“Il nostro comune amico” Libro 3, cap. XVI-XVII

Seguiamo Bella cercare il padre e tornare a casa in questo inizio di capitolo, e trovarlo sul lavoro, da solo, quando oramai tutti sono andati via a casa, prepararsi un thé. La scena familiare e tenera rende un po’ di giustizia a questi due personaggi che malgrado debbano affrontare altri personaggi non del tutto gradevoli, sono alla fine l’uno l’angolo di sicurezza dell’altra. In questa scena di felicità famigliare Bella è costretta a rompere l’incantesimo rivelando la verità delle sue azioni, ma viene interrotta dal fatto che in ufficio si è rifugiato anche Rokesmith (colpo di scena! carramba, che sorpresa!). E i due giovani…beh, dai oramai lo hanno capito anche loro che si amano e che si sono scelti (ironia del destino). Il povero padre è “costretto” a sentire le loro spiegazioni, le loro parole, un po’ inebetito, poi sempre più sereno e alla fine concede la sua benedizione. Così i tre festeggiano, immersi in un’atmosfera di pace, quando all’improvviso sorge spontaneo al signor Wilfer la presenza della “amorevole” moglie e altrettanto “carina” figlia…come la prenderanno? Ci penserà Bella a dire tutta la verità senza prendere fiato e lasciando a bocca aperta la sorella Lavinia e la madre e costernato (perché avrebbe voluto essere altrove) l’ospite Giorgio Sampson. Lavinia poi annuncia alla sorella il suo fidanzamento con Giorgio (poraccio!), poi visto che Bella è solo contenta, parte con una inutile scena di isteria. Perché Charles D.? C’era bisogno? Per me no. Vabbè. Ma si vede che per lui il lettore non ha abbastanza capito quanto perfida sia questa ragazzina e quanto debba dimostrarlo sempre e comunque a danno poi della propria famiglia. Per fortuna che Bella è troppo felice per mostrarle il fianco e farsi ferire. Per ora…

 

http://www.qub.ac.uk/schools/SchoolofEnglish/visual-culture/illust-book/Stone-OMF.html

Un nuovo pranzo a casa Veneering ci attende…mi vien da piangere…Per fortuna (tocca dirlo con un filo di cattiveria) veniamo a conoscenza del fallimento dei signori Lemmle e che lei chieda proprio aiuto al signor Twemlow (che salta fuori sempre quando uno non si ricorda di lui e che cosa serva a questo romanzo…). Le chiacchiere dei due palesano gli inganni e la cattiveria del signor Fledgeby e di come il signor Riah sia solo il suo prestanome. Che sia nato un nuovo sodalizio fra le ferita signora Lemmle e il povero signor Twemlow?

Il resto del capitolo ritorna al pranzo e ai pettegolezzi ai danni dei Lemmle e perdonatemi è un capitolo inutile, scritto male e pallosissimo. Se fosse stato per me, se fossi stato l’editore, avrei preso le forbici, lo avrei tagliato e buttato la carta nel fuoco.

E finisce il terzo libro!!!

“I guardiani della Galassia” di James Gunn

Quando uno appassionato di fumetti, anche senza conoscerli nel dettaglio, vede l’accoppiata Marvel & Disney per la riduzione cinematografica un po’ di freddo lungo la schiena viene; ma quando gli amici più attenti sia per conoscenza di fumetti che di cinema ti dicono che invece questo film va visto perché è spettacolare, allora cedi e una sera ci vai. Mi aspettavo più gente ieri sera (venerdì sera, secondo spettacolo) sia per l’orario che per il genere, ma o i nerd hanno finito i soldi oppure davvero il cinema costa troppo per permetterselo ( €8,90 per un 2D: facciamo poi un bel ragionamento per favore) e vanno solo i veri appassionati, magari rinunciando ad altro. Torniamo a noi che io divago spesso.

http://www.mymovies.it/film/2014/guardiansofthegalaxy/

Il film parte in modo completamente inaspettato, molto drammatico e ben fatto devo ammetterlo, a tal punto che mi sono chiesta se non avessimo sbagliato sala e stessimo guardando un drammatico in cui al protagonista capitano sfighe dietro l’altre. E invece no! Appena dopo il nostro protagonista viene rapito da un’astronave! Avete capito bene e anche se la cosa ricorda un po’ l’episodio dei Simpson (a questo punto non so più quale sia la citazione dell’altro), si capisce velocemente che ritmo e storia ora hanno cambiato verso. Il nostro rapito diventa un vero e proprio ladro intergalattico, spaccone, rubacuori, marinaio con una donna in ogni porto, col sorriso stampato sul viso e il walkman acceso. Il walkman direte voi? Sì, quello che i ragazzini nati negli anni ’70 e quindi ben vispi negli anni ’80 avevano per ascoltare la musica. Si è giurassico per molti, ma chi al cinema aveva un’età attorno ai 30 anni ha apprezzato e non solo quello. Senza che te ne accorgi il film snocciola una colonna sonora strepitosa e una serie di citazioni che capiscono solo quelli della generazione sopracitata e alla fine non ti senti poi tanto solo, ma solo un nerd in compagnia di nerd che quelle cose le ha vissute perchè “ai miei tempi…”. Film spaccone, strepitoso, ben fatto, con una storia che gira benissimo senza intoppi o dubbi, ma che soprattutto è l’omaggio a una generazione più che a un tempo e forse a volerlo guardare bene (o ripensandoci mentre scrivo) tante altre citazioni mi sono sfuggite, ma tutte legate a quando io ero ragazzina. Grazie James Gunn, grazie di cuore!

Regia: 8 voto davvero alto me ne rendo conto, ma in questo momento calcolo tutto il lavoro che è stato coordinato per fare questo film: sceneggiatura, effetti speciali, costumi, trucco e parrucco, scenografia. In questo film non sarebbe bastato guidare e basta gli attori, ma bisognava farlo mentre lavorano senza vedere la fine del lavoro (con l’uso di bluescreen); quando un attore è pieno di sensori perché presta corpo e voce ma non aspetto; bisognava che tutto fosse credibile, riempiendo anche gli spazi. E in più, per quante citazioni ci possano essere, quelle devono rimanere tali e il film deve essere un originale e non una bassa copiatura.

