“I diari bollenti di Mary Astor” di Edward Sorel

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link del sito Adelphi

Questo è uno strano libro che trascende un po’ le lusinghe del testo, per svelarsi in altra veste. “Cioè?” vi starete chiedendo e mo’ ve lo spiego.

Il libro potrebbe apparire come un torbido resoconto di questa Mary Astor fra festini e filmini e chissà cosa d’altro, un 50 sfumature di Hollywood in salsa bianco e nero quasi muto. E invece no! O meglio non sono così bollenti questi diari. O meglio noi non leggeremo mai quei bollenti diari in questo splendido libro edito Adelphi. Noi leggeremo quella che per me è parsa una vera dichiarazione d’amore di un uomo d’arte a una donna d’arte dove le due arti si intersecano, si toccano, ma son ben distinte.

Da una parte l’autore Edward Sorel, illustratore, caricaturista statunitenste dal tratto graffiante ma dolce nello stesso momento, capace di evocare con maestria il sentimento di glamour da divinità del cinema tipico degli anni d’oro di Hollywood. In questo link trovate il suo sito e secondo me ne vale la pena passare un po’ di tempo a guardare la sua capacità di cogliere i dettagli e i modi di fare di grandi personaggi conosciuti.

Dall’altra Mary Astor, attrice in auge dagli anni ’20 ai ’40 con alti bassi, vincendo anche un Oscar nel ’46 come attrice non protagonista per “La grande menzogna” a fianco di Bette Davis. Cosa che però la portò al grande pubblico fu la causa giudiziaria intentata in sede di divorzio dal marito per ottenere la custodia della figlia (e degli alimenti sostanziosi) accusandola di essere una madre dissoluta proprio dopo aver letto questi “bollenti diari” che avrebbero fatto crollare l’aurea di perbenismo che aleggiava sul mondo del cinema.

Cosa unisce due personaggi di epoche e vite diverse? Un vero e proprio innamoramento giovanile e non solo che guida il nostro Sorel verso Astor cercando di capire esattamente qualcosa di più su di lei. Così ripercorre nel libro non solo la sua vita famigliare e professionale, un po’ come un contro altare di quello turbolento dell’attrice iniziato con la relazione molto precoce con John Barrymore e finito con 4 mariti (se non ricordo male) e flirt a non finire; ma racconta come questa sua ricerca di dare dignità a una donna che, riuscendo a sfruttare a suo favore (per una volta, visto che di solito veniva sfruttata da chi doveva volerle bene) riesce a ribaltare la condanna di femme fatale in una donna vittima. Il caso giudiziario, lo svolgimento dello stesso visto nei giornali, l’alternarsi al banco dei testimoni di nomi e volti conosciuti è solo un pezzo marginale di questa narrazione biografica a due timbri. Sorel mai una volta mette in dubbio che la sua “amata”, il suo idolo adolescenziale, possa avere il difetto di incoerenza amorosa o di non essere una buona madre, ma è sempre vista come una bambina sfruttata dai genitori che la detestano (l’autore infila un paio di volte questa accusa senza mai davvero motivarla), dagli amanti di turno, dal marito scroccone. E non possiamo chiedere altro da un libro del genere.

Il suo bello è proprio questo uscire un po’ fuori dagli schemi, dal sensazionalismo pruriginoso, dalla ricerca di voler davvero mettere in piazza i panni sporchi altrui; è il racconto di uno spezzone di vita di una persona che ha toccato con una mano quello che allora era il sogno di tantissime ragazzine e anche meno ragazzine: il cinema. La Hollywood fra le due guerre mondiali è, e rimane, una sorta di Eden artistico, una fucina di idee e una macchina da soldi; dietro, nelle pieghe dei letti sfatti e delle feste all’alba, mostrava invece il suo lato più oscuro e violento. Quegli anni furono, per chi è appassionato di cronaca nera e scandalistica, un vero turbine di alti e bassi oscuri e paccaminosi dove i giornali sguazzavano fra una recensione e una stellina morta in situazioni oscure. I “diari bollenti” dovrebbero in un certo senso svelare questo passaggio di mano da un’amante all’altra, da un set all’altro e rivelare i voti che sembra che Mary desse a tutti i suoi di amanti, ma Sorel lascia intendere, mette veli sopra i peccati e accenna solo, tranne quando deve condannare o infierire sugli uomini (di solito) negativi.

