“Satana a Goraj” di Isaac Bashevis Singer

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Dal sito della adelphi

Mettete che siete ebrei in un piccolo paesino della Polonia nel 1600 circa; mettete che a un certo momento l’altalenante susseguirsi di tolleranza e intolleranza verta ora sulla seconda e il vostro paese venga spazzato via; mettete che riuscite a ritornarci, anche se ruoli e persone sono cambiati, a volte veramente devastati; mettete anche che dalla Terra Santa, quella Gerusalemme che rimane nel cuore di tutti gli ebrei, giunga la voce che il Messia si è rivelato; mettete che tutte queste cose insieme poi lascino spazio al raziocinio e portino le persone a quello che nessuno si auspicherebbe: la divisione della comunità e l’eresia che regna sovrana.

All’interno della vicenda realmente accaduta di Sabbatai Zevi (Shabbatay Tzevi) autoproclamatosi Messia degli ebrei, sobillatore di speranze mai sopite, per poi tradire nel peggiore dei modi (convertirsi a un’altra religione, l’islam), la storia del paesino di Goraj diventa emblematica soprattutto nella gestione del mutamento di dogmi religiosi in un momento di fragilità psicologica e comunitaria. Al centro della vicenda, come una marionetta muta guidata dagli eventi, c’è Rachele: figlia di Reb Eleazar Babad, eminente personaggio della comunità prima della distruzione; allevata dallo zio macellatore rituale; vessata dalla nonna sin da bambina, che le riempiva la testa delle peggiori paure; data in sposa suo malgrado a un venditore ambulante, dal dubbio passato e dalle abitudini strampalate, Reb Itche Mates; divenuta suo malgrado (bis) profetessa di questo nuovo Messia; rapita e concupita da Reb Gedaliya, macellatore rituale e seguace di Sabbatai Zevi, senza potersi opporre, il quale la userà per i suoi scopi; e infine posseduta dal diavolo per condurla alla fine drammatica. Eppure attorno a lei, muta e inerme, girano altri personaggi particolari, dai figli corrotti del rabbino ortodosso, alle donne del villaggio, alla vicenda del Messia, ai cristiani che si convertono sai mai che siano vere le voci, alla teologia difesa o buttata alle ortiche.

I.B.Singer imbastisce un racconto dark, con buoni spunti horror, senza mai cadere nè negli stilemi del genere, nè nei suoi difetti. Molte recensioni parlano di racconto medievale, ma sinceramente io non ci ho trovato niente di quella narrativa, mentre ha molto del racconto popolare in senso ampio, con i suoi personaggi fuori dalle righe, la vittima sacrificale e un certo bene e un certo male che si confrontano, quasi sbalorditi di essere immersi nella quotidianità (ecco, questo sì può essere un elemento di narrativa medievale, in cui il fantastico è assolutamente normale, ma alla fine è un tratto comune a tutta la favolistica di genere dai tempi della mela di Adamo ed Eva). Goraj diventa quasi un simbolo, una bolla chiusa in cui la Storia entra ed esce, dove il paranormale trova modo di sfogarsi, ma dove il resto del mondo sembra non entrare più dopo aver cercato di distruggerla.

Il tema dell’ortodossia e dell’eresia, tipica probabilmente solo delle religioni monoteistiche (o del Libro della Legge), sono ben espresse, ma rimangono come vittime di se stesse, dove una non riesce ad opporsi all’avanzata dell’altra, la quale stravolge ogni consuetudine sociale, civile ed etica, per poi sparire spazzata via dal vento che ha generato da lontano. In realtà è una chiara descrizione della crisi dei valori religiosi in una comunità che ha perso ogni appiglio e forse è un ammonimento a tutti coloro che praticano o credono di stare attenti perché è facile perdere tutto, uscire dal seminato, se si va dietro a una speranza senza costrutto. Non c’è nessuna critica al comportamento di ogni personaggio e nemmeno nessun vero ammonimento al seguire una speranza insita nella storia ebraica, ma che qui è seguita senza certezze: Singer pare solo un triste e “silente” osservatore, narratore di un fatto successo e immutato nel tempo, di un momento che ha un inizio e una fine nel lento fluire della Storia generale.

La sua prosa è precisa, dettagliata, sicura; una capacità descrittiva senza fronzoli, ma che da per scontato che il lettore capisca tutti i termini e i vari ruoli, come se fosse questo non un romanzo per tutti, ma solo per chi davvero vuole capire (il fatto che venne scritto in yiddish è molto chiaro), comprese le benedizioni o le maledizioni fra parentesi dopo aver citato un particolare personaggio. Una capacità di descrivere i personaggi, ma ancor di più il loro inevitabile destino, come se davvero tutti fossero segnati e nulla possa essere davvero cambiato.

In confronto al fratello Israel ho trovato questo Singer più cupo, stanco, triste. Mentre Israel coglie continuamente l’ironia tipica della sua cultura, religione e popolo, anche nelle situazioni più disperate (il libro “La Famiglia Karnowsky” è la storia di un dramma che vede nel nazismo il veleno che contamina e distrugge), dove il nero del dramma si unisce alla potenza della parola sacra e no; in Isaac ho trovato una pesantezza, come se la scelta del dramma non lasciasse nessuna speranza. E’ un gioco sottile quello che vedo fra loro, perché le somiglianze sono tante di più a partire dalla capacità di rendere tridimensionale una comunità che tendenzialmente vogliamo evitare o dimenticare o lasciare chiusa nel santino della shoa; l’enorme cultura che permette di riempire di parole specifiche, di gesti e rituali, descritta con naturalezza, proprio come se fosse parte della loro quotidianità. La storia della letteratura vede Isaac vincere il nobel, mentre gli altri due fratelli (Israel e Esther) essere riscoperti in questi ultimi anni, pur suscitando successo e interesse anche in vita, ma ci riconsegnano una profondità letteraria rara in questi ultimi tempi. Da riscoprire tutti (mi manca la sorella da affrontare).

Voto: 7 e mezzo

Consigliato: a chi è appassionato di romanzi storici, di storia ebraica, ma anche di horror paranormale non splatter, non gore, ma molto realistico.

Scheda tecnica

traduttrice Adriana Dell’Orto

titolo originale “Satan in Goraj2

anno di pubblicazione 1955

casa editrice Adelphi

stampato nell’aprile del 2018 , da L.E.G.O. S.P.A. stabilimento di Lavis

copertina: “Sposa ebrea” di Isidor Kaufmann, collezione privata

© Christie’s Images

Bridgeman Images

pagine 182

prezzo € 18,00

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“La stiva e l’abisso” di Michele Mari

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recensioni dal sito di goodreads

Cosa succede quando a una nave, a un veliero, il vento  va in bonaccia e la tiene lì ferma in mezzo al mare? Questo libro potrebbe darvi la risposta. In fin dei conti i nostri avi, con la loro tecnologia ancora molto legata agli umori di vento e mare, di fronte alla bonaccia si trovano sperduti e in balia del nulla: immaginatevi un panorama sempre uguale dall’alba al tramonto, sotto il sole e senza vento, per giorni indefiniti sperando di vedere arrivare finalmente una nuvola e un refolo di qualcosa regalato da Eolo. Se ben ti vada vai anche un po’ giù di testa.

Questo romanzo ha due termini di lettura: uno metaforico e l’altro narrativo. Partiamo dal secondo che mi pare più facile. Questo libro l’ho preso in scia della mia personalissima scelta di storie legate al mare, dai pirati alle baleniere alle battaglie navali alle esplorazioni scientifiche e in effetti copre esattamente quel buco che normalmente gli altri autori saltano: cosa succede se una nava va in bonaccia? E se il suo capitano è ferito gravemente con una gamba in cancrena, chiuso nella sua cabina? Succede che il suo secondo, avido e orgoglioso ma senza i mezzi, ne vuole prendere il comando e l’equipaggio si lascia abbindolare dalla noia, dalle leggende e dalle superstizioni. Strana nave questa senza medico a bordo e nemmeno un sega ossa; strana dove il secondo è di un’ignoranza abissale; strana perché non c’è spiegazione per la malattia del capitano. Sembra quasi che sia stata maledetta. Eppure nessuno di loro pensa che sia così e i giorni e le notti scivolano abbastanza uguali a se stessi, senza domande e senza altri pensieri. Se non fosse per quei strani pesci che si “congiungono” con gli uomini e donano a loro delle storie. Ci sono marinai che diventano poeti e marinai che rimangono stolti; ci sono marinai innamorati e marinai che subiscono l’amore. Mozzi, capitano, secondi e marinai vari si trovano a che fare con questi strani pesci che salgono in nave e in qualche modo li posseggono come fisicamente e li cambiano. Giorno dopo giorno la realtà pare scomparire per lasciare il posto alla noia e ai sogni e a quel richiamo del mare che diventa talmente tanto forte da attirarli uno a uno.

