“Il nostro comune amico” Libro 3, cap. II-III

[facciamoci del male, ma qui bisogna stringere e andare avanti con la lettura. In più il primo dei due capitoli è davvero corto e il post verrebbe una miseria.]

Seguiamo Riah fino alla casa di Uccellino, come se fossimo dei carbonari intenti a ritrovarsi nella sede nascosta.

I due personaggi, accomunati dalla diversità (religiosa e fisica), come due entità diverse, come due essere fuori dalle righe spiccano in questo libro alternando discorsi ipotetici, sogni da realizzare ad altri molto pratici e a sentimenti seri e duraturi. Il capitolo si apre con una vera discussione su cosa sia la felicità, sui rapporti umani, sul lasciare o meno andare le persone a cui si vuole bene: discorsi impegnativi affrontati con incisività, arrivando al punto (vabbè anche qui Dickens ha semplificato perché non aveva voglia. Diciamocelo!). Il tutto mentre i due camminano per Londra raccontando fatti della loro esistenza e della loro sopravvivenza. Ma cosa andranno a fare a “I sei allegri facchini”? Sono andati a parlare con la signorina Potterson per conto di Lisetta e per consegnarle una lettera.

E mentre la situazione scivola nella pace della sera, irrompe nell’osteria un uomo ad avvisare la padrona che fuori è successo uno scontro sul fiume. La signorina Abbey riprende il polso della situazione e mette tutti sull’attenti. Non so quanto fosse frequente nella realtà, ma dalla descrizione viene da immaginare che fosse quasi una cosa quotidiana che la gente del fiume doveva imparare a gestire per non far soccombere la gente vittima degli incidenti. L’osteria diventa l’infermeria e viene portato dentro il signor Riderhood! Ma veramente?

Dunque…Riderhood sarebbe vittima dell’incidente sul Tamigi appena successo e tutti si affannano sul suo corpo con partecipazione. La rianimazione dell’uomo passa da descrittiva a soggettiva, partendo dalle emozioni del medico che si adopera perché egli torni in vita e l’arrivo della figlia Piacente Riderhood servirebbe a rendere la scena più drammatica, ma diciamocelo fra di noi è fredda come le acque del Tamigi. Mancanza di empatia? Piacente è poco contenta del ritrovamento del padre? Dickens doveva scrivere sta scena perché se no il gas non lo pagava? Eppure il tentativo c’è e continua, ma a me non mi convince. Riderhood riprende vita con somma gioia di tutti, se non ché egli dimostra da subito di essere la persona sgradevole che è e quindi forse era meglio che rimanesse nel fiume (ops! mi è scappato!)

 

Due capitoli che potevano essere compattati in uno che sposta di nuovo l’ambientazione sul lungo Tamigi, senza davvero una spiegazione vera, ma non dubito che lo capiremo più tardi. Con questi capitoli Dicken ci ha pagato la legna per l’inverno vero? Che noia che barba di libro!

Joseph Mallord William Turner “The Battle of Trafalgar”

Buon compleanno Terry Pratchett!

http://en.wikipedia.org/wiki/Terry_Pratchett

Sono ancora in tempo!!! Sono ancora in tempo per fare gli auguri al mio amatissimo Terry Pratchett che mi ha donato le migliori risate, il miglior sarcasmo, il miglior fantasy (dopo Tolkien), la miglior visione della vita e i personaggi più veri che non si può.

Se dico che il mondo è sostenuto da 4 elefanti su una tartaruga è perché rinnego Keplero, Galileo e Tolomeo e tutti gli altri e solo Discworld è la verità.

Se dico che sono un troll (e questo lo dico davvero) perché ragiono meglio al freddo è perché ho capito che razza sono in verità (maschero bene che sono un orco, ma il realtà sono un troll).

Se dico che il miglior bibliotecario è uno scimpanzé di certo non sto insultando nessuno, ma solo descrivendo il miglior studioso di tutta Ankh Morpork.

Se amo i pagliacci e vorrei entrare nella loro gilda solamente per poter ammirare tutte le maschere dei miei predecessori è perché ho scoperto un segreto che al massimo posso condividere con la gilda degli assassini.

Se per essere una strega mi basta solo applicarmi perché per il resto ho davvero tutto quello quello che mi serve per discendere da Esme Weatherwax.

Se il bagaglio per essere tale deve avere le gambe se no non vale nulla. E per fare una foto ci vuole un demone pittore dentro a quella cosa magica. E per essere un nano a volte basta essere alto come uno umano, basta sentirlo dentro. E per essere una guardia ci vuole coraggio, ma per controllare il permesso per un omicidio ci vuole anche il diritto. E un cappello a punta non fa per forza uno stregone. E SE PARLI COSI’ è meglio smetterla perché Qualcuno potrebbe prendersela a male e venirti a trovare e non è la stessa cosa di un parente molesto. E se…e se pensi che potresti stare bene in Discworld perché ogni volta che apri un suo racconto ti senti a casa, devi solo ringraziare una persona: Terry Pratchett. Al pari di un bardo, al pari di

cosmologia

un trovatore, al pari di un menestrello mi sta regalando forse i migliori libri che io ho letto negli ultimi anni.

