“Come il lupo” di Eraldo Baldini

http://www.einaudi.it/libri/libro/eraldo-baldini/come-il-lupo/978880619366

Riprendo con interesse a seguire le letture collettive autorali dei Corpi Freddi, visto che il mese scorso (sì lo so, sono in ritardo mostruoso, ma sta scimmia delle letture collettive mi sta scappando di mano…) è stato votato Eraldo Baldini, scrittore italiani osannato per la sua bravura nel comporre gialli d’impatto e pieni di emozione. Fra tutti i titoli scelgo “Come il lupo”. Sarà per la copertina, sarà perché dove c’è un lupo c’è speranza, sarà sarà, ma stavolta mi sono fatta fregare anche dal mio istinto. Oppure gli scrittori di quarte di copertina si sono fatti più furbi.

In questo libro c’erano tutti gli elementi che mi incuriosivano al di là del semplice animale selvatico. C’era un personaggio con la divisa (anche se per me il forestale è Poiana creato da Guccini e Macchiavelli in “Malastagione”); c’era una bambina con una malattia invalidante ma con un dono nel mezzo; c’era un passato tragico; e c’era un mistero. Questi elementi ci sono ancora in tutta la lettura del libro, ma sono annacquati non tanto dalla scrittura ma dalla poca chiarezza di trama. Il romanzo è un giallo/thriller o è narrativa? Perché se è il secondo posso dire che è ben scritto, ben composto con un personaggio che deve imparare a fare il padre anche nelle difficoltà, senza delegare ad altri l’onere di combattere la malattia. Se invece è un giallo l’autore ha fatto un enorme flop. E considerando che le prime 20 pagine sono scritte stupendamente, con una durezza di situazioni che raramente ho trovato in un italiano, aggiungendo che l’autore è considerato uno dei grandi del panorama di genere in terra nostrana, credo che questo libro vada letto in questa maniera. E allora, ripeto, è un flop.

L’investigazione è nulla, la ricerca è forzata (come quando giochi di ruolo e il master ti conduce per mano che tu lo voglia o no), i personaggi stereotipati e non evoluti. C’è una valle chiusa che si dimostra invece più ospitale che il bar migliore di Roma (tanto per dire una città grande abituata al via vai della gente); c’è un post seconda guerra mondiale che sfocia nella solita descrizione manichea di destra e sinistra, dimenticando volutamente le sfumature; c’è una natura che manco nel telefilm “A un passo dal cielo” con il gemello di Don Matteo; c’è l’epilessia, ma manco un medico, ma solo discriminazione e chiusure. E ci sarebbe un teschio, ma che poi possiamo anche dimenticarcelo, perché trovare chi è diventa facile (due ricerche e via), capire perché ancora di più, quindi perché indagare?

Qualcuno ha sottolineato come sia interessante il sottofondo folkloristico che guida tutta la storia, ma io ho trovato anche questo aspetto raccontato con superficialità e con mera riproduzione scolastica delle quattro nozioni imparate. Mi viene da dire quello perché se ci nasci dentro a certe storie le emozioni traspaiono dalle tue parole, ma se lo impari da altri senza empatia rimangono solo belle fotografie, anche ben fatte, ma belle solo per tappare i buchi sul muro.

Una vera delusione, lo devo ammettere e non so se voglio dare una seconda opportunità all’autore, anche se voglio scoprire se è un vero fenomeno e io ho preso il libro sbagliato, oppure è il classico fenomeno letterario ben pompato da chi è più fan che lettore critico. Voto: 4

“Si può fare” di Angelo Branduardi

 

E’ innegabile che Branduardi sia un menestrello, un cantautore, un cantastorie come pochi ce ne sono adesso, ma che hanno camminato nella Storia per evolvere l’uomo. Questa canzone è per me la speranza che si può sempre ricominciare, che l’errore è contemplato nella vita, che bisogna darsi i tempi per riuscire a fare tutto, soprattutto rialzarsi e amare.