Sì, il galeone spagnolo sembra proprio maledetto.

Eppure pagina dopo pagina sembra non succedere nulla, se non l’aumentare della paranoia, della noia, della stanchezza, delle leggende, con l’unico, il capitano, che pareva rimanere solido chiuso, romanticamente e umoralmente, nella sua cabina a vedere la cancrena farlo marcire sempre più. Non esiste ordine finale o soluzione, esiste solo la bonaccia. A leggere questo libro ci si aspetta non una risoluzione vera e propria, ma come se all’improvviso la vera storia di mare, di un altro galeone, riprenda il corso lasciandosi alle spalle questa nave fantasma maledetta dal mare e posseduta dai pesci.

Di navi maledette è pieno l’immaginario e questa a volte sembra essere una “Perla Nera” prima di diventare quella misteriosa e agognata nave dei caraibi, perché tutte le navi leggendarie hanno una nascita fra legno, sartiame, puzza di pesce, arroganza e paura: sono navi “semplici”, salpate da un porto per una missione precisa, ma nel mezzo, in quello sterminato territorio che si chiama oceano, incappano nelle peggiori situazioni e perdono di vista tutto, dalla terra alla vita, dalla speranza alla possibilità di sopravvivere, sperando di andare oltre (ricordate il raggio verde?) e trovare una soluzione al pantano in cui si trovano.

E’ un non racconto a mio modo di vedere, un intermezzo più o meno comico o drammatico, un riempitivo per tutti coloro che si son sempre chiesti come sopravvivono gli uomini alla tirannia del vento. Non sopravvivono. Punto.

Ora passiamo al primo aspetto del romanzo. E’ il secondo libro di Mari che leggo e mentre il primo, “Roderick Duddle”, l’ho abbandonato, qui sono voluta andare fino in fondo per capire come volesse gestire questa storia non storia. E sinceramente non l’ho capito. A lettura ultimata, mi sono letta un po’ di recensioni su goodreads, perché a me continuava a sfuggire qualcosa. E allora l’epifania! Il romanzo è una lunga metafora sul concetto della parola, del racconto e blablablabla…cose così. Sinceramente mi sono messa a leggere con interesse, ma con la domanda in testa fissa: ma veramente ci credono? Sì, ma forse loro hanno capito qualcosa di Mari che io non voglio e non riesco a comprendere: loro continuanano a sottolineare che ogni suo romanzo sia una specie di narrazione sulla narrazione, una lunga e continua metafora su un unico argomento. Ecco…che palle!

Mi spiace Mari, ma io e te non ci capiremo mai a questo punto. Non so se hai deciso di raccontare, sotto forme diverse narrative, un solo e unico argomento; non so se davvero hai pianificato di spaziare fra i generi, i quali magari adoravi leggere e adori tutt’ora, per tornare sempre a un unico porto; non so se è la metafora e il suo svelamento l’unica cosa da cercare; so solo che mi annoi mortalmente perché quello che scrivi io lo percepisco come se non avesse anima. La tecnica è fondamentale per scrivere e Mari la padroneggia abilmente: ha costruito un perfetto racconto di mare, lavorando sui personaggi, sulle idiosincrasie, sulle paure e sulle speranze; per quanto si possano contestare alcune scelte narrative e certe “dimenticanze” alla fine sono tutte funzionali per portare il lettore dove vuole lui, insieme alla bonaccia. La tecnica, però, non basta. L’arte affabulatoria, quella che ti nasce dal cuore più che dal cervello, quella che entra in risonanza emozionale con il lettore è qualcosa che non si impara con i tecnicismi, ma la si possiede e la si perfeziona e qui per me Mari non ce l’ha. Ancora una volta mi è venuto da dire che egli è il bravissimo primo della classe che scrive i migliori temi, azzeccando tutti i punti del titolo, ma che alla fine sarà sempre un altro a saper come incantare la classe con le sue favolette: si vuole diventare i cocchini della maestra o i leader della classe? Questo non vuol dire che io stia giudicando l’uomo Michele Mari che magari è simpaticissimo e godibilissimo, ma lo scrittore mi rimane indiffirente, freddo e scolastico, incapace di sapermi prendere (anche nelle parti comiche è ripetitivo e ossessivo, come quelli che continuano a ripetere sempre la stessa battuta perché ha fatto ridere una volta e quindi deve far ridere anche alla milionesima). Quindi, no, la parte metaforica di questo romanzo non l’ho colta e sinceramente non mi ha nemmeno interessato coglierla, non per ignoranza o menefreghismo mio, ma perché (forse sono monolitica, ma non mi pare visto che ci sono autori che mi affascinano e mi portano con la fantasia ovunque) mi ha lasciato totalmente indifferente e fredda.

Voto: 6

Consigliato: Se volete cercare un romanzo sulla lingua italiana, dove le lingue vengono mischiate, ma non avete ancora il coraggio di affrontare altri mostri sacri della letteratura, questo è un buon inizio. Se invece, come me, cercate di aggiungere tasselli all’andar per mare, questo ne è uno.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione 1991

casa editrice Bompiani

stampato nel dicembre 1991 presso la Milanostampa – Farigliano (CN). Printed in Italy

copertina: “Le età dell’uomo” di Caspar David Friedrich, Lipsia, Museum der blindende Künste (particolare).

prezzo £ 29.000

pagine 281

“La vendetta di Salazar” di Joachim Rønning, Espen Sandberg

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Sul sito di mymovies.it la recensione

Spiegatemi una cosa: quale è il problema della Disney oltre a fagocitarsi tutte le saghe possibili immaginabili e renderle tutte estremamente banali e sempre più demenziali? Hanno perso l’ispirazione? Pagano a cottimo gli sceneggiatori? Una cassetta di mele e pere al posto del vil denaro e quindi la resa è quanto meno ridicola? Ditemelo perché io devo capire perché gli ultimi 10 anni di film di avventura (che siano per mare o per spazio) si riducano tutte, non in grande put…aaaane come direbbe Carlo Martello nella sua omonima canzone, ma a grandi effetti speciali e fuffa a quintali. Fuffa. Ecco cosa sono i film Disney. E per me che son cresciuta con i suoi cartoni animati, tutto ciò è un tradimento. Altro che staccare le maniche della giacca!

Le storie di pirati nel nostro immaginario si possono dividere in due filoni: uno è il cappa e spada per terra e per mare, l’altro l’immaginario ultraterreno che anima il mare. La saga de “I pirati dei Caraibi” appartiene di diritto al secondo filone, che in realtà è molto più complesso di quanto si creda per svariati motivi: nella mitologia del mare ci sono canoni da rispettare (tipo i kraken o i maelstrom), ci sono leggende immortali (tipo l’Olandese Volante) che hanno attraversato i secoli, ci sono libri che hanno contribuito ad aumentarne il fascino. Tutto ciò non si può dimenticare mischiando cose e persone come i peggiori libercoli alla Dan Brown (sia chiaro che per me lui è il sinonimo dello scrittore fuffa che saccheggia a piene mani la Storia e leggenda per mero profitto. Non mi piace e non difendetelo qua. Piuttosto smettete di leggere questo post o il mio blog se siete dei fan). Il primo film aveva fatto ben sperare regalandoci una vera avventura in mare con tanto di mistero, magia, cattivi a non finire e buoni fessi che si salvano. Il problema è stato che fra tutti spiccò un certo Johnny Depp con un assurdo pirata scapestrato di nome Jack Sparrow e la folla andò in delirio. In effetti nel primo episodio fu il grandioso contro altare del grande Barbossa/ G. Rush, mentre un timido Orlando Bloom ricopriva il buono bello e pieno di grandi sogni. Il secondo episodio vedono i due cuoricini Will Turner & Elizabeth Swann (e già qua a me ricordava moooolto “Monkey Island”) andar per mare e aiutare Jack che iniziava sempre più a prendere piede; per fortuna di tutti dall’altra parte c’era un maestoso e drammatico David Jones pirata maledetto e la stupenda Calipso. Il mondo dei pirati sembrava ampliarsi, grazie a uno studio sapiente delle scenografie, dei costumi e dei diversi mari dei pirati: uno studio che lasciava ben sperare in qualcosa che avrebbe potuto davvero rendere vivi ancora una volta i pirati in questo secolo.

E invece vollero strafare. Tronfi del fatto che il pubblico è cieco e fesso e basta dargli dei personaggi gigioni e sono tutti contenti, il terzo episodio non avrebbe nemmeno dovuto nascere. Il quarto manco mi ricordo se l’ho visto…e se riguardo bene manco il terzo riesco a ricordarmelo. Deve avermi proprio fatto schifo e son convinta anche di averlo visto al cinema. Mah.

