Il web è pieno di bei libri?

Mentre la giornata del libro e del diritto d’autore volge verso il suo termine e io non ho letto manco una riga per carenza di voglia, mi sono trovata invischiata in un’ennesima discussione che mi porta sempre a riflettere un po’ più in generale. No, non vi dirò cosa è successo e dove (anche perché erano discussioni in una bacheca privata di fb), ma la conclusione è che, per me, è un po’ strano che ci siano solo libri belli in giro. E’ davvero così?

Senza ombra di dubbio, i gusti personali non si discutono. Quando un libro ti tocca delle corde, ti fa tornare qualcosa in mente, entra in rapporto empatico con te, qualsiasi libro è valido. Punto. Non si discute. Il piacere soggettivo è qualcosa che esula da schemi, recensioni, termini e tecniche, ci si può confrontare per ore o anni, ma alla fine se non si hanno davanti persone ragionevoli si arriverà a scontri che manco in certe zone del mondo son così pericolosi.

Allora quale è il vero problema?

Il problema per me è che ci sono troppe recensioni entusiate, piene di “meraviglioso”, “la meraviglia” (“E la bellezza?” cit.), “una cosa senza precedenti” e…nessuna altra spiegazione. Oh, non sono tutti così, mancherebbe: ci sono vari livelli di comunicazione di parere sui libri dai book blogger (coi vari social annessi), ai lettori semplici, alle groupies (oddio ci sono anche quelle), alle recensioni professioniste, agli uffici stampa e ai canali di mera pubblicità. Ognuno di loro ha poi al suo interno oneri e onori e capacità comunicative diverse. Saltiamo a pie’ pari tutti coloro che per motivi più o meno economici devono parlare bene di un libro, perché loro devono vendere e se vendi un libro scritto piccolo a un cieco hai vinto (qui mica possiamo usare ancora i poveri esquimesi e la quintalata di frigoriferi che hanno!); saltiamo anche coloro che fanno recensioni per avere seguito e farsi mandare i libri a casa, perché alla fine non sono dissimili dalle varie riviste sui libri e vanno bene anche loro. Arriviamo a quei “normali” book blogger o lettori più o meno anonimi che esprimono un loro parere e ogni volta il libro è un successo.  Perché? Ma davvero…perché?

  • Ci sono quelli che ammettono che non recensiscono sui loro canali libri che non hanno trovato gradevoli. Perché?
  • Ci sono quelli che non riescono a concepire che il loro idolo o il genere che amano possano produrre emerite ciofeche. Perché?
  • Ci sono quelli che non sanno leggere o anche scrivere molte volte (mamma mia gli strafalcioni non da battitura, ma da ignoranza pura!), ma sentono il bisogno di dire la loro e dire che è tutto “bellissimo”. Perché?

So che come mio solito questi soliloqui rimangono domande buttate al vento e ognuno continuerà a dire, giustamente la sua, finché non romperò le scatole alle persone sbagliate, ma il mio essere cervellotico mi fa cercare le risposte alle mie domande e questa è una di quelle più pressanti in questo momento.

Perché non è accettabile scrivere che un libro è brutto? Perché non devo, scrivendo in modo educato ma non nascondendo nulla (compreso disgusto e sarcasmo), comunicare agli altri un parere diverso dalla massa, da quello che si aspettano tutti, da quello che certi gruppi si aspettano?

Si può stroncare tutto e tutti, con capacità di farlo senza passare nel penale, e sicuramente stroncare un classico con un autore morto cento e passa anni fa è molto più facile che farlo di uno vivente, magari che ti legge anche sui tuoi social, di cui sei amico dell’amico dell’amico su fb o conosci la casa editrice che sai che è brava ma non puoi dire che ha scazzato una cosa… Un tempo erano in pochi quelli che potevano sedersi al tavolo di uno scrittore, ora mi sembra che sia un po’ affollato quel posto e che ci sia un delirio di massa collettivo. Non esistono autori intoccabili, ci sono solo autori che ami profondamente che è altro discorso. Ci sono lettori che nel loro delirio comprerebbero anche la lista della spesa se scritto da xyz, ma da qui a non rendersi conto di un calo di verve, di libri scritti magari per pagare le bollette (lo faceva anche Dumas, sapete? Solo che lui lo sapeva fare, anche nel casino, anche pagando un buon ghost writer. Ci vuole capacità anche per farsi pagare le bollette e i vizi), ce ne passa.

