“Il nostro comune amico” di C. Dickens. Conclusioni.

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Tutto è partito un anno e mezzo fa attraverso fb, riunendo un po’ di lettori folli, creando un evento che è rimasto in piedi per tutto questo tempo. Per chi volesse leggersi i commenti questo è il link. All’inizio eravamo in un buon numero, poi ci siamo perse per strade e siamo rimaste in 4. Spiace che sia successo, ma le perdite per strada sono state fisiologiche e alcune anche no, ma non importa; in realtà mi spiace solo per non avere più commenti e più punti di vista diversi. Le 4 sopravvissute sono state concordi in ogni commento di capitolo, quindi niente discussione.

Arriviamo però alle mie conclusioni (che per certi versi sono la somma anche delle chiacchierate di questo tempo). Come avete potuto notare non sono stata brava nel seguire la distribuzione temporale dei capitoli e mi sono persa per strada, dovendo recuperare tutto negli ultimi due mesi (non volevo sforare). Quindi posso dire che la lettura in questo modo, a “fascicoli”, per me è stato un vero fallimento: troppo altalenante, troppo distratta, troppo abituata alla consequenzialità della mia lettura naturale. Di certo sarebbe stato più facile se fossimo stati costrette fisicamente ad aspettare le puntate, a scartabellare in edicola o fra i giornali per trovare il “nostro” fascicolo. Questo aspetto della lettura si è totalmente perso, preferendo anche qua la velocità all’attesa. Fagocitiamo anche la lettura, non avendo più la pazienza di aspettare. Ci abbiamo perso anche qui secondo me. Oddio, non che non mi piaccia leggere un libro intero, per i fatti miei, con i miei ritmi, ma non so, rimpiango quel senso di “ricchezza” dell’attesa.

Un altro motivo per cui mi sono persa è il libro stesso e più che la trama, oserei dire che è la scrittura vera e propria. Non sono una fan di Dickens. Egli è un altro di quegli scrittori più sentiti che conosciuti, più nominati che scartabellati, insomma è uno dei tanti classici che per me, essendo tali, sono ininfluenti. Eppure qualcosa di lui ho letto, soprattutto “Canto di Natale” che amo in ogni sua forma proprio per la completezza della trama, ma che ho riscoperto in originale con una scrittura veloce, illuminante e stimolante (se penso che l’ho letto in due ore senza riuscirmi a staccare dal testo). Qui, invece, è tutto stantio e ripetitivo e moscio. Sì, l’aggettivo giusto è “moscio”.

I personaggi sono salomonicamente divisi in due: buoni, perfetti e vessati da una parte; cattivi, prepotenti e violenti dall’altra. Nessun personaggio è davvero a tutto tondo, nessuno subisce una vera introspezione psicologica, qualcuno la accenna, ma poi viene da subito sopita. Molti personaggi negativi sono ripetitivi fra loro e in loro stessi, creando una sensazione di noia e ripetizione che raramente si trova; quando poi subiscono la giustizia divina si gioisce ovviamente, ma solo perché ce se li toglie dai piedi e dalla lettura. I personaggi positivi sono invece monolitici in tutto e quindi noiosi come chissà; senza poi dimenticare che subiscono cose che uno si chiede se di secondo nome fanno “Giobbe”. Si dirà che Bella subisce un cambiamento: dai si vedeva che era leggerina, ma buona (vedere tutti i pezzi in cui lei si trova col padre); si potrà dire che i Boffin cambiano, ma poi si scopre che è per finta; Venus “tradisce” il traditore, ma sin da subito non è un cattivo, ma una vittima degli eventi; i due avvocati sono solo due giovani ricchi in cerca della loro vera via nella vita e quindi niente di che. E via di seguito.

Chi ha seguito i miei posti (e ho visto anche le condivisioni. Grazie, ma sono curiosa di sapere perché) sa che molto spesso ho usato il sarcasmo e il colloquio con l’autore. Sono stati gli strumenti adatti per sopperire la voglia di lanciare il libro fuori dalla finestra. Tutto nel libro dimostra che Dickens era in bolletta (vabbè, lo abbiamo dedotto noi) e che abbia allungato il brodo per poter pagare meglio luce, gas e tasi (sì, anche quella se no non si spiegano certe cose); il libro dimostra la mancanza di originalità di trama e personaggi; dimostra la stanchezza nello svolgimento, senza pathos, senza voglia. Nel finale un po’ si riprende, la resa dei conti da un po’ di brio, ma poi tutto si tronca senza un motivo, come se fosse finita carta o inchiostro.

In questo anno e mezzo , mentre cercavo le immagini per i post (e ne ho trovate anche di belle e ne sono stata felice), ho letto varie recensioni su altri blog e tutti o quasi erano entusiastiche. Cosa è successo? Come mai? Non esiste un “chi ha ragione” in letture, esiste solo il proprio gusto, ma questa totale, netta, fortissima differenza mi fa sorgere un dubbio o più di uno.

1. La lettura spezzettata non aiuta alla comprensione del testo totale.

2. Sono cinica e certe sdilinquite storie non fanno per me.

3. Altri hanno letto un altro libro, quindi hanno barato.

4. Dickens li ha pagati attraverso una medium e mi chiedo perché a me niente.

5. Dickens non fa per me.

6. Sono cinica e mi serve l’azione (ho già detto che sono cinica?)

7. Da una storia lunga 800 pagine mi aspettavo molto di più.

8. Certa gente dovrebbe leggere anche altro per poter fare paragoni più credibili.

9. Il romanticismo non fa per me, né come sentimento né come genere letterario (ma poi questo ci rientra nel genere?)

10. Non vale vedere il telefilm (pensa te, hanno anche fatto un telefilm!) e valutare il libro.

11. Le immagini delle illustrazioni non valgono per alzare il voto!

Così finisce questa avventura, con un giudizio pesantemente negativo in ogni sua parte, con un classico bocciato senza riparazione, con un libro nascosto in libreria (mi vergognerei anche a regalarlo). Finisce e mi sento liberata da un peso e mentre dicembre si avvicina e anche la rilettura di “Canto di Natale”, mentre altre collettive si stanno preparando, io penso che non dovrò più avere a che fare con Giovanni, Bella, i Boffin, il maestro pazzo, Carletto ingrato, i Lemmle rovinati e i loro degni compari, Pauta e Uccellino e tanti altri.