Stasera invece, complice sky, il caldo e la necessità di guardarmi un film, ho recuperato “La vendetta di Salazar”. Ecco…dire che mi sono annoiata è dire tutto.

Non che le scenografie o i costumi non fossero all’altezza, anzi: credo che insieme a “Harry Potter” sia la saga con più investimento in tal senso, visto che sembra davvero che abbiano voluto ricreare un mondo credibile. Un investimento di impegno, di lavoro, di mestranze che non hanno riscontro col resto del prodotto film. La regia e la recitazione sono appena sopra al livello di accettabilità, come se lavorare in un filmone in cui tutti andranno a vedere comunque, non spingesse tutti a dare il massimo oppure non è che il copione obbligasse a prove d’attore. Un J.Depp stanco e annoiato, forse conscio che è oramai intrappolato in quel personaggio autodistruttivo di Sparrow, fa il suo minimo sindacale, pur essendo il protagonista. Bardem che è un signor attore si trova imprigionato nella computer grafica che mangia ogni suo tentativo di rendere Salazar un cattivo vendicativo di tutto rispetto. Rush che potrebbe avere una svolta nel personaggio, con l’unico elemento di dramma inaspettato, si butta via sperando di non essere più richiamato a rivestire i panni e la gamba di legno di Barbossa (gran bel personaggio in ogni modo). E la nuova coppietta amorosa du du da da da è talmente scontata e anonima

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l’unico vero Guybrush è pixxelloso.

che passa in secondo piano, se non fosse che a questo giro Henry Turner è vestito quasi uguale a Guybrush Threepwood. A ‘sto giro chi nega che la saga è tratta dal celeberrimo gioco della Lucas Art (sempre sia benedetta) si merita un giro di chiglia.

La trama è il vero fallimento di questa saga. Ci sono sempre gli stessi passaggi: la coppia innamorata, il cattivone di mezzo, una maledizione, la Perla Nera, Jack Sparrow nei casini, lo scontro navale finale, tante botte di fortuna, tutto a posto, ciao alla prossima. Va bene una volta, due ok la si regge, ma al quinto capitolo è noia pura.

Si sprecano almeno due personaggi: Salazar e Sparrow. Il primo perché è un cattivo che viene spiegato e bruciato in cinque minuti col classico spiegone al momento in cui ci si sta addormentando sulla poltrona. Il secondo perché non avrebbe bisogno del tridente per risolvere i suoi problemi, ma un buon terapista. Oltre all’alcolismo, seriamente quali e quanti problemi ha questo personaggio per essere assolutamente incapace di usare in modo produttivo le sue capacità e i suoi saperi? Si salva sempre senza fare nulla, la quantità di fortuna e di gag alla Benny Hill si sprecano; ha a che fare con le più grandi magie e o non si ricorda mai come si gestiscono, credo a causa dell’etanolo nel cervello, o cosa siano o perché ci sono o che non si dovrebbero stuzzicare. E’ un giullare stanco che va avanti per fortuna e per una sceneggiatura favorevole, ma non aggiunge nulla di nuovo a se stesso o alla storia: è chiuso nella sua fantomatica ruota da criceto e continua a girare intorno senza fine come una vera maledizione. Ma perché? Non dico di renderlo serio, ma averlo trasformato in una macchietta triste non gli ha giovato.

Gli effetti speciali passano dall’ottima resa all’inutile esagerazione, ma almeno son sempre a buoni livelli spettacolari, se togliamo la scena di Sparrow giovane…brrr…rabbrividiamo (cit.).

Quindi dopo due ore e passa mi chiedo che senso abbia questa che risulta essere una stanca operazione commerciale che non porta niente a nessuno. Oddio, la gente continuerà ad andare al cinema, tanto va a vedere i cinepanettoni che sono idientici a se stessi dagli anni ’90 ad ora, e alle case di distribuzione e ai registi importerà poco il perché o il percome, basta che paghino. Questo però non è incoraggiante per nessuno, tanto meno per i veri appassionati di cinema o per quelli che cercano uno svago appena più elevato del cervello piatto che ride a comando.

Le storie di pirati sono una delle cose più avventurose che ci portiamo dietro dai secoli. Rovinarle in questo modo è un po’ desolante.

Scheda tecnica stringata

Regia 5; Scenografia 7 e mezzo; Sceneggiatura 4; Costumi 7; Effetti Speciali 7 ; Musica 6 (musica sul tema classico, senza discostarsi di più.); Fotografia 7; Cast 7 (sprecatissimo, ma non si può non rilevare la caratura dei singoli).

Voto: 6. La sufficienza se la porta a casa, ma per la tecnica e non per il cuore.

Il sito mymovies.it dedica un’intera pagina alle diverse critiche e il primo commento è azzeccatissimo. Vi metto il link per leggere tutto.

“L’ibisco viola” di Chimamanda Ngozi Adichie

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Recensioni e trama dal sito di goodreads.com

Secondo libro (per me) del gruppo di lettura “Libri alla polvere”. Premesso: come non considero più di tanto il sesso dello scrittore o le sue preferenze, così guardo poco chi scrive da dove. Ovviamente ogni elemento è di per sè modificatore di narrazione in base a chi si è e a come si voglia comunicare. Punto. Fine.

Detto questo il romanzo parla del passaggio dalla adolescenza a una certa prima maturità di una giovane ragazza nigeriana di ottima famiglia, abituata ai lussi, ma anche a temere un padre molto ingombrante e troppo rigido, in un momento di vera crisi politica e sociale del suo paese, la Nigeria. Questo in soldoni e le aspettative sono alte, perché questo potrebbe essere un romanzo di denuncia delle violenze famigliari (che alla fine non hanno colore e latitudini), del fanatismo religioso (che anche qua non hanno una unica direzione), delle discriminazioni e della denuncia di libertà quando un colpo di stato stravolge la normalità di un paese. Ma questo, per me, non è davvero un libro di denuncia, perché sembra sempre rimanere in superficie a trattare i vari problemi, a non voler affondare il colpo sui personaggi, a infierire sulle distorsioni.

Prendiamo il padre, Eugene: converito al cattolicesimo, vive la religione con quel fare fanatico di chi vorrebbe cancellare il passato vergognandosene, per cui non è mai abbastanza il tempo da dedicare alla preghiere al posto del dialogo, quando ci si riempie la bocca del nome di Dio anche staccando assegni. Nel mentre picchia la moglie incinta e i figli se sgarrano anche solo avendo condiviso un breve periodo di vacanza dalla zia con il nonno pagano (o tradizionalista, dipende dai punti di vista). Oppure organizza puntigliosamente la vita dei figli, salvo poi disinteressarsi se in vacanza non lo applichino manco un po’. Ha tutti gli elementi di un padre padrone, ma non ha gli eccessi, le vere vessazioni, le privazioni e i metodi che tutti i violenti applicano per mascherare al di fuori la propria violenza: è un vessato che non sa fare bene il suo lavoro mi pare. Non voglio dire che non sia un personaggio negativo, perché lo è e non lo salvo in nulla, ma diamine il film “Il colore viola” mi è rimasto impresso da quando lo vidi da bambina, questo me ne dimenticherò alla prossima recensione.

Non è nemmeno un romanzo “femminista” pur avendo i personaggi femminili dei bei caratteri contrastanti, ma che si amalgamano troppo bene: la moglie vessata e sottomessa va a braccetto con la cognata indipendente e moderna e viceversa, senza che nessuna smuova l’altra davvero; la cugina fa conoscere il mondo moderno alla protagonista, ma nemmeno in una puntata di telefilm è stato così sbrigativo. Peccato, perché il personaggio di zia Ifeoma e quello della figlia Amaka sono ben costruiti e di rottura in una Nigeria che ti aspetti ancora arretrata e tribale (perché è il nostro immaginario colonialista inconscio a farcelo credere), invece ha università aperte a tutti e tutte da ogni parte della cattedra; ma sono accennati, progressisti ma “va bene tutto”, lottatrici ma alla fine sembrano non avere niente contro cui lottare perché la loro vita scorre anche nelle difficoltà di una vita non agiata.

Potrebbe essere anche un libro sulla religione e sul fanatismo, con tutti i personaggi utili da mettere sul palco: il nonno anziano e moribondo ma legato alla religione degli avi, il padre convertito e ultra fedele, padre Benedict il sacerdote bianco e padre Amadi l’equivalente nero di Padre Ralph di “Uccelli di rovo”. E invece? Niente. Perché tutti questi personaggi non si incontrano e quindi non si scontrano mai e quindi non vi è tensione e non vi è catarsi. Ci sono solo posizioni monolitiche e comode (come un paio di pantofole da hotel) buone per tutti. Tanto alla fine la morte o la missione risolvono tutto.

