“Conan l’avventuriero” di Robert E. Howard

http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=6080

Ero bambina quando un semi sconosciuto attore, vincitore del Mister Olimpia, diede volto, muscoli e silenzio a uno dei personaggi più conosciuti e importanti del fantasy di inizio secolo: Conan. Il cimmero diede fortuna a Schwarzenegger lanciandolo nel mondo del cinema in modo definitivo, ma l’attore austriaco fece in modo che il personaggio entrasse nell’immaginario di tutti i ragazzini degli anni ’80. Conan però vede la sua nascita nel mondo della letteratura attorno agli anni ’30 grazie alla rivista Weird Tales che iniziò a pubblicare i racconti di Robert Howard, dando corpo al meglio all’ heroic fantasy.

Così prende corpo Era hyboriana con i suoi popoli, le sue guerre, i suoi dittatori e i suoi avventurieri, con belle donne semi nude e guerrieri muscolosi pronti a tutto, coi negromanti e i demoni e gli dei. Insomma prende corpo un mondo vagamente preistorico, come un’epoca mitica prima della nascita di sumeri, babilonesi, egizi e compagnia cantante; un mondo in cui gli eroi compiono azione sovrumane senza essere mai semidei; un mondo in cui il coraggio si scontra sempre e comunque con la magia e la manipolazione; un mondo dove non esiste il Bene e il Male, ma solo un bene e un male momentaneo, dipenda da che parte stai, insomma dove ognuno si costruisce il proprio destino libero da imposizioni esterne. Questo è Conan, l’avventuriero per eccellenza, l’uomo dalla forza animalesca, primitiva, ma tale da piegare anche i demoni; è colui che non può trovare casa e pace, ma che è sempre stimolato ad andare oltre e a trovare nuove avventure. Si potrebbe dire che in lui c’è un po’ di Ulisse, se non fosse che costui era smosso più dalla conoscenza e dalla curiosità, mentre il nostro protagonista è mosso dalla sete di mettersi sempre alla prova e conquistare, come un bisogno interno di superare i limiti, incontrare nuovi nemici, affrontare nuovi e sempre più pericolosi nemici.

Il fenomeno Conan diventa talmente importante che non solo Howard scrisse 22 racconti, ma vennero pubblicati fumetti, continuata la saga con altri autori, creati giochi di ruolo, per approdare al cinema. Perché piace così tanto? Me lo sono chiesto anche io, perché per quanto da bambina abbia guardato i due film (ammetto con scarsa comprensione globale, ma negli anni ’80 facevo le elementari scusate…), lo conosca per i meravigliosi disegni di Frazetta che bazzicano in casa grazie alla passione per il disegno di mio fratello, non avevo mai letto nulla. Complice la scelta di provare il gioco di ruolo a lui dedicato ho “fregato” il libro a mio fratello e mi sono immersa nel suo mondo. Immersa e conquistata.

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http://www.anobii.com/books/Conan_l’avventuriero/01a12ddc650ee1419a

Al di là che l’heroic fantasy è una scoperta meravigliosa (almeno in questi racconti) per la sua linearità nel tratteggiare mondi e ruoli e per l’essenzialità delle situazioni. L’ambientazione riprende tutti gli stilemi che si possono ritrovare nella letteratura e cinematografia contemporanea degli anni ’30 con eroine perfette e languide, le quali mostrano più forza di carattere che fisica; con erotismo ben chiaro (oh quante tette al vento in questi racconti e muscoli guizzanti!) ma mai volgare, oserei dire sofisticato; con episodi autoconclusivi che raccontano avventure non massimi sistemi (vedi alla voce “Martin e la sua mai finita saga”).