Voto: 3 

 

“Il nostro comune amico” Libro 4, cap. XV-XVI-XVII

Ci siamo: sono gli ultimi 3 capitoli! Ultimo sforzo della maratona e poi potrò archiviare questo libro (un prossimo post con le conclusioni della lettura collettiva).

Siamo alla resa dei conti a quanto pare. Mentre da una parte la felicità dei signori Rokesmith Handford Harmon è sicura e pacifica, mentre Eugenio si è sposato la sua Lisetta, mentre i signori Boffin son belli e tranquilli e in pace con la coscienza, vediamo come vanno a finire gli altri “simpatici” personaggi (considerando che Wegg ha già pagato).

Il maestro Bradley è sull’orlo del baratro. Non possiamo parlare di rimorso per lui, ma solo di follia e di paranoia: i suoi gesti sono oltre il sopportabile e l’illegalità che non possono essere scontati normalmente. La sua ragione è quella della follia, anche se pare che appaia un barlume di normalità. Ovviamente vuoi che quel barlume possa prendere il sopravvento sulla follia e ricondurlo al mondo degli uomini? No, vero caro Dickens. Quindi ecco un giorno apparire in classe Riderhood, pronto a provocare e a vedere quanto è il limite della sopportazione del suo avversario. Due giorni dopo questo incontro, il maestro si dirige verso le chiuse con aria meditabonda, torna sui luoghi in cui tutto si è compiuto (in modo pessimo però), torna a casa del compare. Ed è la vera resa dei conti fra i due! A furia di tirar la corda, caro Riderhood quella si spezza!

http://clive-w.blogspot.it/2012/12/book-review-charles-dickens-15-our_5425.html

Torniamo ai signori Harmon che molto generosamente pensano di ricompensare tutti coloro che sono stati buoni e generosi con loro e con i loro amici. Twemlow sistemato il suo credito; Riah buon emissario; Lightwood sistema gli affari; l’ispettore del caso Harmon se la beve e se la gode tranquillo per questo risvolto.

La famiglia Wilfer giunge a “palazzo” per vedere i nuovi risvolti della loro “disgraziata” figlia e rimangono sorpresi e stupiti del cambiamento (anche se loro rimangono sempre gli stessi, con il povero Giorgio sempre più impacciato e in mezzo a situazioni imbarazzanti). Intermezzo imbarazzante di Giorgio (ma perché? Ma vattene, abbi rispetto di te e abbandona Lavinia al suo destino di isterismo!). Pranzo assurdo e Giovanni che dovrebbe essere canonizzato (o si vota alla canonizzazione).

Uccellino e Pauta si incontrano e l’autore sottolinea il tutto come se fosse un avvenimento importante. Ma veramente? Lei diventa subito civetta, lui non si accorge di nulla ma è gentile. Dickens vuoi sistemare tutti e quindi anche loro? Non è un po’, come dire, patetico? Non è che non voglia bene a questi due che sono sempre stati limpidi e positivi, ma questa scenetta molto carina è a mio parere stucchevole e non perché essendo diversi non devono meritarsi nulla (nel più becero razzismo di giudizio), ma solo perché è campata per aria, salta fuori dal nulla, non ha agganci, poteva capitare con chiunque altro. Bah…

Come avevo immaginato col cavolo che Eugenio ci lasciava le penne! Bello e tranquillo, riprende forze e insieme alla moglie Lisetta va a vivere a casa Harmon, la quale oramai è diventata una comune visto che vi abitano i legittimi proprietari, i Boffin e poi questi ultimi. Bah bis..Siparietto francamente inutile anche quello fra i due amici avvocati (bravi, felici e contenti. Applausi!).

http://www.victorianweb.org/victorian/art/illustration/mstone/index.html

Noooooooooooooooooooooo, il libro si chiude con un altro pranzo a casa Veneering??? Ma basta!

Dickens con una punta di cattiveria ci presenta il futuro non proprio roseo dei Veneering: chi vive sopra i propri mezzi alla fine la pagano. Alla fine dimmi Charles, questi due a cosa servivano? E perché ora devono pagare per i loro errori? Vogliamo eliminarli così, perché non sai come fare e non puoi lasciarli al loro destino di inutilità? Tutto ciò per dire, in due righe, che la “buona società” è ipocrita e pronta a mandare a mare coloro che sono in difficoltà? Potevi fare di meglio, sai?

Mentre si aspetta di vedere la disgrazia dei padroni di casa, il pranzo prosegue con la stessa stucchevole superficialità che abbiamo riscontrato altre volte. Vogliamo vederci la critica alla buona società? E vediamocela! Vogliamo vederci la critica alla superficialità femminile? E vediamocela! Vogliamo vederci…insomma possiamo vederci quello che vogliamo, ma il pezzo rimane noioso e inutile all’inverosimile. Mancano poche pagine e mi vien da buttare il libro dalla finestra.

Il libro si chiude con il processo della società bene al matrimonio di Eugenio e Lisetta, con esito scontato e inutile alla fine. Finale assurdo.

Al prossimo post per la conclusione del tutto.

