“I Wanna Rock N’ Roll All Night” Kiss

Era un po’ che non condividevo un video musicale. Oggi per colpa de “La libreria pericolante” ho in testa questa canzone.

Cantate a squarcia gola e dimenatevi senza ritegno perché questa è musica!!!

E se volete ridere un po’, guardatevi la versione dei minions

“Il nostro comune amico” Libro 2, cap. XIV

L’angoscia del povero Rokesmith-Harmon anima questo capitolo e alla fine ci fa capire che ogni nostra azione involontaria o meno e soprattutto ogni nostra menzogna solo solo l’innesco o il passaggio di un complicato meccanismo che è la vita.  Se poi si è onesti e le proprie bugie sono frutto di un caso, la coscienza rimorde e fa pensare che l’unico metro di paragone è non fare del male agli altri.

Il dialogo inaspettato (ma perché Dickens passa di palo in frasca, così? Per l’aria che tira?) fra Rokesmith e il signor Wilfer riporta il discorso su Bella e sulle sue decisioni per il proprio matrimonio. Ovviamente tutto gioca a sfavore di Giovanni il quale in tutto e per tutto non assomiglia al prototipo del futuro marito che tutti si aspettano che Bella sposi. Ma poi siamo davvero convinti che la giovane viziata ragazza, così attenta al denaro, non subisca l’influsso benefico dei signori Boffin e incominci a guardare di meno all’apparenza? Mah…abbiamo ancora troppe pagine per essere certi di qualcosa.

A casa Boffin, la signora Bettina Higden aspettava il segretario per parlare del giovane Pauta. Le preoccupazioni della donna nei confronti di un giovane riconoscenti, la pongono nella fila dei buoni. Dickens è molto drastico nel dipingere le persone: o sono positive al completo o sono spregevoli. In questi due campi poi ci sono diversi strati di bontà o negatività, ma sempre senza oltrepassare la linea e finire nel campo avverso. Perché? O meglio, immagino il perché visto il periodo storico e il genere di narrativa, ma perché così tanti personaggi, così pochi schieramenti e sconti fra loro così noiosi?

Nel mezzo si inserisce una riflessione sulla vecchiaia e della dignità dei vecchi (parola non offensiva da usare e che sarebbe il caso rivalutare in senso positivo) che proprio alla fine del loro percorso di vita non vogliono rinunciare ai principi nemmeno di fronte alle comodità. Il guadagnarsi il pane o la “pensione” (allora non esisteva) sono due elementi imprescindibili per Bettina e non sono negoziabili con un vitalizio comodo e dato per riconoscenza. D’altro canto questa anziana signora che ha sempre lavorato, ha un modo di fare non egoistico per quanto riguarda Pauta e il suo futuro che davvero sconvolge: in un periodo in cui era normale usare figli e nipoti per il compimento dei propri desideri, questa donna gli concede la libertà di essere un futuro uomo libero, senza doveri nei suoi confronti.

Ed ecco un’altra bugia a fin di bene inizia a prendere forma, decisa da Bettina per il bene di Pauta: fuggire di casa in modo che il ragazzo accetti di farsi adottare totalmente dai Boffin. Cosa condurrà questa bugia?

In tutto sto casino mi sembrava corretto che Rokesmith mettesse in scena e si legasse a quel bietolone del professor Headstone. In un altro libro sarebbe un modo per tirare le fila, in una seduta di gioco da tavolo sarebbe il modo in cui il master fa procedere il gioco più fluidamente, ma qui sento puzza di fregatura. Cosa combinerò il bietolone? Di certo riesce a spifferare tutto quello che prova per Wrayburn e per Lisetta…

Il capitolo si chiude con la conclusione dei preparativi per permettere a Bettina di poter andarsene di casa, avere una piccola bottega lontana, ma non avere elemosina dai signori Boffin.

bottai http://www.garbellotto.com/it/botti/la_storia.php

Piange il Nilo…addio Origone.

Ognuno di noi ha i suoi miti, da piccoli o da grandi, oppure quei compagni di viaggio che ti porti dietro sin dall’infanzia senza dover essere per forza una groupie o una fan sfegatata.