Dire che questo fantasy è per bambini (sono riuscita a discutere anche dal Libraccio) vuol dire non averli mai letti e soprattutto non averli mai capiti. Posso apparire facilotti, pieni di personaggi strampalati e surreali, ma ognuno di noi racconta la cultura del suo autore, la sua capacità di vedere il mondo attraverso la lente pura del sarcasmo e dell’ironia, la sua voglia di non cedere mai alla vecchiaia d’animo. Leggere Terry Pratchett è entrare in un mondo dove bene e male si intrecciano, mischiandosi al surreale, alla critica e al sogno. Leggerlo come se fosse una cosa per ragazzotti vuol dire non capire come si legge davvero.

Non so dire quando è nato il mio amore per questo autore, ma perdura nel tempo e tanta è la mia gioia di tornare ad Ankh Morpork e zone limitrofe, che centellino ogni libro che esce (e ne escono pochi alla volta), cerco le edizioni con le copertine di Paul Kidby, seguo un filone piuttosto che un altro per poi tornare indietro e trovarmi di fronte a personaggi che pensavo di aver dimenticato. Di ogni personaggio penso che qualcosa mi appartiene, ma poi non sono io; trovo sempre qualcosa di affascinante e che vorrei per me. Il mondo è così complesso che raccontarvelo sarebbe impossibile. E se vi trovaste in mezzo a due/tre persone che lo amano allo stesso modo verreste catapultati direttamente in quel mondo attraverso citazioni, versi e situazioni.

Grazie immenso Terry Pratchett, forse per colpa tua imparerò a leggere in inglese, perché se aspetto le case editrici italiane…e se la scienza non può ancora rallentare la tua malattia, permetti a noi lettori e appassionati di sostenerti con il nostro infinito ringraziamento e stima.

Lunga vita e forte vita Terry Pratchett!

http://www.goblins.net/articoli/pratchett-discworld-e-il-game-design

“Il piccolo Nicolas e i suoi genitori” di Laurent Tirard

Invidio ai francesi la capacità di raccontare storie leggere e surreali, con quel pizzico di favola, senza doverci mettere per forza un dramma oppure della critica sociale e politica. Noi italiani siamo bloccati fra neo realismo, nord-sud in continua lotta, drammi umani, destra-sinistra in continuo odio. Quindi in Italia si fa lo stesso identico film, sotto aspetti diversi, da almeno 50 anni. Che palle!

I francesi invece fanno satira, pallosità, ma anche fantascienza, fantasy e hanno quel meraviglioso tocco surreale fantastico che tanto alleggerisce il cuore dello spettatore. Tanto per farvi capire cosa intendo, avete presente “Il meraviglioso mondo di Amelie”? Ecco, quel senso del colore, del surreale, dei personaggi che nella vita vera tacceresti per sfigati ma che qui funzionano a meraviglia, quella leggerezza e profondità di sentimenti? Tutto questo è molto francese e io lo invidio un sacco. Noi facciamo lo stesso film da 50 anni (che palle bis!)…

Ieri sera mi sono guardata finalmente “Il piccolo Nicolas e i suoi genitori” che avevo in agenda da vedere da un sacco di tempo, ma come ho sempre pensato o i film li guardi subito oppure aspetti che ti arrivino al momento giusto e non sai mai quando potrebbe essere. Il mio momento era ieri sera con una programmazione di LA7 senza ombra di dubbio spettacolare visto che subito dopo hanno trasmesso “Invito a cena con delitto” ( film geniale e imperdibile per tutti gli amanti del cinema, della commedia e dei gialli).

http://www.mymovies.it/film/2009/ilpiccolonicolaseisuoigenitori/

“Il piccolo Nicolas e i suoi genitori” è un film leggero, ambientato in una Francia anni ’50-’60 e ha come protagonista un bambino e la sua compagnia di amici di classe. Ricorda per molti versi l’atmosfera de “La guerra dei bottoni” libro di Louis Pergaud (libro che ho profondamente amato nella mia infanzia e che mi è sempre rimasto in mente per tutta la vita), dove i ragazzini, divisi per bande, devono affrontare mille avventure a danno o di nascosto dai grandi. Qui, il nostro eroe deve trovare il modo di evitare di essere abbandonato nel bosco dai suoi genitori e non essere sostituito da un eventuale fratellino. Peccato che questa “tragedia greca” frutto del più totale fraintendimento non solo sia nella sua testa e in quella dei suoi amici, ma soprattutto innesti una serie di situazioni surreali e divertentissime al limite dell’impensabile.