“Il nostro comune amico” Libro 4, cap. XIII-XIV

Torniamo a casa degli allegri Boffin e questa volta è la signora, tutta felice e contenta, a raccontarci come stanno le cose, o meglio di come ella abbia riconosciuto una sera nel segretario il giovane Harmon. Bella, saputa la verità, quella che era sotto il naso se solo avesse davvero conosciuto il suo promesso sposo, rimane sconvolta non riuscendo a congiungere tutti i pezzi. I tre svelano anche il trucco, l’imbroglio, attraverso il quale hanno fatto sì che Bella si innamorasse davvero di Giovanni e che lei cambiasse anche atteggiamento: modo amorevole di cambiare una persona in meglio, ma sempre imbroglio è. I signori Boffin gongolano nel raccontare come sono stati attori angeli custodi di questi due, per farli innamorare, per proteggerne le sostanze da ereditare, per vederli costruire casa. E Bella prima sconvolta, poi divertita, accetta tutto di buon grado, forse perché la felicità che ha trovato a seguito di questo imbroglio è così appagante che non le importa come le è arrivata.

E tutti vissero felici contenti in questo capitolo in cui i nostri piccioncini aumentano la felicità, ritrovano i loro benefattori e, senza ombra di dubbio, riprendono possesso anche della loro eredità.

http://www.victorianweb.org/art/illustration/eytinge/3.html

Nel frattempo, alla Pergola dei Boffin, Wegg si strofina le mani pregustando la sua vittoria sul padrone di casa, non sapendo che forse le cose stanno cambiando in peggio, per lui. E l’ultimo dei monticelli se ne va (e io non ho capito cosa sia un monticello, cosa ci si possa nascondere dentro e perché è così importante per diventare ricchi. Me ne farò una ragione come le tante cose incomprensibili di questo libro). Preso dal suo egoismo Wegg cerca conforto nella bottega di Venus, ma giunto dal compare non riesce a comprendere piccoli ma significativi comportamenti nella sua persona. La velenosità di Wegg salta fuori anche in questo dialogo, quando prende in giro la felicità del compare e non riesce a pensare altro che alla propria ricchezza accaparrata (o da prendere in realtà). Veniamo a scoprire che Venus sposerà il lunedì successivo la signorina Piacente Riderhood e che tutto sarà splendido.

Il giorno dopo si dirigono a casa Boffin per riscattare quanto dovuto e, forse, per “spellare” il padrone di casa. Wegg si comporta come fosse il padrone di casa, ma ben presto deve rendersi conto che l’atmosfera è cambiata: prima di tutto perché il segretario è tornato al suo posto (o questo sembra), poi che Pauta era il caposquadra portaviamonticelli travestito e che infine il signor Boffin col cavolo che si fa mettere i piedi in testa! Tiè!

La resa dei conti inizia! Giovanni pieno di rabbia sfoga su Wegg tutto il suo disprezzo (vamolà, un po’ di azione sana e ben descritta), mentre il manigoldo cerca ancora di pararsi il fondo schiena, ma molto inutilmente. Troppo buoni sono Giovanni e Boffin con Wegg! Troppo buoni! Uno come Wegg si meritava solo calci nel sedere…fessi! Eppure, alla fine, chi troppo vuole nulla stringe, il manigoldo paga per la sua ingordigia!

 

 

“Il nostro comune amico” Libro 4, cap. XI-XII

Torniamo nell’ambiente familiare e roseo di casa Rokesmith, dove Bella sferruzza per il/la nascituro e tutto gira liscio come chissà. Irrompe nella scena, anche qui, Lightwood sempre per preparare questo fatidico matrimonio sul punto di morte. La presenza dell’avvocato non fa per niente piacere a Giovanni che non solo rifiuta di avere a che fare con questo matrimonio, ma non si fa nemmeno scrupolo a mandare la moglie da sola alla cerimonia. Lei non capisce, lui non gli spiega; lei si imbroncia, lui le profetizza un giorno in cui dovrà avere totale fiducia in lui. Vabbè, io so che tu non sai ma saprai che io so che sarà quel che sarà.

Così Lightwood e Bella partono in carrozza per il luogo convenuto, mentre Giovanni se ne sta buono buonino a casa. Ritirano sul percorso il reverendo e la moglie (ma stiamo facendo una raccolta dei personaggi in stile “vi svelo l’omicida”-A.Christie?), mentre l’intermezzo sulla parrocchiana pesante è utile come le bacchette cinesi a mangiare il brodo. E mentre aspettiamo tutti insieme il treno, scopriamo che in stazione li sta pedinando il Maestro! Ma porcaciccia, è proprio uno stalker di professione! Il reverendo e la moglie ignari di tutto iniziano ad attaccar bottone col maestro e costui riesce ben presto a farsi dire la motivazione del loro viaggio e in che modo c’entra Lisetta. Terrore e raccapriccio! Lisetta si sposa! E non col maestro! Crisi di nervi in atto sulla banchina e il treno parte con l’allegra combriccola del matrimonio.

Arrivano nella casa di Lisetta e vige il vero e proprio silenzio timoroso e preoccupato e tutto stride con quel che si vuol fare, ma tant’è! Fra poche parole e tante lacrime il reverendo sposa i due e…vissero felici e contenti? E soprattutto vissero? Ora, capiamoci: Lisetta era davvero innamorata di Eugenio; gli piaceva ma stava bene anche da sola; si sente colpevole e lo ha sposato per tacitare la coscienza; altro? E’ il matrimonio più assurdo di tutta questa storia! Quanto ci scommettiamo che si riprende e le confessa di averla incastrata? 😀

http://www.bibliotekar.ru/Kartiny2/24.htm

Il tempo passa, esattamente quello giusto per farci arrivare al parto di Bella e alla nascita della sua bambina (questi espedienti letterari quando vuoi allungare il brodo mi sembrano sempre assurdi) e ovviamente casa Rokesmith è benedetta da altra gioia, positività e straordinarietà, come se non ne bastasse coi due innamorati e piccipicci sposi. Però ci sono nuvole all’orizzonte…e soprattutto l’insistenza di Giovanni sul fatto che non sono ricchi è di una noia come non mai: hai rinunciato al tuo, non ti sei fatto riconoscere per quel che sei, hai voluto far lo splendido e ora ne paghi le conseguenze! Fra i due Bella risulta la più assennata, non lamentandosi mai e continuando a sopportare le lamentele del marito sull’argomento. Ma mollala!

