Libri per spaventarvi

Classico da bookblogger è arrivare sotto Halloween e tirar fuori i consigli per la lettura a tema paura, spavento, tragenda e mostroni vari. Tendenzialmente si consigliano dei grandi classici, spesso appena usciti, freschi freschi di stampa o ristampa nella versione casa editrice indipendente o casa editrice grossa; oppure, per i più arditi, si va anche di graphic novel ma rimanendo sempre nel classicone. Quest anno, non so come ho fatto, mi sono impegnata e su instagram ho tirato fuori dalla mia libreria i miei classici in vecchie edizioni che ora manco nelle bancherelle si trovano più.

Quindi ecco qua i miei veloci consigli di lettura, così come sono usciti su instagram per la mia personale creepy week.

20181024_114239_wm[1]1 “Dracula” di Bram Stoker.

Partiamo da uno dei capisaldi della letteratura vampiresca. Per quanto non sia il primo è di certo il più conosciuto e di sicuro quello che ha avuto anche maggior fortuna a livello cinematografico e dell’immaginario in generale. Dracula è un cattivo e su questo non ci piove: quello che lo muove in ogni sua azione è il possesso e il potere sugli uomini. E’ anche un personaggio tragico, condannato da se stesso a un patto con il demonio che ha portato il suo essere in una condizione che non è: non è vivo, non è morto, sente una sete, ma non può soddisfarla, pulsioni che sono portate alla distruzione. Il suo fascino è frutto di una magia oscura che egli esercita su personaggi deboli o insicuri, ma anche su quelli che, alla fine, sembrano rinchiusi in un ruolo prestabilito. Perché la storia “d’amore” fra Mina e Dracula affascina? Perché lui vuole chi non può avere facilmente, la sfida, la conquista; lei trova in quel mostro sia l’aspetto da salvare (quando smetteremo di fare le crocerossine?), ma soprattutto la pulsione che non ha confini, che travalica l’etica e le buone maniere. Lei cerca la rottura degli schemi, lui la vuole con sé nella dannazione. Eppure non c’è amore in questo tipo di relazione, ma prevaricazione, perché alla fine Dracula è un non morto (come dico sempre “puzza di terra e vermi”), non ha anima, ha solo la falsificazione di quello che era un tempo e in ogni modo ha venduto tutto se stesso per potere. Van Helsing è il suo antagonista, ma è anche l’ordine costituito, colui che in un altro contesto sarebbe stato un paladino, eppure è un eroe fallace, stanco, distrutto dagli anni e da una lotta disumana. Harker…Harker…Harker…se non ci fosse lui bisognerebbe inventarlo! Insomma è giovane, sprovveduto, prima ipotetica vittima del Conte, braccio armato di chi non ha più l’età per la battaglia, ma mi è sempre parso un po’ un pirlotto. Perché leggere “Dracula”? Perché questo è un non morto che fa paura, che affascina, che tenta, che seduce, che distrugge e che soprattutto non sbriluccina e non va al college.

20181025_152254_wm[1]2. “La storia di Lisey” di S. King.

Un libro del Re non si può non mettere, anche se io non sono una sua grande fan. Questo è stato il primo libro che lessi (vinto casualmente a una riffa di natale con amici) e devo essere sincera me ne innamorai. Sono passati più di 10 anni da quando l’ho letto (o forse qualcosina di più se ci penso, ma vabbè) e quello che mi è rimasto è il senso di angoscia che pervade la protagonista quando scopre che il mondo narrato dal marito defunto non era frutto della sua fantasia, ma di qualcosa che viveva. Qualcosa di vivo. Qualcosa di solido. Ma che non apparteneva al nostro mondo reale. Il senso che mi è rimasto dentro è di totale impotenza di fronte a forze paranormali, ma di una forza interzione fortissima che doveva in un qualche modo fare in modo di non soccombere. Per quanto nel tempo abbia letto altri libri di King, ritrovando questo tema di confine e sconfinamento dei mondi e le vari paranoie da scrittore, nessun libro mi ha dato come questo la possibilità di immedesimarmi in Lisey. A distanza di anni ho quasi paura a rileggerlo.

