Pausa…grazie Borges

Questo è un post “per me” e che deve stare su questo blog perché è mio e perché deve ricordare a tutti che se non siamo in grado noi di esprimerci, magari altri hanno scritto le parole adatte e ci possono aiutare a rendere quello che proviamo, quel marasma unico che siamo. Borges è uno “che mi capisce” e ho trovato nelle sue parole quello che faccio una fatica bestia a esprimere. Grazie.

Torneremo presto a dire scemate. Non vi preoccupate.

 

AMICIZIA

Non posso darti soluzioni per tutti i problemi della vita,
Non ho risposte per i tuoi dubbi o timori,
però posso ascoltarli e dividerli con te.
Non posso cambiare né il tuo passato né il tuo futuro,
però quando serve starò vicino a te.
Non posso evitarti di precipitare, solamente posso offrirti la mia mano perché ti sostenga e non cada.
La tua allegria, il tuo successo e il tuo trionfo non sono i miei,
però gioisco sinceramente quando ti vedo felice.

Non giudico le decisioni che prendi nella vita,
mi limito ad appoggiarti, a stimolarti e aiutarti se me lo chiedi.
Non posso tracciare limiti dentro i quali devi muoverti,
però posso offrirti lo spazio necessario per crescere.
Non posso evitare la tua sofferenza, quando qualche pena ti tocca il cuore,
però posso piangere con te e raccogliere i pezzi per rimetterlo a nuovo.
Non posso dirti né cosa sei né cosa devi essere,
solamente posso volerti come sei ed essere tuo amico.
In questo giorno pensavo a qualcuno che mi fosse amico,
in quel momento sei apparso tu…
Non sei né sopra né sotto né in mezzo, non sei né in testa né alla fine della lista.
Non sei né il numero uno né il numero finale e tanto meno ho la pretesa
di essere io il primo, il secondo o il terzo della tua lista.
Basta che tu mi voglia come amico.
Poi ho capito che siamo veramente amici.
Ho fatto quello che farebbe qualsiasi amico:
ho pregato e ho ringraziato Dio per te.
Grazie per essermi amico.

Jorge Luis Borges

Annunci

Di lettori e lettori

21357_575078899209946_1122908613_n
Ho preso questa foto tempo fa. Credo che faccia parte di una pubblicità. Se trovate i riferimenti passatemeli. Grazie.

Ho letto il post “Ho incontrato il lettore nudo e crudo” di Marco Rossari e sono rimasta un po’ interdetta.

Al di là del concetto di “gruppo di lettura”, quello che non riesco a inquadrare è cosa voglia dire “essere un lettore”.
Per tutto il post ho avuto il sentore di una sorta di snobbismo accademico che vede chi legge come uno che deve cogliere “l’occhio della madre” di fantozziana memoria; che il proprio essere, le proprie esperienze, i propri sentimenti di fronte al testo scritto, sacro e inviolabile, debbano annullarsi e sparire; che se la “scheda del testo” non è abbastanza lunga da includere la citazione di x e y, non è valida. Poi alla fine pare un po’ andare tutto in secondo piano per porsi il dubbio che essere lettore sia anche quello più “ignorante”.
Mah…ve lo dico sinceramente.
Vi dico che per me un libro si legge indipendentemente dal proprio bagaglio culturale; dal fatto che hai frequentato le scuole alte (che ricordiamocelo sono sempre quelle al terzo piano); dal fatto che lo hai visto quel maledetto “occhio della madre” mentre Goku e Vegeta se le davano di santa ragione! Quello che voglio dire che molti libri possono avere più schemi di lettura e non è detto che uno sia meglio dell’altro.
Trovare il pelo nell’uovo, cogliendo la citazione, approvando il giudizio del critico amato e disprezzando quello meno seguito, andando dietro alla visione della corrente di moda è sicuramente un modo per leggere un classico. Amare o odiare visceralmente va bene lo stesso.

Ma chi è il lettore alla fine?