Io da piccola avevo Sturmtruppen di Bonvi, Hagar l’Orribile di Dik Browne e Nilus di Origone. Poi c’erano tanti altri fumetti ad allietare la mia infanzia, ma devo ammettere che avevo una passione insana a rileggere le loro vignette fino a saperle a memoria, fino a richiamarle alla memoria nei momenti più tristi, seri o incasinati oppure per assonanza con un bel momento. Tutti e tre alla fine parlano di Storia, quella cosa meravigliosa che io amo e non c’è stato giorno, rievocazione, esperienza didattica a cui non abbia pensato a loro dando anche a loro la colpa della mia follia.

Oggi la ferale notizia che ci lascia uno degli autori di Nilus: Franco Origone.

http://genova.repubblica.it/cronaca/2014/02/20/news/addio_a_origone_vignettista_del_secolo_xix-79133163/

Non ci sono parole adatte per dire quanto egli, insieme al fratello, riusciva a rendere con una sola vignetta un lungo discorso e nel frattempo strappare un sorriso. Questo devono saper fare i grandi fumettisti.

Vi lascio col suo blog e non aggiungo altro se non qualche vignetta, per continuare a ridere e ringraziare per quello che ha fatto.

http://origone.blogspot.it/
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“Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi

Non fate leggere questo libro ai ragazzi a scuola perché perderebbero tempo. I giovani sono fatti per andare lontano dalla terra, mente gli adulti tornano alla terra dopo essere stati, si spera, ovunque.

Non sto scherzando, lo dico con cognizione di causa e con la certezza che per comprendere al massimo questo libro bisogna avere un insegnante che abbia sviluppato nel tempo spirito critico e abbia camminato fino a farsi venire le vesciche ai piedi e di colpo si sia fermato a contemplare la terra in tutta la sua bellezza. Perché se siete stati costretti a leggere questo libro (io l’ho sempre schivato con una maestria di campione di slalom) e vi trovate un topo da biblioteca il vostro primo istinto sarebbe di buttarlo giù dalla finestra, il libro, Carlo Levi e l’insegnante, tanto per non sbagliare.

Arrivo a spiegare questo libro che ho letto per la terza puntata del nostro “Giro d’Italia Letterario” (non vi siete persi un post, ho saltato la seconda puntata perché il libro è disperso in biblioteca e vediamo se lo trovo in prestito in altro modo), questo libro che deve raccontare la Lucania, quella che era o forse quella che è ora.

Parto prevenuta immaginandomi dai ricordi del periodo scolastico e dalle trame o recensioni che trovo su internet perché mi aspetto il solito racconto strappa vesti, con occhio melanconico o coloniale, in cui tutti muoiono o in cui la sfiga non solo ci vede benissimo ma ha preso dimora nel posto. Nei miei ricordi questo libro appare a fianco di Verga, nel suo verismo  senza speranza che tanto piace al ministero dell’istruzione per fiaccare sogni e speranze e amori di qualsiasi studente di ogni ordine e classe. Volutamente inizio a leggere il libro saltando la prefazione, con saggi di Calvino (che amo) e di Sartre (ma che c’entra?). La mia “carogna” mi da il suggerimento giusto: avrei rovinato la lettura, non tanto per eventuali spoiler (cheodio!!!), ma per aver dato a questo libro una lettura totalmente differente da quella che ho dato io, pagina dopo pagina.

http://it.wikipedia.org/wiki/Cristo_si_%C3%A8_fermato_a_Eboli_(romanzo) Se volete leggervi un po’ di cose…

Prima di tutto pur rispettando il motivo del titolo lo trovo assolutamente inadatto al racconto: Cesare e non Cristo si sono fermati ad Eboli. Dico questo perché l’opera, scritta in forma di diario, anche se non lo è, non è insita della disperazione umana e spirituale di un popolo o di una regione, ma è insita del senso di abbandono dello Stato centralista e del potere politico che si è fermato lì, appena prima di portare il progresso, ma che arriva sempre là per poter riscuotere quello che pretende. Il Dio della politica, quello che si deve adorare, ma non pregare col cuore, non c’entra con questa storia perché anche i personaggi religiosi sono talmente scevri dal senso della loro tonaca che quel nero drappo è simile a quello dei vari podestà o carabinieri. Leggi il libro e non si riesce a capire che è stato vissuto in pieno periodo fascista se non fosse per le continue citazioni della guerra in Africa oppure dei discorsi che si devono ascoltare (ma di cui Levi non riporta nemmeno un frammento di retorica). Roma è lontana, con le sue beghe, con le sue piccolezze, con la dittatura e con le camice nere. Roma è lo Stato inteso non come un partito politico, ma come un’entità sovrannaturale che trascende e fagocita ogni cosa e nello stesso tempo prosciuga e divide il suo popolo.