L’incontro fortuito, per strada, con Lightwood fra crollare Giovanni il quale rivela alla moglie che l’avvocato lo conosce col nome di Giovanni Handford (nome che riguarda tutta la vicenda, ma sinceramente non ricordo in che momento all’inizio appaia. So che c’entra per la faccenda Harmond, ma non ricordo i dettagli). Fra i due uomini sembra di partecipare a un duello di spada all’ultimo sangue. Alla fine ma che caspio interessa all’avvocato chi sia davvero Giovanni? Ne prende una percentuale? Ne ha avuto del danno? Bella non ha dubbi a sostenere il marito.

Tornati a casa marito e moglie, Giovanni fa un bel resoconto della vicenda per piacere a noi lettori e per svelare la situazione a Bella (noi ringraziamo sentitamente). Mentre i due si giurano supporto e fedeltà a casa loro giunge l’ispettore che indagò sulla vicenda Harmond, probabilmente avvisato dall’avvocato (e che entra in casa manco avesse le chiavi! Ho dovuto rileggere due volte le pagine perché non capivo come fosse saltato fuori. Dickens sei stanco, lo so, ma un po’ di paroline in più su un libro di 800 pagine non guastano!). Fra uno scontro verbale e l’altro, fra qualche intimidazioni a caso e a dovere, fra qualche silenzio e l’altro, camminando per strada, uscendo di casa, abbandonando la tranquillità familiare, alla fine si svolge la vicenda. Si trovano nell’osteria della signora Abbey (questi continui e repentini e scollegati cambiamenti di luoghi senza capo nè coda mi stanno fiaccando), dove non ho capito chi deve riconoscere chi e in che modo. O meglio Giovanni viene riconosciuto, ma non si sa in quale identità e poi senza che nessuno lo fermi se ne torna a casa tenendo Bella, tremante, fra le braccia.

Poi lo devo ammettere che non ci ho capito nulla in questo finale di capitolo. La bambina parla? Ma quanto tempo ha? E non è Bella, ma la piccola loro? E a Giovanni non succede nulla? Cambia casa e lavoro così, sorridendo? Tornano a casa Boffin come dei figlio prodighi? Dickens, davvero davvero parliamone: ma che ti succedeva quando scrivevi questo libro? Diamo per scontate le bollette da pagare, ma a questo punto l’editore ti ha messo alle strette!

“Il telefono senza fili” di M. Malvaldi

articolo da cui è tratta l’immagine http://www.leggeremania.it/2014/09/25/il-telefono-senza-fili-marco-malvaldi-uscita/

Senza ombra di dubbio tornare a leggere Malvaldi è un piacere per vari motivi:

1. storie normali, gossip normali, contemporaneità;

2. brevità del racconto;

3. personaggi, anche nella loro stravaganza, assolutamente realistici;

4. umorismo.

Non è che non ami altri generi di racconti più esagerati od oscuri, lo sapete bene, le vedete le altre mie letture, ma mi rendo conto che spaziare su altri registri, lasciarsi andare a una sorta di leggerezza che non vuol dire semplicismo è di certo un piacere. Ritornare al Bar Lume, ritrovare i personaggi amati è come tornare al mare al lido dove andavi da ragazzina e ripensare con piacere alla compagnia di allora: no commiserazione, sì beatitudine.

Purtroppo negli ultimi due anni ho perso un po’ l’attenzione nel seguire le saghe e mi sono resa conto che quello che è stato maggiormente colpito è stato proprio il povero Malvaldi di cui ho sicuramente perso due puntate letterarie della sua saga. C’è una spiegazione per tutto ciò? Distrazione, faccio  mea culpa. Semplicemente distrazione. Rimedierò con calma, ma non ho più veramente l’affanno nel star dietro alle cose come se dovessi timbrare cartellino. Così mi ritrovo a dover arrancare su certi passaggi di vita privata dei protagonisti, anche se forse non deve essere successo troppo, ma una cosa importante c’è stata: cambio di commissario. E qui sono rimasta basita. La motivazione è dovuta al fatto che il cambio prevede anche un cambio di sesso del suddetto personaggio, facendo apparire sulla scena questa Alice Martelli che subito si è incastrata bene con il resto della banda. Se la motivazione narrativa c’è ed era forse un po’ “scontata”, ma motivazione stilistica mi sfugge o purtroppo mi fa nascere il dubbio che la serie televisiva abbia forzato la mano all’autore. Sì, sono sospettosa, ma troppi cambiamenti forzati della serie, qui vengono risistemati in modo più coerente e logico o almeno come vorrebbe il padrone di casa; e se la parentela fra Massimo e Ampelio non si può cambiare (e sinceramente va bene così), tutto il resto sì. E’ un dubbio, una conferma, un sospetto? Non saprei dire, ma la sensazione è stata fortissima e ammetto un po’ sgradevole. Più leggevo e più mi rendevo conto che il rischio autoemulazione, rimanere incastrati nel personaggio e stanchezza siano dietro l’angolo, per quanto tutto giri perfettamente, sia un suo buon libro, ci sia ritmo e il giallo sia un buon caso di cronaca nera.

