Il genere (e non solo) di chi scrive libri

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Libri senza copertina = leggere al buio,
L’argomento che voglio affrontare ora è spinoso, ma nello stesso tempo vorrei anche toglierne l’aurea di stigma o di dogma: leggiamo libri scritti da autori di un certo genere e colore della pelle per abitudine o c’è altro?

Non ne farò un’indagine sociologica, perché non ne ho le competenze, ma come al solito partirò dalla mia esperienza privata per farmi e farvi dubbi e vedere come e se risolverli. Sempre che certe cose siano risolvibili.

Io mi interesso alle persone, indipendentemente da sesso, colore della pelle, religione o mestiere. Certo, sono nata in un certo momento della storia, in dato punto geografico e mediamente le mie conoscenze umane sono più o meno simili per certi aspetti. Non ho girato molto il mondo, se non come turista, non posso vantarmi di avere una vita multiculturale e trendy. Sì, forse sono banale per certi versi, ma, per altro, certe barriere che dovrebbero contraddistinguermi in base alle etichette pregiudizievoli che siamo abituati a mettere a tutti, alla fine non mi confinano nel mio mondo. Sono curiosa e mi interessano le persone interessanti, capaci di esprimersi in un certo modo e di esprimere le proprie opinioni con cognizione di causa. Mi piace imparare dagli altri, perché quello che non so mi incuriosisce (anche la fisica, ma quella faccio a meno di ascoltarla, perché per me purtroppo è simile alla magia. Il mondo è pieno di magia fisica inspiegabile). Proprio perché mi piacciono le persone in quanto tali e non perché uomini o donne, tendo a soprassedere a molte scelte “di campo” che oramai si pretendono da chi sta sui social: mi comporto come vorrei che fosse il mondo, rispettano chi si guadagna il mio rispetto, odio le lagne e sin da bambina i miei mi chiamavano “l’avvocato delle cause perse” perché se credo in una cosa mi espongo.

Questa lunga premessa è per dire che in tutta la mia vita non mi sono mai interessata seriamente di che fosse il sesso e il colore della pelle degli scrittori che leggevo. Sì, non ho vissuto in una campana di vetro, sono conscia che Asimov fosse uomo bianco e Le Guin donna bianca, ma boh nel mio cervello sono nomi e poco altro. Conoscere le loro storie esula da quello che hanno scritto loro e letto io. Eppure qualcosa non quadra.

Non ci sarebbe problema nel scegliere un autore o un’autrice in base al genere narrativo in cui si identificano: sceglierò sempre quello amato piuttosto che uno sconosciuto, fantascienza/fantasy/giallo batte narrativa sempre e comunque per me.

Quindi il primo discrimine per me rimane il genere narrativo.

Sono rimasta traumatizzata dalle letture femminili “impostemi” da bambina, che piuttosto che leggere ancora cose drammatiche alla “Principessa Sara” mi sarei imbarcata davvero su una baleniera (dove invece mi sono rifugiata solo mentalmente). Quel genere di racconto non mi ha mai preso. Molto meglio essere un tigrotto che una lady di una Londra decadente e piena di governanti e insegnanti con gravi problemi di socialità. Quei tempi, più o meno quando Asdrubale passava con gli elefanti gli Appennini, furono non troppo semplici per una ragazzina che non voleva letteratura femminile (intesa come genere svenevole e pieno di storie di sentimenti e basta, niente arrembaggi, avventure, scalate sulle montagne, investigazioni): si leggevano giocoforza autori uomini come Salgari, per dirne uno. Perché questo passava l’editoria di allora.

La domanda che deve sorgere alla mente è: mancavano scrittrici d’avventura o mancavano gli editori per quelle scrittrici?

Mi sono appassionata ai gialli fra le elementari e le medie e sinceramente non c’è mai stata differenza nel mio cuore fra Agatha Christie e Conan Doyle (se non fosse per Holmes, mio primo sociopatico amore letterario): la grandezza di entrambi annullava qualsiasi ipotetica differenza di genere.

Vabbè non è tempo per una mia biografia, anche perché non ne vale la pena, però quello che mi fa riflettere è che nel mio personale immaginario letterario ci sono più autori maschi che femmine, ma forse per pura casualità. O pigrizia? Se un tempo me ne fregavo, ora inizio a chiedermelo.

Uscendo un po’ dalla mia confort zone e arrivando nel seminato della sociologia e storia, si può sinceramente affermare che per lunghissimo tempo le condizioni economiche, sociali, di ceto e di istruzioni nell’occidente (perché questo è il mio “piccolo” mondo) erano appannaggio dell’uomo bianco medio borghese se non ricco, o comunque se doveva pagarsi da vivere scrivendo doveva impegnarsi molto e con vari drammi personali (non arriviamo al caso di Salgari, ma “Sandrone” Dumas era sempre in cerca di nuovi editori e “Carletto” Dickens aveva troppi figli da sfamare). Questo evidentemente escludeva dal mondo della letteratura una bella fetta di popolazione. Possiamo recriminare fino all’infinito, ma questa è la storia, baby. Il divario socio economico si può ipoteticamente pensare che si sia più requilibrato dopo la seconda guerra mondiale, aprendo le porte a tantissimi altrui autori non solo bianchi e non solo uomini.

Eppure la parte pregiudiziale ebbe sempre in qualche modo il sopravvento. Inutile nascondercelo, quante donne hanno dovuto scrivere sotto pseudonimi maschili? Troppe.