“I fiori della guerra” di Zhang Yimou

Questa sera avevo voglia di guardare qualcosa di diverso dal solito telefilm o dal solito programma di discussione e Rai 3 sembrava avermi regalato l’occasione giusta.  “I fiori della guerra” di Zhang Yimou mi è sembrato l’occasione giusta. Il film racconta un episodio tremendo della guerra fra la Cina e il Giappone, dove Nanchino fu la città caposaldo della barbarie dell’uomo (in questo caso il giapponese) contro la donna (cinese), dove non solo tutti i valori umani erano stravolti, ma anche tutti i rapporti umani lo sono; dove l’egoismo e la guerra hanno vinto finché il diritto e l’umanità non hanno richiesto di avere spazio e voce.

http://www.mymovies.it/film/2011/nanjingheroes/

Il regista si è soffermato a raccontare la vicenda di un gruppo di scolare e di prostitute ritrovatesi a condividere il rifugio nella cattedrale della città, dove nel frattempo è arrivato un becchino occidentale per seppellire il prete morto nei combattimenti. Purtroppo il corpo del prete non si trova, quindi niente paga e l’uomo si trova nel mezzo della situazione dovendo alla fine scegliere fra il proprio egoismo e il coraggio: diventa così il tutore, finto prete dal fisico e dal carisma, di tutte queste ragazze divise da vita e reciproche paure.

Tutto sulla carta permetteva di vedere un film emozionante e coinvolgere, ma purtroppo il regista di fa prendere la mano da troppo manierismo e costruisce una storia i cui dialoghi a volte risultano finti e stereotipati; in cui personaggi sembrano figurine senza anima e senza cervello; in cui le situazioni sono al limite del ridicolo o dello splatter; in cui non c’è un vero approfondimento.

Ci sono scene forti, emotive, emozionanti che sconvolgono per la crudezza o per l’argomento, ma manca sempre qualcosa di più che le possa legare l’una all’altra per mantenere il ritmo e l’empatia con lo spettatore.

C. Bale anche se non al massimo delle sue capacità, riesce a entrare nel personaggio doppiogiochista con una capacità impressionante, passando dal prete forte e integerrimo, al becchino per necessità, al padre e infine all’uomo fatto di carne e ossa. Penso che con un altro regista o con una sceneggiatura più complessa avrebbe potuto rendere meglio. Il paragone con il personaggio di Schindler interpretato da Liam Neeson è purtroppo troppo vicino per vedere questo secondo ancora giganteggiare.

Forse manca in questo film tutto il lavoro diplomatico, la tensione emotiva che vede coinvolgere cattivi e buoni, dove i secondi infinocchiano i primi più di una volta, per poi purtroppo dover scendere a patti. Tutto, o quasi, si svolge fra le rovine della chiesa senza però avere davvero la sensazione che essa sia un porto franco oppure uno dei tanti luoghi di battaglia. E’ alla fine un non luogo, senza memoria del passato e senza futuro, dove 24 donne e 2 uomini vivono senza sapere perché. Quindi la sceneggiatura è a mio giudizio insufficiente per lavoro e per cura dei dettagli.

Come mi aspettavo la fotografia è stupenda con una varietà di colori e con una serie di inquadrature che non solo sottolineano il parlato della piccola narratrice, ma anche staccano come veri e propri momenti di poesia visiva. Purtroppo queste pennellate poetiche non sono adatte a questo genere di film.

La musica è tipicamente cinese e come la fotografia segue una visione che stona per la vicenda e rieccheggia troppo femminile, senza mai essere davvero funzionale o emozionale. A lungo andare stanca e sembra un continuo miagolio.

I costumi sono curati e ben fatti, ma diciamo che sbagliarli sarebbe stato proprio da superficiali.

Voto: 5 e senza speranze di arrivare alla sufficienza. Sono stata anche troppo buona alla fine, perché in certi momenti sono stata tentata di cambiare canale e guardarmi “Don Matteo”, ma non posso dire che sia stato un film fatto male, solo che non è il film per questo genere. O il genere per questo film. Insomma era meglio che il regista facesse un’altra storia.

“Il paradiso degli orchi” di Daniel Pennac

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Primo libro di Pennac e devo dire che se la lettura non mi ha travolto di certo mi ha entusiasmata. La motivazione è molto semplice: lo scrittore ha uno stile molto particolare e mi sono resa conto nel procedere la lettura che questo è un libro che non si può interrompere perché devi fare altro, ma che va letto tutto d’un fiato o quasi. Questo è un pregio o un difetto, non lo saprei dire, ma la forma colloquiale e mentale con cui la vicenda si dipana, come i personaggi vengono mostrati nella loro particolarità, come l’investigazione viene svelata prevede un diverso modo di rapportarsi.

