“Devilman” di Go Nagai

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Su wikipedia le informazioni di massima fra anime e manga. Qui al link

Chiariamo subito gli intenti: oltre agli anime visti quando ero ragazzina, in compagnia di Cavour e Mazzini probabilmente, poco so di tecnico. Eppure qui scrivo di ciò che leggo, scrivo delle mie impressioni e del mio rapporto con le storie che mi trovo fra le mani, senza voler per forza fare la maestrina; quando so qualcosa ve lo dico, quando leggo un articolo utile ve lo segnalo, per il resto ciacole in libertà. Questo per dire che un manga così complesso può essere letto con l’occhio dell’esperto di Giappone, di Go Nagai, di anime e manga, di tante altre cose; oppure può essere letto con l’occhio della occidentale che umilmente cerca di leggere il messaggio. Questo io ho fatto.

Mi sono trovata fra le mani il volumone dell’opera completa del manga grazie a un prestito e me lo sono letto, straordinariamente, in due giorni circa. Dico straordinariamente perché la lettura “al contrario” a suo tempo mi diede qualche problema visivo e anche perché l’opera della Omnibus è veramente grossa. Perché questa facilità? Primo di tutto, la quantità delle tavole grafiche è nettamente superiore allo scritto, mentre questo quando interviene ha due binari comunicativi: uno discorsivo e molto veloce fra diversi personaggi, tipico delle situazioni di disagio o di combattimento; un’altro descrittivo molto sintetico e chiaro, quando la narrazione rallenta per spiegare cosa effettivamente succede e cosa succederà.  Al contrario di molti fumetti, qui non vige lo spiegone, ma vi è un lento accompagnare il lettore allo scoprire l’evidenza dei fatti, all’inevitabilità dell’esito della battaglia, entrando in modo inesorabile nel nero più fondo della vicenda, dove la speranza muore del tutto lasciando spazio alla violenza, alla prevaricazione, alla sconfitta. Ma andiamo con ordine.

Prima di tutto mi urge sottolineare che, se come me siete riusciti a vedere l’anime, i due prodotti hanno motivazioni e trame differenti e quindi scordatevi tutto quello che ricordavate. Nell’anime Devilman arrivava sulla Terra, possedendo il corpo del giovane Akira, per distruggerla, ma viene sconvolto dal sentimento dell’Amore e rinnegherà tutto (la ricordate la sigla vero?); nel manga Akira accetta di essere posseduto da un demone per impedire che i demoni riconquistino il potere sulla terra a danno dell’umanità. Diciamo che è il punto di partenza della fusione Amon-Akira che cambia il senso dei due prodotti, creando un anime con la redenzione scelta da Amon a seguito della scoperta dell’Amore per una umana, mentre il manga è la scelta di un umano di diventare un devilman e intralciare i piani dei demoni senza minimanente trattare argomenti quali la redenzione o il valore salvifico dell’Amore.

Akira viene convinto come solo uno stolto dal cuore puro (sì, scusate questa condanna, ma all’inizio è davvero uno sprovveduto che segue senza nemmeno accendere un momento il cervello) dall’amico Ryo a farsi possedere da un demone per salvare il mondo visto che gli altri demoni hanno pensato bene che era finito il tempo del letargo nel gelo e vogliono riprendersi la terra. Proprio perché Akira è buono, puro e ha pensieri solo buoni e puri, egli potrà attirare un demone potente e diventare un Devilman ossia una categoria molto particolare in cui è l’uomo a prevalere sul demone (scusate le ripetizioni) per sfruttarne i poteri. Akira diventa quindi come un combattente eletto, che rinuncia alla sua normalità per un fine più alto. Sceso nei bassifondi della vita umana, dove gli esseri umani senza più raziocinio e intelletto diventano cibo e corpo di più esseri infernali, egli ottiene quanto ricercato e incomincia la sua lunga ed estenuante lotta con il male, attraverso il tempo e lo spazio. Il suo agire, purtroppo, è fallimentare, perché ben presto si renderà conto che è fondamentalmente che è uno contro un esercito infinito, uno contro anche gli istinti più beceri dell’umanità che fa da sponda ad altra violenza. Il lungo manga è un inesorabile cadere verso l’inevitabile accettazione della violenza e dell’impossibilità del bene di, anche solo, contrastarla.

Il manga è qualcosa di senza speranza. E mentre Akira non la perde, lotta, usa Amon, perché alla fine il suo essere fondante non viene mai scalfito, anche di fronte alle peggiori rivelazioni, Go Nagai ci fa vedere che noi siamo spacciati a causa delle nostre scelte negative.

