“Il nostro comune amico” Libro 2, cap. VIII

A questo punto la vicenda si sposta in casa Boffin i quali vivono tranquilli e felici in quella enorme casa che altro non fa che attirare parassiti a più non posso.

Il rapporto fra Bella e la signora Boffin possiamo intuire che non sia dei migliori, non tanto perché la tutrice sia invadente o cosa, ma piuttosto perché la “simpatica e umile” (parole mie e non dell’autore questa volta) ragazzina trova che i modi fare della signora la mettono costantemente in imbarazzo. Come se Bella fosse nata e vissuta nella famiglia più altolocata e disciplinata dell’intero universo! E sopratutto la fanciulla ha una parola buona per tutti…proprio proprio…

Sembra che tutto debba girare attorno a lei e quando viene a sapere che, non si sa come, il segretario è geloso della conoscenza di Bella e Mortimer, lei gongola proprio.

Il dialogo fra i due ragazzi dimostra una educazione un carattere completamente differenti: lui molto discreto, attento anche a compiacerla, lei sempre puntigliosa e scostante. Sembra il miglior inizio per una vera storia d’amore!  E sono delle delicate parole di lui a convincere (o a raccogliere una inesistente sfida) Bella ad andare a trovare la sua famiglia, che aveva bellamente (ahahahah) dimenticato che esistesse.

E il quadretto famigliare è veramente terribile. Ancora una volta Dickens tira fuori il suo pennino intinto nell’acido: il rapporto fra madre e figlie è non solo freddo, ma in costante lotta, dove alla fine Bella risulta l’elemento più umano e gentile. Il più l’invidia della signora Wilfer per la condizione agiata e fortunata dei signori Boffin traspare da ogni parola che le esce dalla bocca. Davvero un altro bel personaggino simpatico! E Lavinia, degna figlia di cotanta madre, invece che riconoscere la pochezza morale della sua famiglia riversa sui Boffin le peggio cose, colpevolizzandoli di portar zizzannia. Davvero non c’è limite al peggio a volte.

Nemmeno la presenza di Rokesmith, apparso dal nulla e oramai appare come un folletto sistema situazioni, riesce a rendere le tre donne più umane e gentili fra loro, ma anzi fa ritornare tutto nel formalismo un po’ pungente.

Gli unici pensieri gentili di Bella sono rivolti al padre e quando aprendo il pacchetto inviatole da Boffin, per mano di Rokesmith, trova del denaro il suo primo pensiero è di portarli al padre sul posto di lavoro.

L’incontro fra padre e figlia è finalmente un quadretto umano di affetto e si nota che fra i due c’è un’intesa consolidata e fatta da piccole attenzioni e condivisioni di momenti di pura tranquillità. Bella confida al padre la sua paura di essere una ragazza lamentosa e difficile e cerchiamo di leggerlo come un momento di confessione più che di raggiro per farsi dire che non è così. Di certo questa ragazza ha più buone qualità di quanto ci si possa immaginare, ma la cattiva influenza di madre e sorella le fanno sempre uscire una parola acida quasi per tutti. Ovvio che poi quando si leggono i sogni di gloria e di soldi che si fa Bella diciamo che la stima su di lei torna al punto di partenza…

Il padre la riporta coi piedi per terra, rendendosi conto che oramai lei è uscita dalla loro famiglia per entrarne in un’altra (ovvio questo accade sempre, ma di solito è tramite un matrimonio). E in questo suo tornare coi piedi per terra ella ammette di amare i soldi per quello che si può comprare, di essere diventata interessata e di volerne di più anche attraverso un buon matrimonio. Messo sotto un’altra forma sarebbe stato il discorso di una ragazza logica e attenta al suo futuro, ma qui fa solo una figura meschina e magra, di fronte a un padre che rimane esterrefatto da cotanta confessione.

Povera Bella, quanto il tuo animo è arido, ma non dispero che verrai presa contro piede e ti dovrai scontrare con l’amore!

lungomare di Trouville di Claude Monet
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