Ammetto che la curiosità di leggere questo libro ha avuto due impulsi: da una parte il film uscito quest inverno e che mi incuriosiva, dall’altro il consiglio di due amici di cui stimo l’originalità nella scelta di film e libri (è gente con cultura, ma non con intellighenzia…). Mi sono regalata il libro per Natale come compensa per i regali non andati del tutto a segno (e ho fatto una buona scorta di libri, quindi rassegnatevi perché troverete spesso questa motivazione) e devo ammettere che mi ha colpito anche la copertina di questa edizione. La copertina è di Jacques Tardi disegnatore francese molto prolifico oltrealpe e molto quotato, ma in italiano poco conosciuto (tocca dire che non è una cosa strana nel nostro paese dove il fumetto non è un’arte, ma una robaccia da ragazzini decerebrati).

La vicenda è molto semplice, ma nello stesso complicata in tutte le sue sfumature. Ben Malaussène è il fratello maggiore di una complicata famiglia dove la madre è assente e lui è il tutore di una serie di fratelli e sorelle minori dai poliedrici talenti e curiosità; per mantenere la famiglia lavora in un Grande Magazzino come “capro espiatorio”. Tutto fila liscio finché una serie di attacchi con bombe sul suo posto di lavoro lo trova coinvolto in prima persona sia nell’indagine che nel tenere a freno tutta la sua strampalata famiglia (senza contare un estroso amico/zio e un cane indipendente ed epilettico).

Alla fine questo libro è un giallo atipico o un thriller non giallo e nemmeno nero, ma se lo avesse raccontato Grangè sarebbe riuscito a sviscerare le pieghe più sordide del delitto, esagerando a più non posso, pur di aumentare la morbosità, mentre in mano a Pennac ogni elemento non solo suona logico e accettabile, ma anche il male trova la sua collocazione e non giustificazione. L’autore non parteggia nemmeno per un momento per il cattivo, pur descrivendolo con la stessa assurdità del resto dei personaggi, ma condanna a piene mani la motivazione per cui agisce, eppure lo fa in un modo così credibile, da cronaca, che al lettore non rimane l’ansia da prestazione.

La parte più bella del libro è la famiglia Malaussène che oscilla fra ansie di anormalità, Orchi di Natale, foto di ogni particolare della vita, racconti fantastici e predizioni di morte. Oserei dire troppo per una famiglia sola, ma alla fine come si farebbe senza Clara che guarda la vita attraverso l’obbiettivo della Leica (gran macchina) e riesce a metabolizzare ogni cosa; senza Therèse e la sua capacità di accettare ogni cosa spirituale nella sua visione chiara del paranormale mentre senza dare disturbo (oserei dire almeno lì) batte a macchina ogni momento della famiglia; senza Jeremy nella sua normalità di adolescente indifferente alla scuola, ma curioso di qualsiasi altra cosa; o senza il Piccolo e i suoi disegni natalizi. Certo non potremo fare a meno di Julius, il cane, che alla fine anche se sconvolto dalla malattia, è quello che risulta più quadrato di tutti. E attorno a loro Louna, l’unica sorella ad aver abbandonato il nido, ma a richiedere le attenzioni di Ben; la “Zia Julia” e la sua forte carica erotica; Theo oscillante fra debolezze, stereotipi omossessuali e l’ottimo gusto per i vestiti. Una famiglia che malamente la quarta di copertina della mia edizione definisce “disneyana”, ma che in realtà ha quel gusto del paradosso tipicamente francese dove l’originale trova il suo posto rendendo colorato tutto il mondo attorno.

Da questo libro mi è rimasta la curiosità di voler sapere le altre avventure della famiglia, ma in generale devo ammettere che il libro non mi ha rapito come mi avevano preventivato. Sottile, arguto, assurdamente divertente, ma non un fenomeno comico e socialmente strabiliante.

“Il nostro comune amico” Libro 2, cap. XV

Sono indietro con la tabella di lettura, perché diciamocela tutto questo libro è pesante e noioso e scritto male. Ovvio, leggerlo con così lentezza (la lettura totale ci coinvolgerà per un anno e mezzo. La fine è prevista per novembre 2014, capite?), con tempi lunghi forse non aiuta il lettore moderno che non sa più aspettare, ma se è stato pensato così qualcosa vorrà dire o no? Noi, del gruppo di lettura, abbiamo pensato che con questo libro Dickens dovesse pagarci delle bollette. Tante bollette. Ma torniamo ai nostri personaggi noiosi, ai capitoli pesanti e a compagnia danzante.