Io credo che il lettore sia colui o colei che entra empaticamente in relazione con una storia, sia che ne capisca il valore intriseco, sia che parteggi spudoratamente per uno o per l’altro. Non dovrebbero esserci compiti a casa o voti e non credo nemmeno che qualcuno si possa arrogare il diritto di dire che una visione sia più consona che un’altra: alla fine lo sappiamo davvero cosa voleva intendere un (che ne so?) Aristofane a caso? Perché alla fine dai grandi libri di massa (che vengono un po’ snobbati come secondari) al classico il passo è breve. Rifugiarsi nella didascalia che è stata data a un libro che ha più di duecento anni è una forma di coperta di Linus buona per tutti, ma rischiare di massacrare quello che tutti amano per il sol gusto di farlo è la coperta oscura di Linus e quindi cambia poco.

Quindi?

Boh, non è che io abbia un preciso punto di arrivo per questo mio post, ma solo un continuo e disconnesso monologo per cercare di capire quello che mi ronza per la testa, quindi rassegnatevi e se vi pare leggete e magari commentate, che così mi si snebbia il cervello.

10441299_10152069648452382_291417288058872004_n.jpgContinuando. Sono andata per la prima volta in un gruppo di lettura, di quelli che si incontrano fisicamente e si danno un libro fisso…insomma quelle cose serie in cui si discute a tema. Ovviamente io non avevo letto nulla e più che altro volevo capire se potessi trovarmi bene. Lasciando perdere i dettagli e le derive, il fatto che io parli troppo e dovrei star zitta e che si parla di Storia io dovrei indossare una maschera perché mi si leggono in faccia le cose, vabbè, una cosa mi ha stupito e fatto ragionare. Non ricordo per quale motivo avessi citato “Le città invisibili” di Calvino, ma se ne è parlato e una ragazza (che scopro mentre parla essere un’insegnante di superiori, non ricordo se liceo o tecnico, ma poco importa) racconta che in una classe hanno fatto un buon lavoro con degli architetti sul concetto di città. Son stata zitta, mentre cervello puntiglioso rognava. Ci ho pensato per tempo e alla fine la conclusione è stata: ma perché no? Ossia, per me il libro di Calvino parla di vita e di esperienze, in ogni città io ho rivissuto cose del mio passato, emozioni gioie e dolori, persone incontrate e persone lasciate, perfino il mio “lavoro” di rievocatrice storica: per me quel libro va letto da grandi, quando la Vita ti costringe ad affrontare tanti scogli e qualche discesa. Avrei dovuto dogmaticamente imporre quella visione? No. Punto. Il libro e la sua storia sono un mezzo per capire mille sfumature diverse, ma alla fine noi forse davvero non conosceremo il vero intento dell’autore (o forse sì, ma perdonatemi la vaghezza perché non conosco la parte saggistica riguardante Calvino), quel moto che lo ha spinto a scrivere una parola dietro l’altra, ma sappiamo quello che arriva a noi e secondo me questo è davvero importante. Se un libro parla, smuove, provoca, fa ragionare anche sul nostro presente secondo me è un libro che vale la pena di leggere.

Non esiste libro intoccabile (tolgo i testi teologici delle religioni per non incorrere in ire e fulmini vari), non esiste libro che abbia valore dogmatico valido per tutti, non esiste storia che non possa essere smontata aprioristicamente o personaggi da salvare e condannare senza altra possibilità. Esistono rapporti. Rapporti a tre, carnali, passionali, frigidi, fertili, intellettuali o giocosi fra scrittore, libro e lettore. In tantissimi testi, di qualsiasi genere, si possono cogliere sottointesi, citazioni e riferimenti, ma si vive bene anche senza notarli. Sviscerare la grammatica del testo mi fa tornare alle scuole superiori dove ho detestato i libri imposti e smembrati come cadaveri sul tavolo delle autopsie.