Sceneggiatura: 7 Anche qui un buon voto, anche se mi sto rendendo conto che non è stata molto fedele all’originale e questa è la grossa pecca che si sta vedendo quando mettono su pellicola un fumetto. Mi chiedo perché ci debbano essere sempre queste enormi differenze: in fin dei conti il pubblico che sa si aspetta quello che ha letto e quello che non lo conosce si beve qualsiasi cosa si metta sullo schermo, quindi tanto vale varrebbe essere i più fedeli possibili. Ovviamente la serialità del fumetto ha più ampio respiro che un solo film, ma il quesito rimane. Comunque il lavoro fatto è stato ben fatto, perché ogni cosa è credibile, gira bene, non ci sono buchi di sceneggiatura che lascino lo spettatore perplesso. La coerenza è il fulcro del film.

Ronan e Nebula

Scenografia e costumi: 10 Voto che raramente do per le cose tecniche ma qui ci vuole tutto. Sono stati bravissimi non solo nella caratterizzazione dei personaggi, ma anche nel non aver lasciato spazi vuoti riempiti con comparse a caso. C’è una cura oserei dire maniacale per il dettaglio, per lo studio dei personaggi e delle varie popolazioni che ricordano i bei vecchi tempi della prima trilogia (l’unica) di “Star Wars” dove la sensazione che vigeva era quella di sentirsi avvolto dalla storia. La cura nel trucco è poi una cosa spettacolare: basta vedere Bautista/Drax il Distruttore non solo tutto blu, ma con una serie di linee o tatuaggi in rilievo che ricordano molto i disegni giapponesi; Nebula/Karen Gillan (Amily Pond del Dottor Who!!!!) stupenda nella sua apparente semplicità delle linee; senza di ombra di dubbio magnifico Ronan/Lee Pace come costume, trucco, movimento, tutto, davvero un cattivo curato meravigliosamente sotto questo aspetto.

Effetti speciali: 10 anche qui un voto altissimo perché ci sta tutto. Per quanto la tecnica nel “ricostruire” personaggi strani sia arrivata a livello impensabile solo 10 anni fa (se pensiamo all’apparizione di Gollum come qualcosa di straordinario) qui la cosa che stupisce è la maestria nel fare tutto così bene, da non essere un effetto speciale. Insomma è proprio la naturalezza delle scenografie, dei combattimenti, dei personaggi non umani, delle astronavi, del combattimento aereo, e di tanto altro, queste cose rese così credibili da sembrar vere sono il segno del gran lavoro che c’è dietro. E poi pensare che dietro al personaggio più poetico del film c’è uno come Vin Diesel/Groont è davvero magia!

Cast: 8 Non saprei dire se ci stava meglio quell’attore al posto dell’altro, perché alla fine tutti quelli che ci sono sulla scena sono al posto giusto. Dai protagonisti più o meno di prima linea o di seconda, sia veri che “finti”, alle comparse, ma soprattutto ai camei: Glenn Cloose che fa il comandante capo (un po’ troppo politica e diplomatica e poco militare) a John C. Reilly guardia xandariana buona a uno strepitoso Benicio del Toro come Collezionista di cose e persone.

Musica: 8 Qui non si può non notarla! Non solo perché ci sono dei pezzi conosciuti intramezzati con delle vere chicche, ma quando ti scopri a ballare sulla sedia vuol dire che la musica è davvero una protagonista del film e quindi o si è sordi o si è stupidi per non apprezzarla. Straordinaria!

Voto: 9 Il film non rasenta la perfezione, non saprei dire in quali momenti davvero non mi abbia convinto (forse qualche “forzatura” per non rendere troppo lungo e cervellotico il tutto), ma per me la perfezione è altra. Detta questa premessa, il film non solo è gradevole, ma è veramente strepitoso per atmosfera, divertimento, per come è girato, per i personaggi, insomma un film da non perdere al cinema (secondo me rende meglio) se siete appassionati di fumetti, fantascienza, avventura, ma col sorriso e non con il dramma.

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“La morte di Achille” di Boris Akunin

Sono stordita e per quanto avessi capito che era ambientato in Russia mica avevo capito che era nella Russia zarista! Quindi dopo un subitaneo stordimento mi sono fatta prendere dalla storia, ma soprattutto dall’atmosfera che è quella che ci si aspetta: romanzata, pulita, ieratica, estrema, ma occidentale e senza problematiche. Ci sono entrata a capofitto senza pensieri e per una buona metà del libro mi sono veramente appassionata. Poi lo scrittore ha cambiato registro e un po’ mi ha annoiato. Ma procediamo con ordine.

http://www.lafeltrinelli.it/libri/boris-akunin/morte-achille/9788876846625

Prima di tutto questo libro è uno di una serie che ha per protagonista l’assessore di collegio (che sinceramente non so cosa voglia intendere) Fandorin, salito sugli altari delle buone conoscenze grazie al suo intuito e alla sua capacità di risolvere i misteri più intriganti. Al suo servizio Masa, un giapponese (che magari leggendo i libri precedenti potrò conoscere meglio) misto samurai-servitore-spalla investigativa. Questa coppia investigativa è un po’ un classico e anche qui non sembra uscire dagli schemi che tanto aiutano gli scrittori a dividere responsabilità e capacità su due uomini straordinari per non convogliare il tutto in un superuomo, eppure Fandorin risulta stranamente fuori dagli schemi, super fortunato anche quando è più disattento, mentre Masa risulta a volte macchiettistico quasi un Kato dell’ispettore Clouseau. Perché questa scelta? Non saprei dire, ma quest’altalenante caratterizzazione non mi convince più di tanto e mi lascia perplessa. Il personaggio Fandorin è interessante di suo, anche nelle sue esagerazioni, proprio perché un po’ ci si aspetta che l’investigatore sia superiore al comune uomo normale e perché “gli eroi son tutti giovani e belli” (cit.) e lui un po’ l’idea dell’eroe per caso ce l’ha; solo che questi momenti di incapacità non lo rendono più umano (e quindi il lettore può immedesimarsi meglio), ma solo fastidiosamente distratto e quindi la lettura perde di ritmo.

Altra cosa che mi ha lasciata perplessa è il cambio di registro di narrazione a circa metà libro. Non è che sia sbagliato o che abbia rovinato narrazione, investigazione e svelamento, ma solo l’ho trovato un po’ artificioso, facendomi perdere il ritmo e il senso del racconto. Alla fine un altro espediente narrativo fa riprendere la narrazione con un buon ritmo e conclude degnamente il giallo. Non vi posso dire di più, fidatevi.

Momento di panico: la lettura dei nomi propri! E la mia dote naturale di confondere nomi e personaggi, dovendo così, all’inizio, rileggere alcuni nomi e capire chi davvero sono. Non ne faccio una colpa a nessuno: è un romanzo russo e quindi i nomi sono russi e quindi per me complicati soprattutto quando partono con nomi, cognomi e soprannomi…Vostro onore chiedo la grazia!