Ritorna l’assedio del maestro e di Carletto alla povera Lisetta. Ma poverina! Lasciatela in pace! Mi stupisce l’atteggiamento di Carletto che da fratello amorevole è diventato un piccola despota insensibile; suppongo che sia la presenza del debole maestro a contagiarlo facendolo diventare un adulto arido e un po’ egoista (o egocentrico), insomma un debole a sua volta. L’incontro fra i tre sembra casuale, ma l’appostamento dei due uomini li fa sembrare ancora più biechi nel loro tentativo di manipolare la ragazza.

Il corteggiamento e la rivelazione dei suoi sentimenti da parte di Bradley è una delle cose più fastidiose che si possano leggere non solo perché è maldestro, ma perché violento verbalmente: è un continuo “io, io io” e un continuo a pensare a se stessi, inglobando la povera ragazza nei suoi pensieri come se fosse un oggetto. Ora fermiamoci un attimo e riflettiamo al periodo. Di certo per quanto le leggi ritenessero che un essere nato libero, avesse diritto alle proprie scelte ed emozioni, nella pratica non solo i superiori decidevano, ma soprattutto la maggior-età legale dell’uomo aveva un peso superiore alla minorità legale della donna. Questo insulso maestro è l’emblema di questa pretesa superiorità maschile anche quando priva di merito sulla donna. Vogliamo difenderlo dicendo che è solo imbranato? Non ce la faccio, ve lo dico sinceramente, perché il personaggio è di una pochezza che imbarazza. Non c’è romanticismo, ma violenza nelle sue parole e questo è inaccettabile anche in un personaggio immaginario. Mi chiedo come lo abbiano inteso i lettori a suo tempo…

Il maestro è un violento, un debole uomo che non sa accettare un no. Non riesco a difenderlo, a scusarlo, a vederne una romantica vittima del romanticismo. Sbattere le mani contro il muro e farle sanguinare, stringere il braccio della ragazza fino a farla gridare dal male e spaventarla con le sue parole è sintomo di un animo violento e di povertà morale. Prego vivamente Dickens di eliminare al più presto questo personaggio o di fargli scontare la pena del suo gesto. Non mi piace per niente. In più è preda dalla gelosia per Wrayburn, una gelosia morbosa e distorcente.

Rimasti soli Carletto e Lisetta, con un maestro lacerato in fuga, il ragazzo dimostra di essere un immaturo e soprattutto di sviluppare quell’odioso atteggiamento maschilista che si riscontra nel suo mentore. Egli, in preda a un raptus di non so cosa, tratta la sorella come una poveraccia senza valore che ha avuto l’ardire di non accettare di sposare un uomo meritevole di ogni onore per la sua grandezza inimmaginabile (appunto, chi la immagina) e anche lui continua a dire ossessivamente “io…io…io”.

Ammetto che mi stupisce la forza d’animo e il coraggio di questa ragazza che ha sempre fatto da figlia amorevole a un padre duro e madre-sorella a un fratello a questo punto ingrato. Un personaggio davvero particolare e più moderno di altri. Eppure, rimasta sola, ella si lascia andare alla delusione e al dolore… Ottime le parole del signor Riah, quando appare sulla scena:

“Scuoti la polvere dai tuoi piedi e lascialo andare”

E come se Dickens si divertisse a mettere a disagio certi personaggi, mentre il signore accompagna la ragazza a casa (bello vedere come l’emarginato da tutti, in quanto ebreo, si mostri il più umano e compassionevole, fuori da ogni egoismo), per avere la sicurezza che non le accada nulla, appare sulla scena…guarda un po’…proprio Wrayburn! Anch’egli l’aspettava per riaccompagnarla a casa…e dimostra anch’egli la sua pochezza umana, quando cerca di cacciare il signor Riah con maleducazione e insistenza, pur di rimanere solo con Lisetta. Ma questi uomini dove sono stati a studiare corteggiamento? Alla scuola dei buzzurri? Malgrado tutto Lisetta ha l’accortezza di metterlo sul chi va là perché potrebbe subire danni da qualcuno (vedi alla voce idiota maestro di Carletto).