Quello che ho trovato interessante nel gruppo di lettura proposto da “Libri alla polvere” era l’eterogeneità del gruppo, con differenti interessi e percorsi professionali, con le timidezze e le impertinenze, ma soprattutto con un approccio molto diretto al testo. Perché alla fine il lettore nudo e crudo non è una bestia da zoo da analizzare col bisturi o da condurre al pascolo perché preferisce una chiave di lettura piuttosto che un’altra, ma è piuttosto quello che stanco di dover bere sempre dalla stessa fonte, decide di assaggiarne un’altra e la trova più dissentante.

Quale è il limite del proprio personalissimo giudizio di merito?

Sinceramente non lo so.

Nel mio gruppo di lettura “Letture Collettive Folli e Sgangherate” detestiamo Dickens, o meglio Tristezza Carletto (continuando a chiederci come abbia fatto a scrivere “Canto di Natale” che adoriamo tutte) e abbiamo letto libri che tutti osannano come dei capolavori (“Grandi Speranze” e “Il nostro comune amico”), ma per noi sono state delle vere mortificazioni. Ogni tanto mi chiedo come sia stato possibile e forse una risposta me la do col fatto che leggendo a puntate si notano certe ripetizioni o certe lentezze che in una normale lettura scivolano via. Per esempio. Non può essere tutto qua alla fine. Non siamo riuscite a cogliere dei dettagli? Abbiamo messo troppo noi stesse nel giudicare certi personaggi? Me la faccio la domanda, pur non volendo cambiare il mio giudizio negativo, senza trovare una vera risposta. Siamo state dei “lettori nudi e crudi” come nel post?

Mi sento di girare attorno come il criceto sulla ruota senza trovare una soluzione, perché forse non esiste e se un post mi ha scatenato più fastidi che certezze è forse perché alla fine sulla lettura si discute troppo, ci si dà troppi giudizi e soprattutto ci si prende troppo sul serio. Vorrei dire “ben venga Fabio Volo se porta a leggere le persone”, ma sincermente non ce la faccio, perché ammetto che forse son snob anche io, ma alla fine la lettura, come i film e la musica sono il sale della vita: di vite a volte troppo difficili e complicate da dover essere massacrate da schede libro obbligatorie; vite pesanti che vanno alleggerite anche piangendo (quante volte avete sentito dire “era bellissimo, ho pianto tanto!”); vite cervellotiche che necessitano di arzigogolamenti vari; vite che necessitano di viaggi anche interstellari; vite che anelano e respingono con la libertà di esistere. Come non esiste un solo tipo di vita, così non esiste un solo tipo di lettore e quindi una sola risposta alla lettura.

Forse il “lettore nudo e crudo” è quello che si accetta per quel che legge, per quel che giudica giustificando, per quel che si immedesima o per quel che cita. Forse se la smettessimo di analizzarci vicendevolmente, ma ci ascoltassimo e ci mettessimo più tranquillamente a confronto forse ce la godremmo anche un po’ di più.

“La casa del buio” di King & Straub

IMG_20180312_210639_620[1]
Link alla scheda sul Goodreads

Chi fa le quarte di copertine ha un dovere, anzi più di uno in realtà, ma in questo caso uno ce l’ha più di tutti: segnalare quando un libro fa parte di una serie. Ecchecavolo! Non si può leggere una cosa, poi inizi ad avere la sensazione che ci siano dei riferimenti, ma ti dici di no; le sensazioni che ti manchino dei pezzi; fai la figa scrivendo cose e citazioni sul quadernino e poi…bam! Tutto chiaro! Tutto lì e ti senti anche un po’ scema!

Sappiatelo: questo libro fa parte di almeno due sequenze. Una è “Il Talismano” e l’altra è “La torre nera”. Ah, ma te dovresti saperlo che King cita, si autocita, lega tutto! Certo che lo so, ma questo fa parte del ciclo in un qualche modo: è uno spin-off come si dice in gergo? E’ una puntata? I personaggi li ritroveremo? Ty serve a qualcosa? Lo scopriremo solo leggendo mi sa, anche se saremo boicottati dagli scrittori di quarte di copertine. Pessimismo e fastidio!

