“Il nostro comune amico” Libro 2, cap. XII

Ci spostiamo nei quartieri dei cantieri navali a seguire le vicende di Rogue Riderhood (ma è quello che ha ingiustamente accusato il padre di Lisetta dell’omicidio del giovano Harmon?), il quale non può nascondere la sua fama di delatore e in tanti lo schifano. Dickens ci sottolinea che se non fosse per la presenza della figlia Piacente (ma che razza di nome è? Ma mio caro traduttore, non potevi scegliere qualcosa di meno assurdo?), il nostro falsone sarebbe già sotto terra… Dickens allora fa il furbo con il nome della povera ragazza, come se non fosse colpa sua (a questo punto mi viene da pensare che anche in inglese sia un nome veramente assurdo). Questo modo di fare degli autori mi è un po’ insopportabile: in fin dei conti essi sono le divinità dei loro libri e dei loro personaggi e fare dell’ironia su situazioni e nomi che loro hanno creato è veramente fuori luogo.  Come discusso anche nella pagina fb di questa lettura collettiva, mi chiedo cosa passasse per la testa a Dickens e se davvero gli piacesse la storia o gli servisse solo per pagare le bollette (io propendo per questa seconda ipotesi).

La giovane Piacente ci viene descritta nel migliore dei modi, ma ha la sfortuna di avere un padre delatore e una madre morta ubriaca, i quali non solo le hanno lasciato un nome assurdo, ma anche un banco di prestiti (io suppongo che sia un po’ un’usuraia…dai aspettiamoci questo aspetto dalla giovane vittima del suo creatore), o meglio il banco lo ha ereditato dalla madre, visto che sembra che solo lei avesse un mestiere riconosciuto. Anche la descrizione fisica (strabica e di indole nervosa) rincara la dose…ma perché?

Anche il carattere della ragazza dimostra un cinismo e una durezza che siamo sicuri, noi lettori, sia frutto della vita che l’ha cresciuta, dove i valori morali sono distorti da opportunismo e bassezze e dove niente di positivo può arrivare a rallegrare la giornata e la vita. Noto con piacere che per ora è un altro bel capitolo emozionante…speriamo che migliori…

E in questo suo mondo di cinismo, durezze (bello il padre che la picchiava…proprio bravo Rogue, questo aspetto gioca a tuo favore, sì sì), ma popolato di marinai e di mare, ella vive la sua vita mischiandosi con il resto degli abitanti del quartiere, finché un giorno appare un uomo sull’uscio della bottega alla ricerca del padre di lei.

Il dialogo fra i due è ricco di misteri, perché l’uomo appare come un marinaio ma ha le mani lisce (e questo incuriosisce la ragazza), dice di conoscere la bottega, di esserci già stato ma di non aver usufruito né della pensione (copertura del negozio) né del deposito, ma di conoscere Rouge ed è necessario che gli parli. L’uomo ha tutti i caratteri per essere un bel personaggio misterioso, ma sono convinta che riusciremo a rovinarlo…La discussione da un primo approccio conoscitivo di entrambi, sul padre di lei dove si trovi, si sposta sulla vita dei marinai e se da quelle parti subiscano furti e delitti. Cosa sta cercando l’ex marinaio? O chi sta cercando?

Rientra il padre con vero fare paterno (le butta in faccia il cappello bagnato, manco fosse un appendiabiti…) e “gentilmente” si rivolge allo straniero. Altrettanto gentile è il dialogo fra i due e nemmeno il vino che Rogue ha preteso buono riesce a cambiare i modi di questo delatore senza scrupoli, mentre l’uomo misterioso misura parole e gesti; solo alla vista del coltello del marinaio, Rogue si lascia andare. Il coltello si scopre essere appartenuto a Giorgio Radfoot, ucciso malamente tempo prima…così come la giacca che l’uomo indossa. Rogue diventa sospettoso, ma alla fine il vino è la sua vera preoccupazione e non esita a provocare lo straniero senza capire se possa essere pericoloso o meno, ma le accuse che egli gli contesta servono alla fine a innervosirlo.

L’uomo misterioso rivela a Rogue di sapere cosa sia successo riguardo al delitto Harmon, ma rifiuta categoricamente non solo di dire cosa sa e cosa ha fatto in base alle sue conoscenze, ma anche di rivelare come faccia ad avere oggetti di Giorgio Radfoot. Tutto ciò manda davvero in bestia il truffaldino, ma la paura della calma e delle accuse dello straniero lo mettono subito a “giudizio”, mostrandosi anche fin troppo ossequioso. L’uomo così viene a sapere quali sono state le azioni di Rogue riguardo le accuse  e la morte di Gaffer e della situazione dei figli del morto.

E così come è entrato in scena, così l’uomo se ne va, non prima di aver minacciato di tornare e di dare a Rogue la parte che gli spetta dalla ricompensa dello svelamento della morte di Gaffer.

