“La conferenza degli uccelli” di Peter Sis

A volte mi capita di condividere con gli amici non solo le piccole passioni, anche la voglia di conoscere. Non sono una persona semplice, ma quando un amico mi passa un fumetto in un contesto altro, sono convinta che qualcosa voglia significare.

“La conferenza degli uccelli” di Peter Sis

Così ho avuto fra le mani il fumetto “La conferenza degli uccelli” di Peter Sis.

Non è facile parlare di questo fumetto perché non rientra nel classico seguire di vignette, nemmeno è nella categoria delle graphic novel (termine molto chic per sdoganare il fumetto classico), ma forse è più simile alla pittura unita alla poesia. E’ qualcosa che va letto, riletto e metabolizzato e poi lasciato andare come se fosse qualcosa di più profondo che un semplice svago. Ma sapevo che il Turcoop non mi avrebbe passato un libricino semplice e fatto per la massa: ah, lo so, noi siamo gente d’elite! 😀

Cosa racconta? Beh…sembra facile dirlo, basterebbe raccontare di un upupa che convince gli uccelli a seguirla alla ricerca del regno del re perduto Simurg. Oppure basterebbe dire che è tratto da un poema persiano del XII secolo. Detto questo non servirebbe nulla. Il testo mi ricorda qualcosa che ho letto tempo fa e il topos dell’assemblea degli uccelli non mi pare così nuovo (forse un anticipo de “La fattoria degli animali”), ma nuovo è lo stile del racconto, l’alternare delle immagini, dei silenzi, delle parole in rima. Emotivo il susseguirsi dei capitoli come una ricerca, come quella più mitica del prete Gianni oppure del santo graal; emozionante il modo in cui ogni regione, ogni luogo viene caratterizzato; stimolante vedere la cura nel tratto, nel disegno, nel colore. Non c’è pagina o tavola che non denoti un forte studio e impegno e mi piace smentire l’articolo de “La Stampa” che finisce con le parole “meravigliosa ingenuità che consente di dire profonde verità con una leggerezza che non sarebbe dispiaciuta a Italo Calvino”, ritenendo l’ingenuità contraria dello studio e dell’attenzione al particolare.

Peter Sis costruisce con maestria questo gioiellino della narrativa, prendendo spunto dal passato, dimenticando magari le ambientazioni orientali, ampliando l’orizzonte e creando un racconto valido per tutti che costringe il lettore a guardarsi dentro. Il paragone con Calvino è sicuramente azzeccato e aver letto “Le città invisibili” ha sicuramente influito la lettura, per quella sensazione di essere in un posto, ma anche in nessuno; di credere di capire cosa sia il viaggio, ma di capirlo solo alla meta o al ritorno; di non capire che il desiderio di conoscere spinge l’uomo verso mete impensate. Davvero in Sis c’è qualcosa di Calvino, ma non è nè leggerezza nè ingenuità, ma ardore, passione, sconvolgimento, stupore, voglia di stupire, lealtà (perché in nessuno ho visto falsità o voglia di provocare malignamente il lettore) e cultura, tanta cultura.

Un fumetto da leggere, se ne siete convinti, con la pazienza e il silenzio, non temendo di sapere che dovrete rileggerlo, che qualcosa non capirete, che qualcosa verrà metabolizzata subito e qualcos’altro vi rimarrà nel cervello a tormentarvi. Questo fumetto parla al lettore senza mai intromettersi nella sua vita. Gli chiede di fare come uno degli uccelli e di seguire l’upupa; chiede quanto si è disposti a volare. Chiuderlo sarebbe facile, capire dove va a parare altrettanto, ma non si può interrompere se non arrivati alla fine.

Siate upupe e questo vi basti.

la conferenza da dove tutto parte

“Un passo di troppo” di Lee Child

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Mia madre se ne va al mare e mi lascia questo libro da riconsegnare alla biblioteca con la frase: “Si legge bene, fai tempo a leggerlo.” E io mi fido. Peccato che pur leggendosi bene, in realtà la trama lascia molto a desiderare o più che altro quello che sta attorno alla trama scarna.

La trama è interessante: gruppi paramilitari, un rapimento, qualcosa non quadra e quindi l’investigazione inizia.

Qui iniziano le prime falle: il protagonista Jack Reacher. Il personaggio è bello, ben strutturato, ma non si capisce perché un gruppo chiuso di paramilitari o ex militari per il solo fatto che riconosca in lui un ex militari si fidi di lui a tal punto da affidargli la ricerca della moglie e della figliastra del capo. Non ha senso, ma ce ne faremo una ragione. Anche perché tutto questo libro è un patto fra scrittore e lettore, ma non è il primo e non sarà l’ultimo.

Il patto fra lettori è un classico per certi thriller, soprattutto per quelli che non possono stare al passo del tempo reale, non possono aspettare, perderebbero il ritmo, i protagonisti potrebbero rischiare di diventare degli impiegati. Non è un male della letteratura, lo capisci subito e se subito riesci ad accettarlo allora la lettura sarà un vero passatempo, se no solo una borsite cronica.

La storia si dipana fra ricordi di missioni in Africa finite male, parenti di ex mogli scomparse pronti a cercare vendetta, investigatori disillusi fra questa e l’altra parte dell’oceano. E questa parte funziona benissimo, riuscendo a dosare bene il continuo altalenarsi di buoni e cattivi: funziona perché è credibile, perché dosa bene le informazioni per creare suspance e mettere il lettore in condizione di dover tutte le volte ricredersi, mantenendo fisso Reacher come ipotetico narratore.

Poi l’autore ci deve mettere in mezzo un’inutile storia d’amore fra il protagonista e una bella e volitiva investigatrice privata. Perché? Perché? Perché? Citando qualcuno di ben più grande di me, mi vien da dire: “che noia, che barba, ma io so’ stufa, sai!” Questa storia è di nessun aiuto per lo svolgersi della vicenda, forse lo sarà per quella del protagonista (forse questo è uno dei tanti libri  con lui come centro), e soprattutto distrae nella sua noia; aumenta il numero delle pagine (e qui mi viene sempre il dubbio sul compenso dato all’autore…) senza motivo; non porta a nulla nella vicenda. Avesse lasciato i due così, come due amici, come due persone di sesso diverso che si capiscono per la forza e il coraggio e per lo scopo comune e invece lo stereotipo di uomo-donna-sessoforseamore si è impossessato anche di Child. Non c’è coraggio nemmeno in certi scrittori titolati, tutti a cercare il già scritto così il lettore non deve pensare troppo.

Potendo togliere questo pezzo il libro rimane godibile, forse prolisso in certi passi, ma di sicuro interessante. Ecco, se fosse stato scritto da un altro autore, qualcuno di più spregiudicato e greve, sarebbe stato un gran bel giallo, ma qui invece a malapena si arriva alla sufficienza. Mi spiace proprio, ma è così: voto 5 e mezzo.