Questa è la parte che considero pigrizia, perché pur non avendo nulla in contrario a storie scritte da chiunque purché la trama mi incuriosisca, alla fine dei conti si va sempre a leggere autori maschi bianchi europei o americani. Sono razzista per questo? Non mi sento tale, continuo a ritenere che per essere razzisti ci debba essere la volontà di esercitare un “no” immotivato contro una determinata parte della popolazione.

Si è razzisti se per affrontare i pilastri di un genere si va praticamente sempre a leggere storie scritte da uomini bianchi europei? No, perché è innegabile che l’apporto costituito da essi in quel genere non si può banalizzare con la loro provenienza o casualità: su xmila persone simili a loro per sesso, colore della pelle e ceto, solo loro riuscirono a eccellere per capacità inventive e autoriali e questo deve avere un peso e un valore. Quindi eliminare certi autori per il fatto di essere casualmente (non si sceglie dove e come nascere, ma solo come vivere) nati in un certo modo, a me pare un razzismo al contrario. E lo trovo demoralizzante.

A questo punto quale deve essere il secondo passaggio? Informarsi sempre. Per quanto non creda nel patentino di autorità di un premio letterario, forse a volte varrebbe la pena guardarci dentro e cercare autori e autrici vincenti per capire quale storia possa essere la prossima lettura. Sempre che questi premi letterari non abbiano al suo interno regole di quote colorate che esulano dal valore di merito. Poi i social danno un sacco di visibilità a veri nerd lettori, a divulgatori capaci di sfrucugliare nelle piaghe della storia e trovare autori e autrici dimenticati dalla massa. Internet si può usare anche per queste cose e non solo per cercare bufale.

In questo articolo per esempio ho trovato qualche titolo interessante di cosidetta “black science” e mi ha suscitato tante curiosità perché sono convinta che pur parlando dello stesso genere (la fantascienza) ci siano mille modi differenti di descriverla. E sarebbe bello capire se esistono o meno differenze culturali così profonde da dare diverse angolazioni dello stesso argomento.

Come mio solito sproloquio per un po’ in modo disorganizzato e poi vedo se, alla fine, riesco a tirare le somme in qualche modo.

  • Credo che siamo in un periodo potenzialmente obeso di letteratura e possibilità, a tal punto che non aprofittarne sarebbe un po’ tanto stupido.
  • Credo che dovremmo valutare i libri per il loro valore comunicativo e letterario e che debbano essere le storie a essere giudicate e non le persone che lo scrivono (poi un giorno parleremo forse del perché le storie personali di certi autori e autrici mi colpiscono a tal punto che non riesco a leggere i loro romanzi).
  • Credo che dovremmo smettere con la sindrome da tafazi, se non leggiamo abbastanza libri di x, y, x (dove x, y, z stanno per quelle categorie che escono dalla nostra consuetudine e sono molto ben sponsorizzati dai social), pensando che sì leggere apre la mente (anche se non sono sempre convinta di questa cosa), ma non salveremo il mondo leggendo un libro.
  • Credo che dovremmo smettere di sentirci sporchi, perché il mondo là fuori non ci ritiene abbastanza cool (in senso letterario) e noi non riusciamo ad adeguarci abbastanza velocemente.
  • Credo che i libri debbano essere fonte di discussione sempre e comunque, un punto di riflessione, perché spesso fra le pieghe delle parole si nascondono pensieri da metabolizzare.
  • Credo che le prefazioni e postfazioni debbano essere un approfondimento al libro e darci ulteriori spunti di crescita e non un mero gioco a chi spoilera prima la vicenda narrata.
  • Credo che dovremmo fare uscire la politica dai libri e dalle storie, senza perdere il gusto di domandarci quale sia il brodo culturale che li ha prodotti.
  • Credo che dovremmo smettere di avere pregiudizi sui libri, ma che abbiamo tutti i diritti di dire che un autore o un’autrice non ci interessa anche per il semplice “perché no”, sapendo che la vita di ognuno di noi è infinitamente più breve della somma dei libri scritti fino ad ora.
  • Credo che la pressione dei social, dei bookinfluencer senza cognizione dovrebbe essere ridotta al minimo tornando a un sano passaparola, un sano supporto alle case editrici e alle loro scelte editoriali.
  • Credo che dovremmo chiedere alle case editrici più diversità non in nome di qualche quota colorata decisa per legge, ma proprio in base al merito, non chiudendosi alle paure meramente economiche, promuovendo anche una ricerca di libri passati che meriterebbero una seconda occasione.
  • Credo che dovremmo anche con leggerezza capire che se, analizzando xmila romanzi scritti nella storia, si è riscontrato che uomini e donne possono scrivere in modo differente e questa cosa si sente, non si parla di razzismo ma di diversità: la diversità rende questo mondo quello che è e mantenerla non sminuisce il concetto di pari diritti, ma solo sottolinea che per fortuna non siamo fatti con lo stampino.

Insomma sì esistono i pregiudizi ed esistono i razzisti anche fra i lettori, ma non lo sono tutti quelli che leggono solo certi scrittori e non altri. E forse dovremmo anche farcene una ragione con leggerezza.

Ereader o Cartaceo?

Questo non sarà un post in cui ci si schiererà fra i vincitori o fra i vinti. Non ci sono vincitori e vinti. Ci sono solo lettori, forse bisognerebbe ricordarselo.

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mere, limoni, cartaceo, avocado, lime, ereader, zenzero…lista della spesa fatta!

