“Il nostro comune amico” Libro 3, cap. IV-V

Anniversario di matrimonio dei Wilfer. Vien quasi voglia di invitarsi, anzi no, preferisco andare a zappare. I Wilfer continuano la loro vena di famiglia anaffettiva e la matriarca continua a sfoggiare le sue doti di depressa cronica. Se qualcuno dovesse trovare nei libri un elogio e una spinta al matrimonio, beh non leggete queste pagine: meglio rimanere single. I figli Wilfer poi rincarano la dose domandandosi, una volta usciti dall’infanzia, perché i loro genitori si fossero sposati…

Continua intanto l’inutile balletto fra Bella e Rokesmith, dove l’indifferenza di lei e l’educazione e rinuncia di lui si fondono insieme creando un misto di romanticismo vecchio e polveroso. Continuo a pensare che due sberle ben date ai due personaggi farebbe solo bene alla storia. Dickens, davvero, volevi scrivere una cosa alla “Orgoglio e Pregiudizio” ma più palloso?

Improvvisamente il tono della narrazione cambia e non si capisce per quale motivo Bella, vestita tutta bene e a modo, decida di mettersi a cucinare i polli, vittime sacrificali di questa festa triste di anniversario. La scena famigliare risulta surreale perché inserita in un discorso diverso e muta il registro senza un vero motivo. Perché Lavinia, la sorella minore, debba poi apparecchiare la tavola come una camionista ante litteram? L’affetto fra le tre donne poi è il frutto di sfrontatezza e depressione e le stesse frasi sarcastiche in altro contesto creerebbero un’intesa d’intenti che qui non esiste, ma allora perché tutto questo?

In un primo tempo i miei post erano quasi dei riassunti, ma ora che siamo alla metà del libro (evviva!), indietro coi ritmi come poche volte mi è capitato, mi viene più normale fare del sarcasmo e farmi domande sulla scrittura e sulle scelte narrative di Dickens, perché dopo tanto tempo (perso) ancora non capisco la motivazione di questo libro, il suo intento, il suo modo di suscitare passione nel lettore. Questo libro è pieno di meschinerie, piccinerie, personaggi monolitici e piatti e noia.

Come precedentemente accadde nella storia il signor Wilfer, apparso sulla scena con calma, risulta il più solido personaggio della famiglia mettendo in ordine anche le incapacità della volenterosa Bella nei confronti dei polli e non solo questo, visto che riesce a portare il buon umore e una complicità vera fra di lui e le figlie. Abbandonate la matriarca per favore! E poi perdere tempo a chiedersi perché lei sia immusonita!! E’ depressa, pallosa e fiera di esserlo, quindi tu autore e voi personaggi lasciatela in pace e date tregua a noi lettori (mi vien voglia di saltare le righe…). E invece no! Ella inizia con i ricordi della sua gioventù, i consigli dei parenti per un buon matrimonio e noi ci troviamo come Giorgio Sampson (invitato alla festa) a fare casino sulla sedia e forse a sperare di fuggire. (Se fossimo in un libro horror, a questo punto ci sarebbe un colpo di scena…)

Rimasti soli Bella e suo padre ella si confida con lui, sia per le sue paturnie sulla propria vecchiaia sia su quello che sta succedendo sulle richieste di matrimonio che ha avuto. Povero padre che non capisce come fare a sbolognare sua figlia! E alla fine del capitolo ella preoccupata confida che il signor Boffin sta cambiando a causa dell’eredità che ha avuto e dei soldi che deve amministrare. E forse alla fine anche lei si rende conto che il denaro è “lo sterco del diavolo“.

da il film “Il pranzo di Babette”

 

Nel frattempo a casa Boffin…Bella trova i signori e Rokesmith nella stanza più intima della casa e li trova a discutere di alcune faccende, fra cui il ruolo e la paga del segretario. Notiamo, appunto come pensava Bella, un cambiamento di atteggiamento nel signor Boffin che da estremamente generoso e poco attento alle rigide convenzioni è diventato un vero padrone e come tale vuole controllare tutto e tutti. La signora Boffin se ne accorge e cerca di intavolare col marito un solito discorso accomodante, purtroppo tutti notano che il marito è davvero cambiato. Me ne dispiaccio enormemente…

Si nota anche che tutti questi discorsi di soldi, ricchezza, bellezza da mantenere hanno turbato fortemente Bella. Il suo mutamento era aspettato e un po’ banale, ma alla fine inizia a smuovere il personaggio.