Questo libro viene presentato come il manifesto della povertà del meridione, eppure io non sono riuscita a leggerlo così. Non per mia ignoranza o protervia, ma se ci immedesimiamo nell’Italia degli anni ’30-40 non poche erano le zone in cui sacche di analfabetismo regnavano sovrane, dove i contadini vivevano in condizioni miserevoli, dove il treno e la strada erano un lusso e la posta un evento miracoloso. Non minimizzo, la questione meridionale viene accennata, ma con un intento ben diverso da quello che ti spacciano a scuola (dove è meglio che non mi pronunci perché se no mi vien la bile gialla…).

La Lucania è il vero protagonista del libro nella sua natura dura e martoriata, rovinata da quelli che non la capiscono (e questo capitò e capita in ogni zona d’Italia non solo al sud); prosciugata in ogni sua caratteristica per la vergogna di quelli che hanno studiato (meraviglioso e doloroso è il racconto, nelle parole della sorella di Levi, della città di Matera. E’ doveroso ricordare la storia di come ci si vergognò di quei sassi che ora l’Unesco vorrebbe immutabili); resa veritiera e orgogliosa nel suo narrare dei suoi briganti, come entità salvifiche di fronte allo strapotere dello Stato, come un gene insito nei suoi uomini il quale giace sonnacchioso nei loro corpi; nelle zanzare e nella malaria (vero problema di uno Stato incapace di badare ai suoi figli). La questione meridionale sta in quel particolare luogo nella dimenticanza delle autorità che la governano di avere rispetto e protezione di quello che viene affidato loro. Non sono i briganti, i veli neri delle donne, l’emigrazione o l’analfabetismo la questione meridionale, ma è nei maestri che non insegnano (meraviglioso e stimolante il pezzo in cui i bambini chiedono a Levi di imparare a leggere, mentre è mortificante come una povera donna venga imbrogliata dal farmacista); nel prete che non cammina con le pecore; nel podestà che è impegnato a bere il caffè, legato a un foglio di carta mentre i suoi contadini muoiono; nel truffaldino modo di mantenere un privilegio non legittimo (la farmacia tenuta dalle figlie del defunto farmacista, pur non avendo la licenza e gli studi, allungando le medicine quindi rendendole inefficaci). Questa è la questione meridionale che lo scrittore segnala in modo chiaro e senza retorica.

Levi non parla di rivoluzioni popolari, di ribaltamenti dell’ordine costituito, ma analizza con fare molto chiaro che per risolvere le situazioni basterebbe poco, anche solo impegnarsi. Vede in questa campagna coi suoi ritmi e coi suoi idoli un mondo diverso da quello di città, senza farne però l’apologia del buon selvaggio. Non ha lo spirito del colonialista o dell’entomologo che analizza l’uomo e lo vorrebbe fermo nella sua “particolarità etnografica”, ma coglie proprio come un pittore lo sguardo che anima gli animi delle persone, le loro debolezze e le loro forze, il loro fare stanco e rassegnato, il loro senso spirituale (pagano e cristiano fortissimo. Ho trovato molti punti di riferimento con un altro libro che ho letto “Ti segno e ti incanto” di Ferraguti), le loro superstizioni.

Dal punto di vista stilistico posso dire una pecca e una virtù. La virtù è la capacità di poter far vedere al lettore quello che lui ha visto nel suo anno di esilio: usa la penna come un pennello ed è stato un vero piacere attraversare la regione con lo sguardo dello scrittore, sapendo che quello che mi sto immaginando è reale e visto. La pecca è che essendo un resoconto a posteriori ha perso l’emotività e quindi è come una lunga cartolina scritta che però si imbuca quando è troppo tardi e non ci si ricorda più perché la si voleva spedire.