In soldoni cosa penso di questa lettura? Che è stato un piacere conoscere questo autore anche se non sono impazzita per lui. Che il romanzo è ben scritto, logico in ogni suo passaggio, con quel minimo di descrizione che serve il lettore a rimanere preso dall’atmosfera ma non a notare errori eventuali (però mi sottometto al giudizio di qualsiasi appassionato storico del periodo della Russia zarista), anzi che è proprio l’atmosfera un po’ patinata il vero bello di questo libro. Che mi cercherò gli altri libri precedenti per vedere chi è Fandorin, chi è Masa e come si sono conosciuti, se mai è stato scritto.

voto: 6 e mezzo

Scheda

Titolo originale (scritto in caratteri non cirillici ovviamente): Smert’ Achillesa

Traduttore: Mirco Gallenzi

si ringrazia Elena Kostioukovitch per la cura editoriale

Anno di pubblicazione: 1998

edizione Frassinelli Paperback aprile 2007

stampato nello stabilimento N.S.M. di Cles (TN), printed in Italy

“Il nostro comune amico” Libro 3, cap. XIV-XV

In nostro simpatico Venus, alle spalle del suo compare Wegg, riesce a incontrare il signor Boffin nella sua bottega da imbalsamatore. E tutto ciò perché? Perché vuota bellamente il sacco riferendogli degli imbrogli a suo danno operati per idea di Wegg e lui stesso. Ma è ammattito? Stiamo a vedere…sembra che tutto sia stato fatto per sincerità e amor di verità e che il signor Boffin abbia accolto al confessione con signorilità e stupore, senza però dimenticare giustizia e vendetta insieme. Eppure la reazione di Boffin lascia tutti un po’ sconcertati perché invece che ringrazia del suo atteggiamento l’imbalsamatore, inizia a vaneggiare di “comprare persone”, di “pochi soldi” e cose del genere. Ma ecco che nel più bello proprio il “simpatico” Wegg appare sulla scena zoppicando verso la casa del suo compare. Così Boffin, in un nascondiglio, viene a sapere tutta la verità e l’arroganza di colui che aveva strappato dalla strada con benevolenza. E’ proprio vero che la gratitudine si ripaga con l’ingratitudine!

Vista la situazione il signor Boffin si vede costretto a chiedere una mano a Venus per poter arginare la malvagità del compare e costui, anche se l’imbalsamatore vorrebbe solo uscire di scena e riuscire a scindere quello scellerato patto. E dopo aver siglato un patto il signore se ne va a casa arrabbiato, pensieroso, perso in mille congetture, ma lungo il tragitto, tanto per finire in bellezza la serata, si imbatte nella carrozza della signora Lemmle che proprio lui stava cercando (Boffin è proprio un fortunello, si vede!).

E così, come noi e lui prevediamo e sappiamo,

“…è proprio un altro che mi si butta addosso, mi pare,” disse il signor Boffin tra sè.”E poi?”

Appunto…e poi? E poi vediamo come la famiglia Boffin (quella allargata, comprendendo Bella e Rokesmith) noti come il capo famiglia diventi sempre più scontroso e faticoso da gestire, quasi maligno in certi suoi sguardi, ma in questa giornata la vittima sacrificale del suo modo di fare sembra proprio essere Bella, inconsapevole di quello che può aver commesso.

Boffin decide di mettere fine a tutto (quel tutto che lo zampino malefico dei Lemmle ha mistificato e distorto a piacimento suppongo), convocando nello studio sia Bella che Rokesmith e accusa il segretario di insolenza per aver sol pensato di poter ambire alla ragazza. Ok, fermi tutti, voglio scendere! No, a parte la battuta, qui siamo un po’ all’esagerazione: va bene essere puritani, perbenisti o quel che è; va bene che il rapporto tutore-fanciulla da maritare ha un valore nella società dell’ottocento, ma qui si accusa un ragazzo per essersi innamorato e aver sperato di ambire a lei come se l’avesse disonorata sulla pubblica piazza (e voi avete capito cosa si intende) uccidendole anche tutti i parenti! Siamo un po’ all’esagerazione vera e propria, dailà! Lo accusa di tramare alle sue spalle, alle spalle di Bella, per ottenere i soldi di Boffin (che poi manco sarebbero tutti suoi, ma pazienza, questo ha perso la tangente ed è sulla via dell’avarizia più spinta). E per finire preso dall’ira lo licenzia. Vamolà!

Rokesmith rimane impassibile, incassa le accuse, si mostra gentile con le donne di casa, rivelando il suo affetto per Bella e di come da lei sia stato rifiutato e malgrado ciò egli la rispetta come e più di prima, anzi confessa proprio di amarla! Dai che ci siamo! Dai che questi due fessi si muovono! Daiiiii!

E mentre gli insulti di Boffin gli escono dalla bocca come veleno (istillato anche oserei dire), la piccola Bella scoppia dal dolore e vorrebbe rinnegare la sua eredita di non moglie, vorrebbe tornare dall’amato padre, vorrebbe non avere tutto ciò. Ma il tutore non capisce, come invece capisce la signora Boffin muta e amorevole ma bloccata dai gesti del marito; sconvolge l’ex segretario; e poi le parole di odio feriscono il tutore come tanto speravamo potesse fare da un sacco di pagine!

Scena di romanticismo esasperato fra Bella e Rokesmith (sottofondo di musica sdolcinata a piacere) che si conclude con l’uscita di scena del giovane, il dolore della ragazza, la materna attenzione della padrona di casa e l’idiozia del padrone di casa.

Il capitolo si conclude con l’addio di Bella a casa Boffin e famiglia e il suo ritorno alla casa paterna. Staremo a vedere come verrà accolta.

ho trovato le vignette del libro!

“Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma” di Tsui Hark

Ammetto che mi appassionano i film fantasy anche di altre culture e sopratutto quelli orientali perché essendo così diversi da noi per gusto e simbologia ti obbliga a un’attenzione diversa e un annullamento dei nostri stereotipi. Anche se è vero sottolineare che non so quanto siano rigorosi anche loro a fare certi film, soprattutto quando sanno che arriveranno al mercato occidentale: che ci stiano regalando una caramella preconfezionata a nostro piacimento per fare soldi loro? Può essere, ma alla fine un po’ di sano disinteresse alla dietrologia ci sta.

http://www.mymovies.it/film/2010/detectivedeeandthemysteryofthephantomflame/

In più guardo questi film con l’inconsapevolezza dell’ignorante in materia sia a livello cinematografico che a livello storico e anche a questo giro mi va più che bene. La trama in breve è quella di un giallo da risolvere con risvolti che paiono paranormali, con gente che muore uccisa dalla forza del sole e personaggi che sembrano usciti dal mondo della magia piuttosto che dalla realtà; a investigare un funzionario caduto in disgrazia ma riabilitato per la sua bravura e intelligenza, mentre tutta una serie di personaggi gli gravitano attorno distraendolo o solo facendogli comprendere meglio la risoluzione.

