“Pista nera” di Antonio Manzini

Mi sono ritrovata a leggere uno dei perdenti al sondaggio del Giro d’Italia Letterario riguardante la Val d’Aosta e devo ammettere che è un peccato che abbia perso perché il libro è godibilissimo e un giallo che fila bene come pochi. Bon. Finita la recensione, al prossimo! Ma no, come siete! 😀

http://sellerio.it/it/catalogo/Pista-Nera/Manzini/5503

In ottica del Giro il libro ci presenta la regione nel suo lato migliore o almeno quello più d’impatto: la montagna. Ed è qui, fra il freddo micidiale e le piste da sci che si dipana la nostra storia e il nostro omicidio. Trovare un corpo spappolato sotto le “ruote” di un gatto delle nevi è per il nostro vicequestore (non commissario!) Schiavone una vera “gatta da pelare” (pardon!), ma una serie di piccoli indizi lo conduce alla risoluzione del tutto.

Diciamo che in soldoni la vicenda non è delle più complicate e scabrose, anche il pregio dell’autore è di aver riportato il giallo nell’ottica della cronaca nera “normale” lontana dal paranormale, dai serial killer esagerati. E’ un pregio che apprezzo molto nei giallisti italiani che posso anche essere accusati di essere “banali”, ma alla fine risultano molto più credibili di altri mostri sacri della letteratura. Almeno qui il lettore non deve fare un atto di fede, un patto con lo scrittore per credere a ogni cosa scritta, qui ci mette del suo magari ricordando quello che ha  letto o sentito alla tv del tal omicidio insoluto o meno.

Quale diventa il vero punto di forza di un romanzo giallo? L’investigatore. E qui Manzini ha cercato di creare un personaggio tutto suo, uno che non rimanga solo nelle pagine scritte, ma che passi nell’immaginario collettivo, che diventi “uno di noi”, cercando di uscire da ogni altro immaginario. E devo dire che a me questo Rocco Schiavone non è piaciuto. Sicuramente intrigante il fatto che sia stato trasferito da Roma ad Aosta per un fatto non meno capito; bello vedere come in realtà “umanamente” sia molto diverso da quello che appare nelle prime pagine; interessante capire come un romano de’ Roma con i suoi schemi fissi debba adattarsi al luogo dove si trova, pena l’estinzione dal genere umano; ma è troppo. Troppo non poliziotto, troppo illegale, troppo intelligente, troppo sul pezzo. Troppo gigione. E’ rude e scaltro come è il Maigret dei telefilm, è amante delle belle donne sulla falsa riga di Montalbano, è un non poliziotto quando gli gira, sa seguire la pista come il miglior cane poliziotto, conclude le indagini nel modo meno credibile del mondo. E’ il classico personaggio che o lo si ama o lo si odia e così sarebbe anche nella vita reale, ma che io per questo suo modo di stare sopra le righe, di pensare al proprio tornaconto, di essere un po’ l’immagine dell’Italia che io detesto (quella dei furbi e dei ricattabili alla fine), questo personaggio non lo amo e per tutto il libro l’ho bellamente detestato.

Questo mi fermerà da leggere i prossimi libri della serie? Non credo. Complice il fatto che i libri precedenti mi hanno demoralizzato, questo è stato una vera boccata d’aria e sono curiosa di vedere cosa succederà ancora fra quelle montagne e se il nostro investigatore crederà di essere ancora furbo…

Voto: 6/7

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