“Il nostro comune amico” Libro 3, cap. VIII-IX

Mentre da una parte si stanno portando via i rifiuti da casa Harmon (e non capisco l’invettiva di Dickens contro i “signori del Comitato”), dall’altra parte Bettina Hidgen vaga, via da casa Boffin, alla ricerca di un posto dove vivere e morire lontano dall’Ospizio. Il personaggio si staglia con una statuaria moralità umana ma non dei supereroi o dei grandi personaggi, ma proprio delle persone oneste. Strano…cosa le succederà?

Il capitolo è pietoso,  nel concetto latino della pietas e non capisco per quale motivo. Più di una volta Dickens ha presentato personaggi normali, umanissimi, positivi e li ha tutti condannati ad essere vittime dell’arroganza altrui, dei voleri altrui, ma qui si dilunga in un lungo panegirico della vita, in vecchiaia, di questa signora piena di dignità e di coraggio che pur di non andare in ospizio decide di non fermarsi mai troppo in un posto, lavorando del suo, dignitosamente, non ascoltando le lusinghe suicide del Tamigi. Che questo sia uno dei punti di invettiva contro i suoi contemporanei? Contro quella Londra o Inghilterra bene, fatta di abitoni e crinoline e bombette, dove la carità diventa penosa (nel senso di pena, questa volta) come una gabbia di un carcere? Dove il bigottismo delle classi superiori valuta e pretende di instradare le vite delle classi inferiori? A chi parla davvero l’autore? Perché mentre la povera Bettina passa da un malore all’altro, da una situazione all’altra dove la sua fragilità umana si rivela tutta, l’autore continua con il suo sottofondo di critica alla società caritatevole che gira attorno. L’Ospizio come l’Orco, il luogo del non ritorno, la paura più grande…

E mentre la vita sembra fluire via dal corpo di Bettina, Lisetta le appare come un angelo protettore, intenta a risvegliarla dal torpore e ascoltare tutte le sue parole. Anche questo incontro pare un po’ scontato, con la oramai imminente beatificazione della giovane Hexam.

foto presa da questo link http://stospedalesacile.altervista.org/Cenni_storici_sulle_origini_dellospedale_di_Sacile_2.html sull’ospedale di Sacile (PD)

L’altro capitolo si apre con la funzione funebre per Bettina Hidgen (e via d’allegria!) e diciamocelo: ce lo aspettavamo dalla prima sua apparizione che ci avrebbe lasciato anche abbastanza presto. Il suo ruolo era quella di “consegnatrice” di figli per altri e poi bon, andare, via filare.

Sui presenti ai funerali tocca dire che i signori Boffin peccano per assenza e non se ne capisce il motivo, oppure temo che abbiano perso la loro semplicità e umiltà che tanto li ha resi diversi da tanti “aristocratici” personaggi. Mentre il giovane Pauta è l’unico ad esprimere sentimenti quasi filiali e di sicura riconoscenza verso la scomparsa.

E per la prima volta appare nel romanzo un vero scambio di battute riguardo la situazione ebraica. Lisetta è stata aiutata da una famiglia ebrea a compiere le ultime volontà di Bettina e la moglie del reverendo prova tutta la sua paura di fronte alla possibile ingerenza di costoro nella vita della ragazza. In realtà la frase incriminante è “ma se cercano di convertirvi?” Come è comprensibile per l’epoca (e in realtà lo è anche adesso) la scarsa conoscenza altrui, i pregiudizi e la scarsa sicurezza nella scelta religiosa fa nascere queste domande quando ci sono collaborazioni fra genti “diverse”. Un aspetto comprensibile per la società di allora che presenta il problema religioso come un problema di onestà e moralità. Ci vorranno secoli o forse non si arriverà mai a comprendere che queste due virtù esulano dalle preghiere che si possono fare.

Nel frattempo vi è un vero “incontro al vertice” al camposanto: Bella, Rokesmith e Lisetta. Quello che li unisce è solo lo scomparso Hexam e l’accusa che pendeva sulla sua testa di aver ucciso Giovanni Harmond. In realtà non si capisce nemmeno perché Dickens ha voluto rendere questo incontro così fondamentale se non fosse che una volta finito il funerale, accompagnata la ragazza verso casa, Bella e Rokesmith si trovano da soli per tornare a casa. Poi si scopre che i due ragazzi per conto chi della signora Boffin, chi per conto del signor Boffin devono indagare sull’accusa ai danni di Hexam e su come sia Lisetta, eppure i loro discorsi scivolano velocemente l’uno verso l’altro. Dai, su, lo sanno tutti che siete innamorati e che, salvo qualche cattiveria dell’autore, finirete al lieto fine! Perché girarci attorno con questo fare di tragenda stucchevole?