E infine l’ibisco viola, di sfondo. Bello come pochi e raro da sembrare quasi una reliquia che passa da un giardino all’altro, senza il patema del coltivarlo, ma ceduto al giardiniere e qualche volta tenuto a bada per poi sbocciare con una normalità imbarazzante. Lo senti che è un simbolo, un dono da una parte della famiglia all’altra, un tentativo di far comprendere che ci sono cose bellissime che possono nascere, ma che senso ha tutto ciò se non si ha il patos di non sapere se il seme attaccherà alla terra?

Vi ho detto anche troppo, forse, sperando di non aver rivelato di più di quanto volessi, perché alla fine non è che non sia un buon libro da leggere, ma non è niente di eccezionale, di quel capolavoro di cui leggevo su goodreads. E’ come se l’autrice fosse stata sul lungo mare, avesse raccontato nelle minuzie quello che vedeva dai colori alle persone alle situazioni, ma avesse avuto timore di immergersi nell’acqua oltre al ginocchio, mentre credo che questa storia avesse bisogno di farci immergere anche nella parte più oscura per darci modo poi di risalire in qualche modo a prendere una boccata d’aria.

Voto: 6

A chi lo consiglio: a coloro che volessero iniziare un percorso di conoscenza di uno stato africano molto lontano da noi e molto complesso e che purtroppo le cronache nere dei nostri giornali portano alla ribalta per cose ben poco belle da leggere.

Scheda tecnica

traduttrice Maria Giuseppina Cavallo

titolo originale “Purple Hibiscus”

anno di pubblicazione 2003

casa editrice Einaudi

stampato nel 2016

copertina: foto PhotoAlto / Wildcard Images U.K.

progetto grafico: 46xy

pagine 227

ebook

 

“Il garage ermetico” di Moebius

20180502_181142_wm[1]Moebius è uno degli pseudonimi dell’artista Jean Giraud (1938-2012), artista francese a tutto tondo. Tendenzialmente cerchiamo di limitare i disegnatori di fumetti a un solo ambito, per una certa tendenza a minimizzare le capacità artistiche (oh come sono polemica con chi non capisce i fumetti! oh come sono polemica!), ma qui è davvero difficile limitarne a un solo ambito. Qui stiamo parlando di un autore poliedrico, curioso, rivoluzionario e ben poco etichettabile, che ha scelto come suo strumento il fumetto piuttosto che altro.

 

Creando Moebius ho rappresentato qualcuno che aveva scelto per la propria esistenza il compito di creare, di dare vita a un mondo. Era quello che sognavo per Jean Giraud.

Nel 1965 crea “Blueberry”, un ottocentesco tenente di cavalleria dell’esercito degli Stati Uniti, entrando a piendo diritto nell’epopea del wester con un metodo narrativo più simile alla cinematografia che al fumetto di allora.

Negli anni ’70 crea insieme ad altri disegnatori la rivista “Métal Hurlant“, vera e propria fucina dell’avanguardia figurativa francese. Il loro motto era rompere gli schemi, scomporre la narrazione e rinunciare ai legami fra le vignette. Si parla di rivoluzione del fumetto, mica caccole.

Negli ’80 è l’incontro con Jodorowski a regalare un altro personaggio molto importante nel fumetto: Incal. Ma è anche il periodo in cui si avvicina alla collaborazione con il cinema da una collaborazione con Jodorowki per realizzare “Dune” (non andata in porto, ma il materiale è stato salvato), a collaborazioni quali per la realizzazione di “Willow” di Ron Howard, “Alien” di Ridley Scott, “Tron” di Steven Lisberger e “Il quinto elemento” di Luc Besson.

Nel 1985 venne insignito dalla Francia dell’Ordine al nazionale al merito per meriti artistici e culturali.

Perché questa lunga premessa, insolita per una recensione? Perché l’autore merita di essere conosciuto e queste sono le notizie più eclatanti reperibili sul web senza troppa fatica. Perché nella mia personalissima missione di conoscenza del fumetto (sempre santa sia la biblioteca civica per aiutarmi), c’è anche la mia voglia di farvi capire, se non siete appassionati di fumetti per pigrizia e snobbismo, che vi state perdendo degli artisti e che il problema è vostro che siete pigri e aridi. Tiè. Che le cose possono non piacere, ma non perché ritenute a priori di poco conto, ma perché non c’è feeling e va bene. Moebius è un gigante e non solo perché il suo nome si cita come “Guerra e Pace” senza aver letto nè l’uno nè l’altro, ma perché quando apri un suo fumetto lo noti e lo senti.

Aprire e leggere “Il garage ermetico” è un’esperienza. Quando affronti Joyce e il flusso di coscienza molli i suoi libri perché non ce la puoi fare, ma quando apri questo fumetto puoi solo scegliere di affrontarlo o abbandonarlo. E se scegli la seconda opzione, beh perdi (e forse perdi anche se molli Joyce. Ok lo affronteremo).

Il fumetto è una sequenza di due o tre pagine fra loro conseguenti, ma nel totale legate non come se fosse un’unica storia logica. E’ difficile da spiegare, ma alla fine rileggendo uno degli scopi di “Métal Hurlant” capisci cosa si intende. Questo è un racconto di fantascienza: onirico, dissacrante, melanconico, coi buoni e i cattivi, le razze, gli intrallazzatori, le giovani fanciulle più o meno pudiche e tanta strana tecnologia che permette ogni cosa. Si seguono alcuni filoni che puntano a convergere: c’è l’arciere mascherato (che porta la maschera per essere riconosciuto. Geniale analisi sul mascherarsi), c’è Cornelius o il maggiore Grubert ricercato e rinomato personaggi che molti vorrebbero fermare in qualche modo. E poi personaggi, astronavi, androidi e viaggi nel tempo e nello spazio.

Un ottimo articolo su Moebius e “Il garage ermetico” lo potete trovare su http://www.fantascienza.com che ringrazio per avermi illuminato su alcuni dettagli. Ecco il link diretto.

Voto: 7. Il voto è alto per vari motivi.

Prima di tutto il disegno, la matita, la capacità di soffermarsi sui dettagli e sull’uso del bianco e nero creando veri e propri ritratti e nella vignetta dopo stilizzare la figura umana per renderla essenziale e illusoria come solo i fumetti devono essere.

Il secondo per aver creato un mondo fantascientifico con la complicata capacità di lasciar intravedere dietro le porte, dietro le astronavi, dietro ai raggi e alle stanze n°6 di alberghi spuntati nel nulla.

Terzo perchè per me si è divertito un sacco a prendere in giro tutti, creando una storia illogica e non lineare, ma riuscendo nello stesso tempo a sorprendere con frasi, concetti e capacità artistica. Prendere in giro, e secondo me lo fa ancora, un mondo che vorrebbe capire tutto, senza mai mettersi in gioco o in discussione.

Il voto alto perché due di tre elementi fondamentali per capire un fumetto, ovvero matite e sceneggiature, sono di livello eccelso e difficilmente raggiungibile; il terzo elemento, ovvero la trama, lascia lo spazio all’immaginazione e alla provocazione, alla fascinazione e alla presa in giro.

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Una mia piccola selezione di vignette per farvi capire il valore artistico, la capacità di raccontare attraverso le immagini, la caratterizzazione dei personaggi anche con pochi tratti e la maestria nel ritratto (a proposito Cornelius in lato a sinistra non vi ricorda un qualche attore molto famoso in questi anni? 😉 )

Consigliato: agli appassionati più o meno alle prime armi della sci-fi; ai sognatori; a chi voglia davvero essere stupito essendo costretto a cedere contro le armi della non logica narrativa.

Scheda tecnica:

Autore: Moebius

traduttore: Marco Farinelli

casa editrice: Edizioni BD

stampato nel gennaio 2010 da Aquattro, Chivasso (TO)

font design: Paolo “Ottokin”Campana

grafica, lettering e impaginazione: Luca Bertelé

 

Il web è pieno di bei libri?

Mentre la giornata del libro e del diritto d’autore volge verso il suo termine e io non ho letto manco una riga per carenza di voglia, mi sono trovata invischiata in un’ennesima discussione che mi porta sempre a riflettere un po’ più in generale. No, non vi dirò cosa è successo e dove (anche perché erano discussioni in una bacheca privata di fb), ma la conclusione è che, per me, è un po’ strano che ci siano solo libri belli in giro. E’ davvero così?

