#io…perché: marketing e passione non sempre vanno a braccetto

Il 23 di aprile festeggeremo la giornata mondiale del libro e del diritto d’autore (ma questo aspetto è passato un po’ sotto silenzio, perché non fa fico) e le iniziative non si sprecano. Normalmente sono molto favorevole alle iniziative che coinvolgono autori, lettori, scrittori, grandi e piccini; normalmente non ci partecipo perché in realtà mi interessano le storie, come le si pubblica o le si divulga, non mi interessano gli autori e le persone che ci girano attorno.

Quest anno come supporto all’iniziativa è stato divulgato il messaggio #ioleggoperché che avrebbe l’ardire di arrivare anche ai non lettori. E come si fa ad arrivare a un non lettore? Regalandogli un libro!

Qualcosa mi sfugge…

No, perché se uno non ama i libri perché glielo devi regalare uno, che non hai scelto te, ma un editore in base a criteri totalmente lontani da ogni singolo non lettore? Leggerà, il non lettore, per rispetto di chi glielo ha regalato? Quindi tutti i regali di Natale che avete ricevuto li avete tenuti tutti e anche usati/indossati/leggi/etc.? Non fatemi ridere! Se una cosa non vi piace, non vi piace e non la volete e difficilmente la proverete.

Perfetto post è quello postato qualche giorno fa sul blog Scratchbook, intitolato “Io leggo, senza perché”. Leggetelo tutto e troverete che questo suo puntare il dito su un’assenza, una curiosità che non viene stimolata da questa iniziativa è il vero motivo per cui a molti blogger l’iniziativa non piace del tutto (o almeno non convince, fa sorgere un dubbio). Un non lettore è colui che non è stato stimolato a chiedersi davvero perché gli altri leggono e cosa ci trovano; nessuno ha stimolato la sua curiosità di andare oltre al “non mi interessa”. E perché non si fa? Perché stimolare qualcuno è fatica; far nascere una passione implica impegnarsi, comunicare, dire “noi” e non “io”, significa metterci anima e corpo e poi avere tanta empatia e cercare di seguire con umiltà il passo dell’ “allievo”. Si deve essere educatori per stimolare curiosità e non meri timbra carte.

Ma io vorrei andare oltre a questo. Vorrei che vi soffermaste su questa folle paranoia sul non lettore.

Nessuno si impegna in altrettanto modo per i non musicisti, i non poeti, i non pittori, i non scultori, i non sportivi, i non astrofisicinucleari. Insomma perché leggere dovrebbe essere meglio di tutte le altri arti e scienze? Per me è solo una questione di snobbismo, quel senso che se sei lettore sei un intellettuale, mentre se sei un musicista vuoi farti la tipa di turno; se sei pittore sei squinternato; se sei uno scienziato sei noioso e freddo; e non parliamo se sei uno sportivo! mammamia sei un idiota fatto finito. Cazzate! Scusate il francesismo, ma per me sono tutte cazzate. Chi legge è pari a chi fa musica, dipinge, scrive, corre, guarda il cielo, tira su un muro. Un libro non ti rende migliore per antonomasia. Avere una libreria e non saperla capire non ti fa un intellettuale, ma solo uno che ha spazio da riempire. Leggere non aumenta il valore morale delle persone; non ci rende più buoni; dovrebbe renderci più consapevoli, ma non è del tutto vero; dovrebbe farci venire dei dubbi, ma se leggi sempre e solo romanzetti a lieto fine avrai solo svago (che non è male, mancherebbe, ma non è il dubbio che mette in crisi).

Leggere ci rende curiosi. Come la musica, la pittura, la scultura, lo sport, la scienza, la falegnameria, la sartoria…e questo accade quando l’uomo o la donna dietro a tutto ciò si pone domande, cerca il mondo e cerca di capirlo nella sua totalità e complessità, cerca di penetrarne i misteri, vuole vedere cosa c’è; quando nella comunità che lo attornia coglie il bello e il brutto, e ne stimola le sfumature. Non esiste un’arte che per diritto divino, solo per il fatto di possederla (e anche qui è discutibile il concetto di possesso) ci renda migliori degli altri! E’ arroganza bella e buona questa e io la combatto.