Regia 7 Girare questo film non deve essere facile perché unisce più aspetti in uno: il fantasy, l’investigazione, l’azione fisica, effetti speciali e coreografie dei combattimenti. Devo ammettere che sono stata un po’ generosa con il voto, visto che qualche sbavatura nei combattimenti si nota e forse infastidisce un po’, ma alla fine la recitazione è ben dosata (bello l’uso della mimica facciale nel sottolineare alcuni momenti), gli attori sono ben scelti (credo che ci siano anche molti caratteristi visto certi ruoli), tutto fila con gusto e attenzione, anche se devo ammettere dura troppo. La lunghezza del film è veramente il neo perché vista la trama lo si poteva sforbiciare un po’ oppure dosare meglio combattimenti e dialoghi. Non so, ma manca qualcosa che mi ha fatto sbadigliare a un certo momento, verso la fine.

Sceneggiatura 7 L’investigazione è il motore di tutto, ma deve avere anche un supporto storico legato alla vicenda e alla situazione (per chi non lo sapesse siamo nel 690 d.C secondo la datazione occidentale. Difficile riuscire a paragonare il nostro alto medioevo a questa ambientazione…). A stare attenti ogni personaggio nasconde un secondo aspetto e lo rivela pian pianino, mentre spettatore e investigatore riuniscono i pezzi e gli indizi: ottimo metodo per mantenere l’attenzione sulla narrazione. Per quanto poi i personaggi siamo un po’ stereotipati non sono macchiette (se non l’albino, che poi si vede lontano un miglio che è tinto) come ci si aspetta, e molto probabilmente l’apertura del cinema asiatico all’occidente li ha costretti a rendere meno teatrali certe figure e a dar loro un po’ di spessore credibile.

Scenografia e Costumi 8 Unisco questi due aspetti perché alla fine sono l’uno la fine dell’altra e si completano molto bene. La storicità delle scenografie viene stravolta dalla costruzione di un colosso di Buddha che ricorda molto l’idea del Colosso di Rodi o di quello più o meno incompiuto di Nerone (rimasto veramente poco visto che poi Vespasiano ci costruì sopra il Colosseo), con l’idea di superbia e grandezza che contraddistingue molto spesso i grandi regnanti. Eppure la simmetria e lo studio dei palazzi e delle case risulta quasi documentaristico, con l’attenzione al dettaglio più che alla veridicità. Questo aspetto si nota anche nei costumi che passano dai semplici del protagonista, a quelli più complessi e scenici dell’imperatrice, con in mezzo tutta la varietà di attenzione al particolare per meglio caratterizzare i vari personaggi. Questa è una costante nei film storici o fantasy orientali ed è per me un piacere vederli per questo lo ammetto (poi giocano con il frusciare delle sete che è un incanto).

Effetti speciali 7 Il voto è di media perché purtroppo non è stato molto curato il combattimento in ogni sua situazione e per quanto sia irrealistico (ma ce lo si aspetta) risulta anche innaturale e per questo fastidioso in alcuni momenti. Ricreare la cittadella, il colosso in tutti i suoi aspetti, i momenti di paranormale e i combattimenti deve aver richiesto uno sforzo notevole per tutta una serie di maestranze e per quanto il lavoro meriti, il suo accostamento non sempre ha reso al meglio. Peccato.

Voto 6 e mezzo Perché un voto così basso visto la scheda tecnica? Perché alla fine mi sono persa, perché quella mezz’ora di troppo (tanto per dire) mi ha distratto e mi ha fatto sbadigliare; perché ho notato gli errori in certi punti e mi è dispiaciuto; perché come al solito c’è sempre uno sfasamento fra occidente e oriente che mi fa dire “cosa non ho compreso?”; perché a un certo punto c’è un diverso climax e non siamo entrati in sintonia. Mi è piaciuto, ho fatto bene a guardarlo, lo consiglio anche (per potermi smentire), ma non rientra fra i miei preferiti.

 

“Il nostro comune amico” Libro 3, cap. XII-XIII

Ecco che mi mancavano i due simpaticoni dei Lemmle che come ce li aspettiamo l’unica cosa che sanno pensare sono i soldi e gli imbrogli per ottenerli. Guardando loro Dickens riesce a descrivere l’ipocrisia delle coppie sposate che si danno per scontate, che parlano con “l’entità in mezzo a loro”: quello spettro che descrive come un sentimento di presenza-rassegnazione-accettazione che lega due persone dopo aver contratto vincolo matrimoniale è il sinonimo di quella che io intendo come abitudine o ipocrisia. Ma torniamo ai due simpaticoni. Non riuscendo a circuire Giorgiana e quindi circuirne i beni, gli unici polli da spennare potrebbero essere rimasti i Boffin, ma sulla loro strada c’è Rokesmith. Quindi come si fa? Come si può eliminarlo dalla scena? Manipolando la confidenza di Bella con la signora Lemmle, riusciranno a rendere il segretario un approfittatore e quindi costringere Boffin a cacciarlo e magari sostituirlo con Alfredo Lemmle. Il simpatico Alfredo poi vorrebbe che anche Bella si levasse dai piedi, ma per sfortuna sua la ragazza è ben voluta dai suoi padrini che sarebbe ben difficile riuscire nell’impresa. Ma qualcun altro no?

Così decisi, iniziano la vera e propria pianificazione del malefico imbroglio ai danni di Rokesmith. Vedremo se e come riuscirà a sfangarla anche sta volta..