I personaggi sono ben costruiti e creati per dare a ognuno una sua caratterizzazione sia fisica che caratteriale, ma non si poteva fare diversamente visto che il film è tratto da un’opera dell’immenso René Goscinny padre del mondo di Asterix (citato meravigliosamente bene nel film), penna e matita sopraffina, capace di tratteggiare caratteri e situazioni con leggerezza e incisività. Non ho mai letto il fumetto da cui il film è tratto, ma posso solo immaginare quanto sia degno degli altri suoi fratelli (Asterix, appunto, ma anche Luky Luke). Sarei anche curiosa ora di trovarlo…

Tornando al film, posso dire che il mio cervello e il mio spirito ringraziano per avermi dato una visione leggera, appassionata, ben recitata e ben girata, in cui i veri valori e gli affetti solidi fanno per una volta tanto la loro figura a tutto tondo.

Regia: 7 Quando un film gira bene, quando lo spettatore non guarda l’orologio oppure non si fa prendere dal panico oppure non nota gli stacchi cinematografici, quando questo succede bisogna ringraziare due persone: lo sceneggiatore e il regista. Il primo crea una storia credibile, il secondo la mette in opera e qui Tirard fa benissimo il suo mestiere e confeziona un vero gioiellino.

Sceneggiatura: 7 Anche qui un bel voto visto che la vicenda per quando assurda, sembra reale e logica e non ha sbalzi di non sense o buchi di sceneggiatura. Di certo non conoscendo il punto di riferimento non posso capire se e cosa è stato tagliato o modificato e se ci sia stato rispetto per il senso originale, comunque sia un buon lavoro. Mentre ricontrollo quello che ho scritto noto che dal sito di “mymovies” fra gli sceneggiatori c’è proprio René Goscinny…ora capisco tante cose.

Costumi: 7. Un vero lavoro di ricostruzione storica coi bambini in abito scuro, ma pantaloncini corti, le bambine già piccole signorine e gli adulti (quei pochi devo dire) perfettamente a tema.

Effetti speciali: 7. Quelli che ci devono essere per un film del genere, ma molto meno di quanto ti aspetteresti, perché alla fine questa è una storia “vera” e come tale va rispettata.

Cast: 7 e mezzo. I bambini sono tutti bravissimi, dei veri caratteristi non solo perché stati scelti per le loro caratteristiche fisiche, ma proprio per la loro capacità mimica più o meno studiata che li ha resi tutti diversi e complementari. A fare un po’ da spalla a tutti loro c’è anche un attore molto conosciuto anche dalle nostre parti, Kad Mérad, grazie al film “Giù al nord” (molto bello e da guardare ben prima della nostra copia italica).

Fotografia: 7 e mezzo. Volutamente carica, volutamente fumettistica ma alla moda francese e non americana dei supereroi. Perfetta. Giusta. A modo.

Musica: 6 Dico sufficiente perché come in altre occasioni anche qui non me ne sono resa conto se ci fosse e come fosse. Cosa mi sta capitando? o.O

Voto: 7 Un film da vedere se avete voglia di rilassarvi, divertirvi e farvi rinfrancare. Sì i protagonisti sono bambini, sì racconta una storia di bambini, ma va benissimo anche per gli adulti che hanno ancora il cuore bambino e ricordano ancora la propria infanzia. Fa bene anche ai duri di cuore… 😉

“Il nostro comune amico” Libro 3, cap. I

Abbiamo superato la metà! Evviva! Però ce ne rimane un’altra metà da leggere e il tempo scadrà solo a novembre…meno urrà…

Si apre il capitolo con la descrizione di Londra, come se fosse una persona reale preda della nebbia e del sonno, visitata da sensazioni senza speranze come i lumi a gas dei negozi; una londra come te la aspetti, come la cinematografia ce l’ha passata in tanti film derelitti che narrano la fine dell’ ‘800. E in questa nebbia fitta, giallastra appare come uno spettro il signor Riah che troneggia nella sua drammaticità fra le strade della città come un essere appunto sovrannaturale. Il personaggio sembra per ora riscuotere le simpatie dell’autore rendendolo un personaggio nobile, anche se condannato dalla società per la sua religione. E per quanto ogni suo gesto sia misurato, silenzioso e ponderato risulta infinitamente più potente quando lo si paragona al suo padrone, l’affascinante Fledgeby. Che poi cosa avrà di affascinante sto tizio io non lo so?

L’arroganza del giovane è in ogni suo gesto, in ogni sua parola e il suo pregiudizio antisemita risulta sgradevole in ogni momento: il continuare a insinuare senza conoscere, senza aver vissuto rasenta il razzismo più becero che tanti danni fece poi. Mi chiedo invece come sia stato accolto questo personaggio e se la società dei lettori parteggiasse o condividesse i pregiudizi oppure sentisse muoversi l’indignazione per maltrattare un uomo che niente fa che quello che gli è richiesto in onestà. Mi sorprende in questi casi Dickens perché non so se cerchi di mettere alla prova il proprio lettore contemporaneo oppure abbia la coscienza che qualcosa debba cambiare al di là della sua audience: è l’autore un provocatore o un comunicatore fra pari? Non so se lo capirò mai.

L’entrata in scena di Lemmle non aiuta a rendere la scena più gradevole o ad apprezzare i due “gentiluomini” in paragone del signor Riah, il quale viene mandato velocemente fuori di scena.