Tornando alla mia prima frase in soldoni un ragazzo in periodo scolastico che ha ancora una visiona manichea della vita, che si sta affacciando alla politica in quei tempi, che purtroppo subisce la manipolazione dello Stato nello studio della Storia (che come materia scolastica è trattata nel peggiore dei modi), non sa cogliere le sfumature di un’Italia che sta subendo una dittatura, che la aggira e se ne frega (cavoli, non si capisce manco che era in confino!); non può capire la grandezza antropologica della spiritualità dell’uomo che vive senza troppe sovrastrutture mentali (e senza pc!); non può cogliere la desolazione della natura o dell’uomo senza esserne davvero compartecipe. E tutto ciò non perché quel ragazzo sia stupido o meno, ma perché per leggere questo libro ci vuole un po’ di esperienza di vita, di curiosità della Storia, di voglia di guardare nelle pieghe delle fonti, di mettersi lì e domandarsi quanto è bassa la terra che si coltiva. Avessi letto questo libro a 16 anni lo avrei odiato, letto ora a 36 anni mi rendo conto che mi ha parlato come non mi sarei mai aspettata.

“Erano, in fondo, tutti (mi pareva ora di vederlo chiaramente) degli adoratori, più o meno inconsapevoli, dello Stato; degli idolatri che si ignoravano. Non importava se il loro Stato fosse quello attuale o quello che vagheggiavano nel futuri; nell’uno e nell’altro caso lo Stato, inteso come qualcosa di trascendente alle persone alla vita del popolo; tirannico o paternamente provvidente, dittatoriale o democratico, ma sempre unitario, centralizzato e lontano. Di qui l’impossibilità, fra i politici e i miei contadini, di intendere e di essere intesi. Di qui il semplicismo, spesso ammantato di espressioni filosofeggianti, dei politici, e l’astrattezza delle loro soluzioni, non mai aderenti a una realtà viva, ma schematiche, parziali, e così presto invecchiate.”

Lascia che ti racconti una storia…

Ci sono mattinate in cui tocca uscire negli orari peggiori della stessa per fare cose di dovere e nell’aspettare l’orario giusto per l’appuntamento si gironzola per la città.

La mia città di provincia, che amo sopra ogni altra cosa al mondo perché mi appartiene in tutte le sue sfumature, ha il brutto difetto il sabato mattina di mostrare il peggio di sé. O meglio, quello che io ritengo il peggio di sé. Se ci si alza presto, sia che ci sia il sole o la nostra amata nebbia, sono pochi i parmigiani che gironzolano: vanno a prendere il caffè, si fermano a prendere la Gazzetta, un salto in Ghiaia per il mercato e poi fermarsi sotto a Garibaldi per parlare bene o male di tutto quello che succede. E’ un rito vecchio come il mondo che a me da sicurezza che tutto alla fine rimarrà sempre un po’ uguale a se stesso, anche se veloce e sempre più senz’anima. Mentre l’orologio avanza verso il mezzogiorno, il parmigiano snob fighetto si alza ed esce per andare a farsi vedere in centro. E’ la vasca senz’anima. Il brutto di Parma per me. Senti che nell’aria c’è un sentore di finto che si mischia al cerone delle donne imbellettate e il nero delle scarpe all’ultima moda; bambini vestiti all’ultima moda per far vedere a tutti che i loro genitori hanno i soldi (e magari a casa hanno le crepe nei muri…); cani trattati come bambini che si guardano smarriti alla ricerca di un prato infangato dove riprendere la propria dignità canina. Potendo io evito il centro di sabato dalle 11 in poi, ma questa volta non potevo.

Girare in centro senza uno scopo mi lascia un po’ l’amaro in bocca e nemmeno passare davanti alle vetrine del mio amato Vender, tradirlo un po’ passando da Cavalieri (un giorno, giuro, avrò un Borsalino originale) e sognare di mille cose riescono davvero a ridarmi il sorriso. Provo allora ad andare al Libraccio (non devo comprare!), ma c’è il mondo: l’hanno scoperto tutti, comprese le vecchiette che ti passano davanti, ti stazionano davanti alla scaffalatura per guardare i libri a 3 euro impedendoti di fare la stessa cosa. Esco a mani vuote e con un po’ di carogna che mi gironzola attorno. Sotto ai portici attivisti politici mi ricordano che posso cercare di nascondermi in libri e cappelli, ma alla fine tocca svegliarsi ogni giorno. Provo a vedere se qualcosa a Feltrinelli potrebbe mettermi di buon umore, ma è un’utopia fallita già nel finire di nominarla. Non è più una libreria, un luogo di culto sacro del foglio ricoperto di caratteri neri, di copertine sfavillanti, non è l’antro esoterico di lettori appassionati, ma è diventato un vero bazar con il suo angolo impattante di caffetteria-bar-brunch o cose del genere: c’è il frigo bar con non so più cosa; le scaffalature (sempre più vuote devo dire, forse il mio anatema sta funzionando) con cibo molto chic che accalappia solo la medietà provinciale come se fosse una novità ma che schiferebbero prendere o solo guardare al supermercato; ammennicoli che non c’entrano con i libri manco a pagarli, ma che dal tempo dell’inaugurazione stanno vistosamente diminuendo. Mi avvio faticosamente verso il secondo piano e fra un buttare l’occhio e l’altro alla ricerca di una possibile foto per “Le mani che leggono”, ma tutto mi sembra troppo affollato e rumoroso.