La grandezza di questi racconti è la scrittura di Howard. Lo diamo per scontato? No, perdonatemi, fatemi spiegare. Ovviamente tocca dire che i racconti che ho letto sono filtrati dalla traduzione, quindi il mio giudizio può essere fuorviato, anche se credo che più di tanto un traduttore non sia autorizzato a fare, ma in questi racconti (4 per la precisione) si reggono non solo, e non tanto, sulla trama, ma proprio nella narrazione pura. Potrebbero essere benissimo letti a voce alta come racconti alla radio, perché ogni parola e ogni verbo scelti sono ben calibrati, mai buttati a caso per aumentare il numero di pagine (e farsi pagare di più): è essenziale, mai verboso; oserei dire cinematografico per la capacità di rendere le immagini in modo chiaro e senza mai fraintendimenti o voli pindarici; quello che accade è quello che è (so che suona strano, ma la sensazione è quella). Non c’è compiacimento per la propria arte, ma c’è servizio alla storia: la parola riprende il possesso di quello che significa per indicare quella specifica cosa. Leggere questi racconti è stato un vero piacere perché alla fine è come seguire il fluire un’onda nel mare, coi suoi alti e bassi, con le sue maree e i suoi marosi, arrivando a trattenere il fiato e a parteggiare palesemente per il nostro eroe. Ammetto che nella mia vita ho raramente trovato una scrittura così limpida ed essenziale, ma profondamente indispensabile e corretta. Anche quando il climax arriva al suo culmine e l’avventura arriva alla risoluzione, anche in quel momento tutto deve girare in modo tale che il lettore veda. Ecco, la scrittura di Howard fa vedere cosa accade e questo in un fantasy è meraviglioso.

Voto: 8 e mezzo

Scheda

Titolo originale “Conan The Adventurer”

Traduttore G.L. Staffilano

Casa Editrice Nord

FantaCollana a cura di Renato Prinzhofer e Riccardo Valla

Anno di pubblicazione 1974

stampato dalla Grafimperia, Cusago (Milano).

Copertina: di Karel Thole (premio Europeo per l’illustrazione fantascientifica).

“Les Revenants”: state attenti ai vostri desideri

C’è un motivo se nell’antichità la paura dei morti che ritornano è così diffusa e sparsa in ogni dove, al di là di geografia e credo: è la paura del sovvertimento dell’ordine costituito dalla natura, ma anche della legge (se pensiamo a quanti testamenti salterebbero in aria) dell’uomo. Il titolo della serie televisiva fa riferimento al termine per me più corretto e preciso che la linguistica sia riuscito a coniare: les revenants, coloro che ritornano. Non si parla di resurrezione, né di fantasmi veri e propri (anche se a volte il termine viene usato anche per loro), né dello zombie che ricordiamo dalla cinematografia: non sono morti che tornano vivi e ricominciano la vita, ma sono morti che assomigliando ai vivi non vivono come i vivi. Che gioco di parole!

Comunque sia da questo concetto parte questa serie francese che, dopo averla persa più volte su sky, sono riuscita a registrarla e potermela vedere fra le feste natalizie ed ora. Sky prevedeva la maratona della prima serie, ma sinceramente non è per me, comunque è stato utile, perché così non ho aspettato per vedere tutta la prima serie.

http://it.wikipedia.org/wiki/Les_Revenants

Di cosa tratta? Di un tranquillo paesini delle montagne francesi (non è specificato, ma alla fine non è nemmeno importante), della sua vita e dei suoi lutti. E fin qui tutto tragicamente normale, se non fosse che un giorno i morti, alcuni almeno, tornano a bussare la porta di casa, a non capire che è passato del tempo, a mettere nei casini tutti. Non si capisce con quale criterio alcuni siano tornati ed altri no; nemmeno si capisce se è stata la morte traumatica ad essere il filo di congiunzione; se c’è qualcosa dietro; se vogliono qualcosa o qualcuno; se vogliono semplicemente continuare a vivere fregandosene del fatto che nel mezzo la vita vera è andata avanti.