Darsena di Genova primo novecento. Foto tratta da questo blog http://hotel-vittoria-genova.blogspot.it/2012_02_19_archive.html
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“Le 5 leggende” di Peter Ramsey

Se la tua giornata si prospetta di fatica manuale, ma te ne puoi stare tranquilla a farlo sul divano, questo è uno dei film che fanno per te. Ovvio che non tutti possono permettersi di passare una giornata a lavorare sul telaio e avere il telaio in salotto a fianco della tv, ma ogni tanto queste fortune mi capitano. Dopo essermi guardata tutta la prima serie di “The bridge” che avevo registrato ma non ero mai riuscita  a vedere mentre montavo il telaio, questo film è stato un vero momento di svago nel lavoro.

http://www.mymovies.it/film/2012/theguardians/

La trama è la classica trama natalizia: il bene contro il male, personaggi mitici che hanno forma e vita e che combattono fra di loro per conquistarsi i bambini e le loro anime. Okkei forse ho semplificato un po’ troppo, ma alla fine la trama è quella, ma mentre di solito abbiamo il solito bambino eletto che risolve la situazione, qui abbiamo un giovane guardiano che deve capire perché è stato scelto e cosa può fare. Il diverso è il modo di rappresentare i diversi guardiani o meglio le leggende.

Partiamo dall’uomo della luna. Non si sa chi sia e cosa faccia e perché lo faccia, ma un po’ il deus ex machina della situazione. Forse troppo facile come scelta, come un personaggio alla Verne che abita lassù, ma forse fa riferimento a qualche personaggio della narrativa anglosassone che noi qui non abbiamo presente. E questo si può capire con la citazione del personaggio di Sandman che io pensavo che fosse solo una creazione di Neil Gaiman ma invece pare che sia una figura mitica. Mah, non saprei che dire. Interessante la scelta di come è stato reso l’omino dei sogni, che un po’ ricorda Eolo e un po’ Yoda, ma non capisco perché dovesse essere muto. Misteri della fede.

La fatina dei denti è un classico anche da noi, anche se forse (come si vede anche nel film) la sua versione europea con i topini. Non credo che esista una vera e propria immagine, anche se si gira per internet si possono vedere una serie di santini con Sante e Santi protettori di denti e dentisti. Comunque il personaggio è quella nota tutta femminile, materna e un po’ evanescente che non deve mancare mai, come se mettere troppi maschi nella scena potesse offendere le femminucce in sala. Non ho niente contro questo personaggio che alla fine è gradevole e non oca, ma davvero bisognava che fosse lei il solito stereotipo? Mah.

Il coniglio pasquale. Discutiamone. Davvero. Da noi non so quanto tiri questo personaggio, ma io devo ammettere che non ho frequentazioni correnti con chi è sotto al metro e deve ancora provare a fare le equazioni, quindi non so se vince la ricerca dell’uovo colorato (che manco io facevo) oppure quello della kinder. Pazienza. Comunque il personaggio è il Vin Diesel della situazione e la cosa è giustissima. Non è un coniglio, ma una lepre; è sbruffone e un po’ testosteronico; gradasso, ma serio; maschio dal cuore tenero (e ci sono due momenti in cui la cosa si nota e in una ti scappa anche da ridere). In più ha quel modo di fare un po’ da uomo delle foreste che mi ricorda qualche mio amico e non può che essermi simpatico.

i folletti in versione banda musicale per grandi eventi

E poi c’è Babbo Natale. Con gli avambracci tatuati, l’accento dell’Europa dell’Est e le sciabole per combattere: un misto di cosacco, coca cola e pirata. Semplicemente adorabile. E’ il “padre” del gruppo, colui che per saggezza e per lavoro deve coordinare i guardiani e insegnare la via al nuovo guardiano, ma è anche colui che più rimanendo vicino al concetto di infanzia trova tutto divertente soprattutto il suo ruolo. Tutto il suo mondo è semplicemente fantastico, fatto di giocattoli, parco giochi, renne palestrate con slitta ultramoderna annessa, ma soprattutto gli Yeti e i folletti. Questi ultimi non sono tenerelli come i Minion di “Cattivissimo Me”, ma vi dico che ne voglio un sacco: sono piccoli, multitasking, dispettosi, poliedrici e semplicemente fondamentali per ogni piano ben riuscito.

Jack Frost che è il vero protagonista della vicenda è abbastanza anonimo, anche se devo dire che non ho molti paragoni (tranne un vago ricordo di un film in cui un padre moriva e si incarnava in un pupazzo di neve chiamato in quel modo…), ma è il classico ragazzotto con tanti poteri ma nessuna responsabilità. Il suo cammino di figlio eletto deve passare dalle solite tappe, per arrivare a vestire il ruolo che gli è stato confezionato. Diciamocelo che è il solito stereotipo che tutti si aspettano, ma che a me ha dato un po’ a noia. Vabbè…i bambini se lo aspettano…

Pitch è il cattivo e anche lui è un po’ scontato. Il suo doppiatore è Jude Law e quindi dovrebbe essere il suo termine di paragone, ma invece assomiglia in certe movenze al fauno ne “Il labirinto del fauno” di Del Toro, ma soprattutto è il fratello minore di Ade di “Hercules”. Non c’è niente da fare: quel cattivo è stato così fatto bene come movenze, imponenza e alternarsi di finta bontà con totale cattiveria, che è diventato volenti o nolenti un vero termine di paragone. Facendo così però non è che si fa il proprio mestiere di disegnatore…

Regia: 6 e mezzo. Alla fine il lavoro è stato fatto bene, con due momenti diversi nella vicenda. Un primo tempo scoppiettante e un secondo tempo un po’ scontato.