L’incontro solitario fra le due ragazze, Bella e Lisetta, sembra un classico dialogo della Londra bene ottocentesca, insomma tutta quella fiera di formalismi e belle parole che non palesano mai i veri sentimenti e che dicono il minimo sindacale. E in fondo ci sta anche bene oserei dire. Ma che anche Bella voglia avere Lisetta come amica è veramente stucchevole! Ma perchè tutta questa ripetitività? Diccelo Dickens per favore!

E poi partono le confidenze fra le due…stucchevole stucchevole stucchevole… scoprendo che ora Lisetta vive in incognito e nascosta, lavorando nella cartiera, per paura di innamorati, pseudo tali, fratelli egoisti e compagnia cantante. Però questo confronto smuove Bella nel profondo e le parole di Lisetta sul vero amore e sul fatto che bisogna rispettarlo e capirlo la pongono di fronte a tutte le sue scelte passate. Staremo a vedere cosa succede a questo punto.

dipinto di  Delphin Enjolras

“La cosa oscura” di Peter Straub

Secondo libro che leggo di lui e devo dire che questa volta non è colpa di qualcuno, ma solo l’istinto nel girovagare per le scaffalature della biblioteca. Perché dire “colpa”? Perché le aspettative erano alte per questo libro, sia per la trame e per il fatto che “Ghost Story” mi aveva convinto che forse ci potesse essere un altro autore di horror alla maniera che piace a me: classico, bene e male separati, mostri o demoni da una parte e mortali dall’altra, ansia, senso del pericolo, catarsi. Insomma tutto quello che fa un classico dell’horror vecchio stile pre “Twilight”.

Però, però, però…

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Non che questa parte del romanzo non sia stata rispettata, anzi, la mantiene tutta rendendo l’atmosfera adatta a pensare che qualcosa possa accadere anche al lettore. Ma poi si ferma lì. Il romanzo è costruito solo su una scarna struttura letteraria, non rimpolpando nulla e quindi perde alla fine la sua funzione di coinvolgimento del lettore. Leggendo le critiche su anobii ho notato che molti si lamentavano delle stile di scrittura ma pochi per la pochezza della vicenda, con enormi buchi non tanto di logica ma di credibilità. Lo stile narrativo, in effetti, è il male minore: l’ottica di uno dei protagonisti non è mai un errore in principio, ma diventa stucchevole quando le persone che gli gravitano attorno sono così superiori alla media da risultare poco credibili, quasi caricaturali. E se il patto scrittore-lettore sull’incredibilità della vicenda deve essere il pilastro di questo genere di vicende, l’esagerazione è il troppo che stroppia.

Il romanzo narra la vicenda di un gruppo di persone, ex compagni e amici di liceo, i quali dopo tantissimo tempo si devono confrontare con un fenomeno paranormale successo al liceo appunto e che ha visto la morte di uno di loro. Perché devono ripercorrere quei momenti? In realtà non c’è un vero motivo, le loro vite sono state toccate dalla cosa ma non più di tanto (tranne uno, ma alla fine se la passa bene lo stesso), hanno metabolizzato la cosa, e allora? Allora uno di loro, uno che poi non aveva nemmeno partecipato ma è marito della “bella intrigante di turno”, è uno scrittore di successo e decide di indagare. Perché? Ma probabilmente perché ha finito le foglie del tè, visto che non solo la faccenda gli è estranea per allora sua volontà, la moglie coinvolta non gli fa mancare nulla, non hanno spiriti che li tormentino, quindi non c’è motivazione. Forse noia quindi. A uno a uno, tranne il “sacerdote/santone”, devono raccontare la faccenda, quello che hanno visto e hanno subito quella notte, senza emozioni, senza problemi, come se raccontassero la trama di un libro. Ma veramente?

Se in “Ghost Story” il finale aveva fatto cadere tutta l’atmosfera della vicenda scegliendo di abbassare i toni e rendere il tutto in modo scontato, qui si da troppo per scontato un sacco di cose e ancora una volta i personaggi sono specie di “superuomini” senza emozioni o comunque senza segni delle conseguenze delle azioni subite. Mi viene da pensare che questo suo modo di vedere i protagonisti sia un po’ un suo marchio di fabbrica e devo ammettere non mi piace molto. Non si possono paragonare gli autori, ma lo stesso King ha fiducia in questo scrittore (visto le recensioni. Sì, lo so, la vil pecunia potrebbe far qualsiasi cosa, ma visto che i due hanno anche collaborato se non sbaglio, voglio pensare che siano commenti sinceri) e King quando si da all’horror puro, per quanto i protagonisti siano superiori all’umano medio, hanno una paura enorme e scatta l’immedesimazione. Con Straub niente immedesimazione, molto distacco, difficoltà di capire le motivazioni. Perché allora tanti premi? o.O

A questo punto mi sfugge qualcosa…

Mi sfugge il senso dei premi oppure mi sfugge il livello dei partecipanti?

