“Giustizia non vendetta” di Simon Wiesenthal

Ho pensato a lungo se scrivere o meno questa recensione e dove scriverla (se in questo blog di recensioni o nell’altro di ricostruzione storica), perché il “perché” mi è sempre stato chiaro sin dal momento in cui ho preso in prestito il libro in biblioteca.

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Il libro è tosto, come tutti i libri di storia che raccontano esperienze, biografie, ma in più è tosto perché il punto di vista del narratore non è quello distaccato di uno studioso, né del politico che vuole convincere qualcuno dalla sua parte: questo è il racconto di un uomo qualsiasi che si è trovato di fronte all’Orrore più grande che potesse immaginare, dal quale ne è uscito in modo inspiegabile (S.W. racconta più volte il suo stupore quando la morte lo ha sfiorato e comunque lasciato andare) e che ha trasformato la sua vita non solo perché non si ripetesse più, ma perché il mondo degli uomini avesse finalmente il suo ordine costituito. Il titolo non è di certo messo a caso, perché per quanto tutto sembri una “banale” susseguirsi di dossier, per quanto si cerchi il “pettegolezzo storico” che ci metta tutti in pace, per quanto uno possa cercare le pieghe del significato di “cacciatori di nazisti”, questo libro si basa tutto sulla giustizia e sul suo concetto.

Quando si pensa agli episodi dei campi di concentramento e di sterminio messi in atto dai nazisti viene naturale pensare (se siete persone normali che aborrite quello che è successo) che “devono essere sterminati tutti alla stessa maniera e bla bla bla”: la rabbia prende il sopravvento su tutto, sulla logica, sui millenni di società civile, sul diritto, sulla Legge/legge. E’ un istinto naturale, un modo per mettere dei paletti fra noi e loro, un senso di non appartenenza alla stessa razza umana. Ma non è così. Che ci piaccia o meno carnefici e vittime sono tutte appartenenti allo stesso piano umano, ma non allo stesso piano morale. Per ristabilire il senso di quello che è successo, per ridare dignità alle vittime e ai loro parenti, per ridare valore alla società che si è costituita dopo la seconda guerra mondiale, era doveroso avere una serie di processi che rimettessero in ordine le cose. Il processo di Norimberga è stato uno dei pezzi di questo intricato puzzle che ci ha permesso di uscire dalle ceneri del post fascismo e nazismo, ma non è stato l’unico, visto che molti nazisti sfuggirono alle maglie degli alleati.

Simon Wiesenthal con un muro evocativo del suo vero lavoro: cercare prove e testimonianze.

Simon Wiesenthal mette in atto una vera organizzazione, vaglia ogni dossier, controlla meticolosamente ogni singola foto parola sensazione; non gli bastano i “secondo me”, lui vuole le prove, perché con le prove non si scappa, con le prove si può inchiodare chi uccise, con crudeltà e disprezzo della Vita, non un singolo nemico in campo di battaglia, ma migliaia di uomini e donne rei di essere “diversi”. Questa sua meticolosa ricerca delle prove inconfutabili è prova di serietà e di precisione, le stesse doti con cui ha smontato false accuse per fini politici. E questa ricerca della giustizia (perché da lì non ci si schioda mai, nemmeno un momento) lo porta ad analizzare il fenomeno dell’antisemitismo: come sopravvive, malgrado tutti i tentativi di estirparlo, anche dopo il nazismo. Vede con paura come niente in realtà sia mutato e come anche dopo la guerra, in quei giovani che non l’hanno vissuta ci siano gli stessi sintomi dell’antisemitismo, come se fosse un cancro che non si può estirpare. Qualcuno potrebbe accusare l’autore di “essere di parte”, ma nemmeno questo è possibile: l’autore è fin troppo lucido quando tratta i rapporti con le altre popolazioni o etnie, con le altre vittime del nazismo e coi vari paesi coinvolti. Ovvio che S.W parla di ebrei! Ovvio che quello sia il suo punto di riferimento! Negarlo sarebbe assurdo.

Leggere questo libro non è stato un mero esercizio di studio storico, non è stato per me un modo per capire ancora meglio i fenomeni allucinanti dell’antisemitismo nella Storia, non è stato un “leggere un libro”; è stato un confrontarmi con il mio senso della giustizia, sul fatto di dover cedere a ogni rabbia e capire perché la vendetta non è mai la scelta preferibile (perché in un certo senso ci si abbassa al livello del carnefice), perché alla fine è fondamentale ricordarsi sempre che le persone pagano per i reati che hanno davvero commesso, quelli che personalmente hanno commesso e non perché appartengono a una etnia, religione, paese, ceto sociale. Questo libro ci ricorda che il diritto è il fondamento della società umana, anche nei momenti più bui, ma a volte viene manipolato per compiere gli orrori più grandi.

Sta a noi vigilare, come ai testimoni di raccontare (e S.W lo dice espressamente) come fonti umane, come sentinelle, con inesauribile forza di non lasciare mai arrivare l’oscurità vera nel mondo. S.W ha un senso laico della testimonianza, con quella visione sociale e storica che nasce da un certo ebraismo, ma che non ha nessuna visione mistica, profetica o mandata da Dio: egli è un uomo, un ebreo, che ha visto e subito sulla propria pelle il male e come uomo prima di tutto ed ebreo in seconda battuta (ma non scontata) sta a lui, e a quelli come lui, non abbassare mai la guardia.

Il libro per me è come un mandato che l’autore fa a ognuno di noi lettori: non dimenticate, ma non abbassate mai la guardia; siate chiari, lucidi, comprensivi, non fate mai di tutta l’erba un fascio, non confondete cose e persone e situazioni. Ed è per questo che secondo me andrebbe letto, ragionato e studiato nelle scuole, coi ragazzi delle superiori, per stimolarli a comprendere e a non ripetere.

Voto: eccellente. Non si può dare un voto numerico per libri del genere, perché sono quelli che ti segnano l’anima per davvero.

Scheda tecnica

Titolo originale: “Justice n’est pas vengeance”

traduzione dal tedesco di Carlo Mainoldi

anno di pubblicazione 1989

Arnoldo Mondadori Editore

finito di stampare nel marzo del 1990, presso Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Stabilimento Nuova Stampa di Mondadori Cles (TN)

sovracoperta di Studio Baroni

461 pagine

 

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