Lascia che ti racconti una storia…

Ci sono mattinate in cui tocca uscire negli orari peggiori della stessa per fare cose di dovere e nell’aspettare l’orario giusto per l’appuntamento si gironzola per la città.

La mia città di provincia, che amo sopra ogni altra cosa al mondo perché mi appartiene in tutte le sue sfumature, ha il brutto difetto il sabato mattina di mostrare il peggio di sé. O meglio, quello che io ritengo il peggio di sé. Se ci si alza presto, sia che ci sia il sole o la nostra amata nebbia, sono pochi i parmigiani che gironzolano: vanno a prendere il caffè, si fermano a prendere la Gazzetta, un salto in Ghiaia per il mercato e poi fermarsi sotto a Garibaldi per parlare bene o male di tutto quello che succede. E’ un rito vecchio come il mondo che a me da sicurezza che tutto alla fine rimarrà sempre un po’ uguale a se stesso, anche se veloce e sempre più senz’anima. Mentre l’orologio avanza verso il mezzogiorno, il parmigiano snob fighetto si alza ed esce per andare a farsi vedere in centro. E’ la vasca senz’anima. Il brutto di Parma per me. Senti che nell’aria c’è un sentore di finto che si mischia al cerone delle donne imbellettate e il nero delle scarpe all’ultima moda; bambini vestiti all’ultima moda per far vedere a tutti che i loro genitori hanno i soldi (e magari a casa hanno le crepe nei muri…); cani trattati come bambini che si guardano smarriti alla ricerca di un prato infangato dove riprendere la propria dignità canina. Potendo io evito il centro di sabato dalle 11 in poi, ma questa volta non potevo.

Girare in centro senza uno scopo mi lascia un po’ l’amaro in bocca e nemmeno passare davanti alle vetrine del mio amato Vender, tradirlo un po’ passando da Cavalieri (un giorno, giuro, avrò un Borsalino originale) e sognare di mille cose riescono davvero a ridarmi il sorriso. Provo allora ad andare al Libraccio (non devo comprare!), ma c’è il mondo: l’hanno scoperto tutti, comprese le vecchiette che ti passano davanti, ti stazionano davanti alla scaffalatura per guardare i libri a 3 euro impedendoti di fare la stessa cosa. Esco a mani vuote e con un po’ di carogna che mi gironzola attorno. Sotto ai portici attivisti politici mi ricordano che posso cercare di nascondermi in libri e cappelli, ma alla fine tocca svegliarsi ogni giorno. Provo a vedere se qualcosa a Feltrinelli potrebbe mettermi di buon umore, ma è un’utopia fallita già nel finire di nominarla. Non è più una libreria, un luogo di culto sacro del foglio ricoperto di caratteri neri, di copertine sfavillanti, non è l’antro esoterico di lettori appassionati, ma è diventato un vero bazar con il suo angolo impattante di caffetteria-bar-brunch o cose del genere: c’è il frigo bar con non so più cosa; le scaffalature (sempre più vuote devo dire, forse il mio anatema sta funzionando) con cibo molto chic che accalappia solo la medietà provinciale come se fosse una novità ma che schiferebbero prendere o solo guardare al supermercato; ammennicoli che non c’entrano con i libri manco a pagarli, ma che dal tempo dell’inaugurazione stanno vistosamente diminuendo. Mi avvio faticosamente verso il secondo piano e fra un buttare l’occhio e l’altro alla ricerca di una possibile foto per “Le mani che leggono”, ma tutto mi sembra troppo affollato e rumoroso.

Poi ricordo che non so come e perché il sabato mattina al secondo piano della Feltrinelli le famiglie si incontrano perché i bambini giochino e si avvicinino alla lettura nel loro reparto dedicato. Un sorriso mi scappa perché è semplicemente meraviglioso vedere che invece che portarli ai gonfiabili in un centro commerciale ci sono ancora padri e madri che decidono di sedersi sulle seggioline colorate e bassissime e giocare coi loro figli. Forse il buon umore mi torna se non sentissi commenti rumorosi e fastidiosi di una pochezza letteraria che mi sconvolge. Mi manca il mio compagno di “spocchiosaggine” (un giorno vi spiegherò cos’è) in questa giornata per riequilibrare le sorti.

In tutto questo fastidioso mal’umore che mi cresce dentro, con un brusio snob attorno, di colpo mi fermo. Un leggerissimo brusio, sommesso, continuo, profondo mi giunge inaspettato all’orecchio. Non capisco cosa sia e mi guardo attorno come se avessi sognato quel suono in mezzo al frastuono. Poi mi sporgo e noto un uomo seduto su una delle poltrone, ma non capisco ancora e allora mi sporgo ancora, piano, per capire e vedo la cosa più meravigliosa di questo mondo: quell’uomo serio e tranquillo stava leggendo una storia alla sua bambina la quale, con l’altra mano impegnata a tenere fermo un altro libro, lo ascoltava accoccolata addosso a lui e rapita anche quasi in apnea. Un padre e una figlia, oserei dire, fermi nella loro personalissima bolla di paradiso terreste di lettura, immersi nella storia di chissà quale mondo, uniti dalla voce, il contatto fisico, la vera comunicazione ed io che ero solo un’estranea impicciona, mi sono ritirata commossa.

Sono uscita, andando verso il mio appuntamento, con lo spirito risollevato, con il cuore gonfio e con nelle orecchie quel brusio maschile e delicato che raccoglieva in sé tutto il sapere dei padri che raccontano ai figli perché essi a loro volta diventino uomini e donne. E sì, ancora una volta ho avuto la risposta che questo nostro mondo alla deriva ha la speranza di salvarsi.

James Gurney
James Gurney
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