da solo a seguire la propria missione, lo stanco ma non deluso o battuto dalla vita. E’ l’uomo tutto d’un pezzo, ma non monolitico, che ti aspetti di vedere vicino a un falò, la notte, mentre i cavalli si riposano, pronto a riprendere la pista abbandonata ma senza fretta. Per quanto il doppiaggio sia stato ben fatto, mi è rimasto il tarlo di sentire come la sua voce abbia reso il personaggio…

Regia: 6 e mezzo. I fratelli Coen strutturano un altro bel film sull’umanità, seguendo il filone dei personaggi fuori dal comune. Affrontano l’epica del west con attenzione, applicando tutto quello che ti aspetti. Non sbagliano, non esagerano, dosano tutto. Troppo oserei. Sembra che si siano un po’ imborghesiti.

Sceneggiatura: 7 Tutto fila alla perfezione, anche se come detto prima avere come protagonista una ragazzina di ferro è qualcosa di straordinario. I personaggi sono calibrati, ottimi dialoghi, qualche stereotipo di botta e risposta, ma niente di scontato o abusato.

Scenografia: 6 e mezzo. Era difficile sbagliare e infatti non lo hanno fatto. Buon compito, cura dei dettagli, ma nessuna personalizzazione.

Costumi: 7 e mezzo. Per quanto non possa dire nulla di tecnico, tutto calza a pennello e anche la ragazzina con il cappotto del padre scomparso non risulta ridicola o fuori luogo.

Effetti speciali: 7 . Gli effetti speciali fanno il loro dovere quando non si vedono, a mio parere, soprattutto per un certo genere di film. E così fanno per quasi tutto il film: nel finale i fratelli si fanno prendere la mano e li riconosci proprio per rendere la situazione favolistica e quindi finta. Peccato.

Musica: 6 . Anche questa rientra nel registro di genere, quindi è consona, non sbava, ma purtroppo non rimane in mente, non ti viene da canticchiarla subito dopo. Compitino ben fatto, ma sempre compitino.

Voto: 6 e mezzo. Ho passato una buona serata, mi sono divertita anche un poco emozionata, ma mentre guardavo continuavo a chiedermi “ma come è l’originale?” e la cosa non va bene. Vedremo l’originale e capiremo meglio.

“Thor – The Dark World” di Alan Taylor

Ieri sera “serata cinema inaspettata”! Raro evento, perché di solito pianifico le uscite e mi ingastrisco se le cose capitano all’ultimo minuto, ma a sto giro ho mollato il cervello in un barattolo sul comodino (con sopra una scritta di ABQUALCOSA per ricordarmi cosa servisse) e ho lasciato agli altri pianificazioni e altro e mi sono goduta la visione.

Avevo già letto varie critiche e i pareri erano tutti abbastanza negativi, poi leggo il blog di Leo Ortolani (il padre di Rat Man tanto per capirci) e trovo la migliore e più corretta recensione che uno potrebbe mai leggere: questa. Tanto lo so che non sarà un film da oscar o da pietra miliare del cinema. Lo so e lo sento perché i film sui fumetti DC o Marvel sono tutti manipolati, elaborati, triturati, masticati e poi buttati nella mischia in modo che piacciano al maggior numero possibile di spettatori, indipendentemente dal fatto che abbiamo mai avuto fra le mani un albo. Io non sono un’esperta di fumetti americani, ma ogni tanto mi è “scappato” di leggere un albo e qualcosa la so (no non sono Sheldon Cooper e mai diventerò come lui!), quindi quando mi siedo in una sala cinematografica per guardarmi un fumettone mi aspetto un po’ di credibilità.

Su Thor hanno lavorato in troppi e non propriamente bene. Kenneth Brannagh con il primo film ha cercato di dargli uno sfondo shakespeariano, trovando nel rapporto Thor e Odino una sorta di rapporto amletico non passato per la morte del padre, con tutti gli intrighi di palazzo possibili e immaginabili. In realtà la mitologia norrena, a cui liberamente si ispirò il fumetto, è molto più che shakespeariana, ma il film non può essere reso nella stessa maniera e mantenere anche un impronta leggera e volutamente sopra le righe.

