“Indovina chi viene a cena” di Stanley Kramer

Ci sono film che conosci a memoria, ma che ami rivedere allo sfinimento.

Ci sono film che fanno parte della storia del cinema, ma anche della società.

Ci sono film che si danno anche per scontati e alla fine ti parlano, parlano proprio a te in un momento particolare della tua vita, anche se non te lo aspetti.

Tutto ciò mi è capitato con “Indovina chi viene a cena” di Stanley Kramer.

http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=11961

Non ricordo nemmeno quando fu la prima volta che lo vidi e per tanto tempo l’ho solo preso per una normale commedia degli equivoci, della normalità; poi l’ho visto come il film denuncia sulla società americana; poi l’ho visto come una prova d’attore di tre grandissimi attori in momenti diversi della loro carriera. Poi giovedì pomeriggio me lo sono trovato fra capo e collo e non ho avuto il coraggio di cambiare canale. Volevo godermi un grande Spencer Tracy o una meravigliosa Katharine Hepburn, volevo godermi gli abiti eleganti e ben tagliati di lei, il modo di fare burbero di lui, cercare di scoprire come due grandi attori potessero recitare insieme e nel frattempo nascondere e far trasparire la loro storia d’amore, ma sono stata travolta dal rapporto famigliare che lega tutti i personaggi.

Sono stata divisa da questa figlia che guarda un uomo senza controllare il colore della pelle, ma facendosi travolgere dall’istinto, da un uomo che palesa con dolore il dramma che ha vissuto e vuole farsi travolgere dall’amore senza guardare il colore della pelle della donna che ama; divisa da un padre che monolitico in tutte le sue scelte deve scendere a compromessi, ma anzi no, deve accettare che le sue parole diventino atti concreti, perché alla fine le parole non valgono nulla senza i fatti; divisa da una madre che per amore si strapperebbe il cuore che è l’unico organo che vale la pena di tutelare; divisa da una governante vittima lei stessa dei pregiudizi e dalla paura nata dall’amore per una figlioccia.

Questa volta vedere il film mi ha lacerato, perché è troppo facile schierarsi dalla parte della madre (K.H) che parla, come la madre di lui, di sentimenti, di passione, come se la vita si potesse davvero vivere solo di quello; è troppo facile parteggiare per i due innamorati; troppo facile scontrarsi con il padre di lui che rivendica il fatto di aver fatto chilometri con la bisaccia sulle spalle per farlo studiare e che quindi pretendere che questo abbia un peso nella sua vita. Bisogna scontrarsi con il personaggio di Matt Drayton. Tocca farlo nella vita. Me ne sono resa conto. Perché arriva un momento in cui le nostre parole che servono a pontificare, a muovere masse e opinioni, che ci fanno votare un partito oppure l’altro, si scontrano con la realtà e devono diventare fatti. Il personaggio, spinto da amici e parenti, pungolati dalle parole altrui, deve fare il salto e superare l’ipocrisia che rende tutti noi parolai, ma ignavi (non offendetevi, su, a volte lo siamo un po’ tutti, non volendolo anche), deve diventare Uomo e superare il proprio limite. La coerenza è il pregio più difficile da mantenere, il più facile da attaccare.

Alla fine questo film ha parlato a me, nel mio momento della vita, per quanto mi abbia sempre allietato e fatto pensare nel tempo passato. E questo perché? Perché è la differenza fra un classico e un libro/film ben fatto ma passeggero. Il classico parla sempre al lettore, al di là del tempo e dello spazio. Il classico per quante volte lo hai letto dirà sempre una cosa nuova, passerà sempre un messaggio chiaro, illuminante per quel momento particolare della tua vita. Il classico avrà sempre un rapporto particolare con ognuno di noi, presi singolarmente e come umanità. Passa il tempo, rimane giovane, anche se gli abiti e le parole sembra diventare di pietra. Il classico è qualcosa che non dobbiamo mai dimenticare e sotterrare, ma al massimo mettere alla prova e vedere se e cosa ci sta dicendo.

È molto interessante, è molto interessante davvero e divertente, oltretutto vedere un vecchio liberale incallito venire a faccia a faccia con i suoi principi.” Monsignor Mike Ryan

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