A chi è consigliato? A chi ama gli anni d’oro di Hollywood, ma non a chi cerca del torbido. A chi volesse integrare altre biografie di altri personaggi famosi, come Gershwin, George S. Kaufman (una delle storie più importanti per la Astor, ma che non portò a nulla in realtà) o Ruth Chatterton tanto per dirne alcuni, ma senza pensare di scovarne chissà quali dettagli. E’ un bell’intervallo leggero sul panorama, un modo per conoscere anche un illustratore contemporaneo (che nel libro ci regala molte sue tavole in supporto) che non so quanto sia di ampia risonanza.

Voto: 6 e mezzo. Per quanto scorra come narrazione con la facilità di un libro ben scritto e per quanto lo stile sia gradevole e ben costruito, non è che, come al solito, il voto è appena sufficiente perché non era quello che mi aspettavo. Il voto è sopra la sufficienza, perché per quanto capisca l’intendimento con cui è stato scritto, non toglie e non aggiunge niente alle conoscenze che avevo del periodo e dell’ambiente. Molto probabilmente vince sulla trama la costruzione del prodotto dalla carta un po’ più spessa del solito, dalle tante e bellissime illustrazioni a una copertina strepitosa (finalmente!): un prodotto che graficamente è veramente una chicca che forse val la pena di possedere (però a un prezzo un filino più accessibile, anche se non è carissimo).

Piccola parentesi. La cura grafica è veramente sopra gli standard dei libri normali di qualsiasi genere. Sappiamo tutti che l’Adelphi cura i suoi libri, ha collane ben distinguibili e, tranne qualche piccolo svarione (tipo l’insulsa copertina de “Lo Hobbit” nuova edizione), ha veramente attenzione a ogni piccolo o grande particolare, regalando ai lettori un prodotto di qualità che si differenzia bene nel mercato editoria di largo consumo. Per nostra fortuna non dovremmo vedere faccioni tutti uguali ammiccare dalle copertine di libri sgargianti e dai titoli che dire scolastici è un complimento. Adelphi sa come fare il suo mestiere. Qui si è superato, lavorando su più piani, mantenendo un prezzo di fascia media con qualità alta. Perché allora non consigliarlo all’acquisto proprio per il buon rapporto qualità-prezzo? Perché a me personalmente a quel prezzo preferirei prendermi un libro sulle tavole di Sorel e basta, senza la storia della Astor. Credo che si tratti di “per chi o cosa sei disposta a spendere i tuoi miseri e sudatissimi soldi” e ognuno ha le sue preferenze. Comunque un plauso e un inchino alla casa editrice.

Scheda tecnica

titolo originale : “Mary Astor’s Purple Diary. The great american sex scandal of 1936”

anno di pubblicazione: 2016

traduttore: Matteo Codignola

casa editrice: Adelphi Edizione

stampato nell’ottobre del 2017 presso L.E.G.O. S.P.A stabilimento di Levis

Disegni di Edward Sorel

pagine 167

prezzo € 20,00

 

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“Abbiamo sempre vissuto nel castello” di Shirley Jackson

Il mio approccio con Shirley Jackson inizia con “L’incubo di Hill House” letto in collettiva con La libreria pericolante e sinceramente non mi aveva convinto più di tanto. Non ero partita prevenuta come mio solito quando qualcosa è tanto osannato, ma per quanto fosse godibile e piacevole (in ottica di un libro gotico ovviamente) fino a quasi la fine, il finale ha rovinato tutto non dicendo nulla, facendo cadere nel vuoto tutto e lasciando l’amaro in bocca. In un libro horror di qualsiasi sfumatura è il finale che, a mio sindacabile parere, da il valore della storia: gestirlo è complicato perché bisogna che in qualche modo si tirino le fila di tutti i discorsi in modo “coerente” sia scegliendo la via totalmente paranormale che quella più scientifica; lasciare andare i personaggi senza nessuan interazione come se niente fosse è quanto meno semplicistico. Mi direte che molti racconti trovano questo escamotage della fuga. Vero, ma molti trovano in essa la fuga che non permette di dimenticare, ma solo un allontanamento più o meno traumatico; mentre quando si fugge dicendo una sorta di “avevamo scherzato a farvi prendere così paura, potete vivere felici e contenti” no, quello non è un degno finale di una storia gotica con o senza fantasmi.

