“Il nostro comune amico” Libro 2, cap. IX

Già il titolo (che non ho mai calcolato di mettere nei post. Vabbè…non correggo adesso) è tutto un programma: “In cui l’orfano fa testamento”.Allegria e gioia su tutti quanti, vedo…

Il signor Pauta (che Dickens attraverso il modo di fare del cameriere di casa Boffin ci dovrebbe insegnare come si pronuncia e invece no. Vabbè…) entra in casa Boffin portando notizie del piccolo orfano Giovannino: sta male. La spiegazione della malattia fa venire il nervoso a me e pensiamo quanto a Rokesmith che si intrattiene nella conversazione: macchie, ma pericolose, non morbillo, ma è meglio fuori che dentro.  La narrazione di Pauta ci da uno spaccato doloroso della condizione di vita delle famiglie povere dove malattia e lavoro convivevano a volte in una stessa stanza, dove la privacy non esiste e dove tutto si mischia e niente è sicuro.

La signora Boffin viene a sapere le condizioni del bambino e ne è, giustamente, angosciata e la sua premura contrasta con il modo di fare della signora Hidgen che per mille motivi diversi (abitudine, paura, ignoranza) non ha fatto uscire la notizia della malattia.

Decidono di andare immediatamente dal bambino, anzi no prima Pauta pranza lautamente e poi con calma arriva la carrozza. Ma perché questa lentezza? Se fosse stato per me sarei corsa fuori di casa urlando alla carrozza di prendermi al volo e portarmi dal piccolo! Forse ho visto troppi film d’azione.

Giungono alla casa carichi di regali (che ovviamente comprano sulla strada, perché erano andati troppo di fretta…) e trovano la situazione drammatica, con Bettina Hidgen che mette il carico da novanta: “comincio ad aver paura che non sarà più né mio né suo”.

La descrizione della scena, con Giovannino che fa fatica a parlare e guardare il cavallino portato in regalo, Bettina che si strazia, Bella che spinta da impeto se lo prende in braccio e lo coccola, ecco la scena diventa al massimo drammatica ma non riesce ad essere empatica; sembra quasi che Dickens abbia scritto il perfetto compitino, ma che non si sia immedesimato del tutto. Poi parte la botta di follia della vecchia che al sentire del desiderio della signora Boffin di portar via Giovannino per farlo curare (e poi non doveva comunque portarselo a casa un giorno o l’altro? O avevo capito male il contratto fra le due donne?), scappa quasi di casa e fa una sceneggiata tipica delle peggiori sceneggiate napoletane da operetta. Poi come è venuta la botta così se ne va e tutti tornano tranquilli e sereni a parlare attorno al corpicino malato di Giovannino. Questo continuo e repentino cambio di toni e di sentimenti dei vari personaggi mi fa pensare che Dickens avesse qualche problema con questo libro: ma gli è piaciuto scriverlo o doveva batter cassa per pagare le bollette? Inizio seriamente a pensare che sia il secondo…

Alla fine si ottiene il permesso di portare Giovannino all’ospedale (era ora, povero piccolo) e Rokesmith è quello pratico che riesce ad organizzare il tutto velocemente, ma non così velocemente come servirebbe perché arrivati sul posto il medico gela il segretario con un secco: “Bisognava pensarci qualche giorno prima! E’ troppo tardi!”

La descrizione di questo ospedale pediatrico (e mi sorprende perché non pensavo che esistessero a quei tempi) è veramente paradisiaca, con bambini intenti a riprendersi nella convalescenza, dipinti di angeli e bambini (comprensibile in ottica “teologica” e consolatoria, ma un po’ triste), tanti giochi per tutti e infermiere gentili e amorevoli. Questa visione tranquillizza tutti, tranne Rokesmith che avendo in testa ben salde le parole del dottore teme davvero per la vita del piccolo, decide di passare al notte al capezzale del malato. Anche la descrizione della notte nell’ospedale passa una strana sensazione di pace nel lettore e davvero stride con tutto quello che ci si aspetterebbe di vedere descritto, ma tant’è l’autore ha deciso così: avrà descritto la verità oppure la speranza di trovare un posto simile?

Il capitolo si chiude con un tremendo “lo lasciò” dopo che Giovannino chiede a Rokesmith di dare un bacio, da parte sua, a Bella.

Ospedale di Scutari. Immagine trovata in questo bel blog che in un post racconta la storia di Florence Nightingale http://georgianagarden.blogspot.it/2010/12/florence-nightingale-la-signora-con-la.html
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