Ecco perché credo che dobbiamo spogliarci da ogni nostra velleità di metterci su un qualcosa e dire cosa dovete fare o perché io lo faccio e quindi ho ragione. Dobbiamo sederci uno a fianco all’altro e scambiarci emozioni e cose e vedere l’effetto che fa. Dobbiamo impedire che siano i burocrati e i mercanti a fare della nostra passione, qualsiasi essa sia, un bene di consumo che si limita a un oggetto da regalare. Dobbiamo stimolare nei giovani, nei bambini il prima possibile, quella positiva ansia di curiosità nel voler avvicinarsi a qualcosa che lo renda un essere umano più completo, un insaziabile cittadino di questo mondo martoriato, un consapevole essere che voglia andare oltre all’apparenza e alla banalizzazione. Stimolate i piccoli a suono, ai colori, alle forme, alla grandezza e piccolezza della natura, fategli provare ogni cosa vogliano! Dite ai grandi che il mondo è pieno di sapori e colori da provare e che non troveranno la fine di tutto ciò nemmeno se vivessero mille anni! Fate sentire alle persone che vi attorniano che non c’è limite alla conoscenza, anche senza un pezzo di carta, perché si conosce il mondo anche solo frequentandolo!

Il 23 aprile, voi tutti lettori festeggerete quello che amate e continuerete a fare quello che fate tutti i giorni dell’anno: comprare, regalare, prendere in prestito e soprattutto leggere libri. Soprattutto continuerete a guardare stupiti chi non riesce a condividere la vostra passione; sorriderete agli sconosciuti solo per il fatto che vi siete trovati a leggere nello stesso tram, treno, ristorante, panchina; continuerete ad avere voglia di leggere ancora altro e a incuriosirvi di tutte le storie che circolano nel mondo, attraverso tempo e spazio.

Il 24 aprile apritevi alla curiosità e siate anche altro a tal punto che vi verrà spontaneo dire #io…perché e in quei puntini ci metterete un sacco di cose fichissime!

"Il Vecchio Bibliofilo" di Tavík František Šimon (Repubblica Ceca 1877 - 1942). Disegno del 1926
“Il Vecchio Bibliofilo” di Tavík František Šimon (Repubblica Ceca 1877 – 1942). Disegno del 1926

Postilla:

Per parlare di musica e giornate mondiali leggete questo post di “Carta Resistente”.

“La ruga del cretino” di Vitali e Picozzi.

Devo ammettere che non sono una fan di Vitali, mentre Picozzi mi piace abbastanza da ascoltarlo incuriosita: sarà il lavoro che fa, o come comunica o la pacatezza con cui affronta certe cose o il maglione nero a collo alto che ha portato per tanti anni (come la divisa di un supereroe). Così quando è uscito questo libro l’ho ben letto, prendendolo dalla biblioteca.

Ora c’è un motivo per cui non sono una fan di Vitali: non capisco mai se scrive gialli di striscio e li usa per dire altro oppure sono veri gialli che io reputo troppo slavati. Non parlo di splatter o meno, perché come sapete per me il giallo non vuol dire per forza sangue e orrore e serial killer, parlo della vera investigazione, quella che fa la differenza in un romanzo di questo genere. Vitali racconta storie, famiglie, parentele, rapporti umani i quali poi di striscio vengono collegati o uniti da misteri più o meno misteriosi. Quindi per me non scrive gialli, ma narrativa. Devo ricordarmelo, anche a discapito di una buona e intrigante quarta di copertina.

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.ATTENZIONE RECENSIONE CON EVENTUALI SPOILER (poi non dite che vi ho rovinato la lettura).

Perché questa volta la trama mi intrigava molto di più del titolo:

“Un famoso criminologo, una medium, una giovane contadina un po’ strana e un assassino misterioso, come Jack lo Squartatore.”