Non voglio passare ad un’analisi antropologica, psicologica o sociologica del fumetto, ma non è raro vedere come certe opere giapponesi siano la reazione istintiva, ma anche logica agli orrori visti nella seconda guerra mondiale. Spesso Miyazaki viene accostato alla paura e allo sconvolgimento delle bombe nucleari cadute a fine guerra, con la ricerca di una risposta a quello che è successo e anche di una lotta per impedire che riaccada. E Go Nagai? Quanto della degenerazione dell’umanità nel fumetto può essere letto come la sconfitta della contemporaneità alla scelta della violenza per risolvere i conflitti? Quanto nella scelta degli strumenti per combattere l’esercito demoniaco è il dito puntato dell’autore verso le due super potenze, Usa e Urss, allora in guerra fredda? Insomma tutta quella violenza descritta può non essere una sola e banale scelta stilistica, ma io la vedo come una profonda critica alla società, alle scelte che compiamo nel rapportarci agli altri, nella scelta della prevaricazione sull’altro piuttosto che nell’estirpare alla radice questi atteggiamenti distruttivi. Mi sembra semplicistica la lettura di una scelta stilistica per sconvolgere il lettore e basta, mentre mi sembra più corretto pensare al pugno nello stomaco voluto da dare a chi legge.

Non vi è poi molto spazio concesso ai personaggi femminili: i più caratteristici sono Miki e Selene. Se non ricordo male nell’anime Selene ha un grande ruolo, diciamo il contro altare amoroso infernale che cerca di convincere Amon a ritornare al suo compito originale, mentre nel manga ha un ruolo ben definito, carisma riconosciuto dagli altri, forse davvero il corrispettivo femminile del demone protagonista, ma fa una brutta fine anche se è il momento tragico del fumetto, trattato con delicatezza oserei dire. Miki invece l’ho trovata odiosa: spocchiosa, gradassa, fintamente capace di valere qualcosa, parla sempre a sproposito e non dice mai cose utili. Dovrebbe essere l’amore di Akira, ma sinceramente la cosa non si coglie se non verso la fine, ma anche lì c’è un bisogno e non un affetto. Sinceramente non mi è piaciuto.

Vi è anche un leggero sotto testo omossessuale, visto il rapporto fra Akira e Ryo e nei siti che ho letto per farmi una documentazione sul testo, sono quasi tutti concordi a sottolineare come la cosa venga mal posta, ma che non appare un chiaro attacco all’omossessualità. Il rapporto fra i due ragazzi sembra molto sbilanciato alle prime pagine: Ryo è quello trasgressivo se vogliamo dire, con un padre importante, cresciuto negli agi e molto più scafato, mentre Akira è un bravo ragazzo di una famiglia bene (forse, non si capisce, visto che non appare mai nemmeno in ricordo), cresciuto forse solo fra scuola e casa. Ryo butta in pasto Akira senza pietà, ma poi è costretto a subire le decisioni autoritarie di Amon-Akira, cercando di lasciare a lui la parte fisica della battaglia e tenendosi per sè la parte mentale e strategica. Poi pian pianino gli equilibri si rompono, fino a dopo la metà quando la situazione degenera e anche Ryo svela che nemmeno lui è rimasto immune dalla fusione coi demoni…Verso la fine, con lo svelamento (non vi faccio spoiler) di alcuni dettagli, rileggere dall’inizio tutto potrebbe dare una visione diversa del rapporto fra i due. Comunque non ci vedo una condanna, anche perché qui nessun rapporto affettivo si salva alla fine della faccenda.

Altro aspetto è la sessualità dei corpi. Beh qui forse bisognerebbe fare un lungo discorso visto che la nudità, lo svelamento della stessa, l’ipersessualizzazione e nello stesso tempo il nascondimento non nasce con le mutandine sotto le gonnelline delle studentesse (ricordate “Gigi, la trottola”?), ma molto prima con stampe settecentesce molto espilicite, con un rapporto con la sessualità molto differente da noi occidentali. Anche qui la scelta non è di solletticare gli istinti, ma di mortificare il corpo, di stravolgere i rapporti, perché alla fine stiamo parlando di demoni e questi non ti chiedono l’appuntamento al ristorante, un cinemino e poi ti riaccompagnano a casa! La scelta stessa di base porta a uno stravolgimento in negativo di ogni cosa che si rappresenta. Stranamente l’unico episodio di amore non ricambiato, descritto in modo gentile e delicato, è quello che spiega in ottica demoniaca un pezzo della vita di Hitler (sì, un pezzo del manga è dedicato ad episodi chiave della storia umana e quindi a personaggi emblematici nel bene e nel male).