Sceneggiatura: 7 Nella spiegazione di My Movies si evince che questo film ha un doppio legame con alcuni libri scritti da William Joyce. Questo è il suo sito e credo davvero che dovrei seguire maggiormente questo autore perché secondo me ha delle idee interessanti: http://www.williamjoyce.com/

Scenografia: 7 Voto di media fra i vari antri dei guardiani (compreso anche quello di Pitch) che sono interessanti e pieni di citazioni storiche e o di altri film e il mondo degli umani che è un po’ messo lì perché ci deve stare.

Fotografia: 7 e mezzo. Il lavoro in questo campo anche per quanto riguarda i film di animazione sta notevolmente aumentando creando davvero degli effetti straordinari e uno spessore al disegno che un tempo manco ci pensavamo.

Disegno: 8. Semplicemente mi è piaciuto, perché è curato nei particolari e nei dettagli e anche se l’anatomia non è precisa (ma non lo deve essere in un mondo fantastico) tutto è credibile, ben disegnato, revisionato fino all’ultimo dettaglio.

Effetti speciali: 8. Fatti a regola d’arte, ma senza strafare e in un film del genere la misura era fondamentale. Bella la guerra fra Sandman e Pitch, anzi è proprio Sandman che ha i migliori effetti speciali (anche se i cavalli dell’incubo sono una figata).

Musica: 6. Continuo a chiedermi sempre più perché non mi rimane in mente la musica…

Costumi: 7 e mezzo. Basta solo Babbo Natale per spiegare perché mi piace, ma anche la Fata dei dentini e le sue fatine sono fatte benissimo e ben caratterizzate.

Voto: 6/7  Per quanto il film mi sia piaciuto e il “primo tempo” mi abbia proprio preso, perde sul finale lasciandoci la sensazione del già visto che demoralizza.

Però guardatelo, perché come me amerete i folletti! E anche gli Yeti!

“La principessa di ghiaccio” di Camilla Lackberg

http://it.wikipedia.org/wiki/La_principessa_di_ghiaccio

Prima di paragonare qualche scrittore all’immensa Agatha Christie ce ne vuole, sia per letteratura che per scrittura, ma anche per inventiva e comprensione della propria cultura (per non parlare della penna tagliente che la Christie aveva nel descrivere usi e costumi della sua Inghilterra in continua evoluzione). Tutti elementi che questa Camilla Lackberg non ha e che temo non avrà mai se continua a scrivere in questo modo.

Ho letto questo libro perché come mi sta capitando negli ultimi tempi, mi faccio infinocchiare da altri canoni di consigli. Va bene per le letture collettive, va bene per i consigli di amici o contatti fb, ma essere curiosi di un libro perché hanno fatto un film che fra poco trasmetteranno è per me un rischio che non devo più fare. Perché? Perché mi capita di incappare in ciofeche come queste e spreco tempo!

Il libro è una ciofeca per alcuni elementi.

Primo non sa decidersi per il genere che vuole narrare: giallo o romanzo di narrativa. La brutta moda degli ultimi tempi è dilatare in modo esagerato la biografia dei protagonisti a discapito del punto focale del romanzo di genere. In un giallo questo fatto distrae, ma non è una distrazione costruttiva per far sì che il lettore non si accorga di quel determinato dettaglio, ma è un puro allungare il brodo della narrazione (e quindi forse essere pagati a pagine…). Dei grandi investigatori si sanno un sacco di cose, ma questa conoscenza è centellinata dai propri autori in vari libri: centellinata per non distrarre, ma anche per mantenere un legame con le vicende precedenti. Invece adesso bisogna raccontare tutto, tanto, troppo. Qui abbiamo la protagonista che deve fare fronte al lutto personale, alla violenza sulla sorella e innamorarsi anche, tutto mentre l’assassino se va tranquillo per un piccolo paesino della Svezia, senza che nessuno lo fermi.

Secondo motivo: le figure dei personaggi sono come figurine panini. Statiche e prevedibili. L’investigatore capo inetto e maschilista, la segretaria precisa ed efficiente, il poliziotto che risolve tutto (e si fa anche la protagonista), la ricca cattiva, la sorella debole. E come contorno un mistero (che poi non lo è visto che lo si capisce benissimo verso un terzo del libro) e tanta tanta tanta ipocrisia (ohhhhhh cosa nuova).

Terzo motivo: il peggior svolgimento di una investigazione che abbia mai sentito. Va bene che ora va di moda avere l’investigatore scrittore che ha più talento che un poliziotto (se volete investigare invece che scrivere libri, fate un corso, diventate utili per la società tutta! Non pensiate di poter fare quello che volete in barba alle leggi, tanto voi siete liberi! Siete banali!), ma lei è la brutta copia di altre scrittrici investigatrici che cercano, senza riuscirci, di copiare il talento della Signora in Giallo (che, come sanno tutti, è sterminare la popolazione americana). Uno dei dati fondamentali dell’omicidio si viene a sapere subito, ma nessuno lo viene a sapere, sia che sia un investigatore che un principiante, mentre si blatera per ore di cose che tutti sanno e che capiscono senza troppe spiegazioni.

Quarto motivo: essere la brutta copia di “Uomini che odiano le donne” di Stieg Larsson. Da quando è uscito quel libro (che è accettabile, ma niente di eccelso) tutti ad ambientare i loro romanzi nella fredda e sconfinata e solitaria vikinghia con la neve al ginocchio e i panorami mozzafiati. Ah e metteteci in mezzo un segreto torbido che sanno tutti e che coinvolga una o più famiglie bene. Questo significa che certi libri sono scritti solo per fare soldi e quindi rendere felici gli editori, ma non gli alberi usati per fare quei libri…sfruttare i filoni convincenti è il male della letteratura moderna.