Il potere di questi libri è di parlare di piccola cronaca nera di provincia, di corna, di denaro, di passioni, di approfittatori e vicini di casa. Malvaldi sa come scriverla e come farla arrivare con leggerezza al lettore; non ha perso la mano, non ha perso l’umorismo, nemmeno ha virato in altra maniera; ma si sente forse un inizio di stanchezza. E’ davvero così? Necessita l’autore di lasciare al suo destino il Bar Lume per un po’ e tornare fra qualche tempo? Marchino, Tiziana, Massimo e i 4 vecchietti vanno seguiti passo passo nella loro vita? Mah…dipende forse anche da quante serie vuole farci sky (e soprattutto rovinare i libri, mi tocca dire).

So che sembro un disco rotto, ma per me la lettura è stata “rovinata” da questa sensazione, mentre alla fine dovevo leggere a voce alta il toscano stretto (altra deviazione alla Camilleri ultima maniera, troppo siculo stretto, con rischio di non comprensione); mentre sorridevo delle situazioni e dello svolgimento; mentre seguivo avidamente lo svolgimento dell’indagine. Perché il libro si legge benissimo, scorre perfettamente, ti tiene attaccato alla lettura e in un giorno si può anche finire, ma non è all’altezza dei precedenti. E perché a me Malvaldi piace come scrive, perché sembra che scriva col sorriso.

Voto: 6/7

Scheda

Casa editrice Sellerio Editore Palermo

anno di pubblicazione settembre 2014, su carta Palatina prodotta dalle Cartiere di Fabriano con materie prime provenienti da gestione forestale sostenibile.

illustrazione di Blanca Gómez, 2009 (elaborazione grafica)

 

“Il nostro comune amico” Libro 4, cap. IX-X

Uccellino si reca da Riah per riallacciare i rapporti, oramai conscia di chi è chi e di chi si merita cosa.

Nelle parole di Riah ci sono a un certo ponto alcuni spunti di riflessione che esulano dal libro stesso e che, a mio parere, parlano proprio per voce dell’autore ai lettori a lui contemporanei (anche se il problema di antisemitismo ritorna anche ora, ineguagliato).

Perché nei paesi cristiani gli ebrei non sono trattati come gli altri. La gente dice: “Questo greco è cattivo, ma ce ne sono dei buoni. Questo turco è birbante, ma ce ne sono dei buoni.”  Per gli ebrei non è così. La gente trova subito i cattivi che ci sono tra noi, in tutti i popoli i cattivi si trovano presto, ma la gente considera che i cattivi siano la regola generale e non vede i buoni. I più bassi sono presi per i più alti, e la gente dice: “Gli ebrei sono tutti eguali.” Se fossi stato cristiano, e avessi fatto quello che ho fatto qui senza lamentarmi, perché avevo gratitudine per il passato e oramai non avevo molto bisogno di denaro, avrei potuto continuare a farlo senza compromettere altro che me stesso. Ma essendo ebreo, non posso farlo senza compromettere gli ebrei di tutte le condizioni e di tutti i paesi. E’ un po’ duro per noi, ma è la verità

Intenso e drammatico sempre il personaggio di Riah e mi sorge sempre il dubbio che la sua figura voglia dire oltre a quello che è semplicemente un personaggio realistico per la descrizione di una società complessa come è quella londinese. Il dolore della sua condizione, dell’incapacità di continuare a vivere in quel modo fa da contraltare alla misericordia e alla dolcezza della sarta delle bambole, la quale proprio perché anche lei emarginata senza colpa ne capisce il peso.

Nel mentre i due parlano della condizione di Riah e del “povero” Fledgeby, arriva un messo di quest’ultimo che intima all’ebreo di andarsene subito e di mollare il lavoro visto che alla fine i termini del contratto sono finiti. Costui senza colpo ferire, senza rispondere in qualche modo, prende le sue carabattole in un sacco e chiude baracca. Spinta da affetto e rispetto a vedere quel vecchio solo in strada, Uccellino lo invita come ospite a casa sua.

Intervallo descrittivo dello squallore di certe zone di Londra piene di ubriachi e ubriache senza ritegno abbandonati per strada, in mezzo a sporcizia e marciume vario e delinquenza. Nel mezzo il “ragazzaccio” di Uccellino, oramai sempre più alcolista e incosciente e incapace di capire la portata delle sue azioni. Così la sua vita finisce, muore e lascia la figlia (perché alla fine scopriamo che il “ragazzaccio” altri non è che il padre di Giannina) addolorata e pensierosa per il funerale.

Lo stesso funerale si svolge in modo povero e dimesso, molto sobrio e quasi frettoloso. E subito si torna a casa al lavoro, fino a che nella casa bussa Lightwood recante un biglietto in cui si avvisa la imminente morte dell’amico Wrayburn e che egli vuol vedere Uccellino.

http://storiadigitale.zanichellipro.it/storiadigitale/percorso/263/storia-della-gran-bretagna

Tutti si dirigono a casa di Lisetta, ma il moribondo sembra non riprendere coscienza. Il mistero del perché è stata chiamata è presto svelato: ella vede la sua dipartita? Sembra di no.

Eugenio nei momenti di lucidità cerca di svelare l’arcano di chi lo ha attaccato, di fare in modo che Lisetta non venga messa in mezzo e svergognata in qualche modo; la sua preoccupazione è di morire prima di fare il tempo di sistemare ogni cosa. Ovviamente il dramma nel dramma e la distorsione di tutto nel mezzo. Il dramma è forte, ben descritto, lento nel suo corretto modo di svolgersi, per una volta tanto Dickens lascia che siano le emozioni a prevalere (vabbè è tutto molto melodrammatico, ma ci sta), per arrivare al fine di Eugenio: fare in modo che Lisetta lo sposi in punto di morte. E ma allora il suo è un chiodo fisso!

