“Yoshe Kalb” di Israel J. Singer

Mi sono avvicinata a questo libro con un misto di sentimenti da lettore che raramente mi prendono tutti insieme: curiosità, istinto e avversione alla narrativa. La mia avversione alla narrativa mi è nota da sempre e forse qualcosa avete potuto vedere anche voi: non la capisco o forse non riesco a connettermi con una storica che spesso non è altro che un episodio della vicenda e non è detto che abbia capo e coda. In narrativa le cose succedono, punto. In un giallo le cose succedono perché; nel fantasy invece per fare qualcosa; e così via: la narrativa di genere ha un fine (per me ovviamente), mentre quella semplice no. Cosa mi ha convinto a prendere questo libro allora? Il mio interesse per la cultura ebraica. Non c’entra niente la politica, la religione o i vari conflitti nel mondo; il mio interesse per la cultura ebraica viene da quello per la Storia, per la cultura in generale e in particolare per le multiformi intersezioni fra i popoli in Europa: più studio e meno sono convinta che siamo un unicum monolitico per dna, religione, cibo, cultura, interessi, ma siamo il continuo prodotto di cose e persone che non sempre si intersecano. Cammino in punta di piedi a cercare di capire una cultura che ritengo vicina alla mia, ma profondamente distante; ci giro attorno senza avere la pretesa di aver capito qualcosa; mi siedo ad ascoltare per capire meglio e vedere cosa capisco di quello che mi attornia.

http://www.newtoncompton.com/autore/israel-joshua-singer
http://www.newtoncompton.com/autore/israel-joshua-singer

Torniamo al libro. Prima di tutto mi ha colpito la copertina: dalla Newton Compton subisco il fascino infantile delle copertine tipo caricatura, molto colorate, esagerate. La scelta può non piacere a tutti, ma sinceramente in un mondo editoriale che snobba la diversità e il lavoro degli illustratori per preferire quello delle immagini patinate tutte uguali, questa scelta risulta un unicum e come tale va segnalato positivamente.
La storia gira attorno al giovane Nahum sposo giovane della figlia del rabbino Melech: questo ragazzo sradicato dalla sua comunità religiosa e dalla sua famiglia entra in un’altra comunità, coi suoi riti e particolarità, incapace di adattarsi fino in fondo fino alla fuga. Potrebbe sembrare il banale racconto di un ragazzino viziato di fronte alla fatica del mondo e del matrimonio e invece è la storia di un ragazzo ebreo, amante della parola, innamorato della Legge, che fatica a fare i conti con le passioni e la sua umanità, fino a quando cadendo nel peccato, sfruttando l’occasione si lascia alle spalle tutte le speranze e tutti i doveri che altri gli hanno imposto. Questa fuga non è altro che un altro passo nell’impossibilità di essere lasciato in pace con se stessi, nel dover stare alle aspettative altrui, nel doversi piegare alle decisioni di altri.

Nahum non è sposo, non è amante, non è figlio, non è genero, perché egli stesso in se stesso non riesce a riconoscersi in nessuna di queste categorie e quindi non prova emozioni vere. Quando “rinasce” come lo stolto Yoshe Kalb non trova la pace che cerca, il senso di accoglienza che forse desidera: è il mendicante strano che niente vuole, ma che tutti vorrebbero usare. Quando poi ritorna nelle scarpe di Nahum, quando si pensa che possa aver ritrovato un suo spazio, nemmeno in quel momento la pace lo accoglie e ancora una volta subisce, in silenzio, ripensando alle parole della Legge.

Leggendo le varie recensioni del libro ritorna più e più volte il mito dell’ “ebreo errante“, di quella figura mitologica e sfuggende che passa da secolo in secolo mai in pace: un simbolo per una cultura che erra nel mondo dopo la diaspora per opera di Tito, che pur rimanendo inserita nei paesi in cui vive ha sempre la mente da un’altra parte. Non saprei dire se davvero l’autore abbia voluto fare riferimento a questo mito, ma di certo la chiusura della storia ricorda molto.

Quello che più ho apprezzato nella vicenda è la descrizione delle diverse comunità ebraiche che vivono nella Galizia austriaca. Per una volta gli ebrei non sono una rarità da vedere in quarta di scena, ma riempiono il palcoscenico con i loro riti, le loro ritualità (quelle del matrimonio sono sconvolgenti, ma emozionanti da leggere), con le loro superstizioni e peculiarità; soprattutto è interessare notare le differenze fra loro, gli asti e il loro modo di fare popolo anche nella diversità. Tutti i piccoli dettagli che l’autore regala in questo romanzo, con la naturalità che è propria di un mondo reale, sono una gioia per chi cerca la verosimiglianza, la storicità, la credibilità. Questo libro appare alla lettura vivo e vibrante, emozionante e intenso, complesso e conquistante. Sono stata veramente rapita da ogni immagine, da ogni parola, cercando di immaginarmi abiti e costumi, parole e suoni. La storia di Nahum ha conquistato il mio lato umano, mentre tutto il resto ha preso la mia curiosità.