Malgrado questo preambolo ho voluto dare una seconda opportunità a questa osannata scrittrice, perché vabbè che sono bastian contrario, ma c’è un limite a tutto. Trovo questo libricino in biblioteca e rischio.

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https://www.adelphi.it/libro/9788845923661

Il libro scorre via che è una meraviglia con uno stile narrativo lineare e incisivo che incolla il lettore alle pagine e invoglia sempre a girarle per vedere come va a finire. Non mi dilungo troppo a fare relazioni stilistiche perché non ne ho le competenze, ma è raro trovare narrazioni così ben fatte (e ben tradotte) da avvinghiare il lettore, anche quello più ostile.

Arriviamo al punto: la trama o la vicenda o il nocciolo della situazione. Prima di tutto permettetemi di fermarmi sul genere che a mio avviso non è un classico horror o un gotico, ma è un romanzo di denuncia. Strano vero? O forse lo vedo solo io? In effetti sia sulla pagina Adelphi che su altri siti la denominazione è semplicemente “romanzo” o “letteratura nord americana”, quindi? Ci siamo fraintesi? Non proprio.

Il romanzo è uno strano romanzo di cronaca famigliare dove attorno alle vite di due ragazze gira non solo il tentativo di comprendere la tragedia che le ha toccate, ma soprattutto la vita di una piccola città di provincia con le sue paure. Qui secondo me arriva l’orrore. Capisco a questo punto come si riesca ad avvicinare l’autrice ad altri grandi nomi del genere, come King, proprio per aver scelto di documentare non tanto il male che viene da altrove (che sia un pianeta come gli Antichi o dall’aldilà come tanti), ma quello che si scatena dentro di noi, dentro alle persone “normali” che osservano, giudicano e condannano senza averne i mezzi. Questo è il libro del nostro orrore quotidiano. Ed è un pugno nello stomaco.

Ammetto di aver fatto fatica a leggere alcuni punti, anche se alla fine ho finito il romanzo in una giornata, perché quel senso di nausea e schifo (sì, si dice schifo, perché urto del vomito mi dicono che è troppo) mi salivano in bocca, alle orecchie ritrovando nella meschinità dei ragazzi che offendono la giovane “Merricat” e il silenzio connivente degli adulti quella stessa meschinità che affolla la nostra tv sempre pronta a sfogarsi contro il mostro di turno; torna nei pettegolezzi di cui molta gente si riempie la bocca, quasi sbavando dalla gioia nel vedere l’altro cadere o sperando che cada; nell’invidia frutto di non si sa quale paranoia mentale; in quel senso di “rivalsa” delle proprie miserie distruggendo chi abbiamo a fianco. E’ la gente normale che mi spaventa non solo nei libri. Non si può dire di non averne esperienza, anzi purtroppo coi social questo tipo di normalità ha preso il sopravvento, nel silenzio generale di quelli che macinano pane e rispetto anche standoci male.

Quella normalità che vorrebbe minimizzare le differenze; che vede la patologia in ogni atto non consono alla maggioranza; che cerca di ricondurre a sè tutto. Non che il rapporto fra le sorelle e la loro reazione ai loro drammi sia così consono, anzi ha del patologico, ma alla fine che danno fanno? Si sono rinchiuse nel loro “castello” di famiglia, vivendo del loro e pagando puntalmente con soldi correnti; non escono dai loro confini; non sono un degrado anche se la loro casa fa un po’ paura come se fosse quella della famiglia Addams; vorrebbero solo essere dimenticate. Forse è quella la loro colpa: vivere nella loro pace silenziosa lontana dalla società. E si sa che gli eremiti son sempre strani e mal visti…

Il cugino Charles che arriva come il peggior approfittatore parassita è il parente o l’amico o lo scroccone di turno che tutti noi abbiamo in qualche modo conosciuto direttamente o indirettamente, ma nel libro convoglia su di sè la figura malevola che deve portare al disastro e alla fine di un “piccolo mondo felice e fatato” dove le due sorelle si sono rifugiate. Ogni suo atto e ogni sua parola è melliflua e appiccicosa, ma la scrittrice é bravissima a far vedere come ognuno di noi, delle persone che abbiamo vicino, vogliamo vedere quel che ci fa comodo: Constance, buona a dei livelli divini, non vede mai il male negli altri, ma in modo molto puerile decide di non prendere mai una posizione; Merricat che, con la civiltà deve scontrarsi ogni tanto, vede la fine del suo mondo per mano della prevaricazione e la combatte con rabbia. Anche questo rapporto a 3, sbilanciato e violento, è sintomatico di come viviamo certi rapporti quotidiani, fra le incomprensioni frutto delle nostre paure o delle nostre capacità di leggere le persone in modo più o meno chiaro.

