“Il totem del lupo” di Jiang Rong

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Bello come quei libri che ti lasciano dentro il segno pur non volendo. Bello anche quando vorresti smettere di leggere perché sai come andrà a finire. Bello come quei libri che ti fanno pensare al di là della storia che stanno raccontando. Bello anche se toglieresti un po’ di pagine di spiegazione perché, anche se sai che valgono, rallentano il ritmo e la narrazione.

Non me lo aspettavo, perché avevo seguito il consiglio della scrittrice Danila Comastri Montanari pur sapendo che i nostri gusti sono diversi (lei su FB consiglia un sacco di libri che sta leggendo, di ogni genere ed è sempre un piacere vedere cosa una scrittrice legge sia per svagarsi come per studio), ma la trama mi incuriosiva. Mongolia e lupi, due argomenti capisaldi di questo libri, ma che per tanti versi mi trovo a leggere, vedere, curiosare, stando purtroppo lontana o a distanza di sicurezza.

La storia è semplice: un intellettuale cinese viene mandato in Mongolia per la riabilitazione, viste le sue idee fuori dalla linea maoista e rivoluzionari, ma invece di essere riabilitato in ottica politica, viene adottato e conquistato da una terra molto diversa, che ancora mantiene i ritmi lenti della pastorizia nomade, coi suoi riti e le sue saggezze. In questo libro egli, e alcuni suoi compagni, subiscono la metamorfosi dimenticando di essere cinesi e diventando mongoli, da invasori a conquistati. Purtroppo solo loro subiranno questo processo liberatorio, perché altri invece, subendo la politica espansionista e rivoluzionaria del partito comunista cinese, condanneranno una provincia fiera a diventare un deserto senza animali e uomini.

Il lupo è il filo conduttore di tutta la vicenda, rimanendo animale fiero e non addomesticabile, ma essendo un simbolo fortissimo della cultura  millenaria di un popolo che nel tempo ha conquistato, spopolato con l’Orda d’Oro, per poi spaccarsi e farsi conquistare solo politicamente. In una Cina senza religione, il lupo e il Tengger sono la forza spirituale che non si può domare; in una Cina dalle politiche espansioniste e agricole, il gregge di pecore, le marmotte e persino i topi di campagna sono gli elementi di un delicato equilibrio naturale che vede ancora una volta il lupo il suo giudice e controllore.

Il libro colpisce per la chiarezza in cui mostra la drammaticità del progresso, l’arroganza del non sapiente con in mano un fucile, il disprezzo dell’ignorante di fronte agli equilibri millenari della natura. E’ la storia non tanto o non solo della Cina (anche se più si va avanti e più vengono alla mente le immagini ultime delle tempeste di sabbia e si capisce meglio perché ci sono), ma è la storia di tutto il mondo occidentale in continua e incontrollata espansione, il quale crede di essere più furbo degli avi e delle lentezze, per volere tutto e subito e con il culo al caldo. E’ il disprezzo totale della natura sia nell’ottica del conquistatore che si crede il più furbo della catena alimentare, sia del pauroso che vorrebbe tenere ogni specie naturale a se stante e in una bolla di vetro. La natura ha i suoi ritmi, i suoi perché, i suoi valori e non siamo noi uomini a doverla decidere, ma dobbiamo solo capirla e aiutarla se siamo in grado. E’ un po’ la storia di questa nostra Italia disastrata, fra un cataclisma naturale e l’altro, abbandonata nella spocchia degli ignoranti e massacrata dalla burocrazia degli ignavi.

Non lo consiglio a tutti, ma se avete voglia di riflettere forse sarebbe meglio che lo leggeste.

Le yurte della Mongolia.
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