20181026_152640_wm[1]
Qui il link alla casa editrice NPE

3. Poe e Dino Battaglia

Per il terzo consiglio ho scelto, diversamente dagli altri, di scegliere la versione a fumetti dei racconti di Edgar Allan Poe, disegnati da Dino Battaglia, edito da NPE. A mio sindacabilissimo parere Dino Battaglia è stato uno dei pochi disegnatori che sia riuscito a rendere le atmosfere oscure, disperate e secche che Poe ha narrato nei suoi racconti: 8 racconti per 8 fumetti da “Ligeia” a “La Maschera della Morte Rossa”, passando per “Hop-Frog”. In tutti la desolazione umana, il tentativo di sfuggire all’inevitabile morte, l’arroganza di voler andare oltre. In Poe c’è una sorta di condanna morale o etica, senza mai voler ribadire concetti religiosi: sembra quasi che si rifaccia all’ hubris greca dove l’uomo alla fine non può sfuggire alla condanna delle proprie azioni o di quella della sua genia.

20181027_155437_wm[1]4. “Anno Dracula” di Kim Newman

Qui passiamo a un contemporaneo che con una trilogia dal sapore distopico fa immaginare un’Inghilterra in mano ai vampiri grazie al matrimonio del Conte Dracula con la Regina Vittoria. Gli uomini non sono altro che mucche di sangue utili alla nuova classe dominante come cibo. Eppure la “quiete” dell’impero e della sua capitale viene sconvolta da una serie di efferati omicidi inspiegabili. Toccherà a un gruppo mal assortito di umani e vampiri (rinnegati?) di cercare di riportare la situazione a un qualcosa di accettabile. Il libro mantiere tutta l’atmosfera della Londra oscura di fine ottocento, con in più quella nebbiolina che fa tanto Transilvania, tenendo l’attenzione del lettore su una storia che potrebbe rischiare di diventare trash e invece non lo fa. [A mio parere il seguito “Il Barone Sanguinario” non è all’altezza di questo primo capitolo. Non ho letto il terzo libro “Dracula cha cha cha”].

20181029_144028_wm[1]5. Racconti di fantasmi

Qui mi è stato difficile scegliere un solo autore, perché qui è l’ambito dove, secondo me, gli autori si sono maggiormente sbizzarriti da tempi immemori. Ho scelto di tirar fuori la mia vecchie serie dei “Libri a mille lire” della Newton&Compton, la quale molto saggiamente ha diviso per aree geografiche alcuni autori. Ogni nazionalità ha affrontato l’argomento con spirito diverso e sorprende che alcuni padri del Verismo italiano si siano cimentati in un genere così lontano da loro. Dobbiamo pensare che quasi tutti questi autori (Hoffmann è settecentesco, ma gli altri vivono attorno alla metà e fine ottocento, inizi novecento) hanno in qualche modo avuto a che fare con lo spiritismo e con la rinascita di certi movimenti romantici. Nella foto non ho messo “Giro di vite” di Henry James, il quale a mio parere è il miglior racconto di genere proprio per continuare a lasciare interdetto il lettore sui piani di esistenza dei diversi personaggi.

20181030_153859_wm[1]6. “I miti di Cthulhu” di H.P.Lovecraft

Un altro dei più conosciuti scrittori di horror, anche se dubito fortemente che tutti quelli che ne parlano abbiano letto tutta la sua opera, ma lasciamo ai posteri l’ardua sentenza. Lovecraft viene considerato il padre dell’orrore cosmico, perché egli crea una vera mitologia di divinità ultraterrene il cui unico scopo in questa terra è…distruggerci e cibarsi di noi. I miti di Cthulhu sono forse il nucleo più conosciuto attorno al quale gira l’opera, ma Lovecraft non era solo questo, visto che sono tantissimi i racconti anche di ispirazione fantascientifica a cui si dedicò. La sua peculiarità è stat proprio quella di creare situazioni e personaggi totalmente disarmati di fronte a quello che stanno per affrontare; ogni atto di consapevolezza o di conoscenza porta alla follia; ogni tentativo di sconfiggere non tanto le divinità, ma i loro adepti, un avvicinarsi inderogabile alla morte, la quale in fin dei conti è il più pacifico dei porti desiderabili. Leggere i suoi racconti porta a non volersi mai avvicinare a un porto, con la nebbia, quando le luci calano, in solitaria…ma nemmeno andare in montagna, di notte, da soli, verso i tumuli…le case di famiglia non sono piacevoli…