In realtà la serie è ben dosata e tutti i dubbi si dipanano lungo le 8 puntate (ognuna dedicata a un ritornato o un particolare personaggio), cercando la soluzione, portando lo spettatore a dipanare la matassa. Tutto è giocato come un puzzle, con trabocchetti e deviazioni sottili dalla trama principale che servono a distrarre lo spettatore, per poi lasciarlo a bocca aperta a momento debito. E come succede tutto questo? Secondo me grazie a un buon team di sceneggiatori. Più lo guardavo e più, a fine visione della puntata, mi chiedevo come avrebbero potuto renderlo in altri stati: gli americani hanno già “The walking dead” e ne avrebbero fatto una copia; noi italiani non sappiamo nemmeno da che parte prendere una trama del genere (non si parla di politica, di famiglie sfigate, di amori e amorazzi, di destra e sinistra, di isterismi o di bamboccioni…insomma qui non ci potevi mettere in mezzo i soliti serial o film all’italiana che 9 volte su 10 sono tutti uguali da decenni); gli inglesi forse lo avrebbero reso più muscolare. E poi non so. I francesi invece hanno sfoderato la loro arma migliore: la parola. In questo caso scritta, più che parlata, anche se i dialoghi sono curatissimi e non bisogna perdersi nemmeno una battuta per svelare il mistero. La cura dei dettagli, il gioco delle parti, l’attenzione alla diversificazione dei personaggi sono aspetti che rendono questo telefilm sopra la media di quelli trasmessi ultimamente.

Questo telefilm è la dimostrazione che per fare un buon horror o mistero bisogna saper lavorare in team, stare attenti a tutto, avere gente che sa fare il suo mestiere senza strafare. Infatti altra cosa molto bella è che l’ambientazione contemporanea “normale” esclude a priori tutto il misticismo alla new age, mentre lascia di contorno anche la religione ufficiale. Il paese è uno di quei milioni di paesini di montagna che potresti trovare adesso dove c’è la chiesa e tutto quello che ci circonda, ma anche la polizia che conosce tutti, le famiglie che si conoscono come parenti e il vero centro economico che è la diga. In questa serie non c’è altro, anche perché la notizia non è qualcosa da sbandierare ai quattro venti, ma da tenere nascosta per paura. Insomma questo telefilm, nel suo paranormale, è assolutamente realistico anche nelle reazioni umane e nelle paure. L’immedesimazione in alcune situazioni, il tentativo di entrare in empatia sono proprio frutto di questa scelta di profilo verosimile e di studio psicologico all’evento.

Le varie situazioni e i vari protagonisti sono ben diversificati, cercando di permettere una maggior differenziazione di situazioni all’immedesimazione dello spettatore. C’è la ragazzina che torna a casa dai genitori e sorella gemella; il bambino apparso dal nulla; la moglie morta giovane che ritorna dall’oramai anziano marito; il serial killer impenitente; l’artista morto alla vigilia del matrimonio. E altro. Vi ho già detto troppo.

La fotografia fa da supporto, da contro altare: sottolinea coi suoi giochi di colore, preferendo a volte le scale di grigi a volte il colore pulito, le varie sensazioni, i personaggi, gli eventi. Anche in questo caso il lavoro di team risulta palese e ben coordinato.

La musica è essenziale, ma fondamentale, perché con lievi cambi di tono o di velocità riesce a sottolineare nell’evoluzione della serie il cambiamento di situazioni e il lento, ma inesorabile, declino verso lo scontro.

Una seria di pochi effetti speciali, ma di sostanza, che io consiglio a tutti coloro che vogliono il mistero allo splatter, l’indagine alle baracconate. Qui non ci sono libri magici, cerchi esoterici ed evocazioni varie, ma solo il vivo e il ritornato l’uno contro l’altro armato (di non si sa cosa).

