“Tabula rasa” di Danila Comastri Montanari

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Libro e tazze di Natale.

Ritorno a leggere questa serie di gialli ambientati nell’antica Roma dopo tanti anni, non perché la scrittrice abbia dedicato meno tempo al suo Publio Aurelio Stazio, ma perché io sono stata distratta da altri libri e dalla lettura in generale. Ritornare a questa serie è stato un vero piacere.

Chi mi legge da un po’ saprà che non amo i romanzi storici e soprattutto non mi è più possibile leggere, senza correggere, romanzi ambientati nell’Antica Roma o nel medioevo (specificatamente nel XIII secolo) da quando, seriamente, mi occupo di ricostruzione storica. Leggere certi marchiani errori oppure una troppo moderna mentalità mi fa lo stesso effetto del gesso che raschia sulla lavagna: mi stridono denti e mi vien freddo. In più quando alla decima pagina sono lì che ho trovato già troppi errori mi passa veramente la voglia. Invece in questa serie non ci sono marchiani errori, perché la scrittrice è veramente un’appassionata di storia romana (non è raro vederla ritratta a fianco di rievocatori storici o addirittura negli accampamenti, come non è raro vedere che condivide notizie di Storia), in più la sua “leggerezza” nel citare altre opere denota un’attenzione alla scrittura che pochi hanno.

Ritrovare personaggi amati che hanno un passato, ma che questo è un meraviglioso intermezzo di crescita che non distrae dall’investigazione, è stata davvero una boccata d’aria. Questo perché il giallo di questa serie ricorda un po’ l’impostazione classica di genere, dove c’è un cadavere e un’investigazione e tanti personaggi che girano attorno, ma non vi sono ris, scientifica, splatter o cose extra. Certo la Comastri butta nei suoi testi ogni cosa possibile, ma la rende sempre credibile nel tempo e nello spazio. Ho detto che non ci sono ris o scientifica, eppure qui abbiamo Ftia, egiziana, lavatrice di cadaveri, che nella vicenda si occupa di fare l’indagine sul corpo di una giovane fanciulla ritrovata nel terreno dove il nostro senatore si sta facendo costruire una villa fuori Alessandria. Oppure c’è l’ebreo Efraim Ben Baruk che sostituisce il famoso segretario Castore come spalla di investigazione. Tanto per dire. E se qualcosa non sempre sarà apparsa forse corretta o forse un po’ troppo moderna, alla fine sono piccoli sassolini d’inciampo in una storia che fila liscia come l’olio e giunge a risoluzione “come sempre”.

Quel “come sempre” non deve suonare come una noiosa certezza, ma come un porto sicuro in cui il giallo dovrebbe sempre arrivare. La conclusione in questo genere di libri solleva il lettore dal terrore che la cronaca nera vera lascia: non dare o avere giustizia e non assicurare ad essa il colpevole. Il senatore Stazio si adopera per divertimento e forse anche per senso del dovere a risolvere questi casi che gli capitano fra le mani, come vorremmo che lo facessero tutti i magistrati di qualsiasi epoca. Non esiste il delitto perfetto, anche quando la matassa dell’intrigo si aggancia agli affari politici come in questo caso, dove i Parti sono l’altro osso duro da poter gestire e portare a casa, visto che l’imperatore ripone grandi speranze nelle capacità mediatrici del suo amico.

Ecco cosa significa leggere un giallo della Comastri: intrighi, citazioni di altri testi (a volte non è così facile trovarli, ma a volte è palese e da sempre soddisfazione), Storia, una massa di personaggi che girano attorno a uno solo e una scrittura sempre puntuale, pungente e precisa, mai noiosa. Alcune recensioni hanno sottolineato come in questo romanzo ci siano un po’ troppi elenchi di cose e sensazioni e in un certo senso ne hanno ragione, ma alla fine nessuno mantiene sempre lo stesso modo di scrivere in tutti i libri: in questo gli elenchi ci stavano, forse in certi momenti alcuni sono troppo, ma non stufano mai veramente. La Comastri ha perso lo smalto? Non credo proprio, ma non tutte le ciambelle riescono con lo stesso buco delle altre. Questo libro è sotto tono rispetto agli altri? Probabile, in confronto ai primi si è persa la spinta o l’idea o forse solo è difficile tenere lo stesso tenore per così tanti libri non rischiando la ripetizione. Lo consiglierei? Certo, anche perché in questo Castore vien ripagato ben bene di tutte le sue balle e racconti ed è uno spasso veder tirar qualche fila attorno al liberto (devo rivedere quando è successa la  manomissione che non la ricordavo) alessandrino.

Voto: 6 1/2

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 2011

casa editrice Mondadori, Omnibus

finito di stampare ottobre 2011 presso Mondadori Printing S.p.A, stabilimento Nuova Stampa Mondadori-Cles (TN)

copertina: Beppe del Greco

art director: Giacomo Callo

graphic designer: Beppe del Greco

pagine 315

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