L’unica cosa veramente positiva è la scrittura (o la traduzione a questo punto non saprei dire) che è scorrevole e non impegnativa. Di solito il “non impegnativo” in un libro lo reputo non un complimento ma un’accusa di incapacità dello scrittore di impegnarsi, mentre in questo caso l’ho apprezzato, perchè non avrei retto che fosse lento e cervellotico.

Voto: 4

“Il nostro comune amico” Libro 2, cap. XI

Torniamo a seguire le vicende amorose della povera miss Peecher innamorata del maestro di Carletto. Poverina, lei è così educata nel suo amore non corrisposto, ma diciamocelo per come la descrive Dickens è proprio una palla al piede senza alcuna attrattiva. Mi fa venire in mente quelle ragazze educate ad essere brave e buone, ma che non hanno curiosità e quindi non riescono a guardare il mondo (nel suo bello e nel suo brutto) perché a furia di tenere lo sguardo basso non vedono nulla. La modestia, l’educazione non possono essere, allora come oggi, catene e carcerieri per fantasia e coraggio di guardare il mondo. Il paragone con Lisetta (anche lei modesta ed educata, ma coraggiosa di rapportarsi agli altri, al diverso) diventa quindi impietoso per miss Peecher. Essa vive poi nel suo mondo di fantasie e di ricordi fittizi.

Il vigile diventa un po’ lo spione della maestra, la quale viene a sapere un po’ di preoccupazioni del pesce lesso-maestro e riesce a fare riferimento alla presenza di Lisetta. Dalle prime battute (“Ma che nome è Lisetta?”) si nota una normale antipatia, tipicamente femminile che sfida la zitellaggine in acidità. Stupisce non tanto l’interrogatorio che ella fa alle sue allieve per saperne di più, ma che una di loro sappia un sacco di cose su Lisetta! Va bene che è sorella di un altro allievo, ma tutta confidenza è alquanto sospetta (c’era del tenero fra Carletto e questa Anna Maria? Ricordo vagamente…).

L’ignaro maestro Bradley interrompe questo interrogatorio per chiedere un favore alla maestra e questo la mette ancora più in ansia, non tanto per il favore in sè, ma per le notizie che ha appena ricevuto su Lisetta e non può che pensare che lui stia andando da lei. L’educazione (e soprattutto farsi i fatti propri, per una volta tanto) le impediscono di chiedergli la “verità” e con fastidio lo vede allontanarsi proprio verso Lisetta (come ci sottolinea quella portinaia di Dickens. Secondo me ci gode a mettere certi personaggi in difficoltà o in cattiva luce. Vecchia portinaia di un Charles!).

Dickens un po’ infierisce e un po’ si intenerisce di fronte a questo maestro definito “acqua cheta” che di colpo, senza potersi opporre, incappa nell’amore a prima vista, nel colpo di fulmine, e non riesce a distogliere lo sguardo dal suo oggetto d’amore. Bradley non si ferma nemmeno davanti al fatto di dover aspettare Lisetta in compagnia di Uccellino e delle sue occhiate maliziose, perché ella ha già capito tutto. Uccellino è chiara nel suo modo di fare e di esprimersi e non le piace che Carletto sia così “padre padrone” nei confronti della sorella. L’interrogatorio di Uccellino viene interrotto (oh è giornata di interrogatori questa!) dall’arrivo di Lisetta che un po’ rimane basita della presenza dell’ospite inaspettato.

Per quanto Uccellino chieda di essere aiutata ad andare al piano di sopra, Lisetta preferisce che ella rimanga insieme a loro. Non so se la ragazza si fidi o meno del maestro, ma stranamente dimostra una diffidenza che mai aveva mostrato prima: che si stia scantando? La situazione rende imbarazzato Bradley che inizia a balbettare cose senza senso. Il punto della faccenda è che a Carletto (e a Bradley) non piace che Wrayburn si interessi alla ragazza.

I sentimenti dei due ragazzi passano attraverso i colori del loro volto, ma come sottolinea Dickens in quello di Lisetta si muovono rabbia, disgusto e paura, sentimenti che non mi sarei immaginata di vedere sul suo volto; come non mi aspettavo la fermezza con cui ella replica alle rimostranze di Bradley di fronte al fatto che Eugenio si sia proposto a darle un’istruzione. Una fermezza molto moderna, con un pizzico d’antico, perché rivendica il fatto di aver deciso di accettare per la carineria dell’avvocato, ma anche perché nessuno le aveva proposto null’altro di simile prima e quindi il fratello non poteva vantare diritti sulle sue scelte.

La gelosia e il dolore rodono dentro l’animo del maestro è visibile. Il capitolo è emozionante perché finalmente i personaggi escono dalla situazione di mere figurine poste a caso per esprimersi in tutta l’emozione della propria vicenda. Questo maestro follemente innamorato che si vede scavalcato da uno sconosciuto più altolocato, ma che soprattutto viene totalmente ignorato dalla ragazza amata, mostra come un demone interiore che lo sta divorando e Dickens descrive bene la situazione scegliendo di ripetere le parole, di scolorire i volti, di stringere violentemente le mani sulla sedia. Uccellino ha capito subito la pericolosità di tale atteggiamento e cerca inutilmente di mettere in guardia Lisetta che però pare non capire le metafore (qui è tornata un po’ tonta come ci aspettiamo che sia).