 

 

“Tartarughe divine” di Terry Pratchett

http://it.wikipedia.org/wiki/Tartarughe_divine

Quando ci si rapporta a un autore come Terry Pratchett non ci si rapporta mai a un autore di genere monolitico. Dietro al racconto fantastico di un evento assurdo o meno di Discworld, c’è il racconto e la critica della nostra società. Sempre. E’ il suo marchio di fabbrica. Ecco perché non ha senso che nelle librerie o nelle biblioteche i suoi libri siano nella sezione bambini o letteratura dell’infanzia: come possono dei bambini che ancora non hanno il loro senso critico, comprendere a pieno la critica, il sarcasmo, il biasimo a volte che ci sono dietro a una “storiellina” fantasy? Chi mette i suoi libri in quella sezione vuol dire che non li ha mai letti.

Se poi affronti questo libro devi avere non solo coscienza di te e del mondo, ma anche dei tuoi ideali e della tua fede, perché questo libro parla di religione e di religioni, di credere e non credere e perché vale la pena o no credere. Non è un testo teologico, non è nemmeno un inno all’ateismo o all’andare tutti in chiesa, qualsiasi; non parla di genesi del mondo in senso stretto o di creazione dell’universo. Questo libro parla di come è il mondo che a te piaccia o meno (e voi lo sapete che la terra è piatta e poggia su 4 elefanti che stanno su una tartaruga che si muove nell’universo, vero?); parla di come le religioni nascono e muoiono come i piccoli dei che cercano affannosamente di attirare nuovi credenti o unici credenti per non essere più pulviscolo divino; parla della distorsione del messaggio divino dal dio al profeta; parla di chiese in mano ai violenti; parla di fede vera (Brutha che contratta con Om è molto simile a Mosè che contratta con Dio). Parla anche di divinità, di come loro si rapportano a noi, del loro modo di parlarci e vederci e vedere loro stessi. Insomma un libro all’apparenza pesantissimo e doloroso.

Ma non è così. Il libro è divertente come al solito e molto spesso mi sono trovata a scoppiare dal ridere a leggere risposte, situazioni, ridere a volte senza poter essere in grado di smettere. Ridere perché il registro stilistico di Pratchett è proprio anche questo. Non mi capitava da tanto, anche nei suoi libri, e forse credo che questo gli sia riuscito veramente bene (beh, non come la saga di “A me le guardie” perché quella è davvero spassosa) per non so quale vero motivo.

Dietro a questo libro all’apparenza facile di certo c’è un uomo che ha imparato non solo a leggere la sua società, ma anche a mettere in crisi il lettore attento non fornendogli mai davvero una risposta. Pratechett come Socrate? Non saprei, ma di certo in questo libro non c’è una sola risposta: puoi credere, puoi avere fede (che è cosa diversa), puoi fare il filosofo, ma alla fine con gli altri e con il mondo così come è ti devi sempre e comunque rapportare e in base a quello che sei avrai una risposta.

Voto: 8

Scheda

Titolo originale: “Small Gods”

Traduttore: Valentina Daniele

anno di pubblicazione: 1992

pubblicato nel maggio 2011 presso la Tipografia Varese S.p.A

Copertina di Johnny Ring

“Il nostro comune amico” Libro 4, cap. VII-VIII

Il maestro tentato omicida torna alla casupola di Riderhood nello stesso modo arrogante e parassitario in cui c’è arrivato, ma se pensa che il barcaiolo disonesto abbia cura di lui è un povero illuso. Il sodalizio fra i due è terrificante, non solo per gli atti che compiono o che nascondono, ma anche per come il destino giochi con le loro vite: da un lato il barcaiolo sembra sempre più poter diventare il capro espiatorio del tentato omicidio, dall’altro il maestro vede che i suoi piani non si svolgono come desiderato. Quello che però non ha capito il maestro pazzo è che Riderhood è proprio un delinquente e non lo lascerà andare impunemente per la sua strada.

Il ritorno alla normale attività di insegnamento non scosta dalla mente di Bradley quello che ha fatto, anzi continua a girargli in testa la fantasia di come avrebbe dovuto fare visto l’esito non definitivo del suo atto. Oramai la sua fantasia è una vera e propria fantasia paranoica e anche se gli alunni non si accorgono di nulla, qualche effetto dovrà pur farlo.

Mentre l’altra stalker, la signorina Peecher con l’ausilio dell’alunna Anna Maria, non riesce a disintossicarsi dal suo amore ossessivo nei confronti del maestro; ed è grazie al suo spiare che veniamo a saper dell’incontro di Bradley con Carletto, oramai divenuto a sua volta maestro in un altro istituto. Ovviamente il discorso arriva subito al punto: l’assassinio di Wrayburn. E sorprendentemente Carletto pone il veto di confessione al maestro perché (testuali parole) “io lo riferirò parola per parola”. In fine arriva il disconoscimento! Ma che è successo? Pian pianino si capisce il perché: mica è perché ha capito che il maestro è pazzo, mica per rispetto alla sorella che era oramai stata venduta sulla pubblica piazza, no, no, è perché tutti gli altri gli rovinano la reputazione! Ma due ceffoni ben dati a Carletto no? Razza di un ingrato! E il maestro esce sconfitto da questo scontro.

http://www.victorianweb.org/art/illustration/mstone/47.html

La povera Uccellino invece si trova a dover pensare alla delusione dovuta al comportamento di Riah istigato dal suo capo in incognito, però non si capisce perché debba rimanere in silenzio sulla cosa con Lisetta, se sono tanto amiche. In modo inatteso e sospetto giunge a trovarla il signor Fledgeby e il colloquio fra i due svela che la vera mente sopraffina è proprio della ragazza e non del truffaldino. Certo che anche Fledgeby vuole trovare Lisetta è proprio una mancanza di inventiva Dickens!