Ad aumentare la dose di “simpatia” appare alla loro porta Fledgeby il quale dovrebbe mettere una buona parola con il signor Riah riguardo una certa ipoteca sui mobili di casa Lemmle. A condurre i giochi è la signora Lemmle (il buon Alfredo si è ritirato nelle sue stanze in modo scaltro e complice) riuscendo a manipolare a suiìo piacimento l’ospite. Vabbè, era facile, ma anche scontato! Oppure no? In fin dei conti Fledgeby è il padrone di Riah…

D. Induno, L’usuraio pegnatario in mezzo alle sua anticaglia 1853 Per maggiori informazioni andate a questo link: http://www.artericerca.com/Articoli%20Online/Miotti%20Domenico%20-%20Un%20pittore%20ritrovato%20-%20Antonella%20Bellin.htm

 

Fledgeby rimane solo nello studio di Riah e solo allora si rende conto del rischio di essere riconosciuto come vero padrone dell’agenzia Pubsey & co. e mentre medita come fare, Uccellino giunge in visita e non gli rimane che inventarsi la solita balla. Uccellino purtroppo non è così sveglia da capire come deve comportarsi con questo tizio e riesce solo a irritarlo malamente. Mentre questa situazione potenzialmente pericolosa trova la sua stasi, entra in scena Twemlow (che ritroviamo raramente) in cerca dell’ebreo e l’incontro con questo suo lontano parente non lo mette di buon umore: il dialogo fra i due è scostante e freddo con il padrone di casa che cerca di estorcere i segreti dell’altro.

I pensieri reconditi dei due protagonisti del capitolo sono diametralmente opposti: Fledgeby che costruendo la sua balla cerca di manipolare gli altri a pro dei Lemmle; Twemlow che invece è rivoltato dai rimorsi per la lettera di cambio che impugna. Il primo poi cerca in ogni modo di scoprire motivazione e atti altrui per poterne beneficiare, per stringere nei legacci altre persone e forse condannarle in qualche modo. E’ il classico usuraio, approfittatore e malvivente di alto borgo che ci si aspetta in un libro del periodo (anche se qui ce ne sono troppi di personaggi simili).

Al ritorno di Riah da casa Lemmle (supponiamo) un altro piano del padrone sta per essere messo in atto proprio a danno di Twemlow in presenza della vittima e di Uccellino. La capacità dell’ebreo di sopportare le scene teatrali improvvisate del suo padrone a danno di altra povera gente è inquietante devo ammettere perché sottolinea un rapporto di sudditanza volto più dalla discriminazione che dalle vere circostanze; terribile leggere come egli debba subire l’angheria dell’avidità del padrone senza poter alzare la testa e dire che il suo essere è completamente differente dall’immagine che gli hanno appiccicato addosso: il bieco usuraio ebreo.

Questa sceneggiata terribile in cui Fledgeby fa la figura del gentiluomo desideroso di proteggere i poveri debitori sconvolge a tal punto Uccellino da voltare le spalle a Riah trattandolo come oramai tutti lo vedono e dimenticando le gentilezze vere accordate a lei e a Lisetta. Triste e penosa situazione

“L’assassinio di Roger Ackroyd” di A.Christie

Cara Agatha, ci conosciamo da anni. Ero bambina quando un tuo libro mi è finito fra le mani complice la biblioteca materna e devo dire che da allora, a fasi alterne, ci siamo sempre rincontrate. Seguo tutte le tue trasposizioni televisive, anche quando oramai le so a memoria, ma chissene frega, son sempre belle, anche se non corrette. E sai perché sono sempre belle? Perché la storia che c’è dietro, di quelle che scrivi tu, sono sempre ben fatte, ben costruite, coinvolgenti e distraenti alla stessa maniera.

Così quando “Il Corriere della Sera” ha deciso di pubblicare i tuoi racconti, cara Agatha, ho preso quei pochi libri che mi mancano per completare la collana. Sì, me ne mancano perché alcuni li ho letti in prestito…

Torniamo a noi, perché A.Christie oramai è rassegnata al nostro rapporto a tappe: il mio è solo un modo per tenermela vicina per più tempo possibile.

http://www.anobii.com/books/Lassassinio_di_Roger_Ackroyd/01f4b80020fda35f9c/

Il romanzo gira tutto attorno a una stanza, una villa, un ricco uomo pugnalato, una serie di beneficiari che alla fine potrebbero essere coinvolti nel turpe delitto. E tutto sarebbe andato così, magari incastrando un innocente, facendo passare sotto silenzio passioni e scandali, mentre il vero colpevole se la ghignava in un angolo tutto tranquillo. Peccato che nel piccolo paese di King’s Abbot, dove la vicenda si svolge, abbia deciso di ritirarsi, più o meno in anonimato, il grande Poirot, il quale, diciamocelo, fa ben fatica a pensare altro e non fare allenare le sue celluline grigie per risolvere l’arcano. Poirot senza Hastings, Poirot da solo in “cerca” di una spalla, Poirot che ce la fa benissimo da solo perché “lui sa”. Insomma questo omicidio il nostro amato investigatore verrà risolto anche senza l’intromissione di agenti esterni più o meno utili. E senza anche che il lettore davvero comprenda chi possa essere stato.

La bravura della nostra amata autrice non è solo di creare una storia che quasi rispecchia le idee aristoteliche sul teatro, ma anche di rendere i personaggi delle vere e proprie figure catartiche, personaggi che ci si aspetta di incontrare; tutte le sue manovre di abile scrittrice sono funzionali a distrarre il lettore dalla scoperta della verità: possiamo anche seguire l’investigatore nello svolgimento dell’indagine, ma ella ci negherà sempre un indizio fondamentale per capire anche noi per tempo. Questo non è un male alla fine, almeno per me. Io nei romanzi gialli un po’ mi perdo, o meglio mi lascio perdere per immedesimazione e quando alla fine arriva il colpo di scena e io esplodo con un rumoroso “ma no?!!” allora sento le mie celluline grigie rielaborare tutta la lettura e convenire che sì, c’ha ragione l’autore! Mi piace sentirmi sorpresa dalla lettura, perché per me è sinonimo di bravura e di attenzione. In più nei romanzi della Christie non c’è altro che la storia, la vicenda nuda e cruda, senza scientifica, senza splatter, senza tutta una serie di elementi che, per quanto piacevoli, alla lunga stufano. Ve l’ho già detto che mi piace l’investigazione pura? 😉

Questo è uno dei romanzi che filano tutto d’un fiato, che segui le vicende e le piccole storie che si intrecciano, che scorrono più veloci di quello che vorresti per “vuoi indagare”; non so dire se possa essere uno dei migliori, uno dei peggiori o un mediocre; non so dire se ci sono copiature varie; ma so dire che anche questa volta volevo finire questo libro per arrivare al momento in cui Poirot mette tutti in una stanza e svela il nome e movente dell’assassino, dopo aver fatto venire un colpo a tutti gli altri.