La nuova passione del signor Boffin è comprare libri sugli avari e in questa cerca coinvolge Bella (anche perché tanto la tratta come una figlia e quindi non c’è, per ora, nulla di male). Come mai ‘sta cosa? Paura di diventare come loro? Speranza di diventare come loro? Cerchiamo di capire.

Tornano anche alla ribalta i Lammle e qui mi spavento perché la simpatica Sofronia ammette di rimanere affascinata da Bella. Cosa vuole da lei? Come potrà rovinarla? Ovviamente non si potevano stringere tutti gli strali sopra Lisetta, ci vuole una controparte nel ceto più alto! Per fortuna Bella non è Giorgiana, ma è più furba e più intuitiva dell’altra ragazza e quindi Alfredo non le piace, ma anche certi atteggiamenti della moglie li teneva d’occhio. Speriamo bene. Si finisce per tornare al “problema” del matrimonio di Bella. Stiamo rasentando il ridicolo, Dickens! Abbiamo capito che lei vuole una sistemazione adatta e non l’amore; siamo convinti che i pretendenti guarderanno alla sua dote,; lo abbiamo capito che in tanti ci vorranno marciare; ma sappiamo anche che cederà all’amore anche lei e allora perché continuare a ripetere a ogni personaggio cose già lette? Ora anche la signora Lemmle si mette a disquisire con lei della faccenda. Chi altri ancora? Purtroppo “rana dalla bocca larga” Bella confida che Rokesmith si è palesato con lei e le ha rivelato la sua attenzione. Ma perché? Povero Rokesmith!

I rapporti fra i due ragazzi, per quanto tutti in casa avessero compreso un qualcosa, sono diventati piuttosto freddi e scostanti, facendo solo cadere nella paranoia Bella (dai che cede!). In più i discorsi del signor Boffin al segretario di fronte alla moglie e alla ragazza risultano incomprensibili (anche se io penso che sia un modo per spronare il giovane ad alzare la testa e a prendere posizioni chiare e nette). Oppure no, visto con quale frase inquietante si chiude anche questo capitolo. Davvero abbiamo perso il signor Boffin?

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“Vikings” un altro telefilm non storico

Avere due blog a volte aiuta. Un’unica recensione valida per entrambi i blog.
Sì perché io sono “Un the con le Parche” e “L’amaca di Euterpe” (sì lo so ho poca fantasia nel scegliere i nomi dei blog, abbiate pazienza), ma il mio modo di recensire un film o un libro è sempre lo stesso. Soprattutto se è un prodotto che dovrebbe essere storico o pseudo tale.
Buona lettura.

Un the con le Parche

Non amo guardare i telefilm via pc e non sono nemmeno fanatica nel cercarli sulla tv dovendo fare a botte col telecomando col resto della mia famiglia, quindi quando “History Channel” ha trasmesso questo serial io me lo sono persa, mentre tutti i miei contatti fb che lo stavano guardando lo recensivano entusiasti. Quindi quanto rai 4 a fine maggio ha deciso di trasmetterlo in una giornata super comoda per me mi sono messa a guardare le prime puntate.

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La prima scena mi aveva rapito perché veniva rappresentato l’arrivo delle valkirie a prendere lo spirito di un eroe. Mi sono detta: “bello! Non è realistico, ma è veritiero perché questo era quello che speravano e pensavano.” Non mi importava che fosse un documentario, mi interessava che quello che veniva espresso fosse coerente. Alla fine della puntata purtroppo ho pensato che fosse un buon fantasy in salsa vichingheggiante. Una delusione…

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“Lo Hobbit” di Tolkien. E Peter Jackson dove era?