Comunque sia, partiamo un po’ a parlare di questo libro. Come forse sapete se avete letto qualche mia recensione io non sono una fan di King, anche perché siamo ancora in perfetta parità per spostare l’equilibrio del gusto da “non mi piace” al “cavoli che libro!”; c’è un sano e dissacrante distacco nei suoi confronti e una crescente curiosità a leggere certi suoi libri. Straub, invece, tanto osannato non mi convince forse perché ho letto un unico libro su una storia di fantasmi e l’ha mandata a ramengo in modo così banale che per me è ceffoni a due per due. Ma tutti gli espertoni dicono che sull’horror sono due grandi…sarò scema io oppure (e inizio a crederlo) non temo più nulla. Questo libro viene presentato come un pugno allo stomaco che non ti farà dormire e di certo l’argomento di base lo: la sparizione, uccisione e mutilazione di alcuni bambini in una cittadina americana (ecco, quelle mi fanno paura e King lo sa se no non ci ficcherebbe la peggio feccia di mostri e spostati, tutti a vivere attorno a un qualche cimitero indiano). Ovviamente il povero poliziotto incaricato pensa che sarebbe meglio trovarsi dentro a un tornado che dover rispondere alla cittadinanza e alle famiglie coinvolte. Dalle profondità degli abissi sembra rischiarare una luce quando riappare sulla scena il, ormai in pensione, investigatore Jack Sawyer capace di leggere e ascoltare meglio di chiunque per riuscire a incastrare gli assassini.

Peccato che non tutti gli diano fede e cerchino di metterlo nei guai e rovinargli la reputazione. Vabbè posso capire la moglie dell’assassino precedente, ma il “simpatico” giornalista Wendell Green. Apriamo una parentesi un attimo: quanto King e/o Straub detesta la gente e i giornalisti che la guidano? Unisco queste due “figure” perché alla fine quello che muove entrambi è una sorta di pancia collettiva acefala e bisognosa di sangue: non importa chi cosa e quando sia colpevole, basta distruggere l’altro. Il modo in cui vengono descritti nella loro bassezza viscerale, frutto di frustrazioni e invidia, è il vero pezzo di horror che mi ha spaventato, perché è tangibile in mezzo a noi. Questo libro è stato scritto nel 2001, ben prima di certi eventi storici, ma credo in un momento in cui si potevano vedere i prodromi di una certa televisione spettacolo, di un certo giornalismo di bassa lega, di una estremizzazione del “diritto del popolo a sapere”. A 17 anni di distanza, non so come sia la situazione americana, ma di certo in Italia “sbatti il mostro in prima pagina anche inventando bugie” è ora un must.

Torniamo al racconto. Jack Sawyer è uno che ha i poteri, che ne sente il peso, ma non può farci nulla. Gestire le sensazioni, vedere cose che non ci sono, capire che ci sono più mondi che interagiscono fra loro su piani differenti, è un peso e non un dono, una condanna più che un piacere. Egli può andare nei Territori, quelli che la madre dell’ultima vittima rapita chiama “Altrove”, conosce gli abitanti, sa come sono le regole. Ma i Territori non sono la nostra realtà anche se qualcuno sta cercando forse di mangiarsi pezzi di questa per i suoi scopi di potere. E allora senza citarla del tutto, senza spoilerare cose che son state dette in altri libri sappiamo della Torre, del Re Rosso e dei Frangitori; di come qualcuno cerchi bambini con gli stessi poteri di Sawyer e di come altri cerchino invece di liberarli. Una guerra fra bene e male che oltrepassa il concetto di tempo e spazio, che usa armi non convenzionali e non fa prigionieri.