Senza ombra di dubbio, i gusti personali non si discutono. Quando un libro ti tocca delle corde, ti fa tornare qualcosa in mente, entra in rapporto empatico con te, qualsiasi libro è valido. Punto. Non si discute. Il piacere soggettivo è qualcosa che esula da schemi, recensioni, termini e tecniche, ci si può confrontare per ore o anni, ma alla fine se non si hanno davanti persone ragionevoli si arriverà a scontri che manco in certe zone del mondo son così pericolosi.

Allora quale è il vero problema?

Il problema per me è che ci sono troppe recensioni entusiate, piene di “meraviglioso”, “la meraviglia” (“E la bellezza?” cit.), “una cosa senza precedenti” e…nessuna altra spiegazione. Oh, non sono tutti così, mancherebbe: ci sono vari livelli di comunicazione di parere sui libri dai book blogger (coi vari social annessi), ai lettori semplici, alle groupies (oddio ci sono anche quelle), alle recensioni professioniste, agli uffici stampa e ai canali di mera pubblicità. Ognuno di loro ha poi al suo interno oneri e onori e capacità comunicative diverse. Saltiamo a pie’ pari tutti coloro che per motivi più o meno economici devono parlare bene di un libro, perché loro devono vendere e se vendi un libro scritto piccolo a un cieco hai vinto (qui mica possiamo usare ancora i poveri esquimesi e la quintalata di frigoriferi che hanno!); saltiamo anche coloro che fanno recensioni per avere seguito e farsi mandare i libri a casa, perché alla fine non sono dissimili dalle varie riviste sui libri e vanno bene anche loro. Arriviamo a quei “normali” book blogger o lettori più o meno anonimi che esprimono un loro parere e ogni volta il libro è un successo.  Perché? Ma davvero…perché?

  • Ci sono quelli che ammettono che non recensiscono sui loro canali libri che non hanno trovato gradevoli. Perché?
  • Ci sono quelli che non riescono a concepire che il loro idolo o il genere che amano possano produrre emerite ciofeche. Perché?
  • Ci sono quelli che non sanno leggere o anche scrivere molte volte (mamma mia gli strafalcioni non da battitura, ma da ignoranza pura!), ma sentono il bisogno di dire la loro e dire che è tutto “bellissimo”. Perché?

So che come mio solito questi soliloqui rimangono domande buttate al vento e ognuno continuerà a dire, giustamente la sua, finché non romperò le scatole alle persone sbagliate, ma il mio essere cervellotico mi fa cercare le risposte alle mie domande e questa è una di quelle più pressanti in questo momento.

Perché non è accettabile scrivere che un libro è brutto? Perché non devo, scrivendo in modo educato ma non nascondendo nulla (compreso disgusto e sarcasmo), comunicare agli altri un parere diverso dalla massa, da quello che si aspettano tutti, da quello che certi gruppi si aspettano?

Si può stroncare tutto e tutti, con capacità di farlo senza passare nel penale, e sicuramente stroncare un classico con un autore morto cento e passa anni fa è molto più facile che farlo di uno vivente, magari che ti legge anche sui tuoi social, di cui sei amico dell’amico dell’amico su fb o conosci la casa editrice che sai che è brava ma non puoi dire che ha scazzato una cosa… Un tempo erano in pochi quelli che potevano sedersi al tavolo di uno scrittore, ora mi sembra che sia un po’ affollato quel posto e che ci sia un delirio di massa collettivo. Non esistono autori intoccabili, ci sono solo autori che ami profondamente che è altro discorso. Ci sono lettori che nel loro delirio comprerebbero anche la lista della spesa se scritto da xyz, ma da qui a non rendersi conto di un calo di verve, di libri scritti magari per pagare le bollette (lo faceva anche Dumas, sapete? Solo che lui lo sapeva fare, anche nel casino, anche pagando un buon ghost writer. Ci vuole capacità anche per farsi pagare le bollette e i vizi), ce ne passa.

Quindi quale è il nucleo di questo modo di fare un po’ schizzato? Può essere che oltre a essere un popolo di allenatori, politici, papi, (santi e navigatori li abbiamo persi per strada insieme ai poeti che si rifiutano di fermasi da noi), siamo anche un popolo di recensori di libri e col cacchio ci facciamo scippare la seggiolina di like e di rufianate?

Sì, non sto descrivendo bene questo mondo che seguo e che vedo, ma come parlo male dei libri che non mi piacciono, cerco di capire cosa non mi convince di quello che mi circonda e mi sembra che ci sia un po’ di delirio di onnipotenza da parte di persone comuni, di bazzicatori di gruppi, di scribacchiatori di post su fb o foto fatte su instagram e qualche # su twitter. Credo che i grandi server come anobii e goodreads pur essendo una manna e un bel porto di mare, abbiano portato a riva anche cose che era meglio rimanessero rinchiuse al bar, fra una chiacchiera e l’altra.

Io adoro quelli che hanno lo spirito e le capacità di analisi per comunicare anche quello che non piace, quello che non ha convinto, notando anche errori di scrittura o di costruzione di un romanzo. E sapete perché? Uno perché sono dei rivoluzionari: in un mondo in cui si ricerca il pollice o i cuori, dire cose non piacevoli non è facile. Due perché sono loro che fanno crescere il mondo dei lettori.

Essì miei cari recensori, a mio parere sono proprio quelli che paiono distruggere un libro, con parole e concetti e non solo con versi a caso, perché mettono il dubbio, costringono gli altri a porsi dubbi, sarebbero gli unici dico che potrebbero costringere gli scrittori a rimettersi in gioco, le case editrici a curare o a sperimentare, i lettori a vedere qualcosa di diverso. Le recensioni entusiastiche non fanno crescere nessuno, sono come le continue lodi ai bambini facendoli credere dei geni e poi di fronte alle difficoltà vanno in crisi e si trasformano in bulli frustrati.

Anche perché scrivere una recensione negativa è difficilissimo. Bisogna superare il senso di “schifo” che a volte emerge e tocca sviscerarlo, capirlo, prenderlo in mano e dargli una forma coerente; quando non è oggettivo l’errore, bisogna trasformare il soggettivo o l’istintivo in comprensibile. Scrivere recensioni negative mette in crisi, credetemi. Ci sono quelli che buttano di getto le idee e se ne fregano di altri lettori, degli scrittori e altro e sputano fiele e veleno, ma anche loro sono nocivi e inutili come i gridolini da stadio. Perché si può scegliere anche qua, come nella vita, come agire e quale tipo di critica porgere se è per costruire o per distruggere. Forse leggendo certi miei commenti mi vien da pensare che alla fine mi frega poco parlare a un autore dicendo che forse avrebbe fatto meglio a farsi revisionare meglio il manoscritto e pensarci un secondo a sistemare le cose, ma alla fine forse tranne qualche caso ho cercato di spiegare perché le cose non giravano per me, i pezzi sembravano buttati lì e le occasioni perse. Sono pochi i libri che arrivano a voti pesantemente negativi, anche perché se davvero un libro è così distante da me tendo ad abbandonarlo. Come ho fatto per “Roderick Duddle” di Michele Mari che mi ha così infastidito che ho deciso di abbandonarlo a poco meno della metà, per quanto il gruppo di lettura lo avesse trovato meraviglioso, però su goodreads ho messo che l’ho abbandonato e perché.

La vita è troppo breve per sprecarla a leggere libri che non fanno per noi. (autocit)

Forse è questo il vero motivo del fatto che il web sia pieno di libri meravigliosi? Abbandoniamo per sempre quelli negativi per non farci avvelenare la vita? Siamo davvero così selettivi da riuscire a trovare sempre qualcosa che ci entusiasma e che ci fa gridare al capolavoro, innamorare furiosamente dell’autore, agognare come disperati fuori dalle librerie il prossimo sconosciuto romanzo? Sono io che sono cinicamente razionale da sapere che su una marea  di libri, che sembra non finire mai, almeno il 50% sono piante che avrebbero avuto il diritto di vivere in altro modo?