Tornata la calma nella casa, le due ragazze si dedicano alle chiacchiere e Uccellino, sempre con il suo acume e intelligenza, cerca di stimolare l’amica a parlare di Wrayburn, cercando di capire se prova qualcosa e quanto lo conosce. Uccellino cerca proprio di far capire cose all’amica, ma ella è di coccio, quindi è come se la lasciasse perdere e si perde lei stessa in fantasie così “estreme” per una povera ragazza come è che la nostalgia e il dolore la colpiscono in modo sorprendente. E’ proprio vero che chi mostra la propria corazza agli altri è perché dentro è fragile e dolorante.

“The Courtship” George Cochran Lambdin (1830 – 1896)

“Capitan Harlock” di Shinji Aramaki

Potevo non andare a vederlo? Potevo non rischiare che un mito della mia infanzia venisse trasformato per il grande schermo e io non ne vedessi il risultato? Potevo non aver paura che tutto fosse una emerita scemata? No, non potevo, quindi con una buona compagnia mi sono andata a vedere il film e…sono dubbiosa.

http://www.mymovies.it/film/2014/spacepiratecaptainharlock/

Prima di tutto bisognerebbe che chi fa le recensioni per i siti di cinema si studiasse un po’ la materia e non la valutasse così come gli viene spiattellata, questo perché il cartone animato che abbiamo di fronte non è quello che i “ragazzi” della mia età (e qualcosa di più) hanno visto da bambini o quasi. Questo è uno dei tanti momenti della vicenda del pirata più famoso dello spazio che mai è arrivato da noi, fra lungometraggi, fumetti e rivisitazioni (sinceramente non capisco la moda di questi giorni di rifare qualcosa che è nato nel passato e che ha funzionato per quello che ha raccontato, così come era. Per i film può funzionare, ma il fumetto…non mi convince).

Se avete tempo, voglia e sana nerditudine guardatevi questo sito: http://www.animenewsnetwork.com/encyclopedia/anime.php?id=1238

Comunque, torniamo a noi e al film. Una volta che ho compreso che niente assomigliava vagamente ai miei ricordi (ma per un po’ è stato difficile) ho cercato di godermi la trama e lo svolgimento della vicenda. Sarebbe stato bello fare se non fosse che i dialoghi sono assurdi. Quindi partiamo con la scheda tecnica, via!

Sceneggiatura: voto 6. Voto di media perché per la sceneggiatura vera e propria tutto fila abbastanza bene. C’è il pirata e la sua truppa, c’è il cattivo, c’è la dannazione, c’è il pentimento, c’è la tragedia, c’è soprattutto l’Arcadia. Tutti elementi che più o meno ti aspetti da un film del genere e per di più giapponese. Il rapporto conflittuale fraterno che scatena e dipana tutta la vicenda (chissà come mai? Eppure nella cultura giapponese non dovrebbe esserci un Caino e Abele come da noi, ma sta cosa li ossessiona) è ben strutturato, anche se in realtà credo che avrebbero dovuto sviscerarlo meglio non tanto per non fare i colpi di scena, ma per rendere il tutto più fluido e più comprensibile e condivisibile per lo spettatore. Okkei che ci sono appassionati, nerd della prima e seconda ora o generazione, ma in sala sarà capitato anche un’anima sprovveduta che nulla sapeva se non che c’era un pirata, una nave fichissima e poco altro. Su due parole in più non facevano male. O meglio due parole meglio spese non facevano male, perché per me tutto il film cade sui dialoghi. Un mio caro amico mi ha detto che molto probabilmente è colpa dei traduttori italiani che per fare star tutto quello che dicono i giappi devono condensare, non capire nulla (ammettiamolo: i giappi nei fumetti si fanno un sacco di seghe mentali!), metterci termini tecnici e in inglese a casa con il risultato che se ti fermi a cercare di capire i dialoghi vedi che c’è il vuoto. Questo film è per i dialoghi un inno alla supercazzola di “Amici miei”. Punto. Forse dovremmo dar loro un premio, ma è fuori contesto, quindi ciccia. Comunque sia, al di là delle colpe, il film è inascoltabile e davvero tutto ciò non lo capisco. Molto probabilmente io sono fiscale, ma magari avere un po’ di senso in quello che  ascolto è una cosa gradita. Quindi cari i miei traduttori o autori fatevi un esame di coscienza e chiamate la vostra maestra delle elementari e chiedete scusa.

Regia: 6 Per un lungometraggio a sfondo fumettistico è difficile capire quanto il regista riesca a fare bene il suo lavoro e se non sia piuttosto il caposquadra di una equipe che deve ben lavorare insieme. Per questa spersonalizzazione il voto è sufficiente, ma niente di più (avesse controllato i dialoghi! 😀 )

L'Arcadia: a sinistra quella del film, a destra quella del cartone animato
L’Arcadia:
a sinistra quella del film, a destra quella del cartone animato

Scenografia: 7 e mezzo. Basterebbe l’Arcadia per far innamorare tutti i fan. Non sarà la stessa, ma ne mantiene il senso, quel vago senso di tamarraggine piratesca di cui tutti noi ci siamo beati inconsapevolmente per anni e anni della nostra fanciullezza. Se la sala della confederazione di Gaia è un classico che ti aspetti con quella sua estetica settecentesca italiano-francese-austriaco; se la moderna serra ricordo dell’ufficiale disabile Ezra è quel giusto mix fra tecnologia e sentimento; se le astronavi della terra sono lineari, varie, ma semplici; nell’Arcadia c’è il meglio del meglio del meglio in fatto di tecnologia, mistero e…pirati! L’Arcadia è un vero e proprio personaggio ed è stato reso meglio di tanti altri.

