“Le città invisibili” di Italo Calvino

Riprendere Calvino dopo tanto tempo, nel tempo della mia “maturità” (vabbè, dovrebbe esserlo anagraficamente, ma non si sa mai), leggendo dei suoi testi più complessi di quelli letti e amati in adolescenza, è stato istintivo, più che doveroso. Non credo nella scadenza temporale di un libro, un “devi leggerlo a questa o quella età”, credo piuttosto che un libro ti arrivi quando hai la possibilità di comprenderlo e di incuriosirti a tal punto da doverlo rileggere in vari momenti della tua esistenza, per coglierne ogni volta un significato e una sfumatura diversa. Questo mi è accaduto con questo libro.

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Volutamente non ho letto le altre recensioni e per fortuna nel libro che ho scelto lo scritto di Pasolini è posizionato in postfazione. Perché dico questo? Perché questo libro può essere letto, sviscerato, analizzato, composto e ricomposto in mille maniere; si possono trovare significati in ogni virgola, in ogni città descritta, in ogni sfumatura; si possono rileggere le parole sotto l’ombrello di un’ideologia piuttosto che un’altra; cercare dati biografici dell’autore o delle persone a lui care. Insomma questo strano libro di racconti concatenati potrebbe essere tutto e niente e andrebbe bene lo stesso.

Questo è il primo libro che mi ha vista costretta a scrivere commenti sotto molte descrizioni di città. Di solito non lo faccio, perché i pensieri di solito mi rimangono impressi nella testa come i ricordi della memoria e non è raro che ritornino in me quando vado a rileggere il testo; questa volta è stato come se fosse un’esigenza, un qualcosa che dovevo fermare lì in quel punto preciso. Tutto questo è venuto naturale perché mi sono resa conto di aver letto questo libro come se parlasse a me, alla mia vita, alla mia esperienza.

Mi spiego meglio perché se no mi prendete per pazza.

Questo libro è frutto sicuramente di un genio della letteratura, di una mente che ha vissuto, conosciuto, amato varie cose, come se fosse il frutto delle sue esperienze, dei suoi pensieri e come tale sembra riproporsi al lettore.

A ogni pagina girata, a ogni città incontrata mi si sono riproposte alla mente cose che ho visto, studiato, amato; ogni pagina letta, ogni discorso fra il Kublai e Marco Polo hanno riportato alla mente i miei studi e le mie passioni; ogni sentore che veniva discorso portava ai sensi gusti e profumi che ho incontrato nella mia vita. Ogni pagina è diventata col passare della lettura un’esperienza di rimembranza, un rimmaginare cose che pensavo sopite; un’esperienza non solo da accettare “passivamente” come flusso di immagini, ma anche da metabolizzare.

Se avessi letto questo libro quando “si deve leggere” (che poi manco so a che età si riferisca, devo ammetterlo), non lo avrei capito, mi sarei annoiata, lo avrei preso come un’opera letteraria cervellottica e per gente che non aveva niente da fare che contare quante virgole ci sono in una pagina. In adolescenza non avevo la cultura e l’esperienza di oggi e quindi la mia fantasia non si sarebbe mischiata con i ricordi e non sarebbe stata in grado di dare un volto alle architravi, ai cittadini, forse allo stesso Marco Polo.

Mi sono immersa nell’impero immaginario di Kublai con la tranquillità e la giustezza di chi sa dove i propri piedi stanno andando. Mi sono soffermata sulle parole perché ho capito che in me suscitavano qualcosa, anche solo alzare gli occhi al cielo e ritrovare quello che stavo leggendo. Ho pianto (non mi era mai capitato per un libro) incapace di progredire per paura che altre città suscitassero lo stesso effetto. Ho riso e ho cercato altre città per poterlo rifare ancora. Ho interagito col Kublai perché lui era troppo pigro per andare per il suo impero. Ho invidiato Marco Polo per essere stato ovunque. Ma anche io ero stata ovunque! E altre città mi aspettano ora nel mio futuro.

Questo libro non è un insieme di racconti legati da un unico filo narrativo; non è un gioco da intellettuali annoiati; non è un corpo da sezionare da parte di critici senza arte; è Vita, la vita di ognuno di noi che trova nelle città se stesso e il suo mondo.

Sicuramente uno dei più bei libri che io abbia mai letto in questi anni e che mi sono ripromessa di rileggerlo (sperando di ricordarmelo e riuscirci) fra 10 anni per scoprire quante cose ho appreso nella mia vita di quelle città che sono descritte.

Voto: 10. E non c’è altro da aggiungere.

immagine trovata su questo sito https://viadellebelledonne.wordpress.com/2007/07/16/valdrada-da-le-citta-invisibili-di-italo-calvino/ Proprio da corredo al suo post su “Le città invisibili”

Postilla:

Ho trovato oggi (02 marzo 2015) questo link di artisti che interpretano “Le città invisibili” di Calvino. Da vedere.

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7 thoughts on ““Le città invisibili” di Italo Calvino

  1. E come non riconoscermi nel tuo entusiasmo?!? Questo è un libro particolarissimo, che può annoiare o estasiare, anche se ritengo che un lettore maturo e consapevole di chi e cosa siano stati Calvino e la sua storia letteraria non possa che provare il secondo di questi sentimenti. Mi piace il tuo riferimento alle scomposizioni e composizioni eterne del racconto: rende bene la struttura delle Città invisibili… non solo in riferimento all’opera, ma anche agli infiniti mondi che vi sono descritti! 🙂

    1. Io credo che possa annoiare solo se lo si prende come un esercizio letterario o imposto dalla scuola o da quei circoli di intellettuali chiusi in se stessi pronti a guardarsi l’ombelico. 😉
      Qui bisogna lasciare fuori dalla porta i propri preconcetti (e detto da una che studia fino alla ricostruzione vera l’epoca che vide il vero Marco Polo agire è davvero una prova di coraggio!) e lasciarsi andare. Solo così si può arrivare alla comunicazione scrittore-libro-lettore.
      Prenderlo come un mero esercizio stilistico da cannibalizzare sarebbe solo un insulto.

      Ora posso finalmente andarmi a leggere la tua di recensione.

      1. Hai ragione, con Calvino le analisi pedanti non sono ammesse e non gli renderebbero giustizia! 🙂

  2. Mi è piaciuta la descrizione delle sensazioni che hai provato nel leggere questo libro. Del resto un buon libro è proprio questo che dovrebbe suscitare al lettore: un coinvolgimento mentale-emotivo, una partecipazione piena e completa. E poi è vero quello che dici sul fatto che ogni libro ha il suo momento adatto, inutile ostinarsi in una lettura che non prende… in questo caso è meglio rimandare.

    1. Non avrei potuto fare altro tipo di recensione, visto che questo libro mi ha preso nelle emozioni e non nella mia cultura (per quanto sia riuscito a farmi venire alla mente tutti i miei studi, le mie passioni, le mie passate letture e visioni). Mi sarebbe parso di tradire il mio percorso di lettore, mettendomi a sviscerare tutti gli elementi culturali che ci sono dietro a questo libro.
      In fin dei conti questo blog parte da me e dal mio rapporto con quello che leggo o guardo e quindi dalle mie emozioni, senza mai voler salire in cattedra a insegnare qualcosa (anche perché mica c’ho i titoli per farlo! 😉 ). 🙂

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