Questo secondo film non ha nessuna velleità teatrale e quindi rimane sul filone baraccone, divertimento, effetti speciali e un po’ di storia d’amore che non guasta mai (così fa contente le morose gnese dei vari ragazzi/uomini che se no sarebbero stati obbligati a guardare qualche insulsa commedia d’ammmore).

http://www.mymovies.it/film/2013/thor2/

Ma veniamo a noi. A me il film è piaciuto o meglio ho trascorso un buon paio d’ore al cinema, staccando il cervello.

Partiamo con quello che non mi è piaciuto.

Sceneggiatura: 5

Dialoghi. Non sono sempre all’altezza di una buona conversazione, come se ci fosse sempre un qualcosa di scontato sotto. Sono freddi, troppo ben scritti, ma non veramente interpretati. E’ come se in realtà gli attori non avessero potuto mettere del loro nella storia e anche quando le frasi sembravano un po’ campate per aria quelle erano e quelle dovevano rimanere.

Storia d’amore. Beh…lo avete visto tutti…è di una banalità imbarazzante. Nel primo film Natalie Portman si trovava fra le mani un tozzo di ragazzone biondo e pettoruto venuto dallo spazio che manco sapeva come ci si comportava, salvava il mondo, la sbaciucchiava un po’ e poi le diceva “sai sono un dio, il mondo è lontano, tu sei importante per me, appena posso mi faccio vivo, sai capiscimi…” Ovvio che dimenticare un dio è difficile, dimenticarlo con quel fisico ancor meno, ma porcaciccia quando ti ricapita fra le mani devi proprio creare le peggio cose??? Non so, tipo, continuare a cercarlo, trovare una reliquia, farti possedere dalla reliquia e distruggere la casa del tuo amato? Hai voglia a usare la scienza per farti perdonare! E poi diciamocelo…siete di due mondi diversi, non vi capirete mai davvero…eppure ammetto che il mio unico gene romantico per un nano secondo ha pensato: ma noi niente? Ci trasferiamo anche ad Asgard, dai! Noi saremmo state più utili, anche non sapendo sbattere le palpebre così bene. Credo che a questo punto io debba imparare a sbattere un po’ meglio le ciglia…

I compagni di Thor sono inconsistenti e per quanto siano fondamentali per risolvere una parte della quest (ah no non è un gioco di ruolo! Poco ci manca), sono mere figurine: la guerriera, lo spadaccino con tante donne, l’orso e il saggio. Bon, basta. Fatto compitino torna a casina.

Freya. Madre amorevole per entrambi i figli, donna di polso e di coraggio, viene sacrificata sulla pubblica piazza dello schermo perché troppo ingombrante. Basta Odino per creare confusione in famiglia e lei è troppo saggia per vivere.

L’esercito asgardiano. Pura carne da macello.

La terra. Pura carne da macello, senza mai un giornalista che faccia il suo dovere, provocando allarmismo più o meno a caso. Due semplici caccia inglesi mandati allo sbaraglio contro l’astronave aliena, ma manco lo straccio di un bobbies a dare una mano ai nostri eroi. Ora sappiamo come si può invadere l’Inghilterra senza far muovere un uomo.

Cosa mi è piaciuto.

Scenografia: 8 stupenda. Un misto di fantascienza, steampunk anni’20, futurismo e base epica sia norrena che greca. E’ un tripudio per gli occhi Asgard e se ci soffermassimo bene su ogni dettaglio vedremmo un sacco di citazione artistiche. Il ponte dei mondi che porta ad Asgard risulta essere un perfetto connubio fra l’arcobaleno e il ponte di Brooklyn, ma risulta assolutamente credibile. La stanza delle reliquie e il libro delle leggende (perfetto fra le miniature simil medievali e l’effetto cinematografico molto steampunk) sono una chicca che lasciano a bocca aperta. Poi ci sono le statue monumentali degli avi degli dei che ricordano gli Argonath a guardia di Gondor. Le astronavi sono superbe, un vero tocco di fantascienza in un film che non dovrebbe appartenere a quel genere, eppure sono le prime che mi hanno lasciato la sensazione di averle già viste, con quella loro forma allungata e come la prua di una nave che fende l’aria e la terra come il coltello caldo fa con il burro; sono una citazione, un omaggio o una copiatura? Su questo punto anche altri miei amici hanno condiviso, ma non hanno saputo darmi una risposta precisa.

