“Imprimatur” di Monaldi & Sorti

Premessa: ho trovato questo libro noioso e inutile. Se invece a voi è piaciuto, fatemi il piacere di non voler polemizzare, anzi se dovete polemizzare non leggete questo posto; se invece volete un confronto liberissimi, ma tanto il libro non mi è piaciuto per nulla e non mi farete cambiare idea.

Seconda premessa: non leggo volentieri romanzi storici. Li evito quasi come il vicino di casa con i bubboni sotto le ascelle, mentre alleva topi. Mi rettifico, alcuni li leggo, tipo i gialli della Comastri Montanari, ma sono rari perché lei ha la capacità di far capire al lettore che sa di quello che sta raccontando (oltre allo svolgersi della vicenda che ha inventato), ma senza lo spiegone.

Cosa è lo spiegone. Lo spiegone è quello che di solito fa il cattivo verso la fine del film quando ha catturato il nostro eroe: gli spiega tutto il suo agire e cosa farà dopo. Di solito è di una noia mortale, perchè se sei stato attento al film hai già capito quasi tutto; se il film era incentrato sul cattivo sai già tutto perché lo hai visto; se non hai capito o il film era inguardabile o tu stavi facendo dell’altro e forse non hai avuto tutti i torti.

In un libro lo spiegone è non solo quello (no, Miss Marple e Poirot non fanno gli spiegoni, ma rivelano l’assassino. Sottigliezza? Io non credo), ma è anche quel modo di scrivere didascalico che elenca ogni cosa, ogni situazione, rendendo non solo le descrizioni una cosa da sito turistico, ma i dialoghi assolutamente innaturali e stonati, come se tutti parlassero come se fossero a una lezione o fossero dei libri aperti. Di solito questo modo di scrivere i romanzi storici io li ho trovati in coloro che non hanno il dono della narrativa o in coloro che vogliono far vedere quanto sono bravi o hanno studiato. Ritengo che i nostri autori siano di questa ultima specie. A questo punto non so se a fine lettura avessi dovuto dare un voto…

Ho voluto leggere questo libro dopo un articolo de “La lettura” (che leggerlo fa tanto blogger di libri, uno di quelli che fa le cose giuste; peccato che a volte salti gli articoli perché sono scritti in modo non comunicativo, ovvero si parlano addosso. Ma tant’è, una cosa del genere senza dover comprare anche dei quotidiani che non mi interessano non ce ne sono molti in giro) e soprattutto dopo aver letto nello stesso che questo libro era stato osteggiato da tutti e non si poteva trovare e non si voleva che si pubblicasse. Ok, ha vinto il mio masochismo e mi ha detto “vediamo se è un altro ‘Codice da Vinci'”, sotto inteso chissà quali fandonie spacciate per verità andrà a dire. A dir la verità non ricordo di aver mai sentito questa polemica, nè tanto meno che il Vaticano venisse tirato in balla e il fatto che non rispondesse venisse manipolato come censura. Insomma, non ricordo nulla di questo “caso Imprimatur”. E credo, dopo averlo letto, che non ci sia mai stato davvero, ma che sia stato un modo degli editori che ne avevano i diritti per pompare la vicenda e vendere un libro che molto probabilmente non aveva venduto all’inizio perché…noioso!!! Totalmente noioso!

ATTENZIONE!! Quanto leggerete dopo contiene eventuali spoiler!

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Spacciato per saggio (perché si parla di questo fantomatico documento che solo loro avevano ritrovato), ma scritto come un romanzo, inframmentato con nozioni di Storia del seicento, soprattutto dell’assedio di Vienna (anche se tratto marginalmente, in realtà interessava più la Francia e il suo re e anche il duca d’Orange), con lunghe spiegazioni tecniche di cose, fatti e persone. Più leggevo e più mi appariva tutto un po’…fasullo. Oh, non voglio dire che non esista un carteggio che racconti un tentato omicidio del papa per motivi che esulano dalla religione, ma quella serie di personaggi, anche un po’ monolitici nel loro essere, chiusi in una locanda e una sequenza di eventi e rapporti paiono tutti molto forzati, poco realistici, poco verosimili per un fatto storico. Al di là del parlare, dello scrivere del narratore e di tante altre situazioni. A mio parere un documento è stato trovato, magari una lettera e da lì gli autori hanno ricamato su la vicenda (che è il compito del romanziere, non dello storico). Tutto legittimo, per carità, ma si chiama pubblicità e non saggistica spacciata per narrativa.