Un libro che consiglio a chi voglia approcciarsi alla narrativa ebraica, lasciandosi conquistare dalle storie umane all’ombra della Legge.

voto: 8 di sorpresa anche, perché non mi aspettavo che mi prendesse tanto da spingermi a cercare gli altri libri di Singer.

Scheda

anno di pubblicazione 1931

finito di stampare nel gennaio 2015

titolo originale: Yoshe Kalb

traduzione di Clara Serretta e David Sacerdoti

casa editrice Newton & Compton

progetto grafico di Alessandra Sabatini

illustrazione di copertina:  © Mikel Casal

286 pagine

“Pacific Rim” di Guillermo Del Toro

Ieri sera, un venerdì sera come tanti altri, per una casualità del destino riesco a prendere in tempo l’orario di inizio film, di un film che mi interessa e me lo guardo.

http://www.mymovies.it/film/2013/pacificrim/

Lo aspettavo da tempo, ha tutto quello che mi interessa in un film distensivo (bhe…è il genere che preferisco guardare, visto che di seghe mentali e drammi ce ne sono già troppe nella vita vera): robottoni, effetti speciali, mostroni e…basta! Serve altro? Un tempo, nella vecchia compagnia, questo era il genere “demoni alieni che sparano” (che poi abbiamo visto incarnarsi in “Fantasmi su Marte”) dove c’era tutto il trash nerd per eccellenza, senza bisogno del cervello. Purtroppo per una serie di casi della vita quando uscì al cinema non riuscii ad andarci e devo dire che è un vero peccato perché questo è un film da grande schermo. E’ pieno di effetti speciali, di colori sovradosati, di chiari scuro imperanti: fotografia ed effetti sono le colonne della vicenda.

Perché puntare sugli aspetti tecnici? A mio parere perché la trama è ininfluente. Sappiamo che a un certo punto dei terribili dinosauri alieni enormi sbucano da non si sa dove e iniziano a massacrare gli umani; poi gli umani iniziano a costruire dei giganteschi robottoni (e non si sa come gli è venuta questa idea) e poi si picchiano. Punto. Questo è il succo della trama. Ok, ci sarebbe anche una mini storia d’amore; c’è il rapporto padre-figlio da sviscerare; c’è la simbiosi dei due piloti dei robottoni; la capacità di tenere a bada i ricordi; e poi il mercato nero degli organi di kaiju e la carne da macello umana. Tutte queste cose sono più o meno accidentali, ma soprattutto ignorate nell’approfondimento e in fin dei conti va benissimo così: questo non è un film impegnato, questo è un film svacco!

Regia: 6 e mezzo. Difficile non far girare bene un film del genere, ma qualcuno poteva anche farlo, non Del Toro. Quello che ha in mano lo sa mischiare bene e lo fa scorrere come si deve. Un compitino ben fatto tocca dirlo, senza però troppo impegno.

Sceneggiatura: 6 e mezzo. Voto basso perché le potenzialità per raccontare una vera storia del futuro c’erano, ma la scelta è stata quella di condensare tutto in un episodio e non in una serie televisiva. Comprensibile, ma lascia un po’ con l’amaro in bocca, perché troppe cose sono scontate e troppe lasciate correre.

Scenografia e costumi: 8 Rendere la Terra in un futuro prossimo lontano è sempre un rischio: rischio di esagerare, di rendere tutto poco credibile, troppo innaturale. Invece qui va tutto liscio. Ovvio è un mondo un po’ diverso da quello che noi conosciamo, ma poi non più di tanto, è solo un po’ meno incasinato anche se c’è la paura.

Fotografia: 8 e mezzo Buona parte di questo film si basa su questa caratteristica. Il voto non è eccelso solo per il fatto che guardarlo su un televisore di 20 pollici è debilitante per lo spirito nerd e quindi tanti dettagli sono spariti, si sono minimizzati, cancellati. Il voto è falsato, sento che poteva essere più alto.

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Effetti speciali: 10 Qui il voto è altissimo perché, porcaciccia!, c’è tutto quello che ci deve essere, come ci deve essere, quando ci deve essere. Punto. Robottoni: fichissimi! Kaiju: splendidi e la mano di Del Toro si vede tutta (e io la adoro. Da “Il labirinto del Fauno” a “Hellboy” a questo ci sono tutti i suoi classici mostri, le sue maschere dell’orrore umano. Come non si può adorarlo?). Dovete vederlo per capire l’emozione che si può provare quando si caricano i pugni dei nostri eroi di latta da scaricarsi come mitra contro i dinosauri alieni!

Voto: 7 Un voto di media non matematica alla fine, per mediare la scarsità della sceneggiatura in paragone con gli effetti. Un film da riguardare solo per cogliere meglio alcune sfumature.