Costumi: 8 Harlock è lui. Con la benda, la chioma fluente, il mantello che vola nell’aria, la spada moderna, i pantaloni stretti, la giacca stretta (vabbè ci sono gli stivali con le zeppe di metallo, ma quanto sono fichi! ), con il suo modo di muoversi, guardarsi e sedersi. Meeme è diversa, ma come l’altro personaggio femminile deve dare un po’ di prurito sessuale agli spettatori (ma siamo proprio convinti che i giapponesi siano così fissati con il sesso e non siano solamente molto furbi da metterlo ovunque. A sto giro hanno anche imparato il “valore” delle scene della doccia, come i nostri vecchi film pecorecci!), quindi lasciamo perdere. I comprimari della nave, gli altri pirati, sono un misto steampunk, mozzi classici e warhammer 4000, però rendono benissimo e a noi sono piaciuti un sacco. Ezra è quello che ti aspetti, ma non stona per nulla. Tutti i costumi sono nella scia di quello che ti aspetti, ma perfetti.

Musica: 6 Di solito i cartoni animati sono più musicati anche inutilmente, ma qui è un buon accompagnamento senza mai superare la soglia. Però non me la ricordo (questo commento lo sto dicendo troppo spesso, quindi o io inizio a essere molto disattenta alla cosa o davvero è diventato un elemento molto secondario…mah…).

Effetti speciali e disegno: 10. Può non piacere la scelta del disegno, ma è quello del momento, quindi non lamentiamoci, anzi in confronto a molti altri è equilibrato, logico, anatomicamente sproporzionato ma accettabile. Quello che davvero fa di questo film un buon film da vedere sono proprio gli effetti speciali. Lo vedi da ogni situazione: la nave che esce dalla nuvola nello spazio, i combattimenti, le gocce d’acqua, i capelli, i petali che si muovono al soffio del vento, la pelle dei protagonisti. Davvero, c’è una cura che sorprende e che ogni tanto ti fa pensare di trovarti a un film con esseri umani e non con disegni. Poco da dire, va visto solo per questo.

Voto: 6 e mezzo E’ relativamente basso, ma davvero i dialoghi e certi ritmi lenti e senza senso hanno mortificato tutto il lavoro di tecnologia e di “ricostruzione” che c’è dietro. Questo film è ben costruito, ma manca l’anima della vicenda, manca quel senso vero di libertà che tutti noi abbiamo vissuto guardato il cartone animato. Mi spiace, ma se un film non ti colpisce l’anima, può avere tutta la tecnica che volete ma rimarrà per me un film vuoto.

 

 

“La paga del sabato” di B.Fenoglio

Le letture collettive sono un vero pozzo di scoperte, questo perché se ci incappi e metti il tuo tempo al servizio della lettura ti trovi a scoprire autori e libri che di tuo non avresti mai scelto. Questo è il link della lettura collettiva Giro d’Italia Letterario che il blog Se una notte d’inverno un lettore ha proposto al mondo di fb e che in tanti hanno accettato di partecipare. Quale è lo scopo? Scoprire l’Italia attraverso i libri che sono ambientati nelle regioni; ogni 15 giorni se ne legge uno scelto a maggioranza la volta prima; nessun obbligo di partecipare, ma tanta voglia di confrontarsi

Primo libro: “La paga del sabato” di Fenoglio.

915821 (1)

Ambientazione: Piemonte.

Mai letto nulla di Fenoglio, nemmeno a scuola, ma è un nome che circola nell’aria e almeno una volta lo hai sentito nominare. Ci fidiamo di wikipedia per la biografia e incominciamo la lettura. Il libro in ebook è veramente piccolo, oppure io tengo i caratteri molto piccoli perché alla fine sono 98 pagine compresa la postfazione e qualche nota varia. Lo stile è completamente diverso da tutti quelli che ho letto non tanto per la struttura della vicenda (anche se ogni tanto passa di palo in frasca e a me tocca rileggere per capirci qualcosa), quanto per lo stile vero e proprio di scrittura. E’ altalenante, sembra scorretto, i termini sembrano forzati (quel “madre” e “padre” che dovrebbero essere colloquiali ma che invece paio durezze scagliate addosso ai personaggi), poco fluido. Ammetto di aver fatto fatica a leggerlo, anche se la vicenda è semplice e alla fine le 90 pagine scorrono veloci; forse se fosse stato più corposo mi sarei fatta prendere dallo sconforto.

La vicenda è molto semplice. Ettore è un partigiano, giovane, che dopo la guerra in tempo di pace non riesce a trovare il suo posto nella società e vuole solo fare quello che vuole. Difficile il rapporto con la madre, meno complicato col padre, ma l’unico che lo capisce è la fidanzata Vanda. Il suo tentativo di “normalizzazione” passa per le vie più difficili e più ambiziose finchè… mi fermo perché la storia va vissuta.