Sono una donna da cartaceo, mi piace la materia carta, mi piace sentirne l’odore, tastarla; a volte puzza, a volte è impiastricciata, a volte è talmente piena di polvere da far star male. Comunque sia a me piace la carta. Sarà deformazione generazionale: ho un’età in cui i libri erano solo di carta e sono nata appena prima del boom economico degli anni ’80 e quindi non ho mai avuto problemi ad avere libri. Sono anche un’appassionata, cinica, di Storia e mi rendo conto che la materia, il supporto del libro, è solo qualcosa di transitorio: dalla pietra al papiro alla carta di Fabriano (okkei ci sono i cinesi prima, ma sono marchigiana per parte e quindi posso essere anche un po’ medievalmente campanilista? Secondo me sì), dagli amanuensi alla stampa, la vera rivoluzione non è il supporto, ma la possibilità di raggiungere più persone con il minimo costo possibile. La cultura, lo diciamo sempre, deve essere per tutti. Però di questo aspetto e delle sue difficoltà ne parliamo un’altra volta, che ne dite?

Il cartaceo è qualcosa che possiamo costruire in tre dimensioni, portando una comunicazione anche indiretta quando lo portiamo in giro sottobraccio, lo leggiamo in treno o in bus o lo sfoggiamo uscendo dai negozi. Il libro è qualcosa che attrae con le sue copertine (che dovrebbero essere fatte con del gusto…ah! La oramai persa arte degli illustratori di copertine!), a volte permette anche dei veri incontri fra persone. Chissà quanti amori sono nati così, per colpa di una copertina (io ci ho guadagnato il numero di telefono di un tizio mentre cercavo di capire cosa leggesse, tanto per dirne una. Peccato che non mi interessasse il tipo). Il libro si passa di mano, di generazioni, magari lasciando a ogni passaggio un ricordo nel mezzo, una scritta, un pensiero.

La carta occupa spazio, che sia nostro in casa o nelle librerie o nelle biblioteche, è innegabile. E anche piacevole, finché non inizi a vivere dentro a una casa fatta coi libri, ma anche questa è un’altra storia. La carta è fondamentalmente raggiungibile da tutti, purché sappiano leggere quello che è scritto sia come lingua che come alfabetizzazione che come visibilità. Le biblioteche, lo dico sempre, sono un vero presidio culturale e sociale, un momento di aggregazione che permette gratuitamente a chiunque di avvicinarsi a qualsiasi lettura.

Però la carta non è priva di pecche.

Attorno agli anni 2000 circa, non ricordo benissimo, entrò sulla scena il cosidetto ereader: una specie di tablet o pc, ma che non serviva come un tablet o un pc, serviva “solo” a leggere. Eresia! Ci siamo stracciati le vesti in molti difendendo a spada tratta il cartaceo contro il mostrone elettronico. Via, pussavia, sciò! Per 20 anni ci siamo sorbiti un’infinità di articoli dalla fine della carta alla morte dell’ereader, dal fantascientifico digitale all’anacronistico stampato, tirando angoli e orecchie di tutto e tutti, cercando una vittoria che non esiste.

Eppure…

Per quanto i costi di produzione e distribuzione, analizzandoli bene, non siano del tutto dissimili da quelli di un libro cartaceo, impedendo così di avere un prodotto più economico, in determinate condizioni l’ereader è una scelta vincente per molte persone. Primi fra tutti gli ipovedenti: la possibilità in corso di lettura di modificare la grandezza del font ha riportato alla lettura solitaria tante persone prima escluse (la diffusione degli audiolibri è una cosa recente, per quanto ci siano da anni, ma non è la stessa cosa che poter leggere da soli). Solo per questo dovremmo essere felici di averlo fra noi. In più la possibilità di avere a disposizione costantemente sia un vocabolario che un dizionario, permette di comprendere meglio quello che si legge ovunque ci si trovi (sì certo, secondo me un bel volumone col nome sopra “dizionario” e “vocabolario” dovrebbero esserci sempre in casa, ma la gente ha l’abitudine di leggere in giro e quei due tomi non sono di facile trasporto). Di contro il fatto che non ci sia una vera e propria differenziazione del prodotto in casa editoriale fa sì che ebook e cartaceo esteticamente siano uguali, solo che nel primo non puoi sbirciare il titolo dal vicino che legge.

Altra cosa utile dell’ereader è la possibilità di avere più libri al suo interno così non si è mai a secco di lettura anche se ti trovi fuori casa.

Potremmo andare avanti ore e ore a tirar fuori pregi e difetti dei due supporti perché alla fine, se volessimo davvero schierarci, ci sarebbero tantissime cose da dire. Perché non ho parlato dei segnalibri, delle orecchie, di quando si perder il segno oppure no, di rimanere contemporaneamente su due pezzi del libro e tanto altro, me ne rendo conto.

Quindi dopo questo sproloquio la mia idea quale è, direte voi? Che dobbiamo smetterla di tifare e prendere il meglio da ogni supporto.

Ho comprato il mio unico ereader nel 2012 incuriosita e dubbiosa da questo “coso” moderno. Mentre i cellulari avanzavano e diventavano anche un supporto della mia vita sociale e ora anche lavorativa, creando possibilità inaudite ripensando al mio vecchio motorola star tack, l’ereader non mi aveva colpito. Il primo libro letto fu “Il canto di Natale” di Dickens e devo ammettere che fui sorpresa: pensando al fastidio che provavo (e provo tutt’ora) nel dover stare tante ore di fronte a un pc, trovarmi di fronte a un supporto tecnologico con una lettura molto simile al foglio di carta che non mi creasse dolore alla vista era una cosa impensabile. Ho sempre ritenuto che quello fosse il miglior pregio per controbattere alle obiezioni di chi fosse scettico: non affatica la vista e puoi regolare la luminosità non avendo mai problemi di lettura.