E qui un momento di gioia mi pervade quando si legge che la famiglia Podsnap decide di recedere ogni rapporto con il signor Lemmle. Che Giorgiana sia salva? Così? Senza patir dazio? Stiamo a vedere.

Di certo si capisce che fra i Lemmle e Fledgeby ogni equilibrio si è rotto, così i loro sodalizi a danno di altri. Vorrei dire “ben vi sta!”, ma credo che tutto ciò vada a danno non tanto l’uno dell’altro, ma di qualche altro protagonista della nostra vicenda.

Infatti, appena Lemmle se ne esce di scena e rientra Riah, l’affascinante coso chiede notizie della ragazza che ha visto nel tetto della casa dell’ebreo. Ci manca solo questo coso a rompere le scatole! Infatti veniamo a scoprire, attraverso l’interrogatorio del coso all’ebreo, che Lisetta vista la sua condizione compressa fra troppi pretendenti è andata via, nascosta proprio di Riah che ne ha preso a cura la situazione.

Di certo l’affascinante coso non si vuol far scappare la preda e chissà cosa macchinerà per ritrovarla…che palle Dickens!

 

.

 

“Pista nera” di Antonio Manzini

Mi sono ritrovata a leggere uno dei perdenti al sondaggio del Giro d’Italia Letterario riguardante la Val d’Aosta e devo ammettere che è un peccato che abbia perso perché il libro è godibilissimo e un giallo che fila bene come pochi. Bon. Finita la recensione, al prossimo! Ma no, come siete! 😀

http://sellerio.it/it/catalogo/Pista-Nera/Manzini/5503

In ottica del Giro il libro ci presenta la regione nel suo lato migliore o almeno quello più d’impatto: la montagna. Ed è qui, fra il freddo micidiale e le piste da sci che si dipana la nostra storia e il nostro omicidio. Trovare un corpo spappolato sotto le “ruote” di un gatto delle nevi è per il nostro vicequestore (non commissario!) Schiavone una vera “gatta da pelare” (pardon!), ma una serie di piccoli indizi lo conduce alla risoluzione del tutto.

Diciamo che in soldoni la vicenda non è delle più complicate e scabrose, anche il pregio dell’autore è di aver riportato il giallo nell’ottica della cronaca nera “normale” lontana dal paranormale, dai serial killer esagerati. E’ un pregio che apprezzo molto nei giallisti italiani che posso anche essere accusati di essere “banali”, ma alla fine risultano molto più credibili di altri mostri sacri della letteratura. Almeno qui il lettore non deve fare un atto di fede, un patto con lo scrittore per credere a ogni cosa scritta, qui ci mette del suo magari ricordando quello che ha  letto o sentito alla tv del tal omicidio insoluto o meno.

Quale diventa il vero punto di forza di un romanzo giallo? L’investigatore. E qui Manzini ha cercato di creare un personaggio tutto suo, uno che non rimanga solo nelle pagine scritte, ma che passi nell’immaginario collettivo, che diventi “uno di noi”, cercando di uscire da ogni altro immaginario. E devo dire che a me questo Rocco Schiavone non è piaciuto. Sicuramente intrigante il fatto che sia stato trasferito da Roma ad Aosta per un fatto non meno capito; bello vedere come in realtà “umanamente” sia molto diverso da quello che appare nelle prime pagine; interessante capire come un romano de’ Roma con i suoi schemi fissi debba adattarsi al luogo dove si trova, pena l’estinzione dal genere umano; ma è troppo. Troppo non poliziotto, troppo illegale, troppo intelligente, troppo sul pezzo. Troppo gigione. E’ rude e scaltro come è il Maigret dei telefilm, è amante delle belle donne sulla falsa riga di Montalbano, è un non poliziotto quando gli gira, sa seguire la pista come il miglior cane poliziotto, conclude le indagini nel modo meno credibile del mondo. E’ il classico personaggio che o lo si ama o lo si odia e così sarebbe anche nella vita reale, ma che io per questo suo modo di stare sopra le righe, di pensare al proprio tornaconto, di essere un po’ l’immagine dell’Italia che io detesto (quella dei furbi e dei ricattabili alla fine), questo personaggio non lo amo e per tutto il libro l’ho bellamente detestato.

Questo mi fermerà da leggere i prossimi libri della serie? Non credo. Complice il fatto che i libri precedenti mi hanno demoralizzato, questo è stato una vera boccata d’aria e sono curiosa di vedere cosa succederà ancora fra quelle montagne e se il nostro investigatore crederà di essere ancora furbo…

Voto: 6/7

“La collina del vento” di Carmine Abate

Andiamo in Calabria per leggere una storia e vediamo cosa ci salta fuori. Ammetto che sono un po’ demoralizzata, perché al di là della mia incapacità di connettermi con i romanzi e con la narrativa in generale, mi sento un censore molto cattivo e drastico: se io fossi un editore o controllore di manoscritti ne uscirebbero la metà di quelli che vengono stampati e di quella metà, un’altra metà sarebbe comunque appena accettabile. Perché tutto ciò? Perché questo libro è per me di una inutilità che rasenta il dubbio, il dubbio che io non capisca certi generi di libri.

http://it.wikipedia.org/wiki/La_collina_del_vento

Il libro gira attorno a una famiglia, seguendo la linea maschile (anche perché se nasce una figlia ella è troppo moderna e poi emigra) dagli inizi del 1900 fino più o meno ai giorni nostri e tutto gira attorno a una collina, il Rossarco, e un’ipotetica città della Magna Grecia che potrebbe esservi seppellita.