Quindi quale è il nucleo di questo modo di fare un po’ schizzato? Può essere che oltre a essere un popolo di allenatori, politici, papi, (santi e navigatori li abbiamo persi per strada insieme ai poeti che si rifiutano di fermasi da noi), siamo anche un popolo di recensori di libri e col cacchio ci facciamo scippare la seggiolina di like e di rufianate?

Sì, non sto descrivendo bene questo mondo che seguo e che vedo, ma come parlo male dei libri che non mi piacciono, cerco di capire cosa non mi convince di quello che mi circonda e mi sembra che ci sia un po’ di delirio di onnipotenza da parte di persone comuni, di bazzicatori di gruppi, di scribacchiatori di post su fb o foto fatte su instagram e qualche # su twitter. Credo che i grandi server come anobii e goodreads pur essendo una manna e un bel porto di mare, abbiano portato a riva anche cose che era meglio rimanessero rinchiuse al bar, fra una chiacchiera e l’altra.

Io adoro quelli che hanno lo spirito e le capacità di analisi per comunicare anche quello che non piace, quello che non ha convinto, notando anche errori di scrittura o di costruzione di un romanzo. E sapete perché? Uno perché sono dei rivoluzionari: in un mondo in cui si ricerca il pollice o i cuori, dire cose non piacevoli non è facile. Due perché sono loro che fanno crescere il mondo dei lettori.

Essì miei cari recensori, a mio parere sono proprio quelli che paiono distruggere un libro, con parole e concetti e non solo con versi a caso, perché mettono il dubbio, costringono gli altri a porsi dubbi, sarebbero gli unici dico che potrebbero costringere gli scrittori a rimettersi in gioco, le case editrici a curare o a sperimentare, i lettori a vedere qualcosa di diverso. Le recensioni entusiastiche non fanno crescere nessuno, sono come le continue lodi ai bambini facendoli credere dei geni e poi di fronte alle difficoltà vanno in crisi e si trasformano in bulli frustrati.

Anche perché scrivere una recensione negativa è difficilissimo. Bisogna superare il senso di “schifo” che a volte emerge e tocca sviscerarlo, capirlo, prenderlo in mano e dargli una forma coerente; quando non è oggettivo l’errore, bisogna trasformare il soggettivo o l’istintivo in comprensibile. Scrivere recensioni negative mette in crisi, credetemi. Ci sono quelli che buttano di getto le idee e se ne fregano di altri lettori, degli scrittori e altro e sputano fiele e veleno, ma anche loro sono nocivi e inutili come i gridolini da stadio. Perché si può scegliere anche qua, come nella vita, come agire e quale tipo di critica porgere se è per costruire o per distruggere. Forse leggendo certi miei commenti mi vien da pensare che alla fine mi frega poco parlare a un autore dicendo che forse avrebbe fatto meglio a farsi revisionare meglio il manoscritto e pensarci un secondo a sistemare le cose, ma alla fine forse tranne qualche caso ho cercato di spiegare perché le cose non giravano per me, i pezzi sembravano buttati lì e le occasioni perse. Sono pochi i libri che arrivano a voti pesantemente negativi, anche perché se davvero un libro è così distante da me tendo ad abbandonarlo. Come ho fatto per “Roderick Duddle” di Michele Mari che mi ha così infastidito che ho deciso di abbandonarlo a poco meno della metà, per quanto il gruppo di lettura lo avesse trovato meraviglioso, però su goodreads ho messo che l’ho abbandonato e perché.