Dal 2012 al trasferimento a Roma nel 2019 ho usato pochissimo l’ereader e ho invaso casa di cartacei (acquisti compulsivi. Lo so). Quando però mi sono trasferita, pensando ai mezzi, ho messo fra le cose anche il mio kobo. E devo ammettere che è stato provvidenziale, soprattutto quando è arrivata la quarantena. Come detto in altro post, sulla vita in quarantena, col kobo sono riuscita a seguire le letture collettive. Certo potevo farne a meno e leggere i cartacei che avevo con me; certo potevo staccarmi degli “impegni” letterari che avevo con me e altre persone e fare dell’altro. Ma non ho voluto. La quarantena è stata per tutti un periodo difficile e inaspettato e la cosa che è pesata maggiormente è stata quella di non poter condividere con altri quello che facevamo, quindi ho ritenuto fortemente che le letture collettive non andassero mandate in pausa.

In più ho riflettuto una cosa, soprattutto ascoltando le storie di Simona Scarioni di Escherichialibri, che mai come ora la pulizia di quello che ci portiamo dietro deve essere facile e poco impegnativa. I libri assorbono l’atmosfera che li circonda: è il loro bello anche, ma in questo momento non è il massimo e se dobbiamo pensare di igienizzarli ogni volta che torniamo a casa rischiamo di perderci la testa, ordinare su amazon una camera sterile (esiste?) o non uscire più di casa pur di leggere. Un ereader si pulisce facilmente, basta avere un pannetto morbido e i prodotti adatti per le cose tecnologiche.

Quindi alla fine di questo sproloquio quali sono le mie conclusioni?

Chi si preclude un mezzo per pregiudizio è cieco e non è un vero lettore. Leggere è la funzione che ci crea piacere, il libro a volte è un feticcio a cui non dobbiamo per forza rinunciarci, ma fra le due cose dovremmo sempre tenere al centro l’azione e non la cosa. La prima cosa che ho fatto tornando alla normalità è stata andare in libreria e a un mercatino per comprare libri cartacei, ma tornata a casa li ho puliti senza rovinarli e nel viaggio verso casa ho letto un ebook (come quando settimana scorsa sono tornata dai miei in treno). Ho scelto di non schierarmi, ma di prendere il meglio dai due supporti e vi esorto a fare la stessa cosa, trovando il vostro equilibrio e pensando anche a vivere al migliore dei modi anche i momenti di difficoltà. L’uomo evolve attraverso l’adattabilità, se no si estingue. Così sia anche per il lettore.

Lettrice in quarantena e in esilio

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un po’ di libri che mi hanno fatto e stanno facendo compagnia in questo periodo

Avevo in mente di scrivere questo post verso Natale, per fare un consultivo di un punto inaspettato della mia vita: il trasferimento a Roma per lavoro. Come alcuni sanno ho preso una parte della mia vita e nel giro di una settimana l’ho trasferita lontato da tutto e da tutti. Forse era tempo, forse non bisogna lasciarsi scappare delle occasioni, forse si è solo pazzi ogni tanto e ne vale la pena. Comunque non sono qua a fare una seduta psicologica della mia vita e ad ammorbarvi con il mio criceto mentale sulla sua bella ruotina che gira e gira. Volevo dirvi come mi sono trovata senza più i miei riferimenti da lettrice. Quindi partiamo con la strada vecchia che ho, momentaneamente, lasciato.

Parma è una piccola città con un passato letterario glorioso e qualche figlio illustre. Per quanto il tempo non sia stato pietoso, con lei come con altre piccole o grandi città, ha mantenuto una parvenza di forte città culturale e letteraria. Sono impietosa, lo ammetto, con la città che amo più di qualcunque altra, solo perché vorrei che tutto quel potenziale che esiste esplodesse al massimo, mangiando in testa ad altre realtà, ma invece sembra sempre che un po’ vivacchi sul proprio passato e non si sforzi mai abbastanza. Comunque sia. Librerie ne ha sia di catena che indipendenti e ha almeno 10 biblioteche civiche a disposizione della cittadinanza con una grande selezione di libri da quelli fuori catalogo alle ultime uscite. Come detto più volte in questo blog, sono stata di casa in alcune di queste biblioteche a tal punto che ci si conosce vicendevolmente per nome coi bibliotecari: è come essere a casa ed è una bella sensazione. Per quanto riguarda le librerie ho lo stesso rapporto con il Libraccio solo perché ha un sacco di usati e si trovano occasioni che altrove è difficile reperire, soprattutto quando arrivano le vagonate di Cosmo Oro e Argento per la fantascienza.

Quindi la mia vita è stata una tranquilla passeggiata in bicicletta in mezzo a scaffali di libri. E la via nuova?

Arrivando a Roma speravo di trovare una cosa simile, ma moltiplicato per x mila. E invece non è proprio così. Le biblioteche ci sono, ma sono molte poche in proporzione con la popolazione e la densità abitativa. Ovviamente ci sono condizioni in alcuni quartieri in cui la cultura fa fatica a entrare e fare il suo dovere. E anche a livello di librerie la problematica pare la stessa. Roma è una città complicata in tutto, perché non dovrebbe esserlo anche in questo?