Ditemi che voi trovate corretto dire che “non mi è piaciuto perché”; che se lo avete abbandonato non ne fate mistero; che se non riuscite a leggere una certa prosa non è perché siete rimbecilliti ma perché è illeggibile; che come diceva Pennac il lettore ha dei diritti, ma secondo me ha anche il dovere di aiutare altri lettori a scegliere meglio. So di non essere sola, ci sono tante persone “coraggiose”, ma a volte manco la particella di sodio si sente così sola a parlare su certi canali…

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“Il nascondiglio” di Pupi Avati

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https://www.librimondadori.it/autore/pupi-avati/

Quanti di voi conoscevano l’Avati scrittore? Quanti di voi conoscono Pupi Avati? Sembrano due domande facili, da rispondere con un sì o con un no, ma in realtà danno l’idea di quanto questo autore sia davvero più complesso di quanto il suo santino faccia intuire. Perché parlo di santino? Perché come ogni personaggio di un certo spessore in Italia si dà per scontato di sapere chi sia e soprattutto è sempre grandissimo e sempre al massimo. Io non conoscevo la sua versione di scrittore e anche come regista non posso dirmi una sua esperta. Eppure Avati ha uno stile inconfondibile, una sorta di marca di dna, una sorta di inprinting di terra. Avati è un emiliano e chi ha mai vissuto in Emilia lo può riconoscere. Parlo di parte, perché io sono emiliana per buona parte della mia genetica e credo che farei molta fatica a staccarmi da queste zone. Queste sono zone che se ci nasci, ti rimangono dentro come l’umidità e le zanzare, ma anche come il cibo e le case colorate, le storie del Grande Fiume e quelle della seconda guerra mondiale; è una terra di ricchezza, fertile e obesa di sapori e colori (anche se non sembra, ma anche la nebbia è colore), ma anche di sangue sparso. Faccio fatica a raccontarvi questa mia terra senza sentire nelle orecchi le tiritere del “c’avete solo la nebbia” con coro da stadio da chi qui non c’è mai stato e non ha capito come sia una terra magica e pericolosa nello stesso tempo. Tutto questo miscuglio di porte aperte con la chiave sopra, di resdore che tirano la pasta (ma anche certi ceffoni che ti rigirano) di uomini pronti ad andare dai campi al lavoro, dalle biciclette e i tabarri, tutto ciò è insito in una certa epica di Avati. Certo stiamo parlando di un’Emilia che non esiste più, soppiantata dal progresso, ma nello stesso tempo rimane dentro nel momento in cui ti fermi a mangiare torta fritta (no, lo gnocco è a Reggio Emilia e non è la stessa cosa, come la tigella e poi fino alla piadina in Romagna. Possibile che non vediate quanto sono diversi?) e salumi e lambrusco nella tazza, fino a trovare la propria confort zone in un piatto di tortellini in brodo (tutto il resto è eresia) e via andare…adesso mi è venuta fame…

Torniamo al libro. Tutto questo lungo escursus emiliano serve a far capire come questo sottofondo sia ben presente da “La casa dalle finestre che ridono” a questo “Il nascondiglio”, con nebbie, silenzi, cibo, case abbandonate, donne forti e donne misteriose. Questo è un libro di donne. Donna è la protagonista, donne lo sono i fantasmi, donna è l’avvocato che cerca di aiutarla finalmente, mentre gli uomini rimangono come comprimari o colpevoli, ma sempre secondari, impacciati, tentati di imporsi con vecchi metodi collaudati del potere  e della corruzione. E da quel che ricordo non è la prima volta che Avati propone personaggi femminili molto più importanti e di spessore di quelli maschili: possiamo parlare di un femminismo del regista? E se sì, di che tipo?

Il libro parla di una donna dimessa da un ospedale psichiatrico a seguito della morte per suicidio del marito. Ella è rimasta dentro per anni, cercando di curare il suo continuo sentire le voci, ma alla fine viene dichiarata guarita; va a vivere in una cittadina dell’Iowa in una vecchia casa soprannominata “Snakes Hall”, rimasta chiusa dopo un efferato omicidio di due donne e la scomparsa di altre due donne (in ogni coppia c’era anche una suora). Ovviamente nessuno le dice nulla prima. Ovviamente la casa è un bellissimo rudere da rimettere a posto, ma che sembra che con quattro mani di vernice torni tutto a posto in un attimo. Ovviamente nessuno ha fatto una serie indagine e tanto meno un controllo della casa. Ovviamente niente è come sembra e quando lei invece di sentirsi ancora pazza, decide di indagare, ovviamente nessuno l’aiuta ma anzi. Quell’ “ovviamente” che ho più spesso ripetuto non vuol essere un avverbio di noia o di già visto, ma in effetti la scansione degli eventi e delle situazioni e dei personaggi che si avvicendano sono alquanto già visti e rivisti e prevedibili, ma questo non toglie la bravura, o forse la scaltrezza, dell’autore di scrivere un racconto biografico surreale, di una certa bassa (come quella americana assomiglia a quella bolognese!), di sapori e suoni che non possono essere che italiani, che incuriosisce e si fa ben leggere.

Questo libro non è un capolavoro, ma il suo stile secco stringato, cinematografico (e molte altre recensioni lo hanno notato ma con connotazione negativa), fanno di questo nostro qualcosa che val la pena di leggere. Avati non si perde in chiacchiere, non fa giri di parole, descrive in modo secco e conciso quello che vuole che il lettore veda; quello che non descrive forse non è così importante e tanto vale che faccia da sè il lettore. A mio parere non è un difetto, ma mi da l’idea di una chiarezza di visione della situazione, una padronanza del mezzo si direbbe, la capacità di non far distrarre. Per buona parte della storia il lettore sa più della protagonista e come al solito non può intervenire, poi si chiede perché e cerca di indagare per arrivare in fine alla risoluzione del caso. Non voglio aggiungere di più perché spiegare cosa succede significa togliere la suspance che c’è che in realtà non è molta. Il vero orrore qui non è il mostrone o il paranormale, ma è quello che va oltre il normale, quella sensazione di mistero, di manipolazione delle persone, di sopravvivenza oltre al vivere. E’ qualcosa di strano che diventa difficile dirvi senza svelarvi il finale.

Ultima annotazione. Ho parlato di biografia in questa recensione e non ho sbagliato o meglio non sono stata del tutto corretta. In fondo al libro Avanti svela un carteggio fra lui e una signora riguardante una oscura faccenda accaduta tanti anni prima: da questo carteggio egli avrebbe tratto, liberamente, questo libro e poi il film omonimo. Mah…su questo aspetto, come ho detto altra volta, rimango molto perplessa e non so se sia una sensazione a pelle (spesso ci azzecco) o mia scarsa fiducia nel genere umano scrivente.

Voto: 6 e mezzo. Si legge in pochissimo e bene, ma non aspettatevi di essere terrorizzati da non poter stare da soli, ma aspettatevi di girare per la bassa (qualunque) e di sperare di non sentire certe voci o esere toccati da certe mani.

A chi lo consiglio: a chi ama la bassa italiana che poi non è altro che bassa in buona parte del mondo occidentale, con le sue specifiche, ma molto simile a se stessa; a chi cerca un “mondo piccolo” che non rassicura.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 2007

editore: Oscar Mondadori, piccola biblioteca

stampato presso Mondadori Printing S.p.A. a Milano nello stabilimento NSM a Cles (TV). Printed in Italy

pagine 124

prezzo € 8,40

copertina: foto© W. Eugene Smith/ Time & Life Pictures / Getty Images / Laura Ronchi

in quartina: foto© Nicolas Guerin / Corbis

progetto grafico: Giacomo Callo

graphic designer: Wanda Lavizzari

 

 

Pausa…grazie Borges

Questo è un post “per me” e che deve stare su questo blog perché è mio e perché deve ricordare a tutti che se non siamo in grado noi di esprimerci, magari altri hanno scritto le parole adatte e ci possono aiutare a rendere quello che proviamo, quel marasma unico che siamo. Borges è uno “che mi capisce” e ho trovato nelle sue parole quello che faccio una fatica bestia a esprimere. Grazie.

Torneremo presto a dire scemate. Non vi preoccupate.

 

AMICIZIA

Non posso darti soluzioni per tutti i problemi della vita,
Non ho risposte per i tuoi dubbi o timori,
però posso ascoltarli e dividerli con te.
Non posso cambiare né il tuo passato né il tuo futuro,
però quando serve starò vicino a te.
Non posso evitarti di precipitare, solamente posso offrirti la mia mano perché ti sostenga e non cada.
La tua allegria, il tuo successo e il tuo trionfo non sono i miei,
però gioisco sinceramente quando ti vedo felice.

Non giudico le decisioni che prendi nella vita,
mi limito ad appoggiarti, a stimolarti e aiutarti se me lo chiedi.
Non posso tracciare limiti dentro i quali devi muoverti,
però posso offrirti lo spazio necessario per crescere.
Non posso evitare la tua sofferenza, quando qualche pena ti tocca il cuore,
però posso piangere con te e raccogliere i pezzi per rimetterlo a nuovo.
Non posso dirti né cosa sei né cosa devi essere,
solamente posso volerti come sei ed essere tuo amico.
In questo giorno pensavo a qualcuno che mi fosse amico,
in quel momento sei apparso tu…
Non sei né sopra né sotto né in mezzo, non sei né in testa né alla fine della lista.
Non sei né il numero uno né il numero finale e tanto meno ho la pretesa
di essere io il primo, il secondo o il terzo della tua lista.
Basta che tu mi voglia come amico.
Poi ho capito che siamo veramente amici.
Ho fatto quello che farebbe qualsiasi amico:
ho pregato e ho ringraziato Dio per te.
Grazie per essermi amico.