Mi sfugge il mio senso di lettrice che pretende sempre qualcosa di troppo dal libro che legge?

Mi sfugge la mia “cultura” da vecchio horror senza splatter e senza storie d’amore, ma solo l’immane paura di spegnere la luce una volta chiuso il libro?

Straub con questo libro si conferma un ottimo scrittore di trame e idee moderne di genere, ma un mediocre risolutore delle stesse. Quindi come fare? Come valutarlo? Forse servirà un terzo libro per confermarmi questa opinione molto da maestra (“è bravo, ma non si impegna”) di fronte alla pigrizia di un alunno che rende bene, per far meglio basterebbe applicarsi? Oppure devo rimanere con l’amaro in bocca e lasciare perdere anche questo autore?

Voto 5 e mezzo “E’ bravo ma non si impegna”.

“I mercenari 3” di Patrick Hughes

http://www.mymovies.it/film/2014/theexpendables3/

Prendete un venerdì sera pre rievocazione, una compagnia di amici tranquilla, un film testosteronico senza pensieri, mescolate il tutto, servite con pop corn, togliete i pensieri di idiosincrasie altrui e paranoie aggiunte, e farete la mia serata di venerdì scorso.

Faccio ammenda e confesso che per vari motivi non sono riuscita a vedere i due episodi precedenti. Quindi devo rimediare perché questo terzo episodio mi ha davvero regalato momenti di puro relax, assurdità volute e un gran numero di muscoli da vedere! 😀

La storia è semplice: ci sono dei mercenari, devono sconfiggere un cattivone, sparano tanto, muoiono in tanti (ma nessuno se ne accorge), saltano in aria, portano a casa la pellaccia. Bon, stop!

Regia: 7 Questo film è difficile da girare non tanto perché preveda un lavoro di costruzione dei personaggi attraverso i piani sequenza o altro, ma perché bisogna integrare al meglio attori, stuntmen, effetti speciali, cose che scoppiano per rendere tutto il più credibile possibile. Dai lo sappiamo benissimo che lo spettatore che va a vedere questo genere di film non si aspetta la credibilità, anzi la rifugge, ma deve in qualche modo credere che quello che vede sia vero e siccome la maggior parte del film è visivo più che altro bisogna far girare il tutto con attenzione. Di certo mi viene in mente che Hughes abbia ritirato fuori dagli armadi le vecchie VHS dell’ H-Team perché lo ricorda molto.

Sceneggiatura: 6 e mezzo. Anche qui il problema credibilità deve lasciare il posto al “meno incredibile possibile” e quindi bisogna stare attenti a certi dettagli tipo la tempistica e la coordinazione. Un film del genere è molto più aristotelico di quanto si possa immaginare. Nella sceneggiatura ci sono almeno due errori marchiani che, pur non inficiando la storia, lasciano lo spettatore attento a chiedersi come sia possibile.

Scenografia: 8 Distrutta, ipertecnologica, utilitaristica…dove il mondo si urbanizza qui ci sono piste d’atterraggio in luoghi deserti, caserme blindate in mezzo al nulla, musei di cristallo e basi d’addestramento post apocalittiche. Tutto quello che serve!

Effetti speciali: 8 e mezzo. Tranne qualche piccolissima incongruenza, sono perfetti, perché davvero riprendono la scuola dei film d’azione degli anni ’80-’90 con salti spettacolari, situazioni estreme e tanti muscoli.

Musica: 7 D’azione, come non ce ne era da tempo.

Cast, costumi e quello che ci gira attorno: 9 Dai, su, non fate gli schizzinosi, tanto lo sapete che buona parte dei protagonisti del film sono dei vostri eroi e anche se li vedete invecchiati voi li vedete con gli occhi dell’amore. Stallone è Rambo, Schwarzenegger è Predator o Terminator, Gibson è Martin Riggs di “Arma Letale”, Ford è Indy e via di seguito. E fra caratteristi quali Robert Davi o Kelsey Grammer, giovani promesse (che come bellezza non sono per niente all’altezza di alcuni pezzi da novanta della cinematografia mondiale), tu guardi loro, i tuoi eroi, quelli della tua giovinezza, quelli che ti hanno regalato i tuoi film più adorati e sai che questo film è solo un perfetto dono per tutti gli amanti del genere divertimento allo stato puro e ti senti grato del fatto che loro, i tuoi eroi, hanno voluto farlo (alla facciaccia di tutti i perbenisti produttori che si sono sicuramente tirati indietro alla richiesta di finanziamento. Mangiatevi le mani ora!).

(Aprite questo link per vedere il cast completo. )

Se vi piace il genere “stacco cervello + adrenalina + ironia e divertimento” questo è il film che fa per voi. Voto: 8 vi lascio, vado a cercare gli altri due episodi.