Non posso dire che questi elementi non ci siano, perché Lombroso c’è, come la medium, la contadina strana e l’assassino, ma la sensazione è che queste cose si incastrano bene, senza però approfondire troppo. Per buona metà di libro non succede nulla e possiamo dire a voglia che tutto serve per capire il periodo, l’ambiente, i personaggi, ma diciamocelo davvero: non succede nulla o forse non succede nulla che serva a capire chi è chi. Poi a metà la scena si smuove e via la seduta spiritica, emozione, voglia di fare, ma tutto dura troppo poco che io non mi sono nemmeno preparata al ritorno della noia. E la fine…la fine…diciamocelo qui si butta via l’assassino come cartaccia sporca. Non si fa! O almeno lo ha già fatto a suo tempo George Lucas con Darth Maul (il cattivissimo della secondo trilogia, quella che però è in ordine cronologica la prima, quello con la faccia rossa e nera e le corna e la spada laser doppia) e ha fatto una pessima scelta narrativa: non si brucia un cattivo senza motivo e senza pathos!

In questo libro ben scritto e ben narrato, non c’è traccia di vera investigazione, ma forse quel modo di fare snob e annoiato di certi personaggi del secolo scorso che elocubrava sulla cronaca della città. Ah, no, non c’è nemmeno quello.

C’è una equazione matematica che il lettore non può scoprire insieme all’investigatore.

Non c’è investigatore in effetti.

C’è Lombroso, che io spero non fosse così perché davvero non ha forza intellettuale, ma è solo un po’ troppo musone. Dai! Non si fa! Il padre della criminologia, colui che influenzò per anni la visione e il giudizio delle persone in base ai lobi frontali o meno, ridotto a uno scienziato comune, rivoluzionario ma non amato, anzi solo sbeffeggiato, una sorta di figurina panini insomma. Invece il suo apporto fu molto importante per tutti il novecento (per chi volesse saperne di più può guardare al link del “Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso“)

C’è la Birce, bel personaggio, quella strana, ma alla fine anche lei ricondotta alla normalità della vita, perché non fa che sia davvero strana.

Ci sono altri personaggi più o meno interessanti e fondamentali, ma soprattutto c’è alla fine lui, l’assassino, che compare di striscio come una comparsa e spiega appena possibile tutto al lettore, come se avesse fretta di non essere ricordato. Ecco, mio caro, non verrai ricordato perché attorno a te non c’è emozione, non c’è pathos, ma sei solo una comparsa in questo romanzo che parla ma non dice, racconta ma non prende (almeno me), che è a guardare altro e io non l’ho capito.

Come non ho capito che c’entri la ruga e il cretino…o forse il cretino sono io che non ho capito…

Voto: 5 e mezzo. 

Scheda:

anno di pubblicazione: 2015

finito di stampare il febbraio 2015 da Grafica Veneta s.p.a., Trebaseleghe (PD)

casa editrice Garzanti

progetto grafico: Elisa Zampaglione/ DUDOT design

immagine di copertina: © CORBIS

354 pagine

Postilla

Per chi volesse approfondire un po’ l’argomento esiste il libro di Lombroso “Ricerche sui fenomeni ipnotici e spiritici” Editore: et al. . Questo il link di amazon.

Questo invece un video di youtube in cui parlano di Lombroso e Palladino.

“Giustizia non vendetta” di Simon Wiesenthal

Ho pensato a lungo se scrivere o meno questa recensione e dove scriverla (se in questo blog di recensioni o nell’altro di ricostruzione storica), perché il “perché” mi è sempre stato chiaro sin dal momento in cui ho preso in prestito il libro in biblioteca.

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Il libro è tosto, come tutti i libri di storia che raccontano esperienze, biografie, ma in più è tosto perché il punto di vista del narratore non è quello distaccato di uno studioso, né del politico che vuole convincere qualcuno dalla sua parte: questo è il racconto di un uomo qualsiasi che si è trovato di fronte all’Orrore più grande che potesse immaginare, dal quale ne è uscito in modo inspiegabile (S.W. racconta più volte il suo stupore quando la morte lo ha sfiorato e comunque lasciato andare) e che ha trasformato la sua vita non solo perché non si ripetesse più, ma perché il mondo degli uomini avesse finalmente il suo ordine costituito. Il titolo non è di certo messo a caso, perché per quanto tutto sembri una “banale” susseguirsi di dossier, per quanto si cerchi il “pettegolezzo storico” che ci metta tutti in pace, per quanto uno possa cercare le pieghe del significato di “cacciatori di nazisti”, questo libro si basa tutto sulla giustizia e sul suo concetto.