Costumi: 7 e mezzo La differenza fra umani e asgardiani e altri popoli di altri mondi è facilmente resa, ma era davvero impossibile sbagliarla. La tutina di Thor che dovrebbe simulare una armatura squamata è un ridicola, ma alla fine tocca passarci sopra. Heimdall sembra il cavaliere dello zodiaco del Toro, ma è perfetto come guardiano combattente. In realtà il voto è portato in alto dalla caratterizzazione dei cattivi: gli elfi oscuri. Sono stupendi. Sono un connubio fra elfi di tolkeniana immaginazione e i Borg di Star Trek, ma molto più cattivi dei primi e molto più solidali fra loro dei secondi. Malekith poi è il cattivo per eccellenza, in quel misto di capo tragico e eletto del suo popolo, sulle cui spalle ricade tutto il destino della sua razza, ma anche la saggezza del passato. Le maschere degli elfi oscuri anche quelle mi ricordano in qualche modo gli immortali del film “300” eppure hanno anche un’estetica che non riesco a mettere a fuoco.

aprite l’immagine per gustarvi meglio i dettagli

Effetti speciali: 7 Tutto gira alla meraviglia, si vede proprio che la tecnica sta diventando artigianato di alto livello e di pubblico dominio. La battaglia navale in città ha un po’ il sapore dei video giochi di Star Wars, ma sono emozionanti e coinvolgenti. Il martello di Thor è un essere fisico e non una mera figurina. La sala di Heimdall è poi un posto fantascientifico, preciso in ogni dettaglio, ma credibile come l’analisi medica che fanno su Natalie Portman.

Particolare d’altri tempi sono i titoli di coda con le riproduzioni disegnate di alcune scene del film.

fumetto Robert Rodi e Esad Ribic

Come sempre interessante il rapporto fra Loki e Thor e forse prende più gli spunti dalla mitologia che dal fumetto, però consiglio a tutti coloro che volessero vedere l’altro punto di vista del rapporto fra questi due fratelli di leggere il fumetto “Loki” di Rodi & Ribic, dove Loki non è il villain che tanto fa sospirare le fanciulline spettatrici (tristezza…), ma si capisce da dove nasce il suo risentimento nei contronti del dio del martello di tuono.

Quello che mi ha lasciato indifferente.

Regia: 6 Un buon lavoro, ma niente di eccezionale o di personale. Ammetto di non conoscere il regista e quindi non ci riconosco il suo marchio, ma vedendo la sua biografia dovrebbe essere uno che se ne intende di fumettoni buoni per i nerd.

Musica: 6 anche qui niente di così importante da ricordare.

Voto: 7 Voto alto me lo dico da sola, ma il film ha molti spunti interessanti per ricercare altri film e fumetti; rimane fedele, anche se in modo superficiale, a più opere sia letterarie che fumettistiche; lo spirito baraccone e volutamente divertente prende lo spettatore in un vortice di rilassamento, provocandogli un voluto distaccamento da ogni pensiero e problema. Ed è questo quello che mi aspetto da questo genere di film.

“Krabat e il mulino dei dodici corvi” di Marco Kreuzpaintner

Prendi un venerdì stanco e solitario, prendi che in tv ci sarebbe da vedere ma non ti prende nulla, prendi che per caso nel pomeriggio avevi notato una pubblicità di un film fantasy su rai 4, prendi tutto ciò, mischialo e poi ti posizioni davanti alla tv con tante speranze. Vane. Molto vane. Per fortuna che c’è fb e gli amici lontani a darti un supporto in queste follie.

Prima di tutto ammetto ancora una volta la mia totale ignoranza e la totale assenza del libro in italiano su anobii. Quindi gli ignoranti sono due. Come faccio a sapere ste cose? Beh fb…gli amici lontani…loro sì che avevano letto il libro. Quindi ero fiduciosa, tutti a dire che il libro era bellissimo, okkei per ragazzi, ma scritto con tanti modi di lettura, andava bene anche per i grandi…ero davvero fiduciosa.

In più la fotografia lasciava presagire che ci fosse un po’ di lavoro sotto, visto che era curata, con una scelta dei sotto toni del grigio verde che fa tanto fantasy lato oscuro, dove il bene deve sgomitare per vincere sul male che sembra invincibile. Non una storia alla “Il signore degli anelli”, ma nemmeno un “Harry Potter” in salsa tedesca, ma uno di quei film che ricordano Conan, Solomon Krane, quelli la cui trama cerca un appiglio nella storia e nelle leggende scomparse di popolazioni oramai assorbite dalla modernità.