La trama ci prefigura contrasti, prevaricazioni da contrastare, misteri e omicidi, come se fosse il più avvincente dei romanzi di tutti i generi eppure…eppure…i tratti sopra elencati sono presenti ma talmente all’acqua di rosa che non capisco il perché metterlo. In una terra aspra, forte, contrastata, dalle radici profonde non solo della Grecia, ma anche di un passato ottocentesco post unitario che ha lasciato i suoi strascichi io mi sarei aspettata questa frattura, questa lacerazione, questo contrasto fra una famiglia forte e positiva e il male che li circonda. E invece no! Tutto è all’acqua di rose, alternato da qualche spinta di racconto semi erotico, con personaggi che si incastrano (mi sono anche confusa spessa), con cambi di tempo passato-presente, dove i fascisti il massimo che fanno è darti l’olio di ricino e mandarti a Ventotene in esilio, ma poi puoi dire e fare quello che vuoi in ricchezza e onestà. Insomma qui il climax è niente; la tensione emotiva rara e mal gestita; la capacità di accalappiare il lettore con la vicenda misteriosa e di cronaca nera è banalizzata e conclusa con un finale talmente buttato su da meritarsi solo per quello un 3 nel tema.

Il Rossarco è un personaggio che dovrebbe troneggiare, incutere timore amore e reverenza, nascondendo dentro di sè Storia e mistero, eppure finisce come nel finale, vittima esso stesso dell’incuria altrui che tutto rovina e niente preserva. Da collina sembra quasi una collinetta con una vite piccina, qualche alberello e via discorrendo.

Quello che non mi ha convinto dall’inizio alla fine di questo libro è che alla fine non racconta a noi niente di così diverso da tante storie famigliari, non ti fa riflettere, non ti mette in discussione, non ti fa vedere il mondo da un punto di vista diverso. Questo libro è un racconto che senza ombra di dubbio lo scrittore doveva mettere nero su bianco per se stesso, per qualcosa che aveva dentro, perché a volte le storie sono tali per chi li racconta senza doverlo essere per forza per chi le ascolta.

Quello poi che mi lascia basita è che ci sono sprazzi forti, emozionali che ti fanno rimanere attaccati alle pagine, ma sono rari e inframmezzati da lunghi e noiosi giorni di vita normale che tentano di essere unici. I momenti della fine della II guerra mondiale sono tesi, forti, ma poi si dilapidano nella quotidianità e alla fine un personaggio morto in più o in meno lascia solo una debole scia sugli altri personaggi. Non parliamo poi del “mistero”! Quanta storia sprecata per non si sa quale motivo.

Di positivo di certo c’è la scrittura: lineare, chiara, precisa e anche particolare con quel suo continuo mischiare italiano, dialetto, flusso di coscienza e dialoghi. La parte “tecnica” del libro funziona, anche se io non ho nelle orecchie il calabrese da poter cogliere meglio le sfumature della lingua.

Sono dura, come spesso mi accade per i libri che non mi dicono nulla e che vorrei abbandonare dopo poche pagine perché intuisco che non mi diranno nulla. Non so che farci, perché questo libro per la mia storia di lettrice è stata una perdita di tempo e, pur augurandomi che altri abbiano visto cose che io non ho colto, spero di non trovarne altri così perché il Giro d’Italia Letterario potrebbe essere molto complicato da completare.

Voto: 4

“Il nostro comune amico” Libro 2, cap. XVI

Le mie amiche di lettura mi hanno richiamato all’ordine…ma davvero non riesco a farmi piacere sto libro! E voi lo avete letto? Se sì, cosa ne pensate?

Rincontriamo un sacco di personaggi di cui ho poca memoria tranne per i simpaticoni Lemmle. Chi cercheranno di mandare alla rovina questa volta? Quali deliziosi piani “amorevoli” progetteranno ai danni di qualcuno? Oserei dire che per fortuna che ci sono loro a rendere un po’ la lettura stimolante, anche se non mi sono per nulla simpatici.

E’ già passato un anno dal matrimonio dei Lemmle? Ma veramente? Oserei dire “come passa il tempo”, ma ammetto che non ce la faccio visto che, forse colpa della lettura così frammentaria, mi rendo conto più del trascorre del tempo nella mia vita che in quella del libro. Tutto è sempre uno scivolare così piatto e monotono che è comprensibile che ci sia un passare dei mesi, ma già un anno? Mah…mi fido, anche se credo che sia l’ennesimo trucco dell’autore per far fare qualcosa, per saltare altro, per non dover affrontare le vere vite dei suoi noiosi personaggi.