Quando si pensa agli episodi dei campi di concentramento e di sterminio messi in atto dai nazisti viene naturale pensare (se siete persone normali che aborrite quello che è successo) che “devono essere sterminati tutti alla stessa maniera e bla bla bla”: la rabbia prende il sopravvento su tutto, sulla logica, sui millenni di società civile, sul diritto, sulla Legge/legge. E’ un istinto naturale, un modo per mettere dei paletti fra noi e loro, un senso di non appartenenza alla stessa razza umana. Ma non è così. Che ci piaccia o meno carnefici e vittime sono tutte appartenenti allo stesso piano umano, ma non allo stesso piano morale. Per ristabilire il senso di quello che è successo, per ridare dignità alle vittime e ai loro parenti, per ridare valore alla società che si è costituita dopo la seconda guerra mondiale, era doveroso avere una serie di processi che rimettessero in ordine le cose. Il processo di Norimberga è stato uno dei pezzi di questo intricato puzzle che ci ha permesso di uscire dalle ceneri del post fascismo e nazismo, ma non è stato l’unico, visto che molti nazisti sfuggirono alle maglie degli alleati.

Simon Wiesenthal con un muro evocativo del suo vero lavoro: cercare prove e testimonianze.

Simon Wiesenthal mette in atto una vera organizzazione, vaglia ogni dossier, controlla meticolosamente ogni singola foto parola sensazione; non gli bastano i “secondo me”, lui vuole le prove, perché con le prove non si scappa, con le prove si può inchiodare chi uccise, con crudeltà e disprezzo della Vita, non un singolo nemico in campo di battaglia, ma migliaia di uomini e donne rei di essere “diversi”. Questa sua meticolosa ricerca delle prove inconfutabili è prova di serietà e di precisione, le stesse doti con cui ha smontato false accuse per fini politici. E questa ricerca della giustizia (perché da lì non ci si schioda mai, nemmeno un momento) lo porta ad analizzare il fenomeno dell’antisemitismo: come sopravvive, malgrado tutti i tentativi di estirparlo, anche dopo il nazismo. Vede con paura come niente in realtà sia mutato e come anche dopo la guerra, in quei giovani che non l’hanno vissuta ci siano gli stessi sintomi dell’antisemitismo, come se fosse un cancro che non si può estirpare. Qualcuno potrebbe accusare l’autore di “essere di parte”, ma nemmeno questo è possibile: l’autore è fin troppo lucido quando tratta i rapporti con le altre popolazioni o etnie, con le altre vittime del nazismo e coi vari paesi coinvolti. Ovvio che S.W parla di ebrei! Ovvio che quello sia il suo punto di riferimento! Negarlo sarebbe assurdo.

Leggere questo libro non è stato un mero esercizio di studio storico, non è stato per me un modo per capire ancora meglio i fenomeni allucinanti dell’antisemitismo nella Storia, non è stato un “leggere un libro”; è stato un confrontarmi con il mio senso della giustizia, sul fatto di dover cedere a ogni rabbia e capire perché la vendetta non è mai la scelta preferibile (perché in un certo senso ci si abbassa al livello del carnefice), perché alla fine è fondamentale ricordarsi sempre che le persone pagano per i reati che hanno davvero commesso, quelli che personalmente hanno commesso e non perché appartengono a una etnia, religione, paese, ceto sociale. Questo libro ci ricorda che il diritto è il fondamento della società umana, anche nei momenti più bui, ma a volte viene manipolato per compiere gli orrori più grandi.

Sta a noi vigilare, come ai testimoni di raccontare (e S.W lo dice espressamente) come fonti umane, come sentinelle, con inesauribile forza di non lasciare mai arrivare l’oscurità vera nel mondo. S.W ha un senso laico della testimonianza, con quella visione sociale e storica che nasce da un certo ebraismo, ma che non ha nessuna visione mistica, profetica o mandata da Dio: egli è un uomo, un ebreo, che ha visto e subito sulla propria pelle il male e come uomo prima di tutto ed ebreo in seconda battuta (ma non scontata) sta a lui, e a quelli come lui, non abbassare mai la guardia.