Constance è quella che sa, che ha capito, ma non vuole affrontare e si rinchiude nel suo mondo dorato costruito nella casa di famiglia dove la tragedia (lo sterminio della sua famiglia per avvelenamento) è scesa come un nero giustiziere o giocatore. Ha subito lei le angherie del mondo civile attraverso il legittimo processo penale per omicidio e, pur uscendone scagionata e innocente, la sua condanna non avrà ma fine. Il suo autoinfliggersi un ergastolo dorato dove tutto le ricorda il passato è qualcosa di comprensibile anche nelle sue derive patologiche. Anche perché lei sa cosa è accaduto e sapendolo, si fa custode della verità non curandosi degli effetti secondari.

Dall’altra parte la sorella Mary Catherine, piccola e coraggiosa, si rifugia nelle sue superstizioni magiche e nei suoi nascondigli per impedire al mondo esterno di rompere la bolla di sapone in cui sa di vivere. Anche lei però denota le sue devianze e problemi che il cugino Charles vorrebbe risolvere con pugno di ferro in guanto di velluto sottile, ma che non sono risolvibili se non affrontando la verità che come i giocattoli è sotterrata da qualche parte in giardino o in casa.

Le due sorelle sono complementari e, insieme allo zio un po’ tocco, offrono al lettore uno spaccato gradevole, simpatico, amicale e ogni loro atto fa parteggiare per loro. Mi ha ricordato per certi versi il film “Arsenico e vecchi merletti” di Capra soprattutto per quel tocco surreale in cui la normalità per una famiglia è l’orrore per la collettività, ma al contrario del film i temi toccati sono differenti: il film è una commedia nera su una famiglia un po’ strana, il libro è a mio parere uno spaccato di vita dove ci si chiede cosa sia la normalità e dove finisca il disagio.

Altra annotazione: il cognome delle ragazze. Da subito Blackwood mi è parso famigliare  e non ricordandomi il perché ho iniziato a pensare che la mia famigerata memoria da criceto morto avesse finalmente preso il sopravvento; è bastato, però, un giro su google per far scintillare la fiammella del dubbio: Algernon Blackwood (1869-1951) famoso scrittore britannico conosciuto per i suoi racconti legati al soprannaturale. Citazione? Omaggio? Caso? Non lo so.

A chi lo consiglio? Al di là degli appassionati di horror comune, quello che descrive il male in noi, lo consiglio a chi voglia affrontare da fuori la visione chiara e limpida del disagio che alberga nella cosidettà società civile. Lo sconsiglio a chi abbia subito e/o affrontato nella propria vita quel tipo di pochezza umana, perché è davvero descritto in modo chiaro e vivido.

Voto: 6 e mezzo. Non mi sbilancio a dare un voto alto, perché al di là che non sia quello che io cercavo (e non è colpa del libro) non mi ha convinto del tutto, alla fine è come se mancasse un quid. Il libro è una finestra su una famiglia, ma una finestra piccola che si apre e si chiude e lascia andare tante cose probabilmente ininfluenti per quello che interessasse raccontare l’autrice.

Scheda tecnica

Titolo originale: We have always lived in the castle

Traduzione di Monica Pareschi

Anno di pubblicazione: 1962

Editore: Adelphi Edizioni, serie Fabula

Stampato nel maggio 2009 presso Studio Due S.A.S, Milano. Printend in Italy

Copertina dipinto di John F. Francis “Fragole, panna e zucchero” (collezione privata)

Genere: horror

Pagine 182

Prezzo: €18,00

 

 

Viva le tessere a punti!

Luogo: il Libraccio.

Quando: stamattina.

Attori: io e il commesso.

Problematica: i soldi contati!