Poi ricordo che non so come e perché il sabato mattina al secondo piano della Feltrinelli le famiglie si incontrano perché i bambini giochino e si avvicinino alla lettura nel loro reparto dedicato. Un sorriso mi scappa perché è semplicemente meraviglioso vedere che invece che portarli ai gonfiabili in un centro commerciale ci sono ancora padri e madri che decidono di sedersi sulle seggioline colorate e bassissime e giocare coi loro figli. Forse il buon umore mi torna se non sentissi commenti rumorosi e fastidiosi di una pochezza letteraria che mi sconvolge. Mi manca il mio compagno di “spocchiosaggine” (un giorno vi spiegherò cos’è) in questa giornata per riequilibrare le sorti.

In tutto questo fastidioso mal’umore che mi cresce dentro, con un brusio snob attorno, di colpo mi fermo. Un leggerissimo brusio, sommesso, continuo, profondo mi giunge inaspettato all’orecchio. Non capisco cosa sia e mi guardo attorno come se avessi sognato quel suono in mezzo al frastuono. Poi mi sporgo e noto un uomo seduto su una delle poltrone, ma non capisco ancora e allora mi sporgo ancora, piano, per capire e vedo la cosa più meravigliosa di questo mondo: quell’uomo serio e tranquillo stava leggendo una storia alla sua bambina la quale, con l’altra mano impegnata a tenere fermo un altro libro, lo ascoltava accoccolata addosso a lui e rapita anche quasi in apnea. Un padre e una figlia, oserei dire, fermi nella loro personalissima bolla di paradiso terreste di lettura, immersi nella storia di chissà quale mondo, uniti dalla voce, il contatto fisico, la vera comunicazione ed io che ero solo un’estranea impicciona, mi sono ritirata commossa.

Sono uscita, andando verso il mio appuntamento, con lo spirito risollevato, con il cuore gonfio e con nelle orecchie quel brusio maschile e delicato che raccoglieva in sé tutto il sapere dei padri che raccontano ai figli perché essi a loro volta diventino uomini e donne. E sì, ancora una volta ho avuto la risposta che questo nostro mondo alla deriva ha la speranza di salvarsi.

James Gurney
James Gurney

Buon compleanno Simenon!

http://it.wikipedia.org/wiki/Georges_Simenon

Prima ancora di Agatha Christie, prima di Sir Conan Doyle, io ho conosciuto il giallo attraverso Simenon.

Fu una delle mie prime conquiste letterarie, suffragate da una famiglia di forti lettori e da una giovane maestra per niente timorosa per quanto fossimo la sua prima classe completa. Credo che fossi in quarta elementare e da non so quanto fra i supporti complementari all’insegnamento dell’italiano c’era la lettura e le schede libro: prima forma di recensione matura. In classe avevamo un armadio con dei libri, ma era solo un ausilio per  chi non avesse libri adatti nelle proprie case. Io ero l’ultima di casa e avevo un mondo di libri, ma non so per quale motivo pensai che dovessi leggere “Il cane giallo” che avevo appena trovato fra le mani scartabellando fra le librerie di casa. Ricordo che la maestra mi mise alla prova non credendo che avrei potuto recensire (o forse capire) un libro di tale portata. Vinsi io!

Da lì egli mi ha accompagnato per tanto tempo facendomi letteralmente innamorare di Maigret, ma non di quell’amore passionale (come sviluppai per Sherlock Holmes), ma di quello per uno zio putativo che dietro la faccia bonaria nasconde i racconti più scabrosi e intriganti. Ovviamente la cinematografia ha manipolato il mio immaginario, visto che non mi sono persa una puntata del serial interpretato da Gino Cervi. Oh come li ho adorati! I migliori sceneggiati che siano mai stati fatti, puntando sulla sceneggiatura e sulla bravura degli attori piuttosto che sugli effetti speciali.