Ammetto di essermi un po’ depressa, soprattutto dopo che ho visitato il Libraccio qua e non ho trovato la stessa aria che si vede a Parma o a Milano e Bologna dove ho visto altre sedi della catena. Cosa manca? Beh qui a Roma è più simile a un Feltrinelli con solo le uscite degli ultimi anni e la parte di editoria minore, musica (con cd e vinili), usati, fumetti, libri di genere sembra quasi relegata in un angolo. Certo questo è un IBS-LIBRACCIO, ma non mi è piaciuto per niente (anche se il palazzo è meraviglioso e lo spazio espositivo enorme). Gentilissimi i librari e ipersolerti ad aiutare, su questo non ho niente da dire, mancherebbe altro. Lunga vita a chi lavora bene!

Ho iniziato a farmi consigliare dagli amici romani (per fortuna la mia rete di sicurezza ha maglie nerdosamente ampie e mi ha accolto a braccia aperte, facendomi sentire voluta e quasi a casa) e in poco tempo ho scoperto le bancarelle in piazza Esedra e la libreria Pocket2000. Ero piena di speranza quando è arrivato il 2020 e per quanto il lavoro mi esaurisse le energie mentali e mi venisse difficile pensare di uscire a passaggiare il pomeriggio (Roma mi ha spaventato molto più di come mi abbia accolta. Dico solo che per quanto abbia avuto scioperi dei mezzi e giornate di diluvio non ho mai avuto un vero problema di spostamento o altro, grazie ai colleghi e alla fortuna non so. Riuscivo anche a trovare parcheggio sotto casa spesso!), il mio essere procrastinatrice non mi faceva vedere il nero che avanzava. Così con lo spirito di un lemming che va verso il burrone col sorriso felice, mi decido e faccio la tessera della biblioteca! A marzo. Non infierite vi prego. Per quanto fosse stata la prima cosa che avevo visto arrivata a ottobre, farla mi sembrava una cosa come “rimarrai per sempre qua e non tornerai mai a Parma, perché lei si sentirà tradita”. Sono un lemming paranoico evidentemente, perché sta cosa non ha senso. Vabbè, a una certa non è che si possa cambiare. Nel mentre avevo trovato tutta una serie di bancarelle con Urania a 1 euro che reclamavano i miei pochi e sudati soldi.

Ho fatto la tessera il sabato prima della chiusura della zona rossa. Genio del male che sono! Marzo è arrivato come un treno nei denti e lo sfasamento fra il “dovere” e il “non capisco” è stato così ampio che la mia media di lettura è drasticamente caduta in una fase di depressione. Fino a quel momento, grazie anche l’uso dei mezzi per andare e tornare dal lavoro, era di almeno 4 libri al mese, media che mi ha permesso di ipotizzare una lettura annuale sui 50 libri e provare la challenge su goodreads con questi numeri. Quattro libri al mese sono per me una buona media, un ritorno agli anni d’oro della mai giovinezza, quando annulamente ne macinavo di libri anche grossi; col tempo, crisi varie a parte, ho capito che i numeri non fanno la felicità, ma tornare a godere di leggere sì. La speranza si infranse contro il muro del covid. Sembra che sia stata una cosa normale anche fra i lettori forti: ore a non capire quale sarebbe stata la propria vita, ubriacamento di ore a disposizione, ansia da futuro e poi lo smartworking (e magari alcuni avevano anche figli e pargoli h24 a casa da gestire). Una cosa simile è capitata anche a me, ma senza pargoli e con ansie diverse, mentre chattavo con amici e famiglia e organizzavo il calendario serale delle videochiamate per le serate nerd di gioco di ruolo. Poi lentamente, sforzandomi, ho ripreso a leggere e ho ringraziato il cielo di aver portato con me l’ereader e di supplire le richieste alla biblioteca con prestiti online di ebook (oltre a quelli che nel tempo avevo in archivio). Ho potuto continuare a partecipare alle letture collettive della readchristie e della fantadistochallenge senza perdere le tappe. Ecco di certo il “dover” rispettare certi appuntamenti è stato uno stimolo a leggere e a non perdere la speranza. Ho purtroppo interrotto le poche storie che facevo su instagram (non diventerò mai qualcuno se non sono costante!) perché stare tante ore a lavorare davanti al pc mi ha stordito, soprattutto i primi tempi. Mi mancano, ma solo perché alla fine mi piacerebbe mettermi più in gioco nel parlare di libri, visto che dal vivo non mi tiro mai indietro. I numeri di lettura sono tornati a crescere tranquillamente e la fortuna di aver incappato in qualche buon libro ha aiutato a tornare alla normalità.

In questo periodo ho scoperto che amo la fantascienza come da ragazzina amavo il fantasy, cercando avventure e grandi temi. Ho scoperto che però non posso fare a meno di elfi, nani, maghi e compagnia danzante, ma porcaciccia i miei libri sono quasi tutti a Parma quarantenati. Ho riscoperto le piccole case editrici che si fanno un bip come chissà e che sfornano libri ben più completi di quelli che escono dalle grandi case, le quali dovrebbero un po’ imparare da loro e dedicarci prodotti non sono esteticamente belli, ma anche qualitativamente più corposi. Ho sentito l’esigenza di leggere fumetti fatti bene per perdermi nel tratto dei disegnatori, senza dimenticare l’importanza della penna. E per quanto letterariamente mi manca, non sono ancora andata per mare… Insomma in questi mesi ho solo scoperto le astronavi al posto delle navi, ma per il resto riconferma di qualità e opere di nicchia e ricerca di qualcosa di più.