In più stiamo a cercare il motivo dello scandalo e sinceramente per chi come me ha a che fare con la Storia non ne ho trovato mezzo. Un papa che intrallazza con altri principi dell’Europa per ottenere favori o altro? Normale, era alla fine un capo temporale oltre che spirituale e “mors tua vita mea”. Un papa che toglie gli usurai per dar spazio ai maneggioni di famiglia? Altra cosa non certo spirituale, ma niente che non sia accaduto. Insomma, per chi sa leggere la Storia, anche solo in riviste per non tecnici  come “Storica” del National Geographic, trova assolutamente banali tutti questi ‘scandali’; certo che se voi credete a tutta la fuffa alla Voyager (che parla parla, confonde le acque e poi non dice nulla. Fidatevi, una volta provate ad ascoltarlo ad occhi chiusi, come si fa quando c’è la radio. Vi accorgerete che a volte non finiscono manco le frasi.) allora anche la più piccola fonte per voi potrebbe essere sconvolgente. Possiamo parlare della cura della peste? In quel periodo ce ne sono state tante di ipotesi e di cure, comprese quelle abbastanza riuscite anche di Nostradamus. Insomma niente di nuovo sotto al sole.

Questo libro è noioso, scritto in modo didascalico e didattico, con personaggi per niente emozionanti o che ti permettano di andare in empatia, con una storia che dice poco e tanto scalpore per nulla. Auguro ai due scrittori di poter godersi il proprio successo e scrivere altri libri se hanno pubblico, ma con questo non hanno per niente preso me. Pazienza. Berrò alla vostra.

Voto: 2 Voto senza possibilità di rimediare. Per fortuna che lo avevo preso in biblioteca.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 2002

casa editrice: Baldini&Castoldi

finito di stampare  agosto 2015, da Grafica Veneta S.p.A.- Trebaseleghe

copertina: “Nicolás Omazur” di Bartolomé Esteban Murillo, dettaglio. Museo National del Prado © Photo MNP/Scala, Firenze

art director: Mara Scanavino

graphic designer: Alberto Lameri

pagine 670

“La fata carabina” di Daniel Pennac

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scene di vita quotidiana di casa mia. ^_^

Ho iniziato l’anno scorso a leggermi con calma questa saga famigliare un po’ particolare con la stessa incoscienza con cui mi approccio con libri lontani dalla mia confort zone letteraria.

Ci ritroviamo nella stramba famiglia Malaussène e i suoi componenti vari e strampalati, ma abbiamo anche a che fare con un omicidio e un omicidio terribile e ingiustificato. Difatti questa volta Pennac fa giocare i suoi protagonisti in un contesto ben diverso dalla prima avventura. E questo omicidio fa da sfondo, da supporto, da genere e allora mi scopro a leggere qualcosa di ben diverso da quello che mi aspettavo: sto leggendo un giallo. Sì, la mia sorpresa è stata grande, ma devo dire che mi sono adeguata piacevolmente e subito, rendendomi conto (forse con un po’ di arroganza, visto che sono solo al secondo volume della saga) che Pennac si diverte a giocare coi generi e gioca come un burattinaio coi suoi burattini, spostandoli da un palcoscenico all’altro. Se “Il paradiso degli orchi” era racconto di narrativa, per quanto surreale, se abbiamo visto nascere nella nostra mente l’idea di farsi pagare legalmente come “capro espiatorio” (dai lo abbiamo pensato e sperato tutti, almeno in quei momenti in cui non gira nulla e almeno vorresti trovare un senso alle cose, o almeno un guadagno) e abbiamo visto che il concetto di famiglia è più ampio di quanto si voglia credere (soprattutto quando hai una madre troppo fertile e “svagata”). Insomma abbiamo sorriso coi Malaussène, parteggiato per Benjamin e chiesto come sia possibile vivere così.

Ora li troviamo a dover indagare loro malgrado, perché in realtà l’indagine li sfiora, li costringe, li prende di spalle, li mette spalle al muro, mentre un nuovo piccolo nasce e la mamma di tutti si addormenta beata lasciando il casino ai figli più grandi. Insomma se una vecchietta uccide un poliziotto, se i Malaussène fanno da balia a degli anziani se no finirebbero nel giro della droga, se qualcuno cerca di far fuori tutte le vecchiette del quartiere, se la polizia gioca contro se stessa, chi sarà il capro espiatorio di tutti? Suppongo che abbiate già capito.

Racconto gradevole e piacevole, che strappa più di un sorriso e qualche risata, che mi ha fatto meglio entrare nelle dinamiche famigliare, lasciando fuori tutti i pregiudizi e le aspettative. La famiglia Malaussène è quella che è: unita, non vincolata, aperta, con regole tutte sue, con idiosincrasie tutte sue, senza giudizi e con un cane che cade catatonico mandando tutti in agitazione. E alla fine quando le cose sembrano incasinarsi, il giallo si dipana nel modo più classico e normale del mondo, con una facilità che ti dimentichi cosa stai leggendo e su chi.

Senza ombra di dubbio questo secondo libro mi è piaciuto di più, non solo perché conscia della scrittura di Pennac, ma anche e soprattutto dell’atmosfera che vuole trasmettere al lettore con un ritmo veloce, incalzante, ma che ti guida senza scosse.

Voto: 7

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 1987

titolo originale: Le Fée Carabine

traduttore: Yasmina Melaouah

casa editrice: Universale Economica Feltrinelli

finito di stampare giugno 2013

copertina: Jacques Tardi

art director: Cristiano Guerri

cover designer: Ufficio grafico Feltrinelli

pagine 237