Il mascalzone cerca di mettere in cattiva luce Riah, portarsi dalla sua Uccellino e combinare di certo un altro disastro che provochi dolore a una terza persona. Bella mente da cattivo che ha: a quando due ceffoni? Eppure mentre noi pensiamo che Uccellino sia caduta nella trappola, all’allontanarsi di Fledgeby lei inizia a confabulare fra sè e sè cercando di scoprire l’intricato meccanismo di personaggi e legami , ma sempre per difendere l’amica.

Poco più tardi Uccellino si trova nella dimora di Fledgeby non si sa bene perché e si trova a dover discutere con una signora che aspetta il suo turno per discutere col padrone di casa. Ma è la signora Lemmle che aspetta il marito andato a discutere (sembra rumorosamente) con il mascalzone. Che bel trio! Uscita la simpatica coppia dopo aver cercato di intortare la sarta delle bambole, quest’ultima trova il padrone di casa in pigiama che, con voce rotta, accusa di essere stato derubato. Vamolà che ora c’è un po’ di azione! Così veniamo a sapere che fra i tre mascalzoni c’era appena stato un simpatico incontro in cui la peggio l’ha avuta Fledgeby, mentre Uccellino sembra essere stata messa in mezzo per pura meschineria. Oppure no, visto che all’ultimo ella da una bella lezioncina al padrone di casa malandato e impaurito.

 

“Mangia prega ama” di Ryan Murphy

Ieri il mio cervello ha giocato contro di me, ve lo dico. Non so bene come sia successo, ma ha spento la voglia di horror, giallo, splatter vario e facendo zapping ha bloccato il dito su questo film appena iniziato. Devo chiedere il controllo del cervello a questo punto perché sti scherzi balordi li fa a volte. A sua discolpa devo dire che nel frattempo stavo aiutando via chat una mia amica a familiarizzare col kobo e calibre e quindi tanta attenzione non l’avevo, ma è pur sempre un segnale negativo.

http://www.mymovies.it/film/2010/mangiapregaama/

Per questo film nessuna scheda tecnica, perché la regia è passabile, niente imepgni; costumi beh era difficile sbagliarli; effetti speciali non ce ne sono; scenografia bella, ma molto da copertina di giornale di moda; cast quello che ti aspetti se vuoi farci i soldi con questo film, se no ne sceglievi di meno famosi; nota per il doppiaggio che non si poteva sentire, visto che gli italiani si sono ridoppiati malissimo e Bardem con accetto brasiliano è da stridore di denti. Dove sta il vero problema allora? Per me è tutta la sceneggiatura, dall’inizio alla fine.

Prima di tutto questo film è la fiera dell’ovvietà: amati, rispettati, perdonati, apri il tuo cuore. Ma va, chi lo avrebbe mai detto? Insomma io pensavo che per volersi bene bastasse darsi dei cazzotti ogni mattina e porgere al proprio prossimo un macete per farsi ammazzare. Seconda ovvietà: la protagonista. E’ bella, ricca e scrittrice. Perché questi film non li si fa con una madre di famiglia disoccupata con figli a carico e marito che si spezza la schiena? No, lei ha cultura, pelle bellissima, fisico invidiabile e purtroppo mentre l’ex marito firma le carte del divorzio lei finisce in una relazione con uno carino e più giovane di lei. Ah, son problemi davvero! Quindi entrata in crisi perché niente le va bene (le farei vedere io cosa vuol dire “niente va bene”) decide di prendersi un anno sabbatico e dove va? Già, dove?? In Italia, in India e a Bali. A me al massimo sarebbe stato possibile andare in eremitaggio nella casa dei nonni in montagna, ospite da qualche amico da un’altra parte e in una pensioncina per 1 settimana al di là delle Alpi.

Quindi prima tappa Italia. E in Italia chi c’è? Una villa in centro a Roma, senza scaldabagno e con la padrona di casa che manco parla dialetto romano. Normale, voi l’Italia non la vedete così? E’ così, punto. I suoi compagni di avventura sono una nordica arrivata anche lei per anno sabbatico e trova l’amore in un giovane cicerone romano, qualche amico e la famiglia toscana che la accoglie come una nipote. E chi non! Voi magari fate fatica a farvi prestare lo zucchero dai vicini di casa e a pagare l’affitto, mentre lei sorride, mangia un gelato e tutti la amano. Ah, il cibo. Almeno quello ha un senso e non viene stravolto (per la prima volta vedo un americano mangiare gli spaghetti non arrotolandoli con l’ausilio del cucchiaio). Poi quando ha finito di ingrassare (ma solo poco perché lei si strafoga e mantiene la 40, mica pizza e fichi!) parte per la seconda tappa: India.

Qui il caos, rumore, caldo, ma lei entra protetta in un tempio (non ho capito di chi) dove ricchi e annoiati occidentali vanno lì a farsi menare per il naso con le stesse fatiche che troverebbero sotto casa, ma che però sono meno in. La nostra eroina si trova a pulire i pavimenti del tempio in ginocchio e con una spugna e magari a casa ha una colf che manco le fa toccare una tazzina da lavare. Il massimo problema che incontra è un altro americano più avanti di lei nel cammino che la sconvolge col suo cinismo. Se voleva del cinismo, bastava chiamarmi e costavo meno che andare in India. Osserva un matrimonio combinato e va tutto bene, tanto chissene frega lei è riuscita a sbagliare anche in un matrimonio non combinato! Quando alla fine ha capito come si prega e come ci si perdona è tempo dell’ultima tappa.