Ratto di Proserpina di Gianlorenzo Bernini

 

“Il totem del lupo” di Jiang Rong

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Bello come quei libri che ti lasciano dentro il segno pur non volendo. Bello anche quando vorresti smettere di leggere perché sai come andrà a finire. Bello come quei libri che ti fanno pensare al di là della storia che stanno raccontando. Bello anche se toglieresti un po’ di pagine di spiegazione perché, anche se sai che valgono, rallentano il ritmo e la narrazione.

Non me lo aspettavo, perché avevo seguito il consiglio della scrittrice Danila Comastri Montanari pur sapendo che i nostri gusti sono diversi (lei su FB consiglia un sacco di libri che sta leggendo, di ogni genere ed è sempre un piacere vedere cosa una scrittrice legge sia per svagarsi come per studio), ma la trama mi incuriosiva. Mongolia e lupi, due argomenti capisaldi di questo libri, ma che per tanti versi mi trovo a leggere, vedere, curiosare, stando purtroppo lontana o a distanza di sicurezza.

La storia è semplice: un intellettuale cinese viene mandato in Mongolia per la riabilitazione, viste le sue idee fuori dalla linea maoista e rivoluzionari, ma invece di essere riabilitato in ottica politica, viene adottato e conquistato da una terra molto diversa, che ancora mantiene i ritmi lenti della pastorizia nomade, coi suoi riti e le sue saggezze. In questo libro egli, e alcuni suoi compagni, subiscono la metamorfosi dimenticando di essere cinesi e diventando mongoli, da invasori a conquistati. Purtroppo solo loro subiranno questo processo liberatorio, perché altri invece, subendo la politica espansionista e rivoluzionaria del partito comunista cinese, condanneranno una provincia fiera a diventare un deserto senza animali e uomini.

Il lupo è il filo conduttore di tutta la vicenda, rimanendo animale fiero e non addomesticabile, ma essendo un simbolo fortissimo della cultura  millenaria di un popolo che nel tempo ha conquistato, spopolato con l’Orda d’Oro, per poi spaccarsi e farsi conquistare solo politicamente. In una Cina senza religione, il lupo e il Tengger sono la forza spirituale che non si può domare; in una Cina dalle politiche espansioniste e agricole, il gregge di pecore, le marmotte e persino i topi di campagna sono gli elementi di un delicato equilibrio naturale che vede ancora una volta il lupo il suo giudice e controllore.

Il libro colpisce per la chiarezza in cui mostra la drammaticità del progresso, l’arroganza del non sapiente con in mano un fucile, il disprezzo dell’ignorante di fronte agli equilibri millenari della natura. E’ la storia non tanto o non solo della Cina (anche se più si va avanti e più vengono alla mente le immagini ultime delle tempeste di sabbia e si capisce meglio perché ci sono), ma è la storia di tutto il mondo occidentale in continua e incontrollata espansione, il quale crede di essere più furbo degli avi e delle lentezze, per volere tutto e subito e con il culo al caldo. E’ il disprezzo totale della natura sia nell’ottica del conquistatore che si crede il più furbo della catena alimentare, sia del pauroso che vorrebbe tenere ogni specie naturale a se stante e in una bolla di vetro. La natura ha i suoi ritmi, i suoi perché, i suoi valori e non siamo noi uomini a doverla decidere, ma dobbiamo solo capirla e aiutarla se siamo in grado. E’ un po’ la storia di questa nostra Italia disastrata, fra un cataclisma naturale e l’altro, abbandonata nella spocchia degli ignoranti e massacrata dalla burocrazia degli ignavi.

Non lo consiglio a tutti, ma se avete voglia di riflettere forse sarebbe meglio che lo leggeste.

Le yurte della Mongolia.

“Accabadora” di Michela Murgia

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Per la terza puntata del nostro Giro d’Italia Letterario ci siamo trasferiti in Sardegna. Le aspettative su questo libro e su questa regione per me erano molto alte perché pur non essendo sarda, mio nonno lo era e sento quella terra misteriosamente dentro di me (chi mi conosce sa che non posso spiegarmelo in modo logico, ma è una cosa che coinvolge pancia e DNA); in più il libro era nella mia wl per la trama intrigante. Quindi ho iniziato con piacere la lettura, inforcando il mio ereader e portandomelo in giro per qualche giorno visto che la lettura del libro è scorrevole e facile.

Ammetto che non so valutare questo libro perché da una parte mi ha deluso profondamente, ma dall’altro ha risvegliato ricordi della mia famiglia e sensazioni sopite.