La vita è troppo breve per sprecarla a leggere libri che non fanno per noi. (autocit)

Forse è questo il vero motivo del fatto che il web sia pieno di libri meravigliosi? Abbandoniamo per sempre quelli negativi per non farci avvelenare la vita? Siamo davvero così selettivi da riuscire a trovare sempre qualcosa che ci entusiasma e che ci fa gridare al capolavoro, innamorare furiosamente dell’autore, agognare come disperati fuori dalle librerie il prossimo sconosciuto romanzo? Sono io che sono cinicamente razionale da sapere che su una marea  di libri, che sembra non finire mai, almeno il 50% sono piante che avrebbero avuto il diritto di vivere in altro modo?

Ditemi che voi trovate corretto dire che “non mi è piaciuto perché”; che se lo avete abbandonato non ne fate mistero; che se non riuscite a leggere una certa prosa non è perché siete rimbecilliti ma perché è illeggibile; che come diceva Pennac il lettore ha dei diritti, ma secondo me ha anche il dovere di aiutare altri lettori a scegliere meglio. So di non essere sola, ci sono tante persone “coraggiose”, ma a volte manco la particella di sodio si sente così sola a parlare su certi canali…

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“Il nascondiglio” di Pupi Avati

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https://www.librimondadori.it/autore/pupi-avati/

Quanti di voi conoscevano l’Avati scrittore? Quanti di voi conoscono Pupi Avati? Sembrano due domande facili, da rispondere con un sì o con un no, ma in realtà danno l’idea di quanto questo autore sia davvero più complesso di quanto il suo santino faccia intuire. Perché parlo di santino? Perché come ogni personaggio di un certo spessore in Italia si dà per scontato di sapere chi sia e soprattutto è sempre grandissimo e sempre al massimo. Io non conoscevo la sua versione di scrittore e anche come regista non posso dirmi una sua esperta. Eppure Avati ha uno stile inconfondibile, una sorta di marca di dna, una sorta di inprinting di terra. Avati è un emiliano e chi ha mai vissuto in Emilia lo può riconoscere. Parlo di parte, perché io sono emiliana per buona parte della mia genetica e credo che farei molta fatica a staccarmi da queste zone. Queste sono zone che se ci nasci, ti rimangono dentro come l’umidità e le zanzare, ma anche come il cibo e le case colorate, le storie del Grande Fiume e quelle della seconda guerra mondiale; è una terra di ricchezza, fertile e obesa di sapori e colori (anche se non sembra, ma anche la nebbia è colore), ma anche di sangue sparso. Faccio fatica a raccontarvi questa mia terra senza sentire nelle orecchi le tiritere del “c’avete solo la nebbia” con coro da stadio da chi qui non c’è mai stato e non ha capito come sia una terra magica e pericolosa nello stesso tempo. Tutto questo miscuglio di porte aperte con la chiave sopra, di resdore che tirano la pasta (ma anche certi ceffoni che ti rigirano) di uomini pronti ad andare dai campi al lavoro, dalle biciclette e i tabarri, tutto ciò è insito in una certa epica di Avati. Certo stiamo parlando di un’Emilia che non esiste più, soppiantata dal progresso, ma nello stesso tempo rimane dentro nel momento in cui ti fermi a mangiare torta fritta (no, lo gnocco è a Reggio Emilia e non è la stessa cosa, come la tigella e poi fino alla piadina in Romagna. Possibile che non vediate quanto sono diversi?) e salumi e lambrusco nella tazza, fino a trovare la propria confort zone in un piatto di tortellini in brodo (tutto il resto è eresia) e via andare…adesso mi è venuta fame…

Torniamo al libro. Tutto questo lungo escursus emiliano serve a far capire come questo sottofondo sia ben presente da “La casa dalle finestre che ridono” a questo “Il nascondiglio”, con nebbie, silenzi, cibo, case abbandonate, donne forti e donne misteriose. Questo è un libro di donne. Donna è la protagonista, donne lo sono i fantasmi, donna è l’avvocato che cerca di aiutarla finalmente, mentre gli uomini rimangono come comprimari o colpevoli, ma sempre secondari, impacciati, tentati di imporsi con vecchi metodi collaudati del potere  e della corruzione. E da quel che ricordo non è la prima volta che Avati propone personaggi femminili molto più importanti e di spessore di quelli maschili: possiamo parlare di un femminismo del regista? E se sì, di che tipo?