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Leggi poi recensioni come questa, di Film Tv, e davvero le aspettative sono altissime.

E cadono, si infrangono, si rompono e il sonno e la noia prendono il sopravvento.

Prima di tutto manca totalmente di substrato, di tutti quei piccoli dettagli che rendono la vicenda emozionante. Poi mancano i vincoli di legame seri fra i personaggi. Poi mancano i dettagli vari. Poi ti chiedi che senso abbia la voce narrante che ogni tanto compare come il grillo parlante.

Quello che ho visto io è questo: un ragazzino orfano a un certo punto lascia la sua “casa famiglia” dove non si capisce come stia (bene, male, indifferente) e si ritrova non si sa come in una casa mulino di soli ragazzi e un uomo. I ragazzi si spaccano la schiena, non si lavano mai, ma gli abiti sono sempre a posto, non si sopportano fra di loro, mentre l’uomo non fa nulla ed è grasso e pasciuto e se la guarda mentre gli altri si mettono vicendevolmente alla prova. C’è una sorta di tutoraggio, ma alla fine funziona fino a mezzo dì. Poi arriva la vigilia di Pasqua e senza un preavviso il ragazzino viene invitato a partecipare a un rito magico e senza manco un moto di curiosità o di repulsione fa tutto quello che gli dicono. Tutto, beh andare come spirito in un villaggio vicino e trasformarsi in corvo. Stop. Questa è magia nera. ahhhhhhhhhhh, tanta roba!

Poi quando arrivano i soldati (da non si sa dove e perché), i ragazzi difendono il villaggio come i migliori monaci shaolin. Non si capisce quale sia il vero rapporto fra il mulino e il villaggio: sembrano due entità che si trovano casualmente a contatto e poi si ignorano. A nessun vecchio bacucco o uomo del villaggio (che sono pochissimi, sono quasi tutte donne) sembra stana quel mulino?

Quando l’adolescenza prende il sopravvento, gli ormoni si risvegliano, gli occhi di una bella ragazza ti rapiscono il cuore, il nostro protagonista si trova di fronte all’interdizione della casa di innamorarsi, se no tu muori, il padrone rimane giovane più a lungo e tocca trovare un sostituto perché bisogna sempre essere in 12 se il mulino si incavola. Perché il mulino è vivo! Vivo? Sì! Perché e come? Mah, tanto non importa a nessuno, nessuno se ne accorgerà! o.O

Il finale è scontatissimo e anche quello che per tutto il film speri sia l’aiutante del padrone e quindi la spia alla fine è un buono anche lui e la casa, il mulino e il padrone (che poi sarebbe uno stregone potentissimo!) muoiono come dei tordi e tutti vissero felici e contenti.

Il film dura 2 ore. Di noia mortale, dove quello che succede capita senza la minima emozione, moto nella narrazione, senza una spiegazione, tutto nel grigio più totale, con la faccia sporca e gli occhi sgranati.

Dove è la magia nera? Dove il mago potentissimo? Dove la prevaricazione vera, il senso del dominio che la magia nera porta con sè in tutte le favole e racconti? Dove il vero bene? Ah quello appare quando il protagonista si riappropria della propria croce cristiana ricordo della madre morta e così…così cosa??? Questa croce che il padrone vedeva come un ostacolo, gli fa qualcosa contro? No!

Io vi chiedo e mi chiedo, dove siano andati a finire gli sceneggiatori. Quelli bravi. Quelli che sanno scrivere storie logiche, non meri scribacchini!

Mi dicono che il libro sia molto meglio e che valga la pena di leggerlo, ma ammetto che devo aspettare a farlo (pur avendolo messo in lista desideri della biblioteca), perché se ora ci penso mi vien da dormire.

Regia: 5 Compitino senza pretese, senza strafalcioni, ma senza domande se le cose stessero filando giuste o meno.

Sceneggiatura: non pervenuta

Scenografia: 6 e mezzo Belli i dettagli del mulino e della sala della magia nera, per il resto normale ma niente di che.

Fotografia: 8

Effetti speciali: 7 Sono credibili, ben dosati.

Musica: 5 non la ricordo, ma qualcosa c’è di sottofondo.

Costumi: 6 Niente di speciale, ma alla fine curati e credibili.