Il tratto è assolutamente funzionale al tipo di messaggio che si vuole mandare, con un passaggio repentino di tratti violenti che distorcono l’anatomia, alla delicatezza e attenzione nel descrivere un passaggio, un personaggio, o un rapporto. Anche se non è lo stile che più apprezzo, quando messaggio e matita sono concordi anche la perfezione anatomica può andarsene a casa senza problemi. Molto bello il passaggio da tavole in bianco e nero (la maggioranza) a quelle a colori, senza contare le extra a fine fumetto, messe in questo volumone. Certo, nell’anime Amon era un gran figone e qua no…

Voto: 9

Consigliato: a chi ha pelo sullo stomaco; a coloro che riescono a mettere un muro alla violenza finta; a coloro che videro l’anime da ragazzini/e; a coloro che vogliono capire un po’ di più di fumetti nati negli anni ’70 del secolo scorso, senza remore passando dall’oriente estremo all’occidente americano.

Nota: leggetevi anche l’articolo di Fumettologica dedicato a questo volume. Molto interessante.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione 1972

casa editrice Edizioni BD

storia e disegni di Go Nagai

lettering Marco N. Balestra

traduttore Marco Franca

editing Valerio Manenti

grafica di copertina Giovanni Marinovich

stampa A4 servizi Grafici, Chivasso (TO), nel 2017

prezzo € 39.90

 

 

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“Il banchiere assassinato” di Augusto De Angelis

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Qui il link della Sellerio Editore.

Scoperto grazie a uno dei trafiletti de “La Lettura” del Corriere della Sera e letto grazie alle biblioteche civiche, ho avuto la fortuna di leggere un padre del giallo italiano, di cui non conoscevo l’esistenza. De Angelis scrive dagli anni 1912 fino 1943, anno in cui venne incarcerato dal regime e morì nel 1944 a seguito di un’aggressione fascista appena uscito dal carcere. La sua pagina wikipedia (è l’unica che in modo chiaro ci elenca i suoi scritti con le date. Alla fine serve solo a quello, perché sulla correttezza storica fa degli scivoloniiii…) ci segnala un buon numero di scritti fra romanzi e opere di storia, ma soprattutto ci fa vedere che la Rai alla fine degli anni ’70 aveva fatto lo sceneggiato con Paolo Stoppa nei panni del commissario De Vincenzi (qui il link e poi vediamo se su Raiplay si trova da vedere). Quando la Rai faceva le cose belle e ben fatte…altri tempi.

Torniamo a noi. Il romanzo è quasi una piece teatrale che si svolge in un sol luogo (quasi) e in un arco temporale molto ridotto: la casa della vittima e in 24 ore circa. Il nostro commissario è un poliziotto malgrado se stesso sembrerebbe, più interessato a leggere e a conoscere studi psicologici che a cercare di correre dietro ai malfattori. Eppure è proprio questo suo interesse ad aiutarlo a risolvere un omicidio che condannerebbe al carcere addirittura un suo caro amico. Perché tutte le prove sono contro Giannetto Aurigi, giovane di belle speranze ma ridotto al lastrico a causa di investimenti sbagliati, nella cui casa è stato trovato ucciso il banchiere Mario Garlini con un colpo alla testa. Eppure a De Vincenzi qualcosa non quadra, dettagli direte voi, ma quelli che alla fine non solo condannano al carcere il vero assassino, ma svelano anche altri misteri che avrebbero reso infelice più di una persona.

Il giallo si svolge in una Milano nebbiosa, fra i teatri e la bella vita, con famiglie decadute ma che non si arrendono e giovani rampanti che cercano di sbancare il banco; mentre la vicenda si svolge principalmente a casa dell’accusato, fra una camera e l’altra, da un divano alla sala e con una pendola che suona ogni ora. Alla prima questo fatto mi ha notevolmente disorientata perché il mio cervello continuava a pensare che gli interrogatori si facessero in commissariato e quindi ha fatto fatica a riorganizzare in modo spaziale lo svolgersi della vicenda. Ma alla fine bisogna adeguarsi a un sistema di costruizione del giallo molto diverso da quelli moderni e ritornare ai grandi classici. Non a caso De Angelis viene accostato a Simenon e De Vincenzi a Maigret. E il paragone salta all’occhio per quanto (e la cosa la posso solo scoprire leggendo gli altri romanzi italiani) le due figure siano molto diverse fra loro: entrambi hanno un rapporto umano e schietto, a volte paterno e a volte duro da braccio armato della legge; si trovano loro malgrado a dover affrontare non solo un delitto, ma le conseguenze umane che hanno portato a esso o che da esso sono scaturite; preferiscono “perdere tempo” con la fine arte della psicologia piuttosto che il pugno duro; entrambi agiscono ipoteticamente negli anni della loro pubblicazione e quindi negli anni ’30 dove le società, francese e italiana, sono a un punto di svolta politico e non solo. E poi la stufa! Lo so che è un dettaglio minuscolo, ma all’inizio del romanzo De Vincenzi ha a che fare con una stufa e il gesto mi ha ricordato Maigret che fa caricare la sua per combattere l’umidità o per asciugarsi gli abiti.