Ad essere tormentato dalla lingua lunga di Dickens è a sto giro il povero signor Twemlow il cui ruolo vero e proprio mi sfugge alla fine…

Per festeggiare i signori Lemmle ci si ritrova, come è normale, attorno a un tavolo sia il signor Twemlow che la signora Tippins, in un valzer di cortesie ipocrite e di discorsi assurdi, senza dimenticare i favolosi signore Veneering e i giovani avvocati e tanti altri più o meno conosciuti e ricordabili. AH, ma non dimentichiamoci del povero agnello sacrificale: Giorgiana!

Il capitolo  procede con un bel resoconto delle puntate precedenti, ovvero dei capitoli prima, anche senza gli svelamenti più “eclatanti” (tipo che il giovane Harmon è vivo sotto altro nome), apportando qualche variazione sul tema visto che la narrazione avviene sotto le mentite spoglie del racconto di un fatto di cronaca nera. Insomma si riprende l’escamotage dei primi capitoli del libro 1 per raccontare cosa succede.

A un certo punto troviamo a discutere da soli la signora Lemmle e il signor Twemlow ed ella gli mostra una serie di ritratti di un ipotetico parente di lui. Inizia a tessere la sua tela anche su povero sventurato rivelandogli che la povera Giorgiana verrà sacrificata a un matrimonio di convenienza fra società e per un tranello che lei e suo marito le hanno imbastito attorno. Ehi, un momento!! Non starà mica confessando la sua bassezza morale? Non starà mica facendo il doppio gioco? Ehi, qui cosa sta succedendo? Non mi aspetto cose positive.

Comunque non solo finisce il capitolo, ma anche il 2 libro. Al prossimo post entreremo nel 3 libro e vedremo come Dickens annacquerà la zuppa per poter pagare più bollette possibili.

La tavola imbandita (Le dessert, 1897) di Henri Matisse

“Signora Ava” di Francesco Jovine

.

Continua il Giro d’Italia Letterario e ci fermiamo al Molise con un libro di un’inutilità unica.  318 pagine che dovrebbero farci avventurare nel periodo della nostra storia patria che vide l’unificazione di Italia, la calata dei Savoia, le truppe garibaldine e la nascita del brigantaggio. Dovrebbe, questo dicono le recensioni e invece non c’è nulla di tutto ciò! Per le prime 200 pagine non succede davvero nulla se non la descrizione della vita di una famiglia bene con i suoi vizi e le sue apatie, con i ritmi lenti di chi ha la vita prefissata e decisa dalle convenzioni, dallo status; ci sono quelli che vanno e quelli che vengono; le idee circolanti (da Napoli) si fermano sul confine e tutto è apatia; ci sono i ricchi che vivono sulle spalle dei paesani (e non è un modo di dire a volte). Il tutto scritto come un pessimo compitino del liceo da uno studente bravo ma svogliato. I personaggi sono piatti anche se spiccano di certo Don Matteo (che no, non è Terence Hill) e il giovane Pietro. Il primo rappresenta un po’ il classico prete diventato tale per convinzione altrui, ma troppo abituato per cambiare vita; il secondo il classico bravo ragazzo senza pretese e un grande amore che è Antonietta la figlia del padrone. La storia d’amore è scontata fin dalle prime pagine e ha solo due modi per sfociare: il dramma o il cambio di vita. Succede il secondo solo perché nelle altre 100 pagine lo scrittore si sveglia, mette pathos e dall’indolente Guardialfiera si va insieme ai fuggitivi dell’esercito Borbonico per i boschi, attenti a non farsi prendere dai garibaldini o dai carabinieri (che scopro essere coloro che portano le carabine…mica lo sapevo!).

Il cambio di scenario rende i personaggi più credibili, anche se ringraziando il cielo il libro è stato scritto nella prima metà del secolo scorso quindi dove il massimo della violenza è un sasso tirato con cattiveria o uno morto sparato alle spalle; se fosse stato scritto ora sarebbe stato infarcito di violenze, stupri e morti (e credo che fosse la verità storica purtroppo). Pietro diventa più uomo, ma rimane sempre vittima degli eventi e delle situazioni non sue, mentre Antonietta diventa un personaggio femminile scontato ma non stucchevole.

In questo cambio di scenario si vorrebbe capire maggiormente il sentimento dell’autore riguardo la guerra dei due Re e la vittoria dei garibaldini, con la pretesa annessione del sud al regno di Sardegna. Eppure non c’è niente di tutto ciò, come se alla fine non ci fosse la voglia e il tempo per farlo. Certo viene accennata la cosa, viene sotto inteso altro, ma poi lo studente svogliato torna in primo piano. E tutto in un libro che, non ricordo più dove, veniva presentato come un ulteriore “Gattopardo” con la sua vena sociale e polemica. Palle! Non c’è nulla di questo e forse nemmeno un professore veramente bravo riuscirebbe a farlo saltar fuori.

Il finale aperto poi funziona solo coi film di genere (per esempio per i supereroi) o per Martin che non sa mai quando finirà la sua saga. Qui non serve a nulla, ma rientra nel tema del libro “prof, il tema che mi ha dato era noioso e lo svolgimento ci sta a pennello!”