20181031_155727_wm[1]
Qui il link alla Providence Press
7. “Steve Harrison” di R. E. Howard

 

Anche gli indagatori dell’incubo sono un classico di genere e di solito sono quelli che più vorremmo avere al nostro fianco. Cosa differenzia un indagatore dell’incubo da un protagonista che deve affrontare il mostro? Che il primo, volente o nolente, la lotta se la va a cercare. Avete presente “Dylan Dog”? Ecco, perfetto, il suo è un istintivo e pervicare senso del pericolo, ovvero di volersi andare a ficcare in situazioni che nessun altro vorrebbe affontare. Poi se andiamo a rileggere i primi albi le motivazioni ci sono tutte. Il libro che ho scelto è l’unico che, ammetto, non ho completato da poter dare un giudizio preciso. Steve Harrison è un altro personaggio creato dalla penna instancabile di Robert Howard (il padre di Conan per intenderci) e, come altri nati dalla stessa mano, ha un approccio virile, fisico con i suoi avversari.

Piccola nota a fine post per ringraziare le case editrici NPE e Providence Press per la costanza nel volere proporre o riproporre autori che hanno fatto grande il genere horror, inseguendo la qualità, creando opere curate e amate (il libro di Howard è pieno di note a fine racconto. Dico solo questo. E le introduzioni dei fumetti della Npe sono interessantissime).

Ringrazio anche la Newton & Compton per la gloriosa serie dei “libri a mille lire” che hanno allietato tutti gli anni delle mie superiori, stampando autori famosi a un prezzo ridicolo (mancava poco che te li “spacciassero” agli angoli delle strade!), per aver pubblicato volumoni e mammuth con tutti i romanzi gotici e non solo (ne ho almeno tre di quelli a cui l’altro ieri si è aggiunto quello dedicato a Poe) e anche per i “libri a duemila lire” dove erano pubblicati i romanzi di genere. Grazie a Pilo e Fusco per le prefazioni.

Dai 7 consigli della settimana che per antonomasia è considerata la più paurosa, ho lasciato fuori mummie, licantropi e zombie. Della prima ricordo vagamente un racconto di sir Conan Doyle, mentre dei secondi ho sempre trovato racconti validi; sugli zombi cala un pietoso silenzio. Se avete libri da consigliarmi su questi e altri mostri, segnalatemeli che per la creepy week del 2019 devo mettermi avanti con i lavori!

“Omicidio sul ghiacciaio” di Lenz Koppelstatter

IMG_20181008_122720_492[1]
La trama dal sito del Corbaccio

Faccio una premessa fondamentale che c’entra poco con il libro, ma c’entra con me come lettrice: ci sono cose che non sopporto nella vita vera e quindi nemmeno nelle cose che leggo. Tendenzialmente evito romanzi che so che trattano argomenti che mi infastidirebbero (tranne affrontare argomenti storici o scientifici impegnativi. E’ in quei libri che impegno il mio lato critico e oggettivo), ma rimango spiazzata quando li trovo in libri in cui non sono fondamentali. Cosa non sopporto? I personaggi tutti negativi o incapaci o  macchiettistici: uno o due ci può stare, tutti no, è una casistica troppo alta. Sarà che nella vita vera di “casi umani” se ne incontrano fin troppi, a tal punto da dubitare l’assenza di Candid Camera nella propria vita o che la gente ci fa più che ci è per non pagare mai dazio. Seconda cosa che non reggo: i personaggi che non si adattano mai mai mai al luogo dove sono (che non è quello in cui stavano prima, amavano, che ritengono casa e in cui vorrebbero tornare), denigrando infantilmente tutto quello che vedono o sentono o con cui hanno a che fare. Terzo: se non ami il mare, ma ami la montagna non sei degno di essere considerato umano (qui mi fermo perché ho fatto grosse litigate dal vero con persone che pensano davvero queste cose. Io detesto il mare e non rompo le scatole a quelli a cui piacce). Poi ce ne sarebbero altre, ma queste son le cose che ho trovato nel romanzo in questione e che purtroppo hanno inficiato pesantemente il mio giudizio finale.

L’investigazione è un lineare susseguirsi di eventi, svelamenti e correlazioni fra personaggi e situazioni: lineare ma non scontato, lineare ma ramificato in più reati che alla fine vengono alla luce anche se non correlati fra loro. Un giallo all’italiana, dove di solito ci si occupa di cronaca nera, senza troppe stranezze, si svolge in quel modo dando a noi comuni mortali, almeno nella narrativa, di poter vedere la giustizia emergere e i cattivi pagare. É appagante leggere questi romanzi proprio perché da un senso di risoluzione comprensibile, uno spiraglio di positività, anche se prima si son lette nefandezze varie. I due investigatori, il commissario Grauner e l’ispettore Saltapepe, seguendo indagini personali e con metodi diversi, alla fine riescono ad assicurare almeno un colpevole alla giustizia per il reato (l’omicidio) commesso. Non aggiungo altro per non fare spoiler.

Le grida in quarta di copertina preannunciava un duo investigativo scoppiettante, ma a me è sembrato stantio e noioso. Grauner, classico burbero, amante delle tradizioni delle sue montagne, sembra un nonno di Heidi relativamente giovane, con le mucche da mungere prima di andare in commissariato ad occuparsi della giustizia; Saltapepe invece, giovane irruento napoleatano, cresciuto nella lotta senza mezzi contro la camorra, non si sa come (evvai!) spedito al noioso e banale nord, sembra un viziato ragazzino che vuole le cose sempre uguali, senza mai voler imparare dagli altri. Mi direte che probabilmente è voluto, perché i segnali di cambiamenti (soprattutto in Saltapepe) sono evidenti, che magari nelle prossime puntate si capiranno meglio le cose…noia. A me fanno noia. I libri dovrebbero vivere per sè stessi e non valutando ipotetiche puntate, le quali, se poi arrivano, possono aumentare la caratterizzazione del personaggio, ma senza prevaricare sul centro della trame: il reato e la sua risoluzione eventuale. Temo fortemente che questa sia una moda dell’editoria di genere, dove la serie è data per sicura e bisogna dare così spazio ai protagonisti da prevaricare sul resto. Ma alla fine non ci siamo innamorati lo stesso di Maigret o di Miss Marple, le cui vite sono comprensibili sono da minuscoli dettagli, da informazioni lasciate quasi per caso fra le pagine, come un leggero puzzle tutto da ricreare solo se appassionati lettori? Non li abbiamo amati spassionatamente proprio perché mettevano in carcere i cattivi, senza distrarci mai? Io sì.

Tornando al libro, di positivo ha sicuramente lo stile: secco, chiaro, senza abuso di perifasi o aggettivi a sproposito. La narrazione procede spedita e così permette una lettura veloce e piacevole. Lo svolgimento dell’investigazione poi tocca eventi di cronaca (il ritrovamento della mummia di Similaun) inquadrandoli in una comunità credibile, con le sue diatribe e fazioni e i suoi interessi. Ha un nucleo molto interessante questo libro che, nella mia lettura, è purtroppo passato in secondo piano e me ne dispiaccio.

Voto: 5

Consigliato A chi è incuriosito dalla vicenda di Oetzi e da quello che può capitargli attorno.

Scheda tecnica

traduttore Werner Maenapece

titolo originale: Der Tote am Gletscher. Ein Fall für Commissario Gauner

anno di pubblicazione 2015

casa editrice Corbaccio

stampato maggio 2018 presso Grafica Veneta S.p.A. di Trebaseleghe (PD). Printed in Italy

copertina illustrazione di Federico Paoli

grafica Elena Leoni / Booh.it

pagine € 16,90

prezzo 319