Jorge Luis Borges

Di lettori e lettori

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Ho preso questa foto tempo fa. Credo che faccia parte di una pubblicità. Se trovate i riferimenti passatemeli. Grazie.

Ho letto il post “Ho incontrato il lettore nudo e crudo” di Marco Rossari e sono rimasta un po’ interdetta.

Al di là del concetto di “gruppo di lettura”, quello che non riesco a inquadrare è cosa voglia dire “essere un lettore”.
Per tutto il post ho avuto il sentore di una sorta di snobbismo accademico che vede chi legge come uno che deve cogliere “l’occhio della madre” di fantozziana memoria; che il proprio essere, le proprie esperienze, i propri sentimenti di fronte al testo scritto, sacro e inviolabile, debbano annullarsi e sparire; che se la “scheda del testo” non è abbastanza lunga da includere la citazione di x e y, non è valida. Poi alla fine pare un po’ andare tutto in secondo piano per porsi il dubbio che essere lettore sia anche quello più “ignorante”.
Mah…ve lo dico sinceramente.
Vi dico che per me un libro si legge indipendentemente dal proprio bagaglio culturale; dal fatto che hai frequentato le scuole alte (che ricordiamocelo sono sempre quelle al terzo piano); dal fatto che lo hai visto quel maledetto “occhio della madre” mentre Goku e Vegeta se le davano di santa ragione! Quello che voglio dire che molti libri possono avere più schemi di lettura e non è detto che uno sia meglio dell’altro.
Trovare il pelo nell’uovo, cogliendo la citazione, approvando il giudizio del critico amato e disprezzando quello meno seguito, andando dietro alla visione della corrente di moda è sicuramente un modo per leggere un classico. Amare o odiare visceralmente va bene lo stesso.

Ma chi è il lettore alla fine?

Io credo che il lettore sia colui o colei che entra empaticamente in relazione con una storia, sia che ne capisca il valore intriseco, sia che parteggi spudoratamente per uno o per l’altro. Non dovrebbero esserci compiti a casa o voti e non credo nemmeno che qualcuno si possa arrogare il diritto di dire che una visione sia più consona che un’altra: alla fine lo sappiamo davvero cosa voleva intendere un (che ne so?) Aristofane a caso? Perché alla fine dai grandi libri di massa (che vengono un po’ snobbati come secondari) al classico il passo è breve. Rifugiarsi nella didascalia che è stata data a un libro che ha più di duecento anni è una forma di coperta di Linus buona per tutti, ma rischiare di massacrare quello che tutti amano per il sol gusto di farlo è la coperta oscura di Linus e quindi cambia poco.

Quindi?

Boh, non è che io abbia un preciso punto di arrivo per questo mio post, ma solo un continuo e disconnesso monologo per cercare di capire quello che mi ronza per la testa, quindi rassegnatevi e se vi pare leggete e magari commentate, che così mi si snebbia il cervello.

10441299_10152069648452382_291417288058872004_n.jpgContinuando. Sono andata per la prima volta in un gruppo di lettura, di quelli che si incontrano fisicamente e si danno un libro fisso…insomma quelle cose serie in cui si discute a tema. Ovviamente io non avevo letto nulla e più che altro volevo capire se potessi trovarmi bene. Lasciando perdere i dettagli e le derive, il fatto che io parli troppo e dovrei star zitta e che si parla di Storia io dovrei indossare una maschera perché mi si leggono in faccia le cose, vabbè, una cosa mi ha stupito e fatto ragionare. Non ricordo per quale motivo avessi citato “Le città invisibili” di Calvino, ma se ne è parlato e una ragazza (che scopro mentre parla essere un’insegnante di superiori, non ricordo se liceo o tecnico, ma poco importa) racconta che in una classe hanno fatto un buon lavoro con degli architetti sul concetto di città. Son stata zitta, mentre cervello puntiglioso rognava. Ci ho pensato per tempo e alla fine la conclusione è stata: ma perché no? Ossia, per me il libro di Calvino parla di vita e di esperienze, in ogni città io ho rivissuto cose del mio passato, emozioni gioie e dolori, persone incontrate e persone lasciate, perfino il mio “lavoro” di rievocatrice storica: per me quel libro va letto da grandi, quando la Vita ti costringe ad affrontare tanti scogli e qualche discesa. Avrei dovuto dogmaticamente imporre quella visione? No. Punto. Il libro e la sua storia sono un mezzo per capire mille sfumature diverse, ma alla fine noi forse davvero non conosceremo il vero intento dell’autore (o forse sì, ma perdonatemi la vaghezza perché non conosco la parte saggistica riguardante Calvino), quel moto che lo ha spinto a scrivere una parola dietro l’altra, ma sappiamo quello che arriva a noi e secondo me questo è davvero importante. Se un libro parla, smuove, provoca, fa ragionare anche sul nostro presente secondo me è un libro che vale la pena di leggere.

Non esiste libro intoccabile (tolgo i testi teologici delle religioni per non incorrere in ire e fulmini vari), non esiste libro che abbia valore dogmatico valido per tutti, non esiste storia che non possa essere smontata aprioristicamente o personaggi da salvare e condannare senza altra possibilità. Esistono rapporti. Rapporti a tre, carnali, passionali, frigidi, fertili, intellettuali o giocosi fra scrittore, libro e lettore. In tantissimi testi, di qualsiasi genere, si possono cogliere sottointesi, citazioni e riferimenti, ma si vive bene anche senza notarli. Sviscerare la grammatica del testo mi fa tornare alle scuole superiori dove ho detestato i libri imposti e smembrati come cadaveri sul tavolo delle autopsie.

Quello che ho trovato interessante nel gruppo di lettura proposto da “Libri alla polvere” era l’eterogeneità del gruppo, con differenti interessi e percorsi professionali, con le timidezze e le impertinenze, ma soprattutto con un approccio molto diretto al testo. Perché alla fine il lettore nudo e crudo non è una bestia da zoo da analizzare col bisturi o da condurre al pascolo perché preferisce una chiave di lettura piuttosto che un’altra, ma è piuttosto quello che stanco di dover bere sempre dalla stessa fonte, decide di assaggiarne un’altra e la trova più dissentante.

Quale è il limite del proprio personalissimo giudizio di merito?

Sinceramente non lo so.

Nel mio gruppo di lettura “Letture Collettive Folli e Sgangherate” detestiamo Dickens, o meglio Tristezza Carletto (continuando a chiederci come abbia fatto a scrivere “Canto di Natale” che adoriamo tutte) e abbiamo letto libri che tutti osannano come dei capolavori (“Grandi Speranze” e “Il nostro comune amico”), ma per noi sono state delle vere mortificazioni. Ogni tanto mi chiedo come sia stato possibile e forse una risposta me la do col fatto che leggendo a puntate si notano certe ripetizioni o certe lentezze che in una normale lettura scivolano via. Per esempio. Non può essere tutto qua alla fine. Non siamo riuscite a cogliere dei dettagli? Abbiamo messo troppo noi stesse nel giudicare certi personaggi? Me la faccio la domanda, pur non volendo cambiare il mio giudizio negativo, senza trovare una vera risposta. Siamo state dei “lettori nudi e crudi” come nel post?

Mi sento di girare attorno come il criceto sulla ruota senza trovare una soluzione, perché forse non esiste e se un post mi ha scatenato più fastidi che certezze è forse perché alla fine sulla lettura si discute troppo, ci si dà troppi giudizi e soprattutto ci si prende troppo sul serio. Vorrei dire “ben venga Fabio Volo se porta a leggere le persone”, ma sincermente non ce la faccio, perché ammetto che forse son snob anche io, ma alla fine la lettura, come i film e la musica sono il sale della vita: di vite a volte troppo difficili e complicate da dover essere massacrate da schede libro obbligatorie; vite pesanti che vanno alleggerite anche piangendo (quante volte avete sentito dire “era bellissimo, ho pianto tanto!”); vite cervellotiche che necessitano di arzigogolamenti vari; vite che necessitano di viaggi anche interstellari; vite che anelano e respingono con la libertà di esistere. Come non esiste un solo tipo di vita, così non esiste un solo tipo di lettore e quindi una sola risposta alla lettura.