Il libro per me è come un mandato che l’autore fa a ognuno di noi lettori: non dimenticate, ma non abbassate mai la guardia; siate chiari, lucidi, comprensivi, non fate mai di tutta l’erba un fascio, non confondete cose e persone e situazioni. Ed è per questo che secondo me andrebbe letto, ragionato e studiato nelle scuole, coi ragazzi delle superiori, per stimolarli a comprendere e a non ripetere.

Voto: eccellente. Non si può dare un voto numerico per libri del genere, perché sono quelli che ti segnano l’anima per davvero.

Scheda tecnica

Titolo originale: “Justice n’est pas vengeance”

traduzione dal tedesco di Carlo Mainoldi

anno di pubblicazione 1989

Arnoldo Mondadori Editore

finito di stampare nel marzo del 1990, presso Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Stabilimento Nuova Stampa di Mondadori Cles (TN)

sovracoperta di Studio Baroni

461 pagine

 

“I fantasmi di Rowan Oak” di William Faulkner

Questo libro mi è arrivato in dono quando partecipavo al giochino dei “Corpi Freddi” (è un po’ che non ci partecipo, sono successe cose, rotti equilibri, mi spiace. Sono tornata a leggere come prima e frequentare le persone senza frenesia. Il giochino mi manca lo ammetto…chissà…). Non ricordo nemmeno cosa mi avesse colpito quando l’ho messo in wl, ma qualcosa deve esserci pur stato, qualcosa che ora, a fine lettura, non trovo. Rimane il bello di aver ricevuto un regalo, un libro desiderato, e come tale verrà riposto nella libreria, al suo posto.

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Di cosa parla? Beh è una serie di racconti dell’orrore o del gotico, quei raccontini attorno al fuoco che servono più a farti immaginare cosa potrebbe succedere se…se non fosse il vento a muovere le foglie o le tende…se quello scricchiolio del legno non fosse il suo normale assestamento, ma i passi di qualcuno tornato dall’oltre tomba.

Nato come ricordo dei racconti che William Faulkner raccontava ai suoi nipoti quando cera il raduno di famiglia, è in realtà un progetto editoriale abortito, senza capo nè coda. Perché? Perché le cose non sono solo slegate fra loro (e ci sta quando si parla di raccolta di racconti), ma anche buttate un po’ a caso: in centrale una serie di foto di attori e film horror di inizio secolo; un racconto viene, in due momenti diversi del libro, ripetuto con prospettiva leggermente diversa, ma sostanza uguale; un racconto dovrebbe essere pauroso e invece è onirico e sconclusionato (mi ha ricordato molto il romanzo di Gaiman “L’oceano in fondo al sentiero”, mi chiedo se si sia ispirato a questo raccontino come succo del discorso) e che sinceramente ho capito poco. Si salvano i primi due racconti, quelli che maggiormente mi hanno dato l’illusione di avere in mano un vero gioiellino della paura: “Judith” e “Il lupo mannaro”. Di impostazione diversa, ma con lo stesso filo logico: condurre il lettore ad avvicinarsi al mostro, al paranormale con incoscienza e tremore, insieme ai protagonisti, mentre l’inevitabile diventa realizzabile e … la paura prende possesso. Letti di notte, da soli, con una piccola lucina sono davvero i compagni ideali per chi, come me, ricerca di essere spaventata, senza essere schifata; di ritrovare quella sensazione infantile di protezione nelle coperte e di chiudere gli occhi di corsa per non vedere arrivare il mostro. Questi due racconti mi hanno ingannata, perché se “Il segugio” può essere alla stessa altezza, il fatto di ripeterlo è stato noioso; mentre “L’albero dei desideri” mi ha lasciato indifferente.

Voto: 5 e mezzo. Voto insufficiente per la non coerenza editoriale e per aver sprecato un’opportunità.

Scheda

Titolo originale: “The Ghosts of Rowan Oak”

anno di pubblicazione: 1980

I singoli racconti poi sono stati pubblicati e ripubblicati più volte e in singoli libri, non li segnalo per pigrizia… 😀

Traduzione e introduzione a cura di Luca Scarlini

Casa editrice: Donzelli editore

finito di stampare il 16 giugno 2005, presso le Arti Grafiche del Liri s.r.l., Isola dei Liri (FR)

copertina: Lillian Gish in “Il vento” (1928) di Victor Sjostrom

pagine 127