Per lungo tempo l’ho dimenticato presa da altri autori, racconti, generi letterari, ma l’anno scorso attraverso una serie di letture collettive sono “inciampata” di nuovo su di lui, con sommo piacere, e mi sono dedicata a scoprire il suo lato di romanziere. Ho scoperto un altro Simenon, molto crudo, senza speranza, narratore di sconfitti. Mi è sembrato così lontano da Maigret che è un pensatore e non uno sconfitto, un giusto duro col cuore tenero, un uomo dalle passioni semplici e mai vinto dall’abitudine.

E’ stata una vera sorpresa trovare in un autore che pensavo conosciuto e un po’ scontato, invece un personaggio particolare, duro, dalla vita non sempre “morale”, ma che nelle foto fuma la sua pipa come se fosse un’arma e guarda in faccia all’operatore come se fosse una sfida continua. Con queste ultime letture Maigret esce finalmente dal corpo del suo padre e cammina da solo, perché il suo autore ha già percorso un suo cammino personale da cui le sue storie si sono dipanate fortificandosi mentre si fanno leggere dagli altri. Storie che vanno lette, centellinate e capite, ma che mi incuriosiscono molto, perché per quanto belga, per quanto non un semplice narratore di genere, Simenon è imprescindibilmente il padre della Francia letteraria e dell’immaginario collettivo che anima tutti noi non francesi.

Buon compleanno Simenon, ci ribecchiamo nelle tue altre storie!

Buon compleanno Charles Dickens!

http://www.dickensmuseum.com/
Per la sua biografia: http://en.wikipedia.org/wiki/Charles_Dickens

Caro il mio Charles, ti ho conosciuto come tanti tuoi compari chiamati classici in età adulta, con tutto il cinismo e la “saggezza” che la vita comporta (si spera) quando gli anni passano, la voglia di divertirsi rimane e il volto è ancora quello di una ragazzina (la prossima volta che alle votazioni mi dicono che non posso votare per il senato, riforma o meno, gli tiro la carta d’identità addosso). Ma torniamo a noi. I film tratti dalle tue opere si sprecano e sei finito in mezzo in ogni situazione possibile e immaginabile e ammettiamolo sei diventato noioso e pesante per colpa altrui. Da te solo scene tristi, vicende al limite del taglio delle vene, cattivi che più cattivi non si può ma troppo normali, davvero…sei stato raccontato a tutti noi come la palla più palla del mondo. Oppure la Disney ha preso la tua opera più festiva (“Canto di Natale”) e l’ha trasformato in uno dei suoi gioielli meglio riusciti e devo ammetterlo è davvero impossibile per me non vedere in Scrooge il volto di Paperone o nello spirito del natale futuro quello di Gambadilegno.

Eppure…eppure…come dire…mi sei capitato in casa senza volerlo, aprendo la porta non solo ai tuoi racconti, ma anche a tanti tuoi sodali scrittori che sinceramente non avrei voluto far entrare. Sai com’è…quando si inizia il gioco delle letture collettive, quando si esce dal proprio sicuro recinto di lettore e si decide che è ora di rischiare, si fanno queste e altre cose.

Ho letto “Canto di Natale” in due ore, bevendolo e alla memoria non è apparso solo Topolino & co, ma anche “La vita è meravigliosa”di Capra e ho scoperto un vero gioiellino fatto di un miscuglio di leggerezza e profondità, di stimolo a guardarsi dentro e voglia di rischiare per cambiare; un libro che dimostra che non è la mole di pagine o il numero di parole a fare un gioiellino che rimarrà per sempre nella storia della letteratura.

Poi mi sei caduto con “Il nostro comune amico”. Ora che siamo fra noi due, puoi dirlo Charles, senza remore: c’hai pagato le bollette con questo lavoro? Non ti è mai piaciuto, l’hai tirato alla lunga, solo per quel motivo, vero? Non c’è altra spiegazione! La vena ironica e sottile si è trasformata in sarcasmo e pesantezza tipica delle vecchie comari inacidite e la presentazione di personaggi tutti di una bidimensionalità asfissiante; hai nascosto il piglio sotto alle vesti dei pochi personaggi che spiccano per umanità e completezza. E’ colpa delle bollette, non c’è da dire altro, perché aver letto con attenzione quei due libri fa pensare che non siano stati scritti dalla stessa persona, pur mantenendo un labile filo rosso di comunanza.