Argomento: comprare libri e scaricare quelli gratis della solidarietà digitale.

Non ho comprato libri online e credo di aver scaricato 2 libri di quelli offerti. Perché? Primo perché non avendo una libreria di fiducia da supportare, mi sembrava cannibale buttarmi sui grandi store quando in realtà ho la libreria piena di libri da leggere (non sono mica scesa a Roma a mani vuote e a ogni giro a Parma c’era il “cambio gomme” dei libri). Comprare online non è il male l’ho detto, il male è la bulimia del comprare che è patologica. L’ho sempre pensato ogni volta che vedevo su instagram montagne di libri comprati ogni giorno. E’ vero c’è chi compra scarpe e chi libri (io sono fra quelli), quindi non c’è niente di male nel farlo, ma la patologia compulsiva ossessiva è dietro l’angolo e bisognerebbe farsi due domande. Per me comprare libri è andare per scaffali e bancherelle tornando a casa sì con quello che volevo, ma anche con libri ispirati dal momento. Comprare online mi dà la sensazione di limitare le possibilità di lettura, paradossalmente.

E anche degli ebook non ho approfittato perché per quanto ritenga che il prezzo sia a volte troppo altro, dietro a ogni ebook c’è un sacco di lavoro che va pagato e quindi cannibalizzare le case editrici per avere loro materiale gratuito è anche questo un aspetto che sfiora il patologico. E anche qua facciamoci due domande.

Senza cadere nel moralismo e senza volermi mettere sul piedistallo, ritengo che in questo momento di crisi bisogna diventare sempre più lettori consapevoli e quindi scegliere di supportare case editrici e librerie e anche biblioteche. Come? Comprando e frequentandole. Semplice. La crisi economica colpirà di nuovo e molti si troveranno con le pezze ai pantaloni e si sa già che un 9% di piccole case editrici chiuderà a fine anno. E’ inevitabile. Noi possiamo decidere dove metterci per bloccare la falla della diga. Sempre. Scegliendo dove comprare la frutta e la verdura, chi sostenere come editore, quale negozio sotto casa frequentare. Scegliere la qualità soprattutto, magari comprando meno ma comprando meglio.

Questa quarantena non mi ha cambiato in questo senso, anzi ha solo fortificato la mia opinione di essere un numero certo, ma di poter diventare un miglior pezzo dell’ingranaggio.

Ora che inizia la fase 2, quella che sembra “tana libera a tutti”, sperando di non dover tornare di corsa alla zona rossa, penso che la prima cosa che vorrò fare è riconsegnare il libro che ho preso a marzo in biblioteca, andare al Libraccio, piangere di gioia in metro sui libri comprati (avendo esibito la mia tessera come le chiavi di una Porche), tornare a casa a piedi e cercare di riavere la mia normale vita da lettrice e da nerd. Poi avrò il tempo e il modo di riabbracciare in sicurezza i miei cari in carne ed ossa. E sarà gioia.

Una domenica nerd. Finalmente.

Oggi non mi metterò a scrivere una recensione, ma ho voglia di parlare di me senza dire troppo di me. Avere un blog ci mette nelle condizioni di dire qualcosa di noi ogni volta che esprimiamo un giudizio su qualcosa, sia esso un film o un libro o altro: ci palesiamo, ci mettiamo anche in gioco. Il rischio del gioco è mettere troppo di noi o non mettere nulla diventando come degli automi; la ricerca del consenso cozza con la salvaguardia della privacy. Eppure è bello poter dire qualcosa di noi, delle nostre passioni, delle nostre giornate, come se fosse un ponte per trovare la condivisione con gli altri. Quindi oggi vi parlo come dopo tanto tempo ho passato una di quelle strane e impensate, un regalo quasi, domenica all’insegna del nerd power e del relax.

Vengo da un lungo periodo pesante, umanamente, dove la fatica di rimettere a posto le cose stride con il continuo far saltare tutti i piani di pacificazione a tal punto che mi vien da chiedere se io non stia forzando la mano a voler mettere cose e persone in posti in cui evidentemente non riescono a stare: caparbietà, ottusità, incapacità di accettare il cambiamento. Non lo so. So che in contemporanea mi sono aggrappata ai libri come quando ero ragazzina, leggendo con facilità e rinnovato entusiasmo, trovando libri che parlassero a me in modo toccante e doloroso a volte: crescere dovrebbe aiutarti a capire che i libri ti parlano, che a volte alcuni te li trovi fra le mani perché sono mazzate che devi imparare a incassare, perché alla fine non esistono “libri” come cose da accumulare, ma “libri” come esperienze da vivere. Il 2019 mi ha riservato sin dall’inizio emozioni.

Eppure mi sentivo mutila.

Mi mancavano le serate film. Mi mancano da più di 10 anni, quando non sono più riuscita a farmi un cineforum casalingo settimanale che era un piacere più che un dovere. E non so andare al cinema da sola. Non ce la faccio. Mi sento “sfigata”. Per questo stupido motivo mi sono persa un sacco di film al cinema. Ho permesso che il nero (lo ricordate il Nulla? Quello.) vincesse e si prendesse una parte di me. Ho smesso di guardare film al cinema ma anche a casa, per quanto mi sia comprata una serie di dvd che vagano da una casa all’altra con il sottotitolo “Ah ma adesso me lo guardo proprio!” e puntalmente nulla.