Bali. Vacanza oserei dire se non per il fatto che non so come deve andare tutti i giorni a fare meditazioni da un vecchio che le chiede di sistemare i libri o diari della sua vita. Lavorone! Ma questo lo farei volentieri anche io potendo, ma non trovo il vecchietto che in cambio della mia manualità grafica mi offra lettura della mano, saggi consigli e sorrisi sdentati. In tutto questo cercarsi si scontra e si incontra con il bel Felipe (Bardem), una cosa alla “Licia kiss me Licia” tanto per intendersi. I due cuori spezzati si incontrano, mentre parlano del nulla, piangono a caso e vedono panorami mozza fiato. Facile quando non devi fare altro che domandare chi sei, cosa vuoi, cosa puoi leggere, ma si vado a farmi un bagno, speta che medito un po’; mentre il resto del mondo nasce, muore, si ammala, si ammazza, paga bollette e come minimo deve lavare il water (non sempre suo). Nel mezzo lei salva il futuro di madre e figlia balinesi, coi soldi altrui. Genio!

Il finale è in scia col resto del film e anche se non ve lo dicessi, vi ho spoilerato tutto il film. Quindi che senso ha vederlo? Oltre al fatto che l’uomo a volte ha l’insito bisogno di farsi raccontare la fiera delle ovvietà per sentirsi più sereno? Oltre al fatto che l’ovvietà ci fanno dire “ecco cosa dovrei fare” nel mentre stai facendo mille cose contemporaneamente? Oltre a farti credere che avrai anche tu i soldi, il fisico e la botta di culo della protagonista? Vanno bene le commediole mancherebbe altro! Vanno bene i momenti di relax in cui guardi qualcosa che scacci i pensieri dal cervello, questo film però è il nulla e se vi piace il nulla ve lo lascio volentieri, mentre io torno alle più forti, costruttive, sognatrici commedie tipo “La vita è meravigliosa” di Capra.

Voto: n.c. E sono stata buona.

“Omen-Il presagio” di D.Seltzer

Sotto Halloween ognuno ha le sue tradizioni e la mia è festeggiare la parte orrorifica della festa: la paura. E cosa è la paura in questa festa? Il ritorno dei morti, la potenza della notte sul giorno, la possibilità che i demoni facciano i grossi. Per chi ci crede questa festa ha tutt’altro valore e io la rispetto, ma non essendo parte della mia religione, lascio i miei rito al giorno di Ognissanti e al giorno dei morti e mi tengo la paura medievale del non vita, dello sconosciuto, quel brivido dietro alla schiena che ci fa chiedere “ma perché?!”

Come al solito mia compagnia di letture folli, o magari mia istigatrice c’è sempre La libreria pericolante. Avevamo fatto entrambe tempo fa una lista di libri da leggere in questo periodo, ma siccome siamo svagate come poche e in combo è peggio che mai, non solo non troviamo la lista, ma non sapevamo cosa leggere per questi giorni particolari! Finché La libreria non è saltata fuori con questo libro: “Il presagio”. Lo ammetto, non lo avrei mai scelto e non perché sia la solita palla mal scritta, ma perché non amo leggere o vedere film coi demoni (se non palesemente fantasy o legati a racconti di fantasy horror). E sono una fifona. E poi mi faccio suggestionare. Sì, va bene, ne vogliamo discutere?

Qui la recensione de “La libreria pericolante” http://lalibreriapericolante.blogspot.it/2014/11/il-presagio-d-seltzer.html

Non so come ma mi faccio convincere e con ritardo sulla tabella di marcia (ma che strano! Dovrei fare un elenco delle poche volte che riesco a stare ai patti di una collettiva), salto un giorno per andare a Lucca C&G, beh, insomma alla fine mi decido di leggerlo e via…salto nel vuoto e che Dio ci protegga.

Il libro è scritto molto bene, scorrevole, essenziale, e devo ammettere che non me lo aspettavo. Non me lo aspettavo perché di solito horror di questo genere si fanno prendere la mano con termini astrusi, situazioni difficili da gestire, insomma si fanno prendere la mano. L’autore invece si fa prendere la mano solo nella trama, quando vuole strafare e spostare il tutto su un piano troppo individualistico. Mi spiego meglio: il protagonista è un politico, un ambasciatore americano a Londra (fa molto lupo americano a Londra, detta così), uno che è arrivato, che ha tutto, forse troppo, compreso un figlio che in realtà non è suo, ma che è l’Anticristo. Vamolà! E lui capito il tremendo errore deve salvare il mondo, o uccidere il bambino, o tutto insieme, ma facendolo suo malgrado non si fa aiutare da nessuno che possa essere in grado di trattare ste cose complicate. No, lui si fa aiutare da un fotografo (anzi è il fotografo a fargli capire che erano nella merda), va in Israele, vede cose assurde, conosce personaggi saggi e sapienti, ma alla fine fa tutto da solo. Ma sarà possibile? Al di là del concetto del prescelto, ma uno straccio di ordine segreto all’interno della Chiesa a dargli una mano no? Due rambo rabbini? Insomma tutto da solo? In fin dei conti si può leggere la cosa come la guerra che ogni uomo fa contro l’avversario, ma allora alla fine ci si affida a Dio, si sceglie l’arma più potente al mondo: la fede. Manco quella sceglie! Troppo facile Seltzer, davvero! Troppo facile scrivere un racconto sull’Anticristo, la fine del mondo, l’Armageddon, se poi escludi totalmente l’altra parte della partita. E non è la prima volta che mi accade e alla fine la trovo un po’ fastidiosa: se vuoi una cosa ti prendi tutto il pacchetto paranormale, se no passi ad altro. Sarò un po’ fiscale ma alla fine proprio questo aspetto mi ha fatto dire che l’autore avesse scelto la via più semplice, quella già battuta da tutti.

Eppure…eppure il suo bello, la capacità di Seltzer è proprio come tiene il lettore legato al libro, come lo coinvolga, come lo faccia parteggiare per il protagonista, come lo lasci a bocca aperta nel finale (sono buona e non vi dico nulla). Anche troppo mi tocca dire.

Ottima scelta Ross, ma per la prossima volta troviamo qualcosa che io non sia costretta a non leggere quando cala la sera, che io non debba guardarmi attorno, capito?

Voto: 8