L’ambientazione poi, quella di un piccolo paesino inglese, rende tutto un po’ particolare, ma molto in tono (citando un personaggio di Montesano, si potrebbe dire “molto pittoresco”) e per una volta tanto non ho notato un’aspra critica alla società contemporanea, anche se la citazione della cocaina (che non sapevo si assumesse in quel modo lì) fa capire come l’interesse della scrittrice per i suoi tempi sia vivo e attento e che niente le possa sfuggire. Anche questo aspetto è interessante nel leggere i suoi romanzi, ed è forse anche questo che mi distrae nella ricerca dell’assassino.

Poirot perfetto, senza strafare, ancora perfettamente amato dalla sua creatrice. Perfetto gentlemen, sicuro in ogni situazione, capace a uno sguardo di comprendere chi ha di fronte. A questo giro è meno lezioso e attento alla sua immagine, però sempre l’uomo che vorresti che risolvesse un omicidio (solo se Holmes però fosse già impegnato).

Scheda

Titolo originale: The murder of Roger Ackroyd

Anno di pubblicazione: 1926

Traduttore: Giuseppe Motta

Casa Editrice: Corriere della Sera su licenza di Arnoldo Mondadori Editore

finito di stampare nel luglio 2014 ( presso Rotolito Lombarda S.p.A, Pioltello, Milano)

n° 6 della collana.

Illustrazione: ©Iacopo Bruno

Progetto grafico: theWorldofDOT

Nota

La copertina ricorda l’atmosfera degli anni ’40 con la scelta di una grafica curata che ricorda il dipinto. Il soggetto è poco inerente con la situazione narrata, ma alla fine non è fuorviante. A questo link troverete il blog di Iacopo Bruno e noterete il suo stile e le sue ispirazioni.

La carta è sottile e piacevole al tatto, un po’ come quelle di una volta. Sì, lo so che di solito in un libro non si recensisce anche la carta, ma io devo dire che pur non avendo più il feticcio del libro, approvo lo studio che c’è dietro all’impaginazione per creare un oggetto curato, attento magari anche alle scelte ecologiste e al risparmio. In più sono piacevolmente colpita del fatto che sia stato stampato in Italia, dopo anni in cui si stampava all’estero (Cina soprattutto) per abbattere i costi…State attenti anche a dove lo stampano un libro e puntate anche al made in Italy chiedendo e pretendendo qualità e rispetto.

 

“La forza del destino” di Verdi

programma del festival Verdi 2014
programma del festival Verdi 2014

Ieri pomeriggio ho avuto la possibilità di godermi un giorno a teatro. Ogni tanto riesco a rientrare nel gruppo dei melomani della mia parrocchia, perché mia mamma non riesce ad andarci o si trova un biglietto in più, e mi godo la prova generale delle varie opere del Festival Verdi.

Premesso che io non sono una melomane; non me ne intendo di musica; riconosco una stonatura, ma non il virtuosismo; sono una semplice curiosa che dice la sua con tranquillità, senza pensare di dire la verità, ma solo un parere. Premessa doverosa, perché questo post potrebbe avere delle annotazioni che a un esperto potrebbero apparire come vere e proprie eresie. Mi spiace se non ho studiato musica come alcuni vorrebbero, oppure non ho tempo ora di poterla studiare, ma ho volutamente scelto di non farlo per potermi godere in freschezza le emozioni che la musica mi suscita senza perdere quella fanciullezza che il tecnicismo distrugge. Lascio ad altri la bellezza di comprendere spartiti, voci, timbri, differenze di note; a me basta la Storia.

Non conoscevo l’opera se non di nome. Sì, lo so, che non conoscere le opere di Verdi a Parma sembra un’offesa mortale, ma io mi metto nella pessima linea dei parmigiani che non sanno di Verdi (chi sa la storia dell’autore sa cosa intendo 😉 ). Quindi quando ho scoperto che dovevo andare all’opera mi sono un po’ informata e…ma è peggio di una tragedia greca! Muoion tutti e anche nel peggior momento! Vabbè, mica possono essere tutte commedie. No, infatti non ci sono commedie!

esterno del Teatro Regio di Parma
esterno del Teatro Regio di Parma

Quello che ho adorato è vedere come la città voglia rispondere a questi eventi anche senza poter mettersi in gran spolvero per una prima. C’era un sacco di gente, un sacco di persone di una certa età tocca ammetterlo. Vabbè, l’orario non è dei migliori per chi lavora (ore 15,30), ma ci sono un sacco di giovani che potrebbero essere interessati se solo il mondo degli adulti (insegnanti e genitori da una parte, istituzioni dall’altra) volesse stimolarli in questo senso. E’ un peccato notare come i giovani fossero un’esigua minoranza che non riusciva ad abbassare la media nemmeno se avessero portato in sala degli infanti. Dove sarà il futuro del teatro e dell’opera se non si investe nei ragazzi? Se non si fa amare l’opera? Si può dire che l’opera è pallosa, ma è solo palloso il modo di insegnarla. La cultura si deve insegnare in modo nuovo, che non vuol dire in modo poco corretto, ma solo trovare altri sistemi di comunicazione e soprattutto insegnanti che abbiano voglia di rischiare e di far passare la passione (e questo è il punto più difficile).

L’opera non può continuare ad essere un monopolio per pochi snob che o ne sanno e sono carogne, o non ne sanno e devono farsi solo vedere. Sì, lo so, sono una brutta persona, ma purtroppo la mia amata città è piena di snob che appena possono fanno di tutto per potersi far vedere dagli altri (senza parlare di come si vestono pur di apparire…). Io credo che i veri melomani siano altri e non è detto che riescano davvero ad andare a teatro, visto prezzi, richiesta, abbonamenti, orari…insomma andare all’opera a volte sembra un’impresa.

qualcuno gli spieghi la palla in sala a Don Alvaro che lui non l'ha capita
qualcuno spieghi la presenza della palla in sala a Don Alvaro perche lui non l’ha capita

Ma torniamo a noi. L’opera potete trovarla al link del festival Verdi di quest’anno, dove potete leggere interpreti e tecnici e vedere un po’ di immagini. Vi consiglio di guardare un po’ le immagini perché io che ero novizia sono rimasta molto sorpresa da questa scelta molto gotica dell’opera con tutti gli abiti neri (tranne un personaggio e alla fine Leonora), scenografie minimaliste grige, balletti molto moderni e luci molto drammatiche e intense. Non so perché di questa scelta stilistica, non saprei nemmeno dire se è stata troppo forzata o meno, ma non mi ha convinto del tutto. Sul momento risulta stilisticamente molto interessante, poi risulta manieristica, poi alla fine ne comprendi i sottointesi e nel frattempo ti sei persa un atto… Non si può dire che non fosse curato anche nei dettagli della gestione della fisicità e mimica degli attori, anzi, vedere Pertusi camminare imponente da un lato all’altro del palco nella veste di Padre Guardiano senza dire nulla è stato molto coinvolgente, ma quando bisogna troppo pensare ai sotto intesi vuol dire che qualcosa “strusa”. Già la scrittura di Verdi in quest’opera è molto arcaica e complicata, già la partitura musicale impone una scelta di attenzione molto alta, c’era bisogno anche di calcare la mano? Per quanto bella, è troppa e le scenografie così grandi hanno portato in altissimo i sottotitoli che la mia cervicale non ha ringraziato (vabbè questa è una annotazione da “nonna”, ma io ho una certa e pensa te le vecchiette come erano messe!).