Voto: 2 Almeno è scritto non troppo contorto…

Ho scoperto poi giroclando su internet che la Rai a suo tempo fece lo sceneggiato, nell’epoca d’oro della letteratura in tv (momento meritorio per tutti, peccato essere nata dopo). Non pensiate che io lo voglia vedere, ma ve lo metto qui caso mai aveste voglia di capirlo.

“Il mai nato” di David S. Goyer

Premetto che ieri sera ero mortalmente stanca dopo una rievocazione in Francia e ritorno a mattina inoltrata; premetto che il mio cervello forse ha iniziato a svegliarsi oggi; premetto che mi sono anche distratta, ma a me questo film ha fatto venire noia.

http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=57568

Ho notato che in questi ultimi anni va di moda non solo il demone, ma il demone legato alla religione ebraica. Forse abbiamo finito tutti i possibili preti esorcisti di questo mondo che fanno tutti la stessa cosa? I vari sacerdoti di altre religioni minori non sono più fichi? Mah…non so che dire. A sto giro i rabbini, l’aramaico e compagnia demoniaca seguente fanno veramente furore nelle sceneggiature di horror.

In questo caso si unisce tutto il possibile: una maledizione che segna una famiglia per generazioni, i gemelli e Auschwitz. Solo che i tre elementi pur incatenandosi fra loro, mentre appaiono parenti sconosciuti alla protagonista, non mostrano una vera soluzione narrativa coerente. Bisognerebbe fare un test agli sceneggiatori per capire se sono pronti a fare quel ruolo. Non so, forse io sono antipatica, ma una storia credibile è la base per ogni film, anche se ha qualche errore formale; deve avere un senso logico, deve dare nel caso spiegazioni credibili, deve saper giostrare i diversi elementi senza esagerare. In un horror tutto questo è fondamentale per la credibilità. Poi ci si mette il tecnico degli effetti speciali per rendere tutto più spaventevole. Sceneggiatura:  4.

Regia: 6. Certo fare male in questo film non era difficile, ma fare bene bisognava avere doti sovrumane per poter sopperire allo scritto e il regista non ce li ha i poteri. Fa un compitino senza infamia e senza lode, ma che scade penosamente quando decide di puntare sul fondo schiena della protagonista più che sul movimento delle macchine da ripresa.

Scenografia: 6. Ci vuole uno sforzo anche qui per rendere non credibile la nostra contemporaneità, ma nella scelta del palazzo disabitato ci siamo messi d’impegno vero? Manco a Mistero sono così bravi!

Costumi: quali? A parte le mutande e i jeans attillati, la kippah del rabbino, per il resto bastava aprire l’armadio di chiunque di noi. Anche l’apparizione del demone in forma da bambino solo pallido (ma ben in carne tocca dire), con le lenti a contatto bianche, è veramente ridicola (lo potete vedere nella locandina qui sopra).

Cast: Gary Oldman sprecato in questo film. Odette Yustman bella ma non balla: non basta avere gli occhioni da cerbiatta, un fisico mozza fiato e sculettare a destra e a manca per essere definita un’attrice. E come lei anche gli altri attori patinati scelti più per la loro avvenenza che per altro. Cosa ci fai in mezzo a loro o mio adorato Gary? Ah non dimentichiamoci anche il fisicato prete cattolico buono per altro ruolo che convertire pecorelle smarrite…

Effetti speciali: 5 Sprecata la bravura dei tecnici che hanno reso tutto coerente con fotografia e prospettiva, integrando i mostri nel contesto, ma la scelta degli stessi fa ridere i polli. Non serve più un collo che si piega di 360° per far paura alla gente.

Voto: 2. E sono generosa e non so manco perché…

“47 Ronin” di Carl Rinsch

Ieri sera sono andata al cinema con una mia amica a uno spettacolo per pochi, cioè in quegli orari assurdi a cavallo del pasto dove al massimo si è in 10 in una sala da duecento e non litighi nemmeno se il tizio ha la borsa sulla poltrona che hai prenotato perché tanto al massimo trovi un altro posto forse anche migliore. Insomma quelle cose che ti rimettono in pace con il concetto di multisale e fruibilità per tutti a tutti i costi.