Esco per andare in libreria con l’unico motivo di comprare il volumone dedicato a Maigret edito dall’Adelphi, finché ci sono ancora i saldi. La “poraccitudine” e le ragnatele nel portafoglio mi avevano condotta a valutare bene l’acquisto con tanto di conti della serva e conteggio delle monetine (Dickens mi ha fatto un baffo! Altro che Oliver Twist!). Risicando tutto mi do un budget a cui non posso sforare manco di un euro. Pessimismo e fastidio…

Pianifico l’uscita: Simenon è sulla destra appena si entra. Arraffo il libro. Passaggio a vedere i libri in superofferta a 2-5 euro. Non guardare altro. Se non trovo nulla, si passa alla sezione fumetti. Sono raramente in sconto, ma non si sa mai. Devo essere scrupolosa e non sgarrare: ci sono troppe offerte in questo periodo, con la Garzanti che fa la sirena e l’Einaudi che scalda le ugole. A ogni angolo ci possono essere tentazioni, il Libraccio poi è pieno di tentazioni.

Parcheggio la bici. Entro in libreria. Afferro “Maigret vol.1”. Mi incammino verso le offerte. Inizio a tentennare, guardandomi attorno. Mi ricordo il piano e allungo il passo. Sbircio le offerte, trovo un King “La Torre Nera”. Lo soppeso. Potrei. Lo rimetto a posto, sapendo che molto probabilmente non lo ritroverò nei giorni prossimi, ma la vita del lettore è anche rischio sia a prendere che a lasciare. Salgo al primo piano e…stanno spostando le sezioni (di nuovo…che ansia!) o le rimettono a posto non so. Non posso fermarmi a valutare la cosa e devo puntare solo alla sezione fumetti. Arrivata, inizio a guardare (e lo ammetto anche a rimettere a posto), spulciando le mensole. Lascio i soldi del monopoli accanto a un sacco di libri che vorrei; li tocco sperando di lasciare il mio odore e di permettere così a un benefattore anonimo di potermeli regalare, anche se so che non esiste o sta giocando a carte col principe azzurro. L’istinto mi sollettica, un po’ come l’istinto del ragno, e continuo a cercare, anche andando alla sezione dei manga e inaspettatamente lo trovo: una monografia su Dino Battaglia! In sconto del 50%! Ma…sforo il budget! Pessimismo e fastidio.

Conti alla mano mi mancano fisicamente 0,50 cent. E allora mi cerco disperatamente attorno, perché nelle tasche avevo già vanamente cercato, per vedere se trovassi una faccia amica a cui chiedere il prestito di un simbolico caffè. Il nulla. Il nulla sarebbe stato più ben frequentato dai miei conoscenti, ecco. Ci provo lo stesso e vado in cassa.

“Ciao, scusa potresti farmi un conteggio e vedere se ci sono punti nella tessera perché non so se ho abbastanza soldi?”

“Certo. Hai punti e 3 euro di sconto.”

Festeggiamenti nel mio cervello che manco al Carnevale di Rio!

“Che faccio? Scaliamo i 3 euro?”

Non li vedi i coriandoli attorno e i fuochi d’artificio? Non basta il mio sorriso a far capire che unagioia mi ha sfiorata e sorriso?

“Certo.”

Conosco molta gente che non ha la tessera di nulla perché o se la dimentica o non vuole essere monitorato o diventare un’indagine di mercato, ma i lettori seri lo sanno che quel quadratino di plastica più o meno colorato o quel numerino che equivale a te stesa sul divano con tazza, plaid e libro, ti salveranno la vita in frangenti come questi, quando il dilemma è fra avere e non avere. E’ bello essermi regalata la possibilità di non scegliere.

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Incidental comisc” è la pagina con le illustraziondi Grant Snider

Dicembre 2017…orrore mio ti conosco.

Finalmente si torna a scrivere, visto che è arrivato il Nuovo (che è il soldoni il nuovo pc portatile che mi accompagnerà fino alla sua autodistruzione, come ho portato gli altri prima di lui). In questi mesi sono riuscita a fare un sacco di cose dal cellulare, ma mi mancavano il rumore, la comodità e la praticità della tastiera e uno schermo decente per non perdere le poche diottrie rimastemi. Ma bando alle ciance riprendiamo i lassi tempi di gestione di questo blog!