Mi dicono che nel mezzo ci sono altri validissimi libri, ma diciamocelo alcuni mi attirano come mangiare il pane secco senza l’ausilio di un bicchiere d’acqua. Perché sei stato preso come banditore della sfiga che imperversa fra le persone? E’ solo colpa dell’epoca in cui sei vissuto, della tua vita, della società londinese? Oppure è solo la nostra programmazione scolastica italiana da “pezze al sedere e lacrime da versare” che ha preferito divulgare “Oliver Twist” piuttosto che altri romanzi più leggeri?

Qui lo dico e non lo rinnego che è mia volontà darti altre possibilità di dimostrare il tuo carattere e il tuo valore, la tua ironia e il tuo sarcasmo, lontano dalle recensione della intellighenzia che ci vuole tutti tristi, pensierosi e con le dita continuamente schiacciate nel cassetto.

Buon compleanno Charles Dickens!

 

“Borgen” il gioco della politica è uguale ovunque

http://it.wikipedia.org/wiki/Borgen_-_Il_potere

Non sono appassionata di serial contemporanei che trattano argomenti odierni; la politica con un’impronta di idea ben definita (e anche lontana da me) mi annoia; in più non sono nemmeno appassionata della scrittura e sceneggiatura del nord Europa perché credo che siano pompati troppo dal mondo dell’editoria; eppure non so perché sono rimasta incastrata da questa serie. “Borgen” è qualcosa di diverso sia per stile che per idea, facendo vedere la politica dalla doppia linea dei politici e dei giornalisti.

Mi ero tenuta alla larga da questa serie perché sinceramente non avevo nessuna voglia di vedere come i nordici ci impartivano lezioni di politicamente corretto, di pari opportunità, di quanto sono avanti e belli, invece le prime puntate mi hanno conquistato per altre cose. La prima di tutte è che questa serie è più italiana di quanto forse loro stessi vogliano pensare: la politica è schifo, è colpi bassi, è giocare sporco, è connivenza (sì, lo so, il termine è forte) fra scribacchini e politicanti, è andare oltre il limite.

Se da una parte abbiamo chi cerca di fare il proprio mestiere con rettitudine, dall’altro c’è sempre chi vuole spostare il limite della decenza, del fattibile oltre al reale. Questi giornalisti che vorrebbero andare a ravanare nel torbido o che non si fermano davanti a niente o nessuno pur di ottenere una notizia; mentre dall’altra parte i politici fanno di tutto per rimanere attaccati alla loro poltrona (e ciò è tipicamente italiano).

La seconda serie scivola nel personale molto più che nella prima a mio parere, come se si volesse distrarre l’attenzione dello spettatore dal gioco sporco della politica, ma tutto è giostrato talmente bene che non ci si rende nemmeno conto del cambio di ottica. Mi chiedo come sia stato seriamente accolto in Danimarca, quanti si siano riconosciuti o abbiano riconosciuto i propri rappresentanti oppure si siano scandalizzati che sotto alla perfetta ed elegante vetrina ci sia il marcio, come diceva Amleto.

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La vicenda segue la vita umana e lavorativa del primo ministro donna del paese, con tutte le complicazioni che ne conseguono. Da noi ella sarebbe un personaggio della vecchia democrazia cristiana (e dai non ditemi che non è così!): moderata, ben vestita, femminile ma non sguaiata, bella famiglia, valori e onestà. Quello che manca alle nostre parlamentari corrispondenti, per poterle paragonare a Birgitte Nyborg, non è solo una bellezza sofisticata e una chiarezza di pensiero, ma soprattutto una determinazione che pochi possono possedere; davvero un personaggio particolare e non so quanto realistico anche per i suoi conterranei. Eppure ella ispira simpatia o almeno curiosità nel vedere come riuscirà a gestire tutto e tutti con la capacità di un vero giocoliere. Ella appare come il faro positivo della politica, mentre attorno a lei una serie di uomini vili e dai valori discutibili e donne in carriera la affrontano, facendo capire allo spettatore che prima o poi perderanno perché il bene vince.