Voto: 4 La noia vince su tutto…

“Piramide di paura” di Barry Levinson

A Natale ci si aspetta di vedere i soliti film in tv. Questa volta non è una polemica. Un Natale senza “Una poltrona per due”, “Asterix”, “The Blues Brothers” e “Frankenstein Jr.” non è Natale.

Dite che non è così? Beh per me sì, visto che questi film vengono immancabilmente replicati ogni anno nelle feste natalizie, in ogni canaletta possibile e immaginabile, e devo ammettere che non so perché proprio questi e non altri. O meglio “Una poltrona per due” è in stile natalizio, ma gli altri no, quindi? Quindi sono belli, sono dei classici, sono fatti bene, ridi ogni volta che li vedi. Punto. Altre domande inutili? No? Perfetto.

http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=18495

Un po’ più in sordina rientra anche il film del titolo, anche se la tv non sempre lo ha premiato nei passaggi televisivi, ma ammetto di avere il sesto senso e in un modo o nell’altro riesco a vederlo sempre.

Chi mi conosce sa che adoro Sherlock Holmes, che per me è solo ed esattamente come l’ha pensato Sir Conan Doyle e che poche trasposizioni sono fedeli al suo spirito.

Posso anche sperare di poter vedere la fedele trasposizione di ogni romanzo e racconto, ma alla fine tutti noi sappiamo che il povero Watson non poteva scrivere proprio tutto di quello che combinavano! 😉 Così accetto i racconti inventati, le vicende mai successe e mi godo le investigazioni. Ovviamente quando si fanno questi lavori cinematografici, purtroppo si deve tirare la biografia del protagonista, si deve eccedere per essere originali, si deve travisare lo spirito e quando questo succede io di solito giro canale.

Allora perché qui non cambio?

Perché per quanto la storia non sia perfettamente consona con la biografia di Holmes, il suo metodo, il suo modo di affrontare le cose è quello che si riscontra in Holmes, anche se non c’è ancora il cinismo e la scostanza tipica del personaggio.

Qui Holmes e Watson si incontrano da ragazzini (e non da uomini fatti, ma pur quanto giovani), frequentano la stessa scuola e devono affrontare una setta egizia super malvagia.

L’aspetto paranormale è sempre presente in Conan Doyle (non a caso egli si occupò di studi sulla parapsicologia e sullo spiritismo) e quindi la presenza della setta è assolutamente in linea. In fin dei conti cosa è “Il mastino dei Baskerville” se non la logia applicata a fenomeni inspiegabili e leggende tramandate di padre in figlio?

Il rapporto di amicizia, cementato dalla stima reciproca delle differenze e dallo stimolo continuo di superare i propri limiti, c’è, come nei suoi migliori romanzi.

Il cappello e la pipa trovano una spiegazione.

Moriarty pure.

Rimane fuori dai soliti giochi Elizabeth che risulta essere la ragazza di cui Holmes si innamora. Presenza spiegabile ed accettabile, valutando il fatto che non è pensabile che il nostro sia diventato misogino senza ragione e perché tanti studiosi sospettano che sì, una donna abbia colpito e affondato l’investigatore inglese nel profondo, impedendogli di avere una vita “normale”.

Fuori luogo sembrano i rimandi su una ipotetica tragedia famigliare, ma alla fine visti nel contesto del film che stiamo trattando sono spiegabili con logica (ovvio!) e rispetto della trama.

Quindi?

Quindi io preferisco mille volte questa versione che quella di Guy Ritchie (che pure è l’unico che ha sviluppato la parte fisica e agonistica del personaggio che mai si è sottratto alla lotta), che è fin troppo spettacolare, pompata e hollywoodiana, e che a distanza di anni dalla prima volta in cui lo vidi, continuo a trarne piacere nella visione. Se penso poi che stamattina ho aperto gli occhi e cantavo la canzoncina dell’imbalsamazione egizia…

Regia: 6 e mezzo

Sceneggiatura: 7

Scenografia: 7 e mezzo

Effetti speciali: 7 Per i tempi diciamo che sono stati fatti bene e uniscono i primi rudimenti della computer grafica con l’artigianato.

Fotografia: 6/7

Musica: 7

Costumi: 8 Belli e mischiano la ricostruzione credibile degli abiti dell’epoca con gli aspetti un po’ steampunk della setta egizia.

Voto: 7 e mezzo