Sono andata a vedere “47 Ronin”. Il trailer mi intrippava con quel drago che a un certo punto spunta di notte in un castello giapponese a non si sa bene fare cosa, con il concetto del samurai, del ronin e di tutta compagnia danzante (che in questo caso è spadante), soprattutto mi incuriosiva capire come si potesse fare un fantasy giapponese unendo oriente e occidente. Ammetto di avere una passione per i film giapponesi che parlano di leggende nel loro periodo “medievale” (denominazione assolutamente scorretta, visto che nel Giappone il periodo si divide, molto più correttamente, per le dinastie o per i movimenti. E’ tanto per indicare un periodo lontano, indicativamente parallelo al nostro 1200. Forse. Prendetelo con le pinze però.), ma di solito mi sono trovata a vedere pessimi film giapponesi di serie Z oppure particolari affreschi cinematografici troppo lenti per poter essere veramente apprezzati anche in occidente. Questo dovevo provarlo e capire se fosse adatto a me. E per fortuna lo era.

http://www.mymovies.it/film/2013/47ronin/

La trama riprende una vicenda leggendaria o storica del paese dove 47 samurai alla morte del proprio signore attraverso il rito del seppuku (in questo caso vi è un parallelo interessante fra il suicidio imposto dagli imperatori romani ai “condannati” di riguardo e questo rito del suicidio che libera la propria famiglia da ogni disonore) diventano ronin, cioè senza padrone. Avrebbero l’ordine di non compiere la vendetta, ma l’onore, la lealtà e il senso di giustizia prevalgono sopra ogni ordine dello shogun.

Alla vicenda il film aggiunge il mistero, i demoni, il sovrannaturale. Ricorda per certe atmosfere l’anime ” Inuyasha” ma senza averne le esagerazioni. Può non essere perfetto, non essere fedele al centro per cento, scegliere come coprotagonista Keanu Reeves è tipicamente hollywoodiano, possiamo farci le pulci, ma a me non interessa perché alla fine avevo le lacrime agli occhi.

Non mi interessava la storia d’amore, che tanto si capiva dalle prime immagini che era impossibile, ma per la vicenda dei ronin, per quel legame che si forma fra gli uomini d’arme uniti da uno scopo ben più alto, per il senso fortissimo del rispettare l’impegno e non contestare la legge. I ronin sanno che ogni loro azione verrà punita e ne accettano il destino, ma la giustizia deve essere ristabilita anche a danno della propria vita.

Di tutto il film questo mi è rimasto dentro, forse perché è quello che sento e provo quando pratico la scherma medievale, quando simulo le battaglie insieme ai miei amici o commilitoni, quando in schieramento mi devo fidare di chi ho a fianco.

Sicuramente un esperto di storia giapponese e arti marziali potrà aver storto in naso su tante leggerezze che io non posso cogliere, come io ho storto il naso per la presenza (un po’ inutile) del gigante samurai con la maschera degli immortali di “300” di Miller, sproporzionatamente alto come “La montagna che cammina” di “Games of Thrones”; oppure quando ho visto con orrore sulle armature del samurai degli inutili e mal applicati anelli dorati su piastre di metallo.

Eppure…eppure…io alla fine ho pianto. E sinceramente questo mi basta per farmi capire che questo film mi è piaciuto, che lo vorrei rivedere per cogliere qualche altro particolare.

Regia: 7 e mezzo. Tutto gira perfettamente, non si notano pacchiani o palesi stacchi di macchina, attori che si muovono a loro agio anche quando sono solo impersonificazioni di caratteri particolari di una compagnia. E tutto senza mai strafare.

Sceneggiatura: 7 e mezzo. Ovviamente in 2 ore non si può far vedere tutto e ovviamente c’è stata una scelta nel tagliare la vicenda. Forse avrei aggiunto qualche minuto in più per rendere al meglio la sensazione di abbandono dei ronin, a scapito della storia d’amore, ma alla fine è un discorso personale.

Scenografia: 8. Bella, essenziale, suggestiva. Gli interni particolari e funzionali a fare da sfondo alle scene, mentre gli esterni sono grandiosi e volutamente esagerati: da una natura che ricorda un po’ le terre di Rohan (non c”è niente da fare “Il signore degli anelli” ha fatto scuola anche per le lunghe cavalcate degli eroi) fra il verde e l’arsura, ai castelli ricostruiti con la computer grafica che si stagliano nelle montagne grazie a un sapiente uso di fotografia.

Costumi: 7. Curati, precisi, anche qui essenziali. Forse posso lamentarmi per le armature e per l’assenza anche del trucco nei combattenti, ma sono dettagli. I costumi delle donne sono volutamente sensuali (per la strega) oppure rigorosi nella loro sontuosità. Ogni cosa è curata e se la scelta di prediligere i colori sul grigio può essere vista come una mancanza di fantasia, invece essa è un modo di sottolineare gli stati d’animo e le situazioni della vicenda.

.

Cast: 8. Tutti gli attori sono al posto giusto al momento giusto e anche Keanu Reeves, per quanto mono espressione, è assolutamente perfetto nel ruolo, riuscendo a far cancellare dall’immaginario femminile anche Tom Cruise in “L’ultimo samurai”. Gli attori giapponesi sono splendidi nella caratterizzazione e nel rivestire anche forse quello che noi occidentali ci immaginiamo.

Effetti speciali: 9. Meravigliosa la strega e i suoi incantesimi, i demoni e tutto quello che ci sta attorno. Per non parlare della prova che devono superare i nostri eroi nella caverna dei monaci.

Voto: 7 e mezzo. Film americano con cuore giapponese, senza essere davvero nè l’uno nè l’altro. Certo per i puristi sarà, giustamente, un insulto, ma per me che per certe cose voglio rimanere novizia è stato un bel film