Il libro parla di una donna dimessa da un ospedale psichiatrico a seguito della morte per suicidio del marito. Ella è rimasta dentro per anni, cercando di curare il suo continuo sentire le voci, ma alla fine viene dichiarata guarita; va a vivere in una cittadina dell’Iowa in una vecchia casa soprannominata “Snakes Hall”, rimasta chiusa dopo un efferato omicidio di due donne e la scomparsa di altre due donne (in ogni coppia c’era anche una suora). Ovviamente nessuno le dice nulla prima. Ovviamente la casa è un bellissimo rudere da rimettere a posto, ma che sembra che con quattro mani di vernice torni tutto a posto in un attimo. Ovviamente nessuno ha fatto una serie indagine e tanto meno un controllo della casa. Ovviamente niente è come sembra e quando lei invece di sentirsi ancora pazza, decide di indagare, ovviamente nessuno l’aiuta ma anzi. Quell’ “ovviamente” che ho più spesso ripetuto non vuol essere un avverbio di noia o di già visto, ma in effetti la scansione degli eventi e delle situazioni e dei personaggi che si avvicendano sono alquanto già visti e rivisti e prevedibili, ma questo non toglie la bravura, o forse la scaltrezza, dell’autore di scrivere un racconto biografico surreale, di una certa bassa (come quella americana assomiglia a quella bolognese!), di sapori e suoni che non possono essere che italiani, che incuriosisce e si fa ben leggere.

Questo libro non è un capolavoro, ma il suo stile secco stringato, cinematografico (e molte altre recensioni lo hanno notato ma con connotazione negativa), fanno di questo nostro qualcosa che val la pena di leggere. Avati non si perde in chiacchiere, non fa giri di parole, descrive in modo secco e conciso quello che vuole che il lettore veda; quello che non descrive forse non è così importante e tanto vale che faccia da sè il lettore. A mio parere non è un difetto, ma mi da l’idea di una chiarezza di visione della situazione, una padronanza del mezzo si direbbe, la capacità di non far distrarre. Per buona parte della storia il lettore sa più della protagonista e come al solito non può intervenire, poi si chiede perché e cerca di indagare per arrivare in fine alla risoluzione del caso. Non voglio aggiungere di più perché spiegare cosa succede significa togliere la suspance che c’è che in realtà non è molta. Il vero orrore qui non è il mostrone o il paranormale, ma è quello che va oltre il normale, quella sensazione di mistero, di manipolazione delle persone, di sopravvivenza oltre al vivere. E’ qualcosa di strano che diventa difficile dirvi senza svelarvi il finale.

Ultima annotazione. Ho parlato di biografia in questa recensione e non ho sbagliato o meglio non sono stata del tutto corretta. In fondo al libro Avanti svela un carteggio fra lui e una signora riguardante una oscura faccenda accaduta tanti anni prima: da questo carteggio egli avrebbe tratto, liberamente, questo libro e poi il film omonimo. Mah…su questo aspetto, come ho detto altra volta, rimango molto perplessa e non so se sia una sensazione a pelle (spesso ci azzecco) o mia scarsa fiducia nel genere umano scrivente.

Voto: 6 e mezzo. Si legge in pochissimo e bene, ma non aspettatevi di essere terrorizzati da non poter stare da soli, ma aspettatevi di girare per la bassa (qualunque) e di sperare di non sentire certe voci o esere toccati da certe mani.

A chi lo consiglio: a chi ama la bassa italiana che poi non è altro che bassa in buona parte del mondo occidentale, con le sue specifiche, ma molto simile a se stessa; a chi cerca un “mondo piccolo” che non rassicura.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 2007

editore: Oscar Mondadori, piccola biblioteca

stampato presso Mondadori Printing S.p.A. a Milano nello stabilimento NSM a Cles (TV). Printed in Italy

pagine 124

prezzo € 8,40

copertina: foto© W. Eugene Smith/ Time & Life Pictures / Getty Images / Laura Ronchi

in quartina: foto© Nicolas Guerin / Corbis

progetto grafico: Giacomo Callo

graphic designer: Wanda Lavizzari