Domenica il destino ha pagato una parte del debito che mi deve.

Domenica tutto è filato nerdosamente bene. E mi ha come ricaricata o almeno coccolata, come i muri che si alzano quando si è, nei film, sotto attacco, e il protagonista è dentro al silenzio ma protetto. Ecco. Quello. Per qualche ora almeno niente attacchi.

Pomeriggio al cinema a vedere “The Avenger: End Game“. Orario da famigliole o ragazzini e forse anche da vetusti nerd che sanno che non dureranno per 3 ore se il film, anche spettacolare, inizia alle 22. C’abbiamo una certa! Tutto iniziò nel lontano 2008 e le cose erano diverse, come le speranze e i sogni; per molti si sono avverati, ma per molti altri sono stati continui buchi nell’acqua. Per fortuna che c’era la Marvel (e anche star wars dai, anche se i film sono orendi, ma almeno tengono desta la speranza. A new hope!) puntuale, quella che ha sfidato le convenzioni e ha portato la gente, i nerd, al cinema anche in estate, periodo vuoto e morto se non per qualche rassegna estiva all’aperto. Ci ha regalato 11 anni di film prendendo a piene mani da 70 anni di fumetto americano con i supereoi (eggià così tanti, ma Capitan America è della seconda guerra mondiale eh!), tagliando qua e là cose e situazioni e confezionando prodotti che sì facevano storcere il naso ai puristi, ma che riavvicinava al cinema un sacco di gente. I film marvel sono diventati un filone e un momento evento creando una vera e propria generazione di appassionati (speriamo che molti siano andati anche al fumetto). La DC ci ha provato a star dietro, ma una è scanzonata e l’altra è oscura come il suo eroe più conosciuto Batman. “The Avenger: End Game” è la fine della terza fase del Marvel Cinematic Universe e tira le fila di tutti i personaggi che abbiamo visto con un baraccone infinito di cose e situazioni dove ognuno mette la sua manina, ma dove allo scontro finale saranno sempre loro 3 a risolvere il tutto…si spera. Cosa succederà poi nessuno ne è certo, ma a luglio ci aspetta Spider Man (che detesto in questa versione infantile). Non vi dirò cosa succede, ma sì si piange e si deve piangere tanto perché è il viale dei ricordi, è il tentativo di rimettere a posto le cose, è…porc Thanos te e il tuo guanto e le f…e gemme! E’ un Thor che non ti aspetti, un Cap degno e fieramente sè stesso senza nessun dubbio, un Iron Man come lo volevi ma che non si tradisce mai…è tanto altro. Non voglio spoileravi nulla, nessuno si merita uno spoiler mentre si legge un post come questo, ma se andate al cinema portatevi le razioni di cibo e bevande e i fazzoletti. Questo film comunque costringe a riguardarsi tutti i film precedenti non tanto perché se si è perso un capitolo certe cose non si capiscono (si capisce tutto, anche se non hai visto, come me, quello appena prima), ma perché è bello dimostrare che niente è davvero finito finché si può vedere e leggere all’infinito.

Mi è piaciuto il film? Senza fare una recensione vera, posso dire che ha dei grossi difetti e delle scelte stilistiche che fanno cadere un po’ le braccia, ma in fin dei conti è un film che va visto, senza nemmeno voler troppo cercare il pelo nell’uovo, perché la fine di 11 anni di film non è una cosa facile da fare e la Disney se l’è portata a casa abbastanza bene.

Altra cosa quasi impossibile da schivare in questi giorni è la serie ottava di Games of Thrones, dove tutto avrà fine ma mai come dovrebbe essere nei libri visto che quel … di Martin non scriverà mai i libri mancanti, tanto meno ora che la fine gliela hanno scritta gli sceneggiatori. Perché (avvertenze: leggere la frase velocemente e con enfasi e anche arrabbiandosi un po’) sbattersi per qualcosa che già sanno come va a finire, anche se non importa se i libri sono diversi con trame lasciate a mezzo e personaggi nella serie mai esistiti, ma che nei libri sono importanti…uffa! Ammetto di non essere stata nè un’appassionata della prima ora dei libri nè di aver seguito tutte le serie, ma la settima serie me la sono guardata su sky e goduta con i sottotitoli sentendo le voci originali. Alla fine se non vuoi che tutti ti raccontino una cosa che avresti guardato un giorno con calma, ti devi adeguare e seguire la corrente col tuo canotto e le tue provviste. La puntata settimanale è una (e se me la perdo mysky vince), di un’oretta, ma che scorre via liscia come l’olio anche se certe pedate sul sedere gliele daresti agli sceneggiatori per aver scritto dei dialoghi di una banalità disarmante…anche qua tocca rimanere sul vago per non far spoiler, sempre per il motivo di sopra.

E siccome la puntata finisce come quando una volta iniziava la buona vecchia seconda serata e si mandavano a letto i bambini, mandatami a letto, pigiamata e sotto le coperte, mentre fuori il freschino entra attraverso la finestra e dà ancora quel sentore di coperte fino al mento, ho finito la domenica leggendo il libro “Guerre Stellari” di George Lucas, in una vecchia edizione Oscar Mondadori, e che altro non è che il famoso quarto episodio della serie ovvero “A new hope”. Leggerlo è rivedere le scene esatte del film, ma con qualche aggiunta in più per rendere più completa l’atmosfera e i personaggi. Non mi aspettavo che mi piacesse così tanto da farmi risvegliare la forza in me, anche se leggere Artoo Deetoo o Threpoo è difficilissimo quando sai che sono R2D2 e C3Po.