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Le mie edizioni de “Lo Hobbit”. Solo 3 e ne vorrei anche altre.

Ho riletto quest’anno questo libro che ho amato tantissimo e che per anni in adolescenza ho riletto e riletto, crescendo, amandolo ogni volta, ogni volta trovando qualcosa di nuovo e di vero (come capita sempre ai classici e ai grandi libri o film in genere), ma la scusa questa volta è stata trovata nel fatto che riguardandomi i due film tratti io non ritrovavo il libro.

Come ho detto da altre parti, non ricordo se anche qui, io credo nel diritto di primogenitura dell’opera: chi l’ha creata (sia film, fumetto, libro, dipinto e scultura e altro tanto per allargare i campi) ha la verità di quell’opera. Non importa se arriva un altro e ci aggiunge un di più e lo rende più “bello”, l’opera è fatta, completa e corretta come esce dalle mani del suo creatore. Punto. Possiamo discutere all’infinito, ma se esiste il diritto d’autore questo ha un valore non solo economico ma soprattutto intellettuale.

E qui casca l’asino.

“Lo Hobbit” nasce come un racconto per ragazzi, poi si capisce che è un prologo per “Il Signore degli anelli” e da lui, dai tanti personaggi citati, nascono altri racconti; è completo così come è stato concepito; ha volutamente un linguaggio non epico, comprensibile, ma tutt’altro che semplicistico; narra di un viaggio, di un’avventura in cui gli eroi cambiano, maturano, capiscono, ma si trovano anche ad affrontare ostacoli incomprensibili sul momento. E’ il classico racconto da fare davanti al camino con un adulto che lo legge e un gregge di minori che ne rimangono affascinati. Con questo non voglio dire che se ve lo leggete fra di voi, nella solitudine della vostra cameretta, non sia valido, ma a questo giro ho provato a leggerlo a voce altra (anche per mettermi alla prova con un tipo di lettura diverso da quella mentale che tutti noi usiamo normalmente e comunemente) e ne ho sentito una poetica e una forza che non ricordavo. Sicuramente ho un’altra età e tante cose che mi frullano per la mente che la Terra di Mezzo è un porto sicuro e accogliente.

Essendo un racconto per ragazzi, e per quanto i ragazzi del secolo scorso siano stati ben diversi da quelli odierni, mi chiedo perché stravolgere così tanto l’essenza del libro per farci un altra cosa? Ecco cosa ha fatto P.Jackson.

Premetto: io ho un altarino nella mia testa per questo regista. Ci ha regalato importantissimi film sia per lo splatter che per altri generi, ma soprattutto ha messo finalmente sul grande schermo “Il Signore degli anelli”. Il lavoro che ha fatto poteva risultare un disastro, poteva scoppiargli in mano, invece ha sapientemente tagliato (anche se ammetto che è stato un dolore) situazioni che avrebbero fuorviato lo spettatore ignorante, ha tenuto l’essenza del libro e ha raccontato l’atmosfera che c’era. Questo il punto: non è stato fedele al libro in ogni sua virgola, ma ha rispettato il cuore della trama. Ne “Lo Hobbit” ha visto la gallina delle uova d’oro e quindi ha fatto del danno…

Prima di tutto fare 3 film di un libro di 300 pagine è proprio il segnale che devi pagare le bollette e non sai come fare. E’ inutile che ce la racconti Peter! Vallo a dire al vicino di casa, ma non a noi. Secondo ha reso questa storia cupa, epica dove non c’è, ha unito tanti pezzi di altri libri dilatando la storia, ma stravolgendo anche situazioni ed eventi. Ma soprattutto ha messo quella cosa orrenda che è la “storia d’amore” fra un nano e un’elfa che manco esiste nel libro. E questo io non glielo perdonerò mai, perché ha ceduto il potere, per avere più soldi, alle bimbeminkia (scusate il francesismo, ma a volte ci vuole!) totalmente lontane dal fantasy le quali accettano di vedere certi film solo se ci sono storie d’amore assurde. State a casa! Fate un favore al mondo interno più o meno nerd: andate da un’altra parte! Non è un giudizio morale, per me potete fare quello che volete, ma se entrate nel mio “mondo” lo fate alle regole di esso e non alle vostre, perché se no siete solo dei parassiti e dei distruttori! Vi detesto, lo ammetto! Siete una rovina! Non accoppiatevi con dei nerdi, fatelo con dei vostri pari, abbiate pazienza ma così siete un virus distruttivo che farà nascere mezzi nerd decerebrati!