Il bello di questo libro è la parte emotiva, il dietro alle parole. Ettore è un personaggio complicato, nella sua linearità, perché i ricordi della guerra, quel senso di onore che lo ha spinto a difendere la sua terra senza alcuna retorica, ma che lo ha portato inevitabilmente a uccidere, lo spingono a non poter essere un ragazzo come tutti gli altri: qualcosa in lui è rotto per sempre. E’ violento, moralmente sul filo del rasoio, duro, egoista, ma tutto sembra come una maschera, un “demone” che dentro lo rode. Di fronte alla malattia della madre si trova dolorante; di fronte all’interezza del padre nell’affrontare ogni cosa si trova spiazzato. E’ un giovane cresciuto troppo velocemente a cui la società chiede di essere più nessuno, dimenticando quello che ha fatto. Ma quello che ha fatto non si dimentica.

Dietro alla scrittura difficile, alla storia amara, ho trovato un’umanità che rimane poco espressa in realtà, poco esplorata nella sua totalità, ma che deve essere scoperta e valutata. Capisco perché Calvino leggendolo per la prima volta sia rimasto colpito (anche se lo farà sistemare): forse anche lui vedeva qualcosa oltre le parole messe.

Eppure malgrado questa sensazione che pervadeva la narrazione, sono rimasta distaccata, incapace di essere davvero partecipe delle difficoltà e infantilità del protagonista, della sua ricerca di affetto, normalità e unicità. Manca qualcosa in questa narrazione che mi abbia fatto entrare in empatia totale col racconto. Forse colpa della scrittura che non ho colto nel segno? Mah, non saprei. Forse è stato anche quel continuo ricordarmi la prosa di Simenon, quel suo modo tragico e senza speranza della vita dei piccoli e dei disperati che girano per il mondo e che incontrano altri disperati e la scintilla potrebbe essere distruttiva. Ecco appunto ricordarmi un altro autore, che amo e che ho scoperto da poco nella sua veste di romanziere e non solo di giallista, è uno dei grandi difetti che imputo a Fenoglio; e in questo ricordarmi, perdere totalmente il confronto non avendo la valenza del primo e forse, visto che questo era il primo romanzo, nemmeno l’esperienza.

Purtroppo vedendo gli altri suoi titoli e avendo fatto questa prova, trovo che Fenoglio non sia un autore che mi ispira curiosità, ma uno di quelli che io classifico nella serie “scolastici”: buoni per fare le interrogazioni, rendere felici certi professori, contenti certi letterati.

Voto: 6

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Mentre cerchiamo di capire se e come riusciremo a ottenere il rimborso delle spese dei libri nella dichiarazione dei redditi, intanto le case editrici ci fanno un po’ di sconto. Da parte mia vi consiglio di farvi dare una fattura della spesa o capire se è possibile farvi fare uno scontrino con il vostro codice fiscale. Tenete gli scontrini comunque, sai mai che bastassero solo quelli…

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“Il nostro comune amico” Libro 2, cap. X

Il funerale per Giovannino è un momento di commozione per chi, volente o nolente ha avuto a che fare con lui. Per primo il reverendo Franco che deve fare l’orazione funebre.

A incrinare in modo subdolo l’atmosfera giustamente mesta della situazione, ci pensa quella “brava persona” di Wegg che vede nella morte di Giovannino un modo per spillare più soldi ai Boffin. Razza di spregevole essere umanoide, io…vabbè lasciamo perdere, dobbiamo essere lettori signorili…

Mentre a equilibrare la scena vergognosa di Wegg ci pensa il segretario Rokesmith intento a consolare la signora Boffin come un figlio con la madre, piuttosto che come un segretario con la padrona (parole dell’autore). Il continuato alternarsi di personaggi sgradevoli e umanamente ripugnanti con fulgidi esempi di generosità un po’ inizia ad annoiare se non si trova un modo di metterli a confronto diretto: un bello scontro. Così mentre i due chiacchierano veniamo a conoscenza del passato del signor Rokesmith: con un fratello morto, genitori morti, senza parenti (olà che allegria anche lui…mumble mumble sarebbe orfano…), non ha ancora trentanni, nessuna delusione d’amore (la signora Boffin lo sottopone a un vero e proprio interrogatorio, gentile, ma interrogatorio rimane). Nel salotto appare Bella che fa finta di non volersi far notare, ma poi si fa notare e quindi la invitano a rimanere.

La signora Boffin però non si arrende all’infausto fato e annuncia a tutti che il suo desiderio di avere un bambino non è scomparso, ma ha deciso che non ha più intenzione di resuscitare il nome di Giovannino Harmon, avendo conferma da tutti che quel nome ha portato un po’ troppa sfortuna a un po’ troppe persone…e udite, udite, la signora Boffin annuncia che se mai adotterà un altro bambino non lo farà per cercarsi un giocattolo o un divertimento egoistico per lei, ma per aiutare una creatura secondo il suo bene! Quale onore! Mi spiace prendere in giro un personaggio che in generale è positivo e ben disposto verso gli altri, ma questa confessione palesa l’ipocrisia di certe persone che si nascondono dietro la beneficenza solo per fare del bene a sé; anche se la presa di coscienza della donna palesa ancora una volta come ella sia sempre disposta a mettersi in dubbio e migliorarsi.