Forse il “lettore nudo e crudo” è quello che si accetta per quel che legge, per quel che giudica giustificando, per quel che si immedesima o per quel che cita. Forse se la smettessimo di analizzarci vicendevolmente, ma ci ascoltassimo e ci mettessimo più tranquillamente a confronto forse ce la godremmo anche un po’ di più.

“La casa del buio” di King & Straub

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Link alla scheda sul Goodreads

Chi fa le quarte di copertine ha un dovere, anzi più di uno in realtà, ma in questo caso uno ce l’ha più di tutti: segnalare quando un libro fa parte di una serie. Ecchecavolo! Non si può leggere una cosa, poi inizi ad avere la sensazione che ci siano dei riferimenti, ma ti dici di no; le sensazioni che ti manchino dei pezzi; fai la figa scrivendo cose e citazioni sul quadernino e poi…bam! Tutto chiaro! Tutto lì e ti senti anche un po’ scema!

Sappiatelo: questo libro fa parte di almeno due sequenze. Una è “Il Talismano” e l’altra è “La torre nera”. Ah, ma te dovresti saperlo che King cita, si autocita, lega tutto! Certo che lo so, ma questo fa parte del ciclo in un qualche modo: è uno spin-off come si dice in gergo? E’ una puntata? I personaggi li ritroveremo? Ty serve a qualcosa? Lo scopriremo solo leggendo mi sa, anche se saremo boicottati dagli scrittori di quarte di copertine. Pessimismo e fastidio!

Comunque sia, partiamo un po’ a parlare di questo libro. Come forse sapete se avete letto qualche mia recensione io non sono una fan di King, anche perché siamo ancora in perfetta parità per spostare l’equilibrio del gusto da “non mi piace” al “cavoli che libro!”; c’è un sano e dissacrante distacco nei suoi confronti e una crescente curiosità a leggere certi suoi libri. Straub, invece, tanto osannato non mi convince forse perché ho letto un unico libro su una storia di fantasmi e l’ha mandata a ramengo in modo così banale che per me è ceffoni a due per due. Ma tutti gli espertoni dicono che sull’horror sono due grandi…sarò scema io oppure (e inizio a crederlo) non temo più nulla. Questo libro viene presentato come un pugno allo stomaco che non ti farà dormire e di certo l’argomento di base lo: la sparizione, uccisione e mutilazione di alcuni bambini in una cittadina americana (ecco, quelle mi fanno paura e King lo sa se no non ci ficcherebbe la peggio feccia di mostri e spostati, tutti a vivere attorno a un qualche cimitero indiano). Ovviamente il povero poliziotto incaricato pensa che sarebbe meglio trovarsi dentro a un tornado che dover rispondere alla cittadinanza e alle famiglie coinvolte. Dalle profondità degli abissi sembra rischiarare una luce quando riappare sulla scena il, ormai in pensione, investigatore Jack Sawyer capace di leggere e ascoltare meglio di chiunque per riuscire a incastrare gli assassini.

Peccato che non tutti gli diano fede e cerchino di metterlo nei guai e rovinargli la reputazione. Vabbè posso capire la moglie dell’assassino precedente, ma il “simpatico” giornalista Wendell Green. Apriamo una parentesi un attimo: quanto King e/o Straub detesta la gente e i giornalisti che la guidano? Unisco queste due “figure” perché alla fine quello che muove entrambi è una sorta di pancia collettiva acefala e bisognosa di sangue: non importa chi cosa e quando sia colpevole, basta distruggere l’altro. Il modo in cui vengono descritti nella loro bassezza viscerale, frutto di frustrazioni e invidia, è il vero pezzo di horror che mi ha spaventato, perché è tangibile in mezzo a noi. Questo libro è stato scritto nel 2001, ben prima di certi eventi storici, ma credo in un momento in cui si potevano vedere i prodromi di una certa televisione spettacolo, di un certo giornalismo di bassa lega, di una estremizzazione del “diritto del popolo a sapere”. A 17 anni di distanza, non so come sia la situazione americana, ma di certo in Italia “sbatti il mostro in prima pagina anche inventando bugie” è ora un must.

Torniamo al racconto. Jack Sawyer è uno che ha i poteri, che ne sente il peso, ma non può farci nulla. Gestire le sensazioni, vedere cose che non ci sono, capire che ci sono più mondi che interagiscono fra loro su piani differenti, è un peso e non un dono, una condanna più che un piacere. Egli può andare nei Territori, quelli che la madre dell’ultima vittima rapita chiama “Altrove”, conosce gli abitanti, sa come sono le regole. Ma i Territori non sono la nostra realtà anche se qualcuno sta cercando forse di mangiarsi pezzi di questa per i suoi scopi di potere. E allora senza citarla del tutto, senza spoilerare cose che son state dette in altri libri sappiamo della Torre, del Re Rosso e dei Frangitori; di come qualcuno cerchi bambini con gli stessi poteri di Sawyer e di come altri cerchino invece di liberarli. Una guerra fra bene e male che oltrepassa il concetto di tempo e spazio, che usa armi non convenzionali e non fa prigionieri.

Non voglio spoilerare più di tanto, ma sono molto belli i biker in versione “vendicatori” anche se si fanno prendere la mano e ne pagano le conseguenze; bello il personaggio del dj cieco Henry Leyden che da solo riesce a riempire praticamente tutta la radio, facendo più persone e più voci, ma che soprattutto è come la coscienza di Jack. Riescono ad essere credibili anche i personaggi “normali”, come Fred il padre del ragazzino rapito e il poliziotto capo Dale Gilbertson: essere normali in una situazione che alla fine è poco credibile è una delle cose più difficili da rendere. Perché alla fine questo romanzo è un “semplice” giallo o thriller con un assassino seriale, un profiling, una serie di vittime e una caccia allo scadere del tempo, solo che a un certo punto non sei più nello stesso piano astrale di quello che pensi.

La coppia genitoriale di Ty ricorda molto quella di “Pet Sematary”, ma con i ruoli inversi ossia è la moglie che va giù di testa in modo assurdo. Questa serie di autocitazioni o riferimenti ad altre situazioni è, da quel che ho capito, tipico in King e non è strano che alcuni personaggi vengano anche solo citati in altri libri, ma questa descrizione della famiglia ha qualche senso? Non voglio psicanalizzare il Re, ma mi chiedo se ci sia un qualche schema o è solo una sua fissa: alla fine la famiglia è il primo nucleo che salta, costringendo i personaggi ad agire da soli, senza mai riuscire a trovare conforto in chi ti dorme accanto, ma invece cercandolo nel vicino di casa o in perfetti sconosciuti.

Anche i personaggi negativi, la casa e il Pescatore, sono ben strutturati ed essendo fra loro legati alla fine ti viene da chiedere se davvero quando compri casa non dovessi fare una piccola ricerca sulla moralità del costruttore. Perché se ogni cosa che facciamo in qualche modo è influenzata da quello che siamo e dalla volontà con cui la facciamo, quando compri la casa da uno che è corrotto e marcio dentro il minimo che ti accade è che lei sia un portale oscuro di viscida malvagità. Il minimo.

Voto 7. Questo è uno dei King buoni e Straub si fa ricredere.

Parliamo un secondo della scrittura a due mani. Dove finisce una e inizia l’altra? Forse leggerlo il lingua potrebbe aiutare, ma credo che esista un modo per amalgamare il tutto. Quindi, a questo punto, chi ha tirato chi per far venir fuori un prodotto che fila dall’inizio alla fine? Che pur prendendo la tangente del fantasy, risulta credibile e logico? E’ uno di quei dubbi che dovranno rimanere tale, visto che per me King è altalenante e Straub non sa creare delle conclusioni a livello della storia.

Consigliato: oltre a chi ama gli horror e a chi sta cercando di capire quanto è vasto il mondo della Torre Nera, a chi ama i thriller con una parte soprannaturale, perché alla fine un’indagine è un’indagine e un cattivo va in qualche modo ricondotto al giudizio.

Nota: Nel libro vengono citati due libri:

  1. “Casa desolata” di C. Dickens
  2. “House Hill” di S. Jackson

Se nel secondo caso, la costruzione e la casa stessa hanno una storia e una vita propria, nel primo caso non saprei cosa dire: Dickens parla di case possedute? Chi lo ha letto mi può dare una risposta senza costringermi a leggerlo? Grazie.

Scheda tecnica

Traduttore: Maria Teresa Marenco

Titolo originale: Black House

anno di pubblicazione: 2001

editore: Mondadori, serie “I miti”

stampato presso Mondadori Printing S.p.A. a Milano nello stabilimento NSM a Cles (TV). Printed in Italy

pagine 731

prezzo € 4.60

copertina: foto© Steinbacher / Photonica

Marc Cohen

progetto grafico: art director Giacomo Callo; graphic designer Cristiano Guerri

genere Horror