Incontro letterario con Jeffrey Deaver

Parma è una città strana: sonnacchiosa, silenziosa (nel senso che se deve comunicare qualcosa di culturale tende a farlo il meno possibile o comunque lo sai dopo, il giorno dopo sulla Gazzetta, mai prima…mai per tempo…), snob, con manie da grandi città ma ancora l’aspetto della provinciale. Ci crediamo un sacco, ma purtroppo, al di là del cibo, al di fuori del nostro ducato ci si conosce solo per il calcio (e i fallimenti), i bond argentini e tanta cronaca nera. Un tempo eravamo anche un centro culturale con i nostri bar in centro che ospitavano gente del calibro di Guareschi, ma poi ci siamo persi per strada e ora in centro c’è la vasca (il nostro concetto di struscio) dove esibire i macchinoni o portare figli piccoli o cani vari per taglia a fare la sfilata.

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Jeffrey Deaver

Eppure sotto il cuore letterario cova ancora. Basta pensare al Regio (ah, non ci pensate troppo che poi salta fuori la politica invece di pensare al Festival Verdi…ah no, non pensate nemmeno a quello che poi salta fuori il governo…ma che palle!). Comunque sia, lunedì sera alla Casa della Musica c’era Jeffrey Deaver. Sì, lui. Punto. Ma che ci faceva a casa mia? Beh presentava, ed era l’ultima tappa del tour, il suo ultimo libro: Il bacio d’acciaio.

 

Arrivo in centro, dopo aver trovato un parcheggio comodo, più o meno all’ultimo minuto facendo affidamento che tutti, soprattutto in queste occasioni, si avvalgono dell’opzione dei “15 minuti accademici”, insomma del ritardo, del farsi aspettare, del far riempire la sala. Beh, questa ultima cosa non era poi tanto necessaria, perché ho trovato un posto per fortuna, mascherato da occupato da una giacca appoggiata. Mi guardo attorno aspettandomi un tipo di pubblico e invece…no, aspetta, ma chi mi aspettavo io? Non saprei dirlo, ma forse qualcosa che non fosse l’impressione della Parma bene un po’ fighetta. Forse mi aspettavo più un pubblico di giovani scrittori nerd o di casalinghe che non si perdono una puntata di “Quarto Grado” e invece ho “scoperto” che l’animo oscuro e che sfrucuglia nel torbido si maschera bene sotto giacca e cravatta e completo grigio gonna/pantalone. A fianco a me due signori giovani e ben distinti discutevano dell’ultimo libro appena letto, mentre io appoggiavo sulle ginocchia due vecchi libri dell’autore da farmi firmare. E quello è stato il primo punto che mi ha confermato che sono una blogger non professionista e atipica (che in questo caso non voleva essere un pregio).

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i RAB4

La serata inizia con l’apertura musicale dei RAB4 che non conoscevo e non comprendevo la motivazione. Non mi addentro nella critica musicale perché lo strafalcione è dietro l’angolo e non se lo meritano, visto che sono stati bravi e coinvolgenti, ma senza prendere la scena all’autore. In realtà l’arcano si svela poco dopo: uno dei musicisti è Seba Pezzani traduttore e amico di Deaver. Nel blog “Cinema scritto” ho trovato un’interessante intervista che voglio riproporvi a questo link in modo che anche voi abbiate a conoscerlo meglio. A posteriori avrei dovuto o voluto fare un po’ di domande anche a lui, chiedergli l’autografo (uno dei libri che avevo lo aveva tradotto e me lo aveva anche segnalato, ma io non ho immagazzinato il dato…scema…e non professionale…) e fargli i complimenti per la musica (magari vedere anche dove comprare un cd). Comunque sia, seguiteli che val la pena se cercato un certo tipo di musica ben fatta e dosata.

 

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Torniamo al nostro autore. Deaver è pacato, essenziale, sornione, preciso come i suoi libri dove le sue parole sono sempre calibrate e messe al posto giusto per farti tornare indietro al primo colpo di scena per dire “ma cavoli, era davvero qua davanti ai miei occhi!”. Ha un tono di voce di quelli che ascolteresti per ore con un sottotono basso e qualche nota incisiva più alta; conduce l’ascoltatore con maestria, senza mai strafare, buttando qua e là una battuta che lo renda più umano e più simile a noi; gioca metaforicamente a tennis con intervistatore (Luca Ponzi) e traduttore facendo trasparire una certa famigliarità; mantiene comunque il distacco con tutti o forse è una mia sensazione vedendolo così pacato. Più che raccontare il libro, racconta di sè come scrittore, come narratore e “padre” di determinati personaggi e si scopre un Deaver più “umano”: alla fine non sembra che sia la cronaca nera il suo vero interesse, ma fare sì che il lettore continui il processo di scrittura ritrovando i personaggi che ama e seguendo la vicenda. Otto mesi di ricerca con post it sulla lavagna e nel mezzo idee buttate nel cestino, fino ad arrivare al libro che voleva scrivere così come è uscito (non siamo riusciti a fargli dire se ce ne era uno di cui non era molto convinto, ma alla fine ci sta che difenda tutti i suoi libri). Veniamo a sapere che i diritti d’autore su alcuni sui libri sono stati dati in modo che diventino film o serie televisive. Insomma una chiacchierata informale, rilassata, interrotta da buona musica e poche domande dal pubblico. Alla fine si ferma a firmare gli autografi su tutti i libri, prestandosi alle foto, accennando sorrisi e stringendo le mani a tutti i suoi lettori (lo fa lui spontaneamente). Certo, direte, è il suo lavoro. Sì e no. Non

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tanta pazienza…

tutti gli scrittori capiscono che solo al fatto di avere lettori hanno la possibilità di godersi la vita; non tutti gli scrittori per carattere si prestano a queste cose che sono marketing; non tutti gli scrittori arrivati a un livello alto ricordano che dal basso son arrivati ed è un attimo che possano tornarci (a volte basta la recensione sbagliata di un critico o di un blogger a rovinare certe carriere). In Deaver non c’è nulla di affettato, ma tutto è posato, accettato e compreso, forse anche perché stare in mezzo alla gente gli permette di vederla e capirla (ha accennato a questa cosa, ma non ho compreso se lo intendesse in senso analitico oppure antropologico). Comunque sia me ne sono tornata a casa con due libri firmati (uno per me e uno per mia mamma) e una buona serata di cultura.

 

A conclusione di questa serata ho capito che se voglio andare a un incontro letterario mi devo preparare: non basta macchina fotografica e cellulare su instagram. Ok, voi direte “ma lo hai capito ora dopo tanto tempo che hai aperto il blog?”, ma diciamo che questa cosa è una di quelle che ho sempre schivato preferendo il libro allo scrittore (poi vi spiegherò un giorno sta cosa), la storia allo scrivere. Quando però succedono queste cose, di incontrare chi ci appassiona, beh ci devo andare preparata. Punto. Grazie Deaver anche di questo.

E buon ricerca dell’assassino a tutti!

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