Fa la sua comparsa nella casa aristocratica, il giovane Pauta fatto vestire di nero lutto dalla signora Boffin, credendo che fosse buona cosa, ma facendosi descrivere dall’autore in modo alquanto miserevole. La signora lo ha fatto chiamare, con la scusa di un lauto pranzo, per proporgli di rimanere nella loro casa, ma Pauta si mostra sconvolto dalla richiesta in quanto il suo pensiero va direttamente alla signora Higden e al fatto che lui è una forza lavoro nella casa, utile e di sostegno. Il ragazzino allora si propone di rimanere nella casa di giorno e alla notte tornare per lavorare dalla signora Higden e senza ascoltare una risposta concreta e risolutiva il capitolo si chiude così. Mah…

Il Salotto della contessa Maffei http://milombardia.gazzetta.it/milano/2013-01-11/gli-scacchi-boito-verdi-maffei-milano-quel-salotto-far-rivivere–913776411119.shtml

“Il caso del dolce di Natale e altre storie” di Agatha Christie

http://www.librimondadori.it/libri/il-caso-del-dolce-di-natale-agatha-christie

Sotto Natale continuano le mie letture di “ambientazione” e devo dire che mi sono trovata veramente bene nel riscoprire la signora del giallo.

Il libro è una raccolta di alcuni racconti non esattamente legati fra loro per argomento o ambientazione, forse (tranne uno dove appare Miss Marple) Poirot può essere il legante, ma non sono manco convinta che sia davvero quello.

Il caso del dolce di Natale: lo conoscevo per averlo visto in tv nella riduzione film per tv e devo dire che mi è sempre piaciuto per la sua atmosfera molto british in salsa natalizia e alla fine è abbastanza coerente con lo scritto. Il racconto è ambientato in una villa nella campagna inglese dove Poirot deve presenziare alle feste natalizie per ritrovare un rubino rubato a un principe indiano (prima che lo scandalo scoppi e rovini il futuro del ragazzo). Fra giochi, cibi e tradizioni, il nostro belga riesce a risolvere la vicenda con eleganza e fermezza, riuscendo anche a risolvere problemi di famiglia e divertire i bambini di casa. Ben scritto e ben dosato. Voto: 7

Il mistero della cassapanca spagnola: anche questo saccheggiato dalla televisione per farne una puntata della serie dedicata a Poirot. Poirot si intestardisce a voler risolvere un mistero di cronaca nera che vede il cadavere chiuso in una cassapanca, ma senza spiegazione e con un colpevole che non convince. La testardaggine dell’investigatore porta alla risoluzione del crimine assicurando il lettore che il delitto perfetto non esiste. Interessante vedere come la nostra Agatha abbia attinto al suo punto di riferimento (che si dice che fosse Sherlock Holmes) per dare un’ulteriore sfaccettatura al carattere di Poirot: cercare un caso quando non ce ne sono per poter mantenere in allenamento il cervello e la curiosità. Voto: 7

Una donna sa: Trovatosi a indagare nell’ennesimo omicidio in famiglia, Poirot deve non solo sviscerare al massimo i rapporti personali fra i protagonisti, ma anche farsi aiutare da aiuti esterni (in questo caso un medico ipnotista) per cogliere alcuni dettagli e scoprire la verità. Interessante la scelta del dottore nella vicenda: mi fa pensare che l’autrice fosse ben predisposta per le nuove scienze e per le teorie più disparate per risolvere in modo credibile le vicende. Forse il racconto che meno mi è piaciuto, perché troppo mi ricordava “Il natale di Poirot”, anche se ben scritto e ben strutturato. Voto: 6

La torta di more: anche questo lo ricordavo per averlo visto in tv e devo dire che non mi aveva molto appassionato, ma è un buon esercizio di attenzione e di logica: i dettagli non sono mere cose, ma fondamentali per capire persone e situazioni. Qui l’abitudinarietà delle persone permette di far capire a Poirot come si sia potuto nascondere un omicida dietro a due morti naturali o quasi. E’ divertente notare che con un po’ di attenzione qualsiasi “delitto perfetto” si sgonfi in un mero omicidio per vili motivi. Voto: 6 e mezzo

Il sogno: preso anche questo dalla serie televisiva e un po’ ampliato in confronto a questo breve racconto. Ben scritto, strutturato, ma troppo veloce la lettura per poterlo apprezzare nel migliore dei modi, in più la scelta di calcare la mano sul “sogno premonitore” è un po’ tirata per i capelli o comunque buttata lì. Voto: 6

La Follia di Greenshaw: unico racconto con Miss Marple presente e come spesso le accade la sua presenza è sempre molto sottile, leggermente invadente, ma sempre stimolante per le forse dell’ordine (che oramai sembrano arrese alla sua presenza e al suo aiuto). In questo racconto il delitto è ben strutturato, ma la sua conclusione un po’ tirata per i capelli. Ennesima vendetta in famiglia o di famiglie che si risolve con un corpo morto e un omicida assicurato alla giustizia. Voto: 6 e mezzo.

In conclusione il libro è un meraviglioso momento di relax fra omicidi, indagini e risoluzione dei problemi, sempre con garbo, logica e un po’ di ironia che mai non guasta.

Voto: 7 Non è la media, ma il senso che ho avuto alla fine della lettura.