Torniamo a noi…con “calma, dignità e classe” (cit.).

L’operazione cinematografica che per molti ha un pregio e che molti miei amici nerd fantasy hanno apprezzato perché ha reso la storia più adulta, ha solo il pregio di aver attirato gente al cinema e qualcuno a comprare il libro; ma ha il totale demerito di aver allontanato i ragazzini dal libro (nel quale troveranno tutt’altra un’atmosfera) e gli amanti dallo stesso dalle sale. In più non è manco fatto benissimo, visto che molto spesso in sala (ho visto i due episodi) ho trovato errori grossolani nella tecnica e nella resa. Quando il mio occhio coglie quel dettaglio stonato vuol dire che è marchiano e fatto veramente coi piedi, perché per quanto io sia attenta e conosca un po’ come si fa un film, quando entro in sala mi lascio prendere dalla situazione ed “entro nel film”.

Mi chiederete allora perché ho visto i due film al cinema? Il primo perché non potevo essere vittima dei miei pregiudizi, visto che il trailer non mi convinceva per nulla; il secondo perché non potevo credere che ce ne potesse essere un secondo, anche se ammettevo che la mia memoria faceva fatica a tirar fuori le cose narrate. Il terzo lo guarderò? Direi fortemente “no”, sempre che non capiti un’occasione come la volta scorsa che ho speso 3 euro per vederlo. Questo è il valore che do a queste operazioni.

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Per chiunque abbia già letto il libro, ma voglia approfondire tutto quello che ci sta dietro, la più bella edizione che io ho (perché ammetto che questo è l’unico libro che ho in più edizioni. E me ne mancano ancora altre) è sicuramente quella annotata: piena di annotazioni, di disegni, di spiegazioni non solo permette meglio di entrare nel mondo della Terra di Mezzo, ma soprattutto fa meglio comprendere il grande letterato che fu Tolkien che seppe mischiare i suoi studi con le sue esperienze e le sue doti.

Un lavoro complesso che nulla toglie alla lettura, ma che non consiglio per chi non abbia mai letto il libro perché se si leggono le note in corrispondenza si rischia di togliere pathos alla lettura.

Lasciatevi andare seguendo i nani e un hobbit, senza timore di tornare bambini e di affrontare orchi e creature misteriose con le sole armi del coraggio e della forza.

Voto libro: 10

Voto film: 5. Chi troppo vuole nulla stringe…

 

“Le città invisibili” di Italo Calvino

Riprendere Calvino dopo tanto tempo, nel tempo della mia “maturità” (vabbè, dovrebbe esserlo anagraficamente, ma non si sa mai), leggendo dei suoi testi più complessi di quelli letti e amati in adolescenza, è stato istintivo, più che doveroso. Non credo nella scadenza temporale di un libro, un “devi leggerlo a questa o quella età”, credo piuttosto che un libro ti arrivi quando hai la possibilità di comprenderlo e di incuriosirti a tal punto da doverlo rileggere in vari momenti della tua esistenza, per coglierne ogni volta un significato e una sfumatura diversa. Questo mi è accaduto con questo libro.