Questo post sarà una sorta di compendio delle letture di dicembre 2017 perché alla fine hanno avuto uno strano, ma non troppo, filo nero che le ha unite. Vi parlerò di:

  • la riduzione a fumetti di Dino Battaglia di alcuni racconti di Edgar Allan Poe, edito dalla Npe
  • il numero 1 della “Providence Tales” della casa editrice della Providence Press
  • il libro “Gli spettri della chiesa di Stoneground” di E.G.Swain, edito dall Providence Press.

Prima di tutto vorrei soffermarmi a parlarvi delle due case editrici italiane che stanno facendo un mirabile lavoro di divulgazione al grande pubblico di opere molto particolari e di pregio. Le case editrici indipendenti sono un piccolo miracolo italiano (non solo, ma ogni tanto limitiamoci al nostro orizzonte sotto casa), ma non sono la panacea di tutti i mali: ossia da un lato pubblicano delle vere perle sconosciute su cui le grandi case editrici non voglio rischiare (salvo poi prendersi i diritti quando il bacino del pubblico è talmente ampio da viaggiare e guadagnare sicuri) o riscoprono autori passati nel dimenticatoio; dall’altro lato creano però una sorta di dipendenza patologica nel lettore il quale leggerebbe anche la lista della spesa se la pubblicassero certe piccole case editrici. Vabbè ma questo è un discorso complesso che mi vede fare quella che rogna sempre e comunque, mentre non è così in realtà visto che adoro tutto ciò che esce dagli schemi senza poi entrarne per forza nella cultura di massa.

La Edizione NPE è una casa editrice che si occupa soprattutto di fumetti e soprattutto di riproposizione dei grandi maestri del disegno italiano ormai dimenticati dal grande pubblico. Vi metto il link alla pagina della loro presentazione in modo che leggiate le loro parole. Il suo punto di forza editoriale a mio parere, oltre alla scelta degli albi da pubblicare e dalla pervicace testardarggine di ottenere i diritti d’autore in modo da pubblicare interamente i lavori? La qualità degli album a un prezzo abbordabile. In più ha una pagina fb attivissima e con promozioni, sconti, premiazioni, gadget che fanno veramente venire l’acqua alla gola. Io sono la fiera vincitrice della loro tazza (anche se dopo aver portato bene a una mia amica, qualche loro fumetto lo vorrei vincere anche io. Sì, sono ingorda, mentre sorseggio tè nella mia tazza npe!). Se guardate nel loro catalogo potrete vedere la vastità dei generi che pubblicano, anche se legati al “solo fumetto” (a breve metterò un post sulla mia idiosincrasia a chiamare fumetti col nome di graphic novel).

La Providence Press invece si occupa di narrativa di genere e anche qui parliamo di riscoperta dei classici d’autore. L’ho scoperta da poco, grazie a una presentazione alla Misckatonic University (RE), ma lascio sempre alla pagina apposita per far capire chi sono. Il suo punto di forza? La fanzine! Certo non è l’unica casa editrice che ne fa (ne devo leggere una, quella della Hypnos per esempio, per capirne le differenze) e fa molto prima metà del secolo scorso, ma la qualità della rivista è veramente qualcosa di unico.

Ora passiamo alla veloce carrellata.

EDGAR ALLAN POE” di Dino Battaglia.

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Nel sito lo potete trovare qua.

 

Parliamo di due grandi nei loro campi: Poe non ha bisogno di spiegazioni, Battaglia non dovrebbe, ma non si sa mai. Lascio il link della pagina wikipedia di D.B. per lasciarvi il gusto di leggere l’elenco delle opere e delle collaborazioni in soli 60 anni di vita. Io ho fatto parte di quella generazione che ha avuto la fortunata ventura di poter leggere le sue opere senza averne la consapevolezza nella fase gloriosa de “Il Giornalino”. La rivista per bambini, delle edizioni Paoline, vide un momento di stranissima follia e grandezza pubblicando le opere dei più grandi disegnatori italiani (c’era Toppi tanto per dire), scegliendo opere ovviamente adatte al pubblico di riferimento. Se penso che c’era chi leggeva Topolino (che è meraviglioso, ma graficamente ben diverso) mentre io mi riempivo gli occhi di matite e chine eccelse, di testi classici, di movimenti e carrellate, di colori e bianchi e neri…sì, sono stata fortunata.