La delusione parte proprio dalla storia o meglio dal modo di raccontarlo: senza empatia, senza mai approfondire. Per qualcuno potrà significare una sorta di pudore, ma alla fine a me è sembrato solo un’analisi sociologica nemmeno troppo ben fatta. Il tema è scottante: l’accabadora non è una maga o una strega, ma una che accompagna le persone nel trapasso e lo fa non nel modo simbolico della preghiera, ma il suo aiuto è pratico, serio, importante. Il personaggio è Bonaria Urria. Un gran bel personaggio, serio, silenzioso, forte, donna con la D maiuscola ma che non ha niente della femmina; è colei che non solo porta un grande fardello, ma lo porta con la serietà della comprensione della sua importanza; compie un passo normale nelle società arcaiche, adottando una delle figlie della sorella vedendo in lei qualcosa di particolare. Eppure qui finisce. Bonaria insegna a Maria solo ad essere una buona sarta e a dare importanza alla scuola, o meglio le insegna ad essere una donna moderna, con una straordinaria modernità (per il periodo in cui è ambientato) e spirito di indipendenza e rispetto; ma dimentica totalmente di insegnarle quello che è il compito che le è stato affidato, forse perché Maria deve essere solo figlia e non allieva o forse perché la scrittrice non ha approfondito (perché non si può raccontare o perché a lei non interessava) il concetto dell’apprendistato? Bonaria è solo madre e non deve essere maestra di segreti? Questo aspetto forte, interessante rimane rinchiuso in quell’unico personaggio coprotagonista che rimane però sempre un passo indietro nella vita della ragazzina. Mi spiace, perché tutto il senso del magico, dello spirituale, del sovrannaturale nella cosa più naturale che esista per la vita, morire, viene abbozzato come un compito mal eseguito. Alla fine Maria dovrà capire da sola, come il lettore e questo per me è uno sbaglio, perché in questo modo la trasmissione del sapere si perde e non trova più il suo senso.

Quello che invece mi ha preso, fino a farmi venire le lacrime agli occhi, è ritrovare nel racconto della vita dei sardi che rimangono, mentre i loro cari partono per la Grande Guerra, la vicenda di mio nonno che ragazzo del 1899 partì per la guerra ancora minorenne con la Brigata Sassari e rimase in continente per tutto il resto della sua vita. Morto che io ero bambina, non ho mai potuto sapere cosa avesse provato a non tornare più dai suoi cari e nel trovarsi in un altro mondo, in un’altra terra, lontano dalla sua terra. Rimane dentro di me il senso del suo sacrificio e della sua fermezza nel costruirsi un altro futuro diverso da quello che forse lo aspettava nell’isola. Sentire il racconto di Bonaria su suo marito morto lontano, andando verso il Piave, mi ha fatto quasi piangere e l’ho trovato fortissimo, ma poi mi è stato troncato di netto come se ci fosse troppo pudore nelle pagine. Queste continue interruzioni nei momenti in cui la vicenda entra di più nelle pieghe dell’animo sono state una vera rottura sia perché lascia il senso dell’incompiuto (mai bello in un libro), sia perché sembra quasi una presa in giro.

La Sardegna appare poco, ma in piccoli particolari che bisogna aver vissuto o sentito raccontare o aver mangiato: è nei dolci appena fatti, morbidi e dolci, nei pani simbolici fatti con le mani della tradizione; è nel campo di grano rubato spostando il muretto; è negli abiti neri del lutto (stupenda la spiegazione del perché ci si vesta a lutto) che fanno contrasto con quelli colorati ma dosati; è nella serie di rapporti personali che allargano la famiglia oltre il concetto del sangue. Ma soprattutto è nella spiegazione di Bonaria, paragonando l’Italia e la Sardegna al rapporto Madre e Figlia: appartengono allo stesso ceppo, vengono una dall’altra, ma sono due cose separate, ma pur separate sono unite (questo è il mio ‘sunto): rapporto profondo, intensissimo, frutto di quello strano regno che era l’unione fra il Piemonte e la Sardegna con quel suo unico re che veniva dai francesi più che dagli italiani. Per il resto l’ho poco riconosciuta, soprattutto avrei voluto rivederne la natura forte ed evocativa.

Alla fine diciamo che il libro è una piacevole lettura, una serie di argomenti trattati a me cari o che mi interessavano, ma di cui mi aspettavo più approfondimento e non l’ho trovato.