Non voglio spoilerare più di tanto, ma sono molto belli i biker in versione “vendicatori” anche se si fanno prendere la mano e ne pagano le conseguenze; bello il personaggio del dj cieco Henry Leyden che da solo riesce a riempire praticamente tutta la radio, facendo più persone e più voci, ma che soprattutto è come la coscienza di Jack. Riescono ad essere credibili anche i personaggi “normali”, come Fred il padre del ragazzino rapito e il poliziotto capo Dale Gilbertson: essere normali in una situazione che alla fine è poco credibile è una delle cose più difficili da rendere. Perché alla fine questo romanzo è un “semplice” giallo o thriller con un assassino seriale, un profiling, una serie di vittime e una caccia allo scadere del tempo, solo che a un certo punto non sei più nello stesso piano astrale di quello che pensi.

La coppia genitoriale di Ty ricorda molto quella di “Pet Sematary”, ma con i ruoli inversi ossia è la moglie che va giù di testa in modo assurdo. Questa serie di autocitazioni o riferimenti ad altre situazioni è, da quel che ho capito, tipico in King e non è strano che alcuni personaggi vengano anche solo citati in altri libri, ma questa descrizione della famiglia ha qualche senso? Non voglio psicanalizzare il Re, ma mi chiedo se ci sia un qualche schema o è solo una sua fissa: alla fine la famiglia è il primo nucleo che salta, costringendo i personaggi ad agire da soli, senza mai riuscire a trovare conforto in chi ti dorme accanto, ma invece cercandolo nel vicino di casa o in perfetti sconosciuti.

Anche i personaggi negativi, la casa e il Pescatore, sono ben strutturati ed essendo fra loro legati alla fine ti viene da chiedere se davvero quando compri casa non dovessi fare una piccola ricerca sulla moralità del costruttore. Perché se ogni cosa che facciamo in qualche modo è influenzata da quello che siamo e dalla volontà con cui la facciamo, quando compri la casa da uno che è corrotto e marcio dentro il minimo che ti accade è che lei sia un portale oscuro di viscida malvagità. Il minimo.

Voto 7. Questo è uno dei King buoni e Straub si fa ricredere.

Parliamo un secondo della scrittura a due mani. Dove finisce una e inizia l’altra? Forse leggerlo il lingua potrebbe aiutare, ma credo che esista un modo per amalgamare il tutto. Quindi, a questo punto, chi ha tirato chi per far venir fuori un prodotto che fila dall’inizio alla fine? Che pur prendendo la tangente del fantasy, risulta credibile e logico? E’ uno di quei dubbi che dovranno rimanere tale, visto che per me King è altalenante e Straub non sa creare delle conclusioni a livello della storia.

Consigliato: oltre a chi ama gli horror e a chi sta cercando di capire quanto è vasto il mondo della Torre Nera, a chi ama i thriller con una parte soprannaturale, perché alla fine un’indagine è un’indagine e un cattivo va in qualche modo ricondotto al giudizio.

Nota: Nel libro vengono citati due libri:

  1. “Casa desolata” di C. Dickens
  2. “House Hill” di S. Jackson

Se nel secondo caso, la costruzione e la casa stessa hanno una storia e una vita propria, nel primo caso non saprei cosa dire: Dickens parla di case possedute? Chi lo ha letto mi può dare una risposta senza costringermi a leggerlo? Grazie.

Scheda tecnica

Traduttore: Maria Teresa Marenco

Titolo originale: Black House

anno di pubblicazione: 2001

editore: Mondadori, serie “I miti”

stampato presso Mondadori Printing S.p.A. a Milano nello stabilimento NSM a Cles (TV). Printed in Italy

pagine 731

prezzo € 4.60

copertina: foto© Steinbacher / Photonica

Marc Cohen

progetto grafico: art director Giacomo Callo; graphic designer Cristiano Guerri

genere Horror

 

 

“Nostalgia del sangue” di Dario Correnti

20180308_091529_wm[1]
Link al sito della Giunti

Questo è uno di quei libri che stanno girando sui social, molto osannati dai book blogger e quindi sta avendo un gran successo; anche io sulla loro scia, o meglio convinta dalle recensioni entusiastiche e dalla disponibilità in biblioteca, mi sono messa a leggerlo. E a me non ha convinto. Ecco, detto subito alle prime righe come mio solito. Vi prego continuate a leggere la recensione.