Il giallo è composto in modo tale da instradare il lettore allo svolgimento della vicenda e a indovinare l’assassino, scartando lentamente tutti i personaggi anche se ogni tanto ci sono piccole trappole che servono a sviare l’attenzione. Questa è l’impostazione del giallo classico, dove molti dettagli vengono seminati apposta sulla via per impedire al lettore di risolvere alla seconda pagina l’indagine. Eppure tutto ciò non svilisce minimamente la lettura, anzi: una prosa con un bellissimo italiano corretto, corposo, ma non ridondante (è stata una piacevolezza leggerlo e come mio solito mi sono cimentata a leggerne pezzi ad alta voce e rende benissimo. Esisterà l’audiolibro? Se no, bisognerebbe segnalarlo); personaggi strutturati senza essere fintamente esagerati; resa precisa e puntale dei rapporti fra di loro con le varie differenze di classe ma senza cadere nel servilismo stucchevole (siamo sempre in un’epoca di rottura, ma con le classi dominanti ben connotate e la vecchia nobiltà che non vuol minimamente cedere il comando). Non mi sbilancio ad aggiungere altro, perché questo primo romanzo il commissario, protagonista della serie, è evidentemente abbozzato ma già strutturato e Milano, altro protagonista a quanto pare, rimane di sfondo con i suoi teatri, i bistrò, le vetture che sfrecciano e la sua nebbia (che sono un abitante della pianura padana può capire e apprezzare nella sua pesantezza. Io infatti l’ho amata perché sembra quasi un’aiutante, insieme alla notte, per i delinquienti e i pensieri foschi).

Dettaglio molto interessante è la descrizione dell’indagine del medico “legale” e degli studi in auge legati alle indagini criminologiche. I primi anni del ‘900 sono stati davvero un salto scientifico anche per questo campo e, certo, fa un po’ tenerezza leggere dei gesti goffi e senza troppa strumentazione per paragonare le impronte digitali (per moltissimo tempo si fece a occhio nudo e con l’onestà e abilità dell’investigatore o del tecnico) e per determinare orario della morte o se l’omicida era destro o mancino. Senza quelle prove un po’ azzardate non avremmo i R.i.s..

Voto: 7 Primo di una serie, sicuramente incuriosisce per stile e per resa, con una penna elegante e deliziosa.

Consigliato: a tutti gli appassionati di gialli, noir di stampo classico; a coloro che sono esterofili nella lettura di genere; a coloro che dicono che in Italia non si sanno scrivere gialli; a coloro che amano le ambientazioni fra le due guerre mondiali.

Nota: Carlo Lucarelli ha scritto una serie ambientata più o meno nello stesso periodo (Repubblica di Salò e fine della seconda guerra mondiale), con il personaggio del commissario De Luca. Mi piace Lucarelli (più come divulgatore di cronaca nera che come scrittore ma va bene lo stesso), ma la differenza di stile e di profondità di comprensione del periodo si sente se si volessero paragonare i due personaggi e le serie. Questo è per dire, solamente, che recuperare gli scrittori originali di un periodo permette di comprendere meglio anche la crescita narrativa di un genere, posizionando ogni tassello al suo posto, ma anche di vedere come certi scrittori moderni si mettano in gioco raccontando a loro modo, con la sensibilità moderna e l’occhio dell’uomo distaccato, certi eventi e situazioni.

Scheda Tecnica:

anno di pubblicazione 1935

casa editrice: Sellerio Editore Palermo.

serie: La Memoria

stampato presso Officine Grafiche Riunite, Palermo, nel mese di aprile 2009

copertina: manifesto pubblicitario di Ernst Deutsh, 1914

pagine 212

prezzo € 12,00