Poi quando il tepore delle coperte ha preso il sopravvento e io mi sono lasciata cullare da tutta quella nerditudine che mi pervadeva; dall’aver condiviso 3 ore di cinema non solo con la marea di gente chiacchierante ma anche compagnia piacevole con cui confrontarsi; dall’essermi goduta senza interruzioni la tv, a quel punto dicevo ho capito di essermi goduta una splendida domenica senza pensieri, recuperando quello che mi piace e mi fa star bene, condividendo e svuotandomi dei miei pensieri per un po’ d’ore. Il mio carattere mi farebbe dire che ora vivrò con l’angoscia di non sapere quando mi ricapiterà un momento così bello, ma non so rispondere: so solo che metto in saccoccia la domenica nerd e prego Chi di dovere che me ne mandi altre.

May the force be with you sul Trono e giocando con la gemma dell’infinito.

Il web è pieno di bei libri?

Mentre la giornata del libro e del diritto d’autore volge verso il suo termine e io non ho letto manco una riga per carenza di voglia, mi sono trovata invischiata in un’ennesima discussione che mi porta sempre a riflettere un po’ più in generale. No, non vi dirò cosa è successo e dove (anche perché erano discussioni in una bacheca privata di fb), ma la conclusione è che, per me, è un po’ strano che ci siano solo libri belli in giro. E’ davvero così?

Senza ombra di dubbio, i gusti personali non si discutono. Quando un libro ti tocca delle corde, ti fa tornare qualcosa in mente, entra in rapporto empatico con te, qualsiasi libro è valido. Punto. Non si discute. Il piacere soggettivo è qualcosa che esula da schemi, recensioni, termini e tecniche, ci si può confrontare per ore o anni, ma alla fine se non si hanno davanti persone ragionevoli si arriverà a scontri che manco in certe zone del mondo son così pericolosi.

Allora quale è il vero problema?

Il problema per me è che ci sono troppe recensioni entusiate, piene di “meraviglioso”, “la meraviglia” (“E la bellezza?” cit.), “una cosa senza precedenti” e…nessuna altra spiegazione. Oh, non sono tutti così, mancherebbe: ci sono vari livelli di comunicazione di parere sui libri dai book blogger (coi vari social annessi), ai lettori semplici, alle groupies (oddio ci sono anche quelle), alle recensioni professioniste, agli uffici stampa e ai canali di mera pubblicità. Ognuno di loro ha poi al suo interno oneri e onori e capacità comunicative diverse. Saltiamo a pie’ pari tutti coloro che per motivi più o meno economici devono parlare bene di un libro, perché loro devono vendere e se vendi un libro scritto piccolo a un cieco hai vinto (qui mica possiamo usare ancora i poveri esquimesi e la quintalata di frigoriferi che hanno!); saltiamo anche coloro che fanno recensioni per avere seguito e farsi mandare i libri a casa, perché alla fine non sono dissimili dalle varie riviste sui libri e vanno bene anche loro. Arriviamo a quei “normali” book blogger o lettori più o meno anonimi che esprimono un loro parere e ogni volta il libro è un successo.  Perché? Ma davvero…perché?

  • Ci sono quelli che ammettono che non recensiscono sui loro canali libri che non hanno trovato gradevoli. Perché?
  • Ci sono quelli che non riescono a concepire che il loro idolo o il genere che amano possano produrre emerite ciofeche. Perché?
  • Ci sono quelli che non sanno leggere o anche scrivere molte volte (mamma mia gli strafalcioni non da battitura, ma da ignoranza pura!), ma sentono il bisogno di dire la loro e dire che è tutto “bellissimo”. Perché?

So che come mio solito questi soliloqui rimangono domande buttate al vento e ognuno continuerà a dire, giustamente la sua, finché non romperò le scatole alle persone sbagliate, ma il mio essere cervellotico mi fa cercare le risposte alle mie domande e questa è una di quelle più pressanti in questo momento.

Perché non è accettabile scrivere che un libro è brutto? Perché non devo, scrivendo in modo educato ma non nascondendo nulla (compreso disgusto e sarcasmo), comunicare agli altri un parere diverso dalla massa, da quello che si aspettano tutti, da quello che certi gruppi si aspettano?

Si può stroncare tutto e tutti, con capacità di farlo senza passare nel penale, e sicuramente stroncare un classico con un autore morto cento e passa anni fa è molto più facile che farlo di uno vivente, magari che ti legge anche sui tuoi social, di cui sei amico dell’amico dell’amico su fb o conosci la casa editrice che sai che è brava ma non puoi dire che ha scazzato una cosa… Un tempo erano in pochi quelli che potevano sedersi al tavolo di uno scrittore, ora mi sembra che sia un po’ affollato quel posto e che ci sia un delirio di massa collettivo. Non esistono autori intoccabili, ci sono solo autori che ami profondamente che è altro discorso. Ci sono lettori che nel loro delirio comprerebbero anche la lista della spesa se scritto da xyz, ma da qui a non rendersi conto di un calo di verve, di libri scritti magari per pagare le bollette (lo faceva anche Dumas, sapete? Solo che lui lo sapeva