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Volutamente non ho letto le altre recensioni e per fortuna nel libro che ho scelto lo scritto di Pasolini è posizionato in postfazione. Perché dico questo? Perché questo libro può essere letto, sviscerato, analizzato, composto e ricomposto in mille maniere; si possono trovare significati in ogni virgola, in ogni città descritta, in ogni sfumatura; si possono rileggere le parole sotto l’ombrello di un’ideologia piuttosto che un’altra; cercare dati biografici dell’autore o delle persone a lui care. Insomma questo strano libro di racconti concatenati potrebbe essere tutto e niente e andrebbe bene lo stesso.

Questo è il primo libro che mi ha vista costretta a scrivere commenti sotto molte descrizioni di città. Di solito non lo faccio, perché i pensieri di solito mi rimangono impressi nella testa come i ricordi della memoria e non è raro che ritornino in me quando vado a rileggere il testo; questa volta è stato come se fosse un’esigenza, un qualcosa che dovevo fermare lì in quel punto preciso. Tutto questo è venuto naturale perché mi sono resa conto di aver letto questo libro come se parlasse a me, alla mia vita, alla mia esperienza.

Mi spiego meglio perché se no mi prendete per pazza.

Questo libro è frutto sicuramente di un genio della letteratura, di una mente che ha vissuto, conosciuto, amato varie cose, come se fosse il frutto delle sue esperienze, dei suoi pensieri e come tale sembra riproporsi al lettore.

A ogni pagina girata, a ogni città incontrata mi si sono riproposte alla mente cose che ho visto, studiato, amato; ogni pagina letta, ogni discorso fra il Kublai e Marco Polo hanno riportato alla mente i miei studi e le mie passioni; ogni sentore che veniva discorso portava ai sensi gusti e profumi che ho incontrato nella mia vita. Ogni pagina è diventata col passare della lettura un’esperienza di rimembranza, un rimmaginare cose che pensavo sopite; un’esperienza non solo da accettare “passivamente” come flusso di immagini, ma anche da metabolizzare.

Se avessi letto questo libro quando “si deve leggere” (che poi manco so a che età si riferisca, devo ammetterlo), non lo avrei capito, mi sarei annoiata, lo avrei preso come un’opera letteraria cervellottica e per gente che non aveva niente da fare che contare quante virgole ci sono in una pagina. In adolescenza non avevo la cultura e l’esperienza di oggi e quindi la mia fantasia non si sarebbe mischiata con i ricordi e non sarebbe stata in grado di dare un volto alle architravi, ai cittadini, forse allo stesso Marco Polo.

Mi sono immersa nell’impero immaginario di Kublai con la tranquillità e la giustezza di chi sa dove i propri piedi stanno andando. Mi sono soffermata sulle parole perché ho capito che in me suscitavano qualcosa, anche solo alzare gli occhi al cielo e ritrovare quello che stavo leggendo. Ho pianto (non mi era mai capitato per un libro) incapace di progredire per paura che altre città suscitassero lo stesso effetto. Ho riso e ho cercato altre città per poterlo rifare ancora. Ho interagito col Kublai perché lui era troppo pigro per andare per il suo impero. Ho invidiato Marco Polo per essere stato ovunque. Ma anche io ero stata ovunque! E altre città mi aspettano ora nel mio futuro.

Questo libro non è un insieme di racconti legati da un unico filo narrativo; non è un gioco da intellettuali annoiati; non è un corpo da sezionare da parte di critici senza arte; è Vita, la vita di ognuno di noi che trova nelle città se stesso e il suo mondo.

Sicuramente uno dei più bei libri che io abbia mai letto in questi anni e che mi sono ripromessa di rileggerlo (sperando di ricordarmelo e riuscirci) fra 10 anni per scoprire quante cose ho appreso nella mia vita di quelle città che sono descritte.

Voto: 10. E non c’è altro da aggiungere.

immagine trovata su questo sito https://viadellebelledonne.wordpress.com/2007/07/16/valdrada-da-le-citta-invisibili-di-italo-calvino/ Proprio da corredo al suo post su “Le città invisibili”

Postilla:

Ho trovato oggi (02 marzo 2015) questo link di artisti che interpretano “Le città invisibili” di Calvino. Da vedere.