“L’ibisco viola” di Chimamanda Ngozi Adichie

20180509_103023[1]
Recensioni e trama dal sito di goodreads.com

Secondo libro (per me) del gruppo di lettura “Libri alla polvere”. Premesso: come non considero più di tanto il sesso dello scrittore o le sue preferenze, così guardo poco chi scrive da dove. Ovviamente ogni elemento è di per sè modificatore di narrazione in base a chi si è e a come si voglia comunicare. Punto. Fine.

Detto questo il romanzo parla del passaggio dalla adolescenza a una certa prima maturità di una giovane ragazza nigeriana di ottima famiglia, abituata ai lussi, ma anche a temere un padre molto ingombrante e troppo rigido, in un momento di vera crisi politica e sociale del suo paese, la Nigeria. Questo in soldoni e le aspettative sono alte, perché questo potrebbe essere un romanzo di denuncia delle violenze famigliari (che alla fine non hanno colore e latitudini), del fanatismo religioso (che anche qua non hanno una unica direzione), delle discriminazioni e della denuncia di libertà quando un colpo di stato stravolge la normalità di un paese. Ma questo, per me, non è davvero un libro di denuncia, perché sembra sempre rimanere in superficie a trattare i vari problemi, a non voler affondare il colpo sui personaggi, a infierire sulle distorsioni.

Prendiamo il padre, Eugene: converito al cattolicesimo, vive la religione con quel fare fanatico di chi vorrebbe cancellare il passato vergognandosene, per cui non è mai abbastanza il tempo da dedicare alla preghiere al posto del dialogo, quando ci si riempie la bocca del nome di Dio anche staccando assegni. Nel mentre picchia la moglie incinta e i figli se sgarrano anche solo avendo condiviso un breve periodo di vacanza dalla zia con il nonno pagano (o tradizionalista, dipende dai punti di vista). Oppure organizza puntigliosamente la vita dei figli, salvo poi disinteressarsi se in vacanza non lo applichino manco un po’. Ha tutti gli elementi di un padre padrone, ma non ha gli eccessi, le vere vessazioni, le privazioni e i metodi che tutti i violenti applicano per mascherare al di fuori la propria violenza: è un vessato che non sa fare bene il suo lavoro mi pare. Non voglio dire che non sia un personaggio negativo, perché lo è e non lo salvo in nulla, ma diamine il film “Il colore viola” mi è rimasto impresso da quando lo vidi da bambina, questo me ne dimenticherò alla prossima recensione.

Non è nemmeno un romanzo “femminista” pur avendo i personaggi femminili dei bei caratteri contrastanti, ma che si amalgamano troppo bene: la moglie vessata e sottomessa va a braccetto con la cognata indipendente e moderna e viceversa, senza che nessuna smuova l’altra davvero; la cugina fa conoscere il mondo moderno alla protagonista, ma nemmeno in una puntata di telefilm è stato così sbrigativo. Peccato, perché il personaggio di zia Ifeoma e quello della figlia Amaka sono ben costruiti e di rottura in una Nigeria che ti aspetti ancora arretrata e tribale (perché è il nostro immaginario colonialista inconscio a farcelo credere), invece ha università aperte a tutti e tutte da ogni parte della cattedra; ma sono accennati, progressisti ma “va bene tutto”, lottatrici ma alla fine sembrano non avere niente contro cui lottare perché la loro vita scorre anche nelle difficoltà di una vita non agiata.

Potrebbe essere anche un libro sulla religione e sul fanatismo, con tutti i personaggi utili da mettere sul palco: il nonno anziano e moribondo ma legato alla religione degli avi, il padre convertito e ultra fedele, padre Benedict il sacerdote bianco e padre Amadi l’equivalente nero di Padre Ralph di “Uccelli di rovo”. E invece? Niente. Perché tutti questi personaggi non si incontrano e quindi non si scontrano mai e quindi non vi è tensione e non vi è catarsi. Ci sono solo posizioni monolitiche e comode (come un paio di pantofole da hotel) buone per tutti. Tanto alla fine la morte o la missione risolvono tutto.

E infine l’ibisco viola, di sfondo. Bello come pochi e raro da sembrare quasi una reliquia che passa da un giardino all’altro, senza il patema del coltivarlo, ma ceduto al giardiniere e qualche volta tenuto a bada per poi sbocciare con una normalità imbarazzante. Lo senti che è un simbolo, un dono da una parte della famiglia all’altra, un tentativo di far comprendere che ci sono cose bellissime che possono nascere, ma che senso ha tutto ciò se non si ha il patos di non sapere se il seme attaccherà alla terra?

Vi ho detto anche troppo, forse, sperando di non aver rivelato di più di quanto volessi, perché alla fine non è che non sia un buon libro da leggere, ma non è niente di eccezionale, di quel capolavoro di cui leggevo su goodreads. E’ come se l’autrice fosse stata sul lungo mare, avesse raccontato nelle minuzie quello che vedeva dai colori alle persone alle situazioni, ma avesse avuto timore di immergersi nell’acqua oltre al ginocchio, mentre credo che questa storia avesse bisogno di farci immergere anche nella parte più oscura per darci modo poi di risalire in qualche modo a prendere una boccata d’aria.

Voto: 6

A chi lo consiglio: a coloro che volessero iniziare un percorso di conoscenza di uno stato africano molto lontano da noi e molto complesso e che purtroppo le cronache nere dei nostri giornali portano alla ribalta per cose ben poco belle da leggere.

Scheda tecnica

traduttrice Maria Giuseppina Cavallo

titolo originale “Purple Hibiscus”

anno di pubblicazione 2003

casa editrice Einaudi

stampato nel 2016

copertina: foto PhotoAlto / Wildcard Images U.K.

progetto grafico: 46xy

pagine 227

ebook

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...