In più faceva un caldo impensabile in sala che fra quello, la musica, le partiture, le ripetizioni e la scenografia, sì lo ammetto mi sono abbioccata due volte. Faccio mea culpa. Non so che farci, ma è stato così. Perché tutto sto caldo? Vabbè le luci, ma aprire un po’ l’aria faceva male. Sì, sto davvero invecchiando, mi lamento come mia nonna. 😀

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L’opera dura 3 ore e mezza, con 3 intervalli abbastanza vicini, e devo ammettere che si sentono tutte le ore. La prossima volta mi devo ricordare di portarmi da mangiare, o una stecca di cioccolata come ho notato fare da un sacco di vecchiette. Sono dei geni del male, lo ammetto, perché per tenere attento il cervello ci vogliono zuccheri velocemente spendibili e la cioccolata è un toccasana. Vedete questi sono i trucchi di chi va a teatro, mica il tacco 12 (che io non avevo) o il coordinato giacca-pantalone tenda vecchia zia. La preparazione fisica, mentale e delle scorte in borsa è essenziale a volte. Comunque 3 ore e mezza sono una maratona e chiunque mi obbietterà che ho visto film anche più lunghi (non vero, ma quasi) posso dire che anche in quel caso mi vien la noia e il culo piatto, senza contare che a teatro non ho spazio per le gambe (e non sono una spilungona, anzi!). Però se così deve essere, così lo ha voluto Verdi, così sarà.

Per quello che ho capito è stata ben cantata da tutti i protagonisti e il teatro più volte è stato smosso a concedere l’applauso e qualche “bravo/a”. Posso accodarmi? Beh, premettendo che non sono un’esperta, le voci mi sono parse belle, pulite, intense, emozionanti, ben calibrate col personaggio che dovevano interpretare, mai sgradevoli (non ho colto stonature), ma di più non posso andare. Ho applaudito perché mi è piaciuto, ma non mi sono accodata ai complimenti per correttezza.

Alla fine tutti hanno avuto il proprio applauso personale, con una piccola ovazione per Pertusi che è di casa ed è entrato sul palco come un dominatore; applausi anche per il balletto, il coro, il giovane direttore d’orchestra e i vari direttori presenti per quest’opera. Purtroppo per i cantanti molti ai “titoli di coda” sono fuggiti a casa e quindi non hanno avuto tutto il calore che potevano meritarsi.

Perché se anche dura tantissimo, se anche l’italiano è un po’ quello antico, se anche a volte mi sono abbioccata, alla fine è stato un piacevole pomeriggio d’autunno dove ha prevalso la cultura su tutto e questo a me fa solo bene. Ed è questa la Parma che in fin dei conti amo e le giornate che vorrei fossero la mia quotidianità…

applausi per tutti
applausi per tutti

 

“La strana morte del signor Benson” di S.S.Van Dine

Acquisto impulsivo dell’anno scorso al Libraccio (oramai sono dipendente da questa libreria, porcaciccia): prezzo buono e poi scontato del 50%, copertina accattivante, grafica interessante. In più volevo tornare al classico del giallo, quello con più investigazione che splatter oppure scientifica; tornarci perché in fin dei conti è questo che a me piace del giallo come genere e non tanto quanto efferato sia (a volte poi sconfina quasi nell’horror e la cosa non mi piace per nulla). Altra cosa da aggiungere è che per quanto io abbia letto i classici pilastri (Conan Doyle, A.Christie, Simenon), mi rendo conto che tanti altri autori, i quali a ben vedere possono essere riconosciuti come altrettanti pilastri del genere, mi mancano del tutto e credo che sia corretto colmare la lacuna.

http://www.anobii.com/books/La_strana_morte_del_sig_Benson/9788878993709/01241ff502fe0c0245/
http://www.anobii.com/books/La_strana_morte_del_sig_Benson/9788878993709/01241ff502fe0c0245/

Ma torniamo al libro. O meglio facciamo un piccolo accenno all’autore. Il nome è uno pseudonimo dietro al quale si nascose l’intellettuale newyorkese Willard Huntington Wright, costretto a letto per la tubercolosi, si documentò sul giallo a tal punto da debuttare proprio con questo romanzo nel mondo della narrativa di genere. Consapevole che lo stile era già stato usato, non si ferma all’usare lo stile diaristico da spalla dell’investigatore, ma diventa egli la spalla del protagonista, una sorta di storico adorante di fronte al genio inarrivabile del dandy superuomo (citazione non a casa visto che Wright era un appassionato studioso di Nietzsche) Philo Vance.

Il personaggio è una sorta di Sherlock Holmes in salsa artistica, meno purista scientifico e più attento alla psicanalisi; una sorta di Poirot senza la sua sottile diplomazia (sì Poirot era un diplomatico, ma nel senso della maieutica socratica, non dell’ipocrisia politica); è un po’ troppo di tutto, senza essere davvero un personaggio interessante. Mi spiego. Non sono rimasta affascinata da lui perché per prima cosa la scrittura e la stesura di questo romanzo sono troppo fredde e nozionistiche, come se si volesse dialogare con un lettore altrettanto acculturato ma non abbastanza da esserne a livello: troppe citazioni in altre lingue non tradotte (nemmeno l’editore ha pensato di farlo), troppe note scritte dall’autore per implementare la cultura presente, troppi dialoghi snob. Vance non ha il fascino di Holmes nel suo essere genio e sregolatezza, visto che è troppo quadrato; non ha nemmeno la galanteria di Poirot nel trattare le persone. In più pessimo il rapporto con l’ “amico” procuratore distrettuale Markham trattato come un inetto (certo Lestrade o Japp non erano tratti meglio, ma almeno non era così palese la loro inferiorità intellettuale). Insomma per me Vance è troppo snob e troppo antipatico.