Viene detto che la seconda serie si sta già girando ed io incrocio le dita non tanto perché sia vero, ma perché siano in grado di mantenere questo elevato standard e non decada in un fumoso racconto alla Lost (ve le ricordate le serie di mezzo con tanta fuffa in mezzo a sfrantumare?) per spiegare “chi ha fatto cosa e perché” lasciato in sospeso in questa prima serie. Questo il sito per essere aggiornati.

Storia di una adozione libresca

Intervallo dalle recensioni. (La musichetta la sapete, insomma scegliete quella che volete)

Parliamo di libri in altro modo: farli arrivare a chi li adotta con piacere.

Ogni tanto leggo o sento discorsi del tipo “ho comprato libri che non mi piacciono”, “non so più dove metterli”, “devo liberarmi dei libri ereditati dal parente/amico X”, “ho proprio voglia di fare spazio”, “devo fare trasloco e non posso portarmi dietro tutti i miei libri”, tutti discorsi legittimi, ma che mi lasciano sempre un po’ di amaro in bocca, perché io dai libri non mi separerei mai: sono parte di me, li ho scelti uno per uno, voluti uno per uno. Se mi guardo attorno non vedo libri che non sia valso la pena di avere, si vede che ho buon istinto e che chi mi ha regalato libri ha preferito regalarmi dei buoni piuttosto che rischiare. Però capisco il problema quando la salc (sindrome acquisto libresco compulsivo) prende in modo indiscriminato e ci si trova in casa alla fine delle vere ciofeche: cosa farne?

I consigli li ho messi in questa mia pagina dove si trovano un po’ di dritte, ma si aspettano anche link di altri luoghi o enti che prendono volentieri libri per donarli a chi vuole leggere, ma non può permetterselo. Ma se un giorno andando a buttare via la carta trovi dei libri nel bidone cosa si fa? Si fa che li si adotta e si cerca di farli adottare. Semplice.

Questa infatti è la storia di un giorno banale della mia vita, di qualche mese fa, mentre buttavo la carta nel bidone condominiale e aprendo si vedono almeno 5 libri buttati e qualche guida turistica. Senza ravanare (=scavare) troppo quei 5 libri sono venuti a casa con me, perché davvero non me la sentivo di farli morire. Ok, se vengono riciclati bene, saranno nuovi libri o cartoni, altra vita, ma se qualcuno volesse leggerli e non può permettersi di comprarli e non ha una biblioteca vicina? No, non si fa!

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salvati!

 

Quindi portati a casa, scossi bene e fotografati e postati su fb in modo che i miei amici li vedessero e li adottassero e così è stato. Gli ultimi sono partiti via piego di libri via posta qualche giorno fa e sto aspettando con trepidazione che arrivino a destinazione, ma gli altri sono già al calduccio di case. Non importa se poi verranno di nuovo prestati, regalati, fatti girare: l’importante è che siano letti, anche fino allo sfinimento, anche quando cadranno a pezzi. Perché per me i libri non si buttano mai, ma si regalano potendo perché si fanno felici altri lettori, i quali a loro volta faranno felici altri lettori e via così fino alla fine. A volte ci sono miei conoscenti che mi hanno fatto adottare loro libri, senza chiedere niente altro che venissero ancora letti e capiti.

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separati e pronti alla consegna
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partiti!

Fra i 5 uno solo è andato in biblioteca (Cussler, quello blu senza copertina), mentre Pirsig è stato adottato tranquillamente. Vita più movimentata invece hanno avuto i Coelho: dati in prestito per la lettura alla morosa di un amico, al rientro uno è partito per Ferrara, mentre gli altri per Gorizia. E’ stato un piacere consegnarli, farli andare in giro per l’Italia, passarli di mano agli amici; mi ha dato soddisfazione, sarà forse perché non mi piace “fare soldi” coi libri, ma mi piace un sacco invece regalarli.