La trama è abbastanza lineare. Nella bassa lombarda o meglio bergamasca si aggira probabilmente un serial killer che si rifà alle imprese di sangue di Vincenzo Verzeni, primo serial killer italiano che proprio in quelle zone aveva agito fra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento. Un imitatore? Un redivivo omicida? Un erede? Nessuno lo sa, anche perché all’inizio nessun giornalista ne aveva colto il collegamento, se non una giovane e sfigata stagista giornalista che invece la cosa l’aveva vista. Informata la prima penna di questo famosissimo giornale milanese, dove anche lei lavora, i due, Marco Besana e Ilaria Patti, partono alla caccia. Fra vecchie scartoffie, mitomani e sfasati vari, riescono a tirare le fila dell’intricata matassa e arrivare al colpevole.

Bon, fine. Fatta.

In realtà il problema è come ci arrivano. Prima di tutto con troppe pagine e capitoli troppo corti. A volte narrativamente ci sta cambiare spesso inquadratura e situazioni, a volte da proprio il senso dell’azione e della fretta, ma qui non è proprio così. Il libro è lento, per quanto succedano un sacco di cose (forse anche un po’ troppe), si incastrano personaggi e vicende personali che alla fine, stranamente, non distolgono troppo dagli eventi ma sono mal disposte. Partiamo con i due più grossi difetti che io ho trovato:

  1. la marea di “gossip” giornalistico o di spiegazione di come è il mondo della carta stampata;
  2. la vicenda di Ilaria.

Nel primo caso tutta questa marea di informazioni su come si vive in quell’ambiente, degli sgambetti, di chi si fa chi e perché (ovviamente con nomi inventati o anonimi), con il “grande giornale milanese” senza nome dove si svolge la vicenda, su tv e carta stampata, le prime donne e le stagiste e le penne di grido, sono tutte distrazioni inutili. Un po’ fa colore e scenografia, ma spesso rallenta e spezza il ritmo e annoia terribilmente. Capisco che serva a inquadrare una parte della trama e dei personaggi secondari, ma anche no! Stringere, tagliare e sintetizzare.

Il secondo punto invece è la lampante dimostrazione di come un editor stronzo avesse dovuto agire. Che la nostra giovane giornalista in erba abbia un segreto oscuro alle spalle si capisce subito. Se fosse una persona viva glielo leggeresti in faccia. Mentre scrivo mi è venuto in mente il personaggio di Chloe Saint Laurent di “Profiling“, serie tv francese trasmessa qualche tempo fa da FoxCrime: strana, eccentrica, dotata come psicologa, ma che, attraverso i gesti, lascia trasparire un dramma famigliare abbastanza pesante. Nel nostro libro il dramma è un uxoricidio bello e buono a cui la piccola Ilaria ha vaghi ricordi e pessimi effetti collaterali. Non posso dire che l’idea si copiata o già sentita, ma la resa è lagnosa: il personaggio tira per le lunghe il suo malloppone di dramma (che, oh, ci sta che lo sia e che sia difficilmente digeribile, ma…lagnaaaaaa), si ammanta di aurea di vittima e lì rimane, ma con l’istinto del riscatto. Insomma è un personaggio altalenante e ondivago che a me ha fatto venire la stanchezza: o molli o rischi e se rischi affronti, perché tanto la cosa è successa e non si torna indietro e lagnarsi non fa risorgere le persone morte. Mi direte che probabilmente è un primo romanzo di una serie e forse vedremo evolvere il personaggio in un qualcosa di più definitivo…può essere, ma se devo basarmi su questo testo io credo che la stessa vicende, le stesse paure, le stesse lagne potessero essere descritte in modo meno noioso. Ha allungato troppo il brodo, come me ora per spiegarvi la noia.

E poi arriva lui alla fine: lo spiegone.