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Suo equivalente nel mondo del giornalismo è Katrine Fønsmark, anche lei vera giocoliera fra amori difficili, onestà intellettuale, capacità organizzativa e di comprensione delle mille variabili che esistono nel suo mondo. Nel nostro modo di fare televisione ella sarebbe stata catalogata come la bella velina bionda (in antitesi con Birgitte che sarebbe quella mora), bella e un po’ svampita, invece no!,  anche lei è una con le “palle” o meglio con la chiarezza di idee, tanto che gli uomini al suo fianco un po’ spariscono, persi in vere e proprie seghe mentali.

Questa disamina della femminilità del serial non da giustizia ai personaggi che non sono equiparabili ai nostri personaggi delle serie. Per la prima volta ho visto qualcosa di femminile senza essere svenevole, di deciso senza essere virago, di sensuale senza essere volgare, di fragile senza essere oca. A questo punto mi viene da dire che questa non è una serie sulla politica danese, ma una serie sulle donne nella, attorno la, fra la politica ed è forse questo l’aspetto che più mi incuriosisce, perché la visione di queste donne è totalmente nuova per noi spettatori italici. Per quanto suppongo che sia pieno di stereotipi, ringrazio al cielo che non sia una produzione nostrana, perché non ne avrebbe avuto lo spessore e soprattutto la buona recitazione. Il prodotto è buono e ben fatto e questo è sempre difficile da vedere nella tv generalista. Purtroppo dopo due serie non so dove andranno a parare nella terza e tremo al sol pensiero che possa virare nella versione da telenovela (quindi puntando troppo sulle vicende personali) oppure su una visione buonista della politica (in cui gli ideali vincono, la morale populista si insedia e tutti sono buoni felice ecologisti e contenti), perché davvero già in questa seconda hanno un po’ tirato la corda.

Postilla: Ma quanto è divertente e paradossale il doppiaggio con i nomi dei partiti che ricordano un po’ quelli italiani!

“Il nostro comune amico” Libro 2, cap. XIII

Mentre in nostro misterioso uomo se ne esce dalla simpatica casa, sembra di vederlo camminare per le nostre strade di questo autunno-inverno infinito e piovoso. Seguiamo i suoi passi, mentre cerca di ricordare qualcosa fatto tempo prima, giri e giravolte, case e panni stesi; e più cammina e più sembra modificare aspetto diventando prima una persona e poi un’altra ancora, con una capacità camaleontica inaspettata (finalmente un po’ di pathos!), rivelandosi alla fine come il giovane Rokesmith.

“Non ho modo di ricostruire la scena della mia morte.”

Il destino che è cupo sul giovane ci appare come un momento di intensità emotiva inaspettato in questo libro fatto di acido e di noia (e bollette da pagare per Dickens), perché egli è come convinto di non poter essere parte né del mondo dei vivi né di quello dei morti, come sospeso fra i due; la sua vera identità che deve rimanere nascosta lo costringe a una continua recita in una farsa non sua. Egli non riesce a cogliere il buono del non essere riconosciuto da chi di dovere e non riesce minimamente a pensare di approfittare della situazione. Seguire i pensieri di Rokesmith significa a questo punto seguire la vicenda di Harmon (toh, non l’avevamo mica capito che erano la stessa persona!) nel tornare in patria, cercare la sua eredità, obblighi, cose, il suo piano per non essere ingabbiato in un destino non scelto, la fortuna di trovare nel signor Radfoot un sosia…e come alla fine la sua innocenza venne ripagata con l’inganno (ma beato ragazzo, anche te!). E come l’ingannatore venne a sua volta ingannato e morto per mani altrui.

Sul piatto della sua vita ora c’è la decisione più importante da prendere: fare “resuscitare” o meno Giovanni Harmon? Bella sembra essere il peso che può spostare il piatto da una parte o dall’altra, perché l’amore che egli prova è la cosa più forte in questo momento.

Al ritorno a casa Giovanni rimane “accidentalmente” solo in casa Boffin proprio con la giovane Bella. La loro piccola schermaglia amorosa è davvero risibile e verrebbe voglia di entrare nel libro e dare un ceffone all’uno e uno all’altra, ma erano nell’1800 e quindi ‘ste cose erano normali. Se le schermaglie d’amore devono sempre finire con ferite aperte e dolorose offese, davvero è meglio rimanere single…

La scommessa dell’amore – Ilya Efimovich Repin