Ora però controllo sempre meglio i bidoni della carta…fatelo anche voi! 😉

 

“La regina d’inverno” di B.Akunin

http://www.amazon.it/La-regina-dinverno-Boris-Akunin/dp/8860611008
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Ho recuperato l’inizio della saga con protagonista l’investigatore russo Fandorin perché quando ad ottobre ho letto un capito a caso della saga il personaggio mi aveva incuriosito.

Qui siamo alla sua “nascita” professionale, ne vediamo i sintomi, le capacità, i difetti e notiamo fin da subito come sia un personaggio in linea coi grandi investigatori (capacità superiori alla media), ma quanto il suo autore lo abbia creato un po’ macchietta: giovane, arrossisce spesso, ingenuo, sognatore. Non posso dire che è quello che ci si può immaginare da un personaggio di quell’epoca in quanto non ho mai letto (a quanto io ricordi) libri russi, ma di certo è coerente con l’immagine che mi ero fatta con la precedente lettura, anche se, tocca dirlo, tira un po’ gli schiaffi (ho tradotto liberamente dal dialetto per dire che ha comportamenti talmente assurdi da far prudere le mani e far venir voglia di dargli degli scappellotti sulla testa per svegliarlo).

La trama è paradossalmente semplice: giovani bene si suicidano senza un vero motivo, lasciando la società alquanto perplessa e distaccata. Cosa c’è dietro? Cosa c’entra l’orfanotrofio all’avanguardia di stampo inglese da poco installatosi in Russia? E i nichilisti cosa vogliono fare? In una Russia che sente e percepisce che il vento sta cambiando, che non si arrende alla difesa dello zar e del suo sistema di governo e privilegi e ceti sociali, in tutto questo marasma sopito e gestito all’ottocentesca, il nostro eroe si muove fuori dagli schemi, andando contro ai suoi capi, scontrandosi con il mondo. Ovviamente dalla sua ci sta il genio o l’intuito sopraffino e una fortuna sfacciata, anche se…

Di lettura scorrevole e piacevole, l’autore conduce il lettore attraverso mezza Europa da San Pietroburgo a Londra senza troppo distrarlo con descrizioni inutili, lo sorprende coi colpi di scena svelando il vero volto dei protagonisti, lasciandolo a bocca aperta sul finale. Riprendendo una qual forma di mentalità ottocentesca il libro risulta credibile come romanzo storico, senza troppe forzature moderne o visioni futuristiche; dettagli che non posso giudicare nella correttezza storica, ma che facilitano l’immedesimazione nel protagonista o nei comprimari. Davvero una piacevole scoperta, anche se non lo ritengo un libro eccezionale che consiglierei immediatamente come libro giallo, ma considerando che io fatico (per impostazione “lavorativa”) a leggere libri storici di alcun genere, questo è stato una sorpresa che più avanti vorrei ricordarmi di leggere ulteriormente.

Voto: 6 e mezzo

Scheda

Titolo originale (scritto in caratteri non cirillici ovviamente): Azazel

Traduttore: Pia Pera

si ringrazia Elena Kostioukovitch per la cura editoriale

Anno di pubblicazione: 1998

edizione Frassinelli Paperback giugno 2000

stampato nello stabilimento N.S.M. di Cles (TN), printed in Italy

copertina: illustrazione di F.E.P design

Nota: quando faccio la scheda tecnica una cosa interessante è vedere la pubblicazione originale e quando è arrivato da noi. Questo libro e “La morte di Achille” sono stati pubblicati nel 1998 entrambi (se non ho scritto male la data), ma la Frassinelli ha fatto aspettare ben 7 anni l’uno dall’altro. La fortuna del lettore appassionato è che sia stato pubblicato, ma non sempre è così; a volte poi gli editori pubblicano i libri senza osservare la sequenza originale, incasinando non solo la lettura, ma anche mortificando il lavoro dello scrittore. Ci vorrebbe più attenzione per il lettore, al di là del fatto che a volte le saghe vengono interrotte a metà senza una motivazione (se non quella economica che comprendo, ma non condivido).