La storia è un bel classico: un uomo, dalla dubbia moralità, viene ucciso nella sua casa e troppi sono i possibili colpevoli. E’ un classico omicidio al chiuso con gli indizi ben posizionati e su cui il lettore può ragionare insieme agli investigatori (belle anche le piante o i disegni esplicativi), anche se ovviamente si riesce a intuire davvero l’assassino a metà storia e verso la fine c’è la certezza che tutti i conti tornino. Altro difetto, legato proprio allo svolgersi dell’investigazione, è la lentezza della narrazione dovuta non tanto alla trama, ma quanto all’intromissione di elementi esterni e di espedienti per dilatare la “giornata” dei protagonisti. Per questo motivo ho impiegato tanto tempo a leggerlo o meglio lo dimenticavo spesso e gli preferivo altri romanzi o riviste.

Alla fine la sufficienza se la porta a casa e devo ammettere che forse dovrei dargli una seconda chance visto che questa era l’opera prima dello scrittore e quindi può avere molti difetti di impostazione. Voto: 6

 

Scheda:

Introduzione: Edoardo Ripari

Traduzione e note: Paola Artioli

Casa Editrice: Barbera Editore

finito di stampare nel mese di marzo 2011

 

Nota:

Assolutamente positiva la scelta stilistica e grafica e di impostazione della casa editrice BarberaEditore: libro compatto, calcolabile come un tascabile o quasi (in borsa ci sta benissimo); copertina rigida, sovracopertina con immagine in b/n (usata anche sulla copertina); uso del giallo per i dettagli (sembra una scemata, ma è perché la Mondadori usò il giallo per pubblicare i romanzi di questo genere che da noi si chiama così. E’ una bella citazione che fa molto classico); segnalibro in stoffa sottile; prezzo ridotto ( €10,00); carattere leggermente sopra il consueto, ma non troppo grande. Mi è davvero piaciuta molto questa scelta in ogni suo dettaglio perché vuol dire che la cura per un buon prodotto non debba sempre significare prezzo esorbitante. Unica nota “stonata” nello scrivere i dettagli: manca titolo originale e data di pubblicazione in originale (sono dettagli che a me piacciono un sacco).

“Il nostro comune amico” Libro 3, cap. X-XI

Passiamo in tutt’altro scenario e la protagonista dell’inizio del capitolo è Uccellino pronta a tenere a bada un ragazzaccio ubriacone e l’avvocato Wrayburn. La forza d’animo e di carattere di questa piccola donna è meritoria in un mondo (quello narrato dall’autore) dove la mediocrità o la “santità” spiccano in modo inequivocabile: ella gestisce la sua condizione fisica ed economica con pugno di ferro, protegge Lisetta come la miglior guardiana e fa rigare dritto tutti quelli che le girano attorno. Eugenio si mostra il solito egoista (anche se devo dire questo personaggio è fra i miei “preferiti”) e niente lo tocca se non i suoi interessi personali (notare il suo atteggiamento menefreghista alla vista dell’ubriacone ospite di Uccellino, il quale uscito di nascosto di casa percorre le vie in palese pericolo di vita).

Arrivato a casa Eugenio intrattiene una conversazione con Lightwood sul fatto che un ebreo è venuto a cercarlo e che forse costui è implicato nella sparizione di Lisetta. Ecco perché noi abbiamo appena scoperto che lei se ne è andata, ma tutti gli altri sono mediamente sconvolti della cosa, credo solo per sentore egoistico di essere stati presi per il naso da una ragazza “docile”. Ecco perché il tradimento del signor Bambole (non altro che il vecchio ubriacone di cui si occupa Uccellino) risulta un ennesimo momento di miseria umana: è mai possibile che non ci sia altro modo per far andare avanti la storia che usare l’arroganza, la debolezza (in questo caso la dipendenza dall’alcool),  la miseria, la violenza? Mortimer che fa la santarellina, accusando le nefandezze dell’amico pur di trovare la ragazza, è davvero risibile e intollerabile. Mi piacciono i due avvocati, ma da scanzonati e bamboccioni stanno diventando discutibili…come lo scherzo brutale che architetta Eugenio contro il suo avversario d’amore (l’isterico maestro). Il maestro pazzo per Lisetta, ma anche lui incapace di trovarla, ha deciso di pedinare l’avvocato convinto che prima o poi lo porterà dalla sua bella; egli però non ha capito che la sua imprudenza e incapacità hanno palesato a Eugenio le sue mire e che quindi costui lo sta portando in giro (letteralmente e fisicamente) per Londra ogni notte possibile: una caccia al contrario dove la lepre irride al segugio.

Nemmeno la vista del volto del maestro stravolto dalla gelosia riesce a smuovere a compassione Eugenio, mentre toglie direttamente il sonno al suo compare d’avventure Mortimer.

http://theanimalarium.blogspot.it/2010/07/attilio-tolstoy.html

La devastazione umana, per colpa della gelosia, sta prendendo piede nel maestro Headstone e ce lo presenta come un mezzo pazzo, un criminale potenziale, un doppiogiochista con una vita scolastica normale e con i tormenti e le follie nel “dopo scuola”. Lo porta sulla soglia di casa dei due avvocati, deve sapere, deve capire se Lisetta è in quella casa, se ne deve convincere.

L’incontro del maestro con Riderhood proprio davanti alla casa dei due avvocati pone l’uno contro l’altro due follie e due arroganze che non so bene a cosa porteranno. I due camminano per Londra, lasciando che le parole siano l’unione delle loro miserevoli vite e il maestro inizia ad orchestrare un piano contro Eugenio proprio cercando di capire come possa usare Riderhood per i suoi piani: quell’uomo conosce Lisetta, non ha buona opinione di Wrayburn, la sua onestà è molto dubbia, quindi potrebbe sapere più di quello che dice. Il piano si configura nella sua mente malata e per quanto pessima la cosa il capitolo è ben scritto e strutturato con ritmo crescente e non retorico (forse Dickens si è ricordato che sapeva scrivere bene?).

La descrizione della chiusa che dalla notte passa all’alba, con il suo risvegliarsi di umanità varia, porta il maestro ad abbandonare la veste di Mr Hyde, per ricomporsi e ritornare l’integerrimo Dottor Jekyll/Headstone ben vestito e ben curato, attento all’istruzione dei suoi allievi.

http://it.wikipedia.org/wiki/Lo_strano_caso_del_dottor_Jekyll_e_del_signor_Hyde