Nella bella introduzione dell’albo scritta da Gianni Brunoro, viene ricordata la maestria e l’attenzione di D.B nel costruire quasi artigianalmente ogni tavola, occupandosi anche del lettering. La scelta di riportare in immagini alcuni particolari racconti di Poe rientra nella sua scelta di disegnatore dal tratto spigoloso e graffiante. Brunoro sottolinea come leggere queste tavole sia un’esperienza sensoriale (tutti i fumetti dovrebbero esserli, ecco perchè la loro lettura è ben più complessa di quel che si crede) dove predominano le sensazioni più cupe.

I racconti scelti sono stati pubblicati quasi tutti su “Linus” fra il 1968 e il 1973 e uno solo su “Il Giornalino” nel 1981 e sono:

  1. Re Peste
  2. La caduta della casa degli Usher
  3. Lady Ligeia
  4. Hop-Frog
  5. La scommessa
  6. La maschera della Morte Rossa
  7. Il sistema del dott. Catrame e del proff. Piuma
  8. La straordinaria avventura di Hans Pfall

L’ultimo ho la vaga sensazione di ricordarmelo, mentre gli altri sono stati una vera scoperta. Il tratto è secco, curato, con un’attenzione quasi maniacale per l’illustrazione di certi ambienti o di certi elementi architettonici; il bianco e nero così definiti, ma nello stesso tempo sfumati da rendere eterei o nebbiosi certi momenti o situazioni sono vera poesia. Il realismo cede il passo all’esagerazione anatomica per meglio delineare certi personaggi in certi racconti, proprio per quella sensazione che diceva Brunoro. Per quanto i racconti siano brevi (e in certi casi anche più brevi dei racconti di Poe), prevedono una seconda o una terza rilettura, non tanto per scovare dettagli prima non colti, ma per rileggere seguendo più le immagini che le parole la narrazione vera e propria. I fumetti belli si leggono così: prima vuoi tutte le parole, poi devi tornare indietro per desiderare le matite.

voto: 9 (è finito troppo presto per meritarsi il 10! 😀 )

PROVIDENCE TALES

  1.  “Steve Costigan. La fossa dei serpenti” di R.E Howard (racconto)
  2. “Il settimo uomo” di A. Quiller-Couch (racconto)
  3. “L’orrore di Horton House” di W.J. Wintle (racconto)
  4. Dal Texas con furore (presentazione)
  5. “La casa al 252 di rue M. Le Prince” di R.A. Cram (racconto)
  6. H.P. Lovecraft: cacciatore di mostri? (articolo)
  7. “Il messaggero del re” di F.M. Crawford
  8. “Il veliero” di F. Brandoli
  9. Otto domande a F. Brandoli
  10. Master of Pulp Art: Earle K. Bergey
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link alla pagina. Il numero 1 andrà in ristampa e il numero 2 lo stiamo aspettando

Come potete vedere la rivista si avvale di una maggioranza di racconti e due articoli, più in fondo la presentazione stringata dei diversi autori. I racconti spaziano dal classico horror soprannaturale al weird. Interessante conoscere un altro personaggio del padre di Conan, Steve Costigan un pugile antieroe che riprende un po’ quell’immaginario molto maschile e muscolare degli anni ’20. Molto interessante. L’unico racconto che non mi ha convinto del tutto è stato quello dell’unico contemporaneo, Brandoli, perché mi è parso un po’ troppo dispersivo, con troppi elementi poco funzionali alla vicenda, e poco incisivo nel tirare le fila: una sorta di omaggio ai grandi racconti sovrannaturali di horror fatto da un bravo allievo.

Nel complesso è una buona rivista, ben strutturata e con un piano e/ditoriale chiaro: riconsegnare agli appassionati quelli che non è arrivato in Italia a suo tempo. Due soli appunti:

  • mi piacerebbe che ci fossero più saggi.
  • la carta può anche essere meno lussuosa (e lussureggiante).