SPOILER. LEGGETE A VOSTRO RISCHIO E PERICOLO. FORSE.

Infine i nostri due eroi dipanano la vicenda e capiscano chi sia l’omicida, mentre a noi rimangono alcuni dubbi sul perché ma lo sappiamo benissimo che qualcuno ci metterà sotto il naso tutto, Ilaria decide di darsi alla pazzia, saltare il fosso e andarlo a prendere. Ecco, queste son le cose che un po’ ti fan cadere le braccia: ma porcalamiserialadra, proprio ora dovevi darti una regolata e rischiare? Razza di scriteriata, non sai manco vestirti e vuoi affrontarlo? Vi prego, Darwin pensaci tu. E invece no, non interviene Charles, ma lo spiegone.

Che cosa è lo spiegone? Dicesi spiegone quel momento in cui il cattivo in una posizione di forza sul nostro eroe, invece di ucciderlo e guardare in camera e lo spettatore e rider loro in faccia, perde tempo e spiega tutto logicamente sul suo operato. Lo spiegone permette al nostro eroe di trovare la limetta che gli permetterà di salvarsi, le forze dell’ordine arrivare, il supereroe risorgere, la marina sbucare dal tubo del water e i demoni dell’inferno andare in massa a rinnovare il ticket del parcheggio. E tu spettatore, a cui forse mancavano alcuni dettagli ma avevi capito tanto, tu ti guardi attorno e dici due semplice parole: “Ma veramente?”. Non è tanto legato al fatto che “ma veramente è successo così”, quanto piuttosto al “ma veramente sta perdendo tempo e si sta sfuggendo la vittima?”. Per me quel momento è demoralizzante e secondo me è il bollino di non qualità di un giallo. I gialli, i thriller, i noir sono complicati; se fossero facili li scriverebbero i bambini. Sono complicati perché devi svelare il perché e farlo in modo convincente; se usi il mezzo dello spiegone vuol dire che non sai più come risolvere la faccenda, che hai fatto un passo di troppo, che hai voluto strafare e non sai più come risolvere senza uccidere qualcuno a cui tenevi in qualche modo. Quindi a questo punto qualcuno non è intervenuto e secondo me un buon editor stronzo, visto comunque il materiale buono e ben scritto doveva rimandare indietro quel pezzo con un bel “lo spiegone no! Non lo avevamo considerato!”.

Voto: 6. Detto questo, non posso che dare piena sufficienza, perché è ben scritto, scorrevole (l’ho letto in due giorni che per me è un buon segno di capacità affabulatoria), ma i difetti li ho percepiti come inciampi veri. Ci sono elementi extra indagine, tipici dei gialli moderni, come la vita privata di Besana che fanno colore senza prendere il sopravvento e lui e Ilaria sono una bella coppia lavorativa, sperando che non diventino una coppia amorosa.

Mi è piaciuta anche l’ambientazione, ricordando agli appassionati di gialli italiani che la bassa lombarda è terra di omicidi, nebbia, polenta, buon vino e gente stramba. E a noi ci piace così.

Ultimo dettaglio curioso: si vede che l’autore si è documentato sulla cronaca nera e cita molti casi italiani e non solo che arrichiscono la narrazione, rendendola un po’ più credibile di un qualsiasi giallo, ma e dico ma sono buttati lì un po’ come se si facesse vedere che ha studiato.

Questa è un’opera prima di una coppia di autori che deve ancora amalgamarsi bene dietro lo pseudonimo di Dario Correnti? Mah. Forse. Può essere.

Consigliato: a chi ama i gialli italici, senza troppe cose assurde, con belle indagini logiche e su più piani, ma che non ha troppe pretese di essere stupito.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 2018

Editore: Giunti

stampato gennaio 2018 presso Elcograf S.p.A., stabilimento di Cles

pagine 535

prezzo € 19,00

copertina: foto elaborata ©Alina Zhidovinova/ Trevillion Images

progetto grafico: Rocio Isabel Gonzales