“120, rue de la Gare” di Léo Malet

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recensione di anobii

Dicono che non si possa capire il noir se non hai letto Simenon e Malet. Simenon lo amo sin da bambina (lessi un suo libro per la prima volta alle elementari), Malet non lo conoscevo fino ad ora. Era il caso di rimediare e iniziare a leggere anche questa serie.

L’investigatore Nestor Bruma sembra uscito più che da un romanzo, da un fumetto per quel suo modo di fare incurante del pericolo e delle regole, pur essendo un investigatore privato. Lo troviamo che è la seconda guerra mondiale, in una Francia ancora sotto gli allarmi aerei, i campi di prigionia, i passaporti e i visti, gli ospedali che sembrano quasi un carcere e la polizia che cerca di far tornare la legalità come se si trattasse di normale amministrazione. Ci sono rapporti lavorativi da ristabilire e agganci utili da rinsaldare, senza pestare i piedi a nessuno, ma quando gli ammazzano sotto gli occhi un suo collaboratore e sotto un lampione staziona la sosia di una splendida attrice, a Nestor non par vero di dover rimettere in moto la sua vita. E anche quell’incontro strano, con uno smemorato, nei campi di prigionia, inizia ad avere un senso in tutta questa intricata serie di incontri e di messaggi spediti via posta.

La scrittura è agevole, anche un po’ troppo a volte e son dovuta tornare indietro per rileggere i passaggi appena letti. Non capisco come mai mi stia succedendo. Ho sicuramente cambiato “metodo” di lettura con annessa attenzione, ma a volte mi capita leggendo di perdere il senso di quello che sto leggendo, come se le parole fluissero troppo velocemente: e allora le lascio andare, immaginando quello che percepisco e vedendo quello che viene descritto. La scrittura di Malet non è descrittiva, anzi è essenziale e scarna, ma non per questo non riesce a rendere bene le situazioni e i rapporti, raccontando una Francia sotto tono, quasi in gabbia, senza mai parlare di politica o di storia: ci sono gli aerei, gli attestati, i documenti rilasciati, quella sensazione di pericolo sottostante, ma non è nominato alcun personaggio o evento che inquadri la storia nella Storia. E’ una Francia secca che cerca di rimettersi in piedi, senza dare sconti a nessuno, ma nemmeno senza cercare di far pagare in eterno qualcosa. Burma sembra uno che alle regole fatica a stare, ma sembra solo apparenza mentre cerca di rimettere in riga tutti i pezzi di uno strano puzzle che gli è capitato fra le mani. Ecco “capitato fra le mani” in questo romanzo è il concetto giusto: qui tutto un po’ capita, si innesca, si incastra e alla fine, come il classico insegna, si risolve facilmente come se fosse evidente a tutti. Io però mi son persa qualche dettaglio e alla fine non ho potuto far altro che vedere l’esito e assentire.

A questo punto mi chiedo cosa lo accomuni a Simenon e al suo Maigret e sinceramente non ho una risposta. Di certo c’è un certo stile “alla francese”: avete presente quanto guardate i film francesi? Hanno quel non so che di “colorato” e sofisticato anche quando sono commedie per tutti (non credo che abbiano dei cinepanettoni loro, almeno glielo auguro). Capisco che dire che i film francesi e anche i romanzi abbiano un quel non so che di “colorato” non è molto professionale, ma è una cosa che mi capita di associare odori, sapori e sensazioni ai colori per spiegare la sensazione di un qualcosa (o un gusto. Per esempio per me la vaniglia è blu. Punto. Come posso spiegarvelo in altro modo? Non si può!). Vorrei dire che Burma è la parte più sensuale e giovane di Maigret, oppure potrebbe essere la scanzonata spalla del commissario, ma alla fine loro sono due mondi che non si possono incontrare, non solo e non tanto per l’ambientazione cronologica, ma proprio per il concepire l’indagine. Se non fosse per la pipa… Maigret per me trova un suo erede in Adamsberg della Vargas con quel suo modo paterno di affrontare le persone, anche quando prende per la collottala il cattivo o l’interrogato reticente di turno; Burma invece è troppo carico per poter aver cura di chi ha di fronte con la pazienza serena del poliziotto, anzi lui un po’ li deride con il loro modo di fare ligio al dovere. Maigret è diventato famoso, Burma molto meno: come mai? Mi rimane un mistero per ora.

Voto: 6 e mezzo E’ stata una piacevole lettura e devo ammettere che mentre leggevo mi convincevo che un altro episodio non mi avrebbe attratto, ma a ripensarci, mentre scrivo (di botto come al solito, lasciando che il cervello vaghi, senza appunti) mi vien da pensare che una seconda opportunità si può concedere, cercando di capire alcune cose di questo personaggio e del suo autore.

Scheda tecnica

titolo originale:  “120, rue de la Gare”

traduttore: Federica Angelini

anno di pubblicazione: 1943

edizione: Fazi Editore

finito di stampare: febbraio 2006 presso Grafiche del Liri s.r.l.

edizione italiana a cura di  Luigi Bernardi

grafica di copertina di Maurizio Ceccato

in copertina disegno di © Jacques Tardi

pagine 203

prezzo: €8,50

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