Il primo punto è personale e non so se è più una mia ricerca che non può essere soddisfatta o una mia speranza che verrà ascoltata, anche perché è lo scontro di due desiderata. Il secondo è un punto strano, perché di solito ci lamentiamo della scarsa qualità materiale di un libro o di una rivista, mentre qui mi è parsa “un po’ troppo”: troppo spessa, troppo bella, forse troppo costosa (?). Lo so, è questione di lana caprina, oppure mi sono chiesta se il prezzo potesse essere ridotto per le mie tasche (Costa 9,90€ ed è stagionale, quindi non mensile), dovessi potessi implorare di ridurre qualcosa per o diminuire il prezzo o aumentare gli articoli. La copertina è spettacolare con un disegno di Melkor/ Shutterstock dedicata a Cthuluh e ha la grammatura giusta per non rovinarsi anche se ciancicata; l’impaginazione resiste a una lettura impegnativa; ma quelle pagine spesse… 😀 Okkei, la smetto, perché mi sento scema a lamentarmi per della roba che è fatta ben, ma stranamente mi infastidisce. Providence Press ne parliamo?

Voto: 7 e mezzo.

“GLI SPETTRI DELLA CHIESA DI STONEGROUND” di E.G.Swain

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Il libro fa parte della collana “The Silver Key” che potete trovare qua.

 

Adoro i racconti classici di fantasmi. Adoro i racconti di fantasmi. Chi mi conosce sa che ascolto volentieri qualsiasi cosa che parli di apparizioni, messaggi dall’aldilà, strani rumori e voci dall’oltre tomba. Quando ero ragazzina mi sono guardata tutti i possibili e immaginabili programmi, capendo dopo cinque minuti quanto fossero insulsi; mi sono guardata moltissime puntate dell “T.A.P.S.” perché almeno sembravano meno farlocche di altre alla “Voyager” (che chi mi conosce è per me il punto zero della divulgazione di qualsiasi tipo, sia scientifica che antropologica che paranormale). E di conseguenza mi sono letta tutti i racconti sui fantasmi che mi passassero sotto mano, evitando accuratamente quelli moderni troppo splatter. Per me il fantasma è quello che rimane attaccato a questo mondo con una scusa o con l’altra. Leggetevi “Giro di vite” di James e capirete il senso. Però trovare questo tipo di racconti che sia anche godibile da leggere col tempo è diventato sempre più difficile, visto che gira e rigira son sempre gli stessi racconti che girano.

E invece no! La Providence Press mi ha regalato quello che volevo: quei racconti dove i due mondi entrano in contatto, dove il razionale personaggio (in questo caso il protagonista e “investigatore” lo è) riesce razionalmente a capire cosa abbia irritato lo spettro o cosa voglia comunicare e in un modo o nell’altro riesce a mettere a posto le cose. Il libro è una serie di racconti impostati tutti più o meno sullo stesso schema e girano attorno al vicario Roland Butchel e ai suoi sfortunati concittadini (che se Cabot Cove è il luogo con il più alto tasso di mortalità, questo lo è per le quattro tacche di comunicazione con l’altro mondo): di solito un oggetto ritrovato o spostato permette il manifestarsi benevolo o malevolo di qualcuno che non riesce a rassegnarsi di essere morto. Il nostro vicario, appassionato di antiquariato, con la curiosità e la pacatezza che solo un uomo sicuro di sè può avere, alla fine riesce a rimettere tutto nella giusta misura. E la cosa buffa è che ai suoi compaesani alla fine tutto sembra normale così. Vaaaa bene!

Consiglio per la lettura: proprio perché lo schema è ripetitivo e per un non appassionato potrebbe trovarlo noioso, leggete un racconto al giorno o a distanza di più giorni in modo da godervelo come se fosse sempre un unicum. Questo metodo lo uso per ogni libro fatto di racconti, perché se no tendo a sovrapporli e a non godermeli (ecco perché di solito questo tipo di libro me lo porto avanti per me, intervvallandolo con altri testi).

Voto: 7 e mezzo

Tiriamo le somme!

Il 2017 si è chiuso alla grande con tre grandi progetti diversi, ma che alla fine erano legati da uno stesso filo conduttore. “Il settimo uomo” mi ha ricordato “La maschera rossa”; la casa maledetta è un classico per tutti; le apparizioni, l’inevitabile morte, la difficoltà a sfuggire al destino di distruzione; insomma il classico di genere al suo più alto livello, dimostrando ancora una volta che l’antico (e non gli Antichi per forza!) possono ancora giocarsela e vincere su tanti prodotti contemporanei.

Link utili per ricercare i testi di cui ho parlato nel post

http://www.providencepress.it/it/the-silver-key/

http://www.edizioninpe.it/product/edgar-allan-poe/

http://www.providencepress.it/it/providence-tales/