“Il nostro comune amico” Libro 2, cap. XIII

Mentre in nostro misterioso uomo se ne esce dalla simpatica casa, sembra di vederlo camminare per le nostre strade di questo autunno-inverno infinito e piovoso. Seguiamo i suoi passi, mentre cerca di ricordare qualcosa fatto tempo prima, giri e giravolte, case e panni stesi; e più cammina e più sembra modificare aspetto diventando prima una persona e poi un’altra ancora, con una capacità camaleontica inaspettata (finalmente un po’ di pathos!), rivelandosi alla fine come il giovane Rokesmith.

“Non ho modo di ricostruire la scena della mia morte.”

Il destino che è cupo sul giovane ci appare come un momento di intensità emotiva inaspettato in questo libro fatto di acido e di noia (e bollette da pagare per Dickens), perché egli è come convinto di non poter essere parte né del mondo dei vivi né di quello dei morti, come sospeso fra i due; la sua vera identità che deve rimanere nascosta lo costringe a una continua recita in una farsa non sua. Egli non riesce a cogliere il buono del non essere riconosciuto da chi di dovere e non riesce minimamente a pensare di approfittare della situazione. Seguire i pensieri di Rokesmith significa a questo punto seguire la vicenda di Harmon (toh, non l’avevamo mica capito che erano la stessa persona!) nel tornare in patria, cercare la sua eredità, obblighi, cose, il suo piano per non essere ingabbiato in un destino non scelto, la fortuna di trovare nel signor Radfoot un sosia…e come alla fine la sua innocenza venne ripagata con l’inganno (ma beato ragazzo, anche te!). E come l’ingannatore venne a sua volta ingannato e morto per mani altrui.

Sul piatto della sua vita ora c’è la decisione più importante da prendere: fare “resuscitare” o meno Giovanni Harmon? Bella sembra essere il peso che può spostare il piatto da una parte o dall’altra, perché l’amore che egli prova è la cosa più forte in questo momento.

Al ritorno a casa Giovanni rimane “accidentalmente” solo in casa Boffin proprio con la giovane Bella. La loro piccola schermaglia amorosa è davvero risibile e verrebbe voglia di entrare nel libro e dare un ceffone all’uno e uno all’altra, ma erano nell’1800 e quindi ‘ste cose erano normali. Se le schermaglie d’amore devono sempre finire con ferite aperte e dolorose offese, davvero è meglio rimanere single…

La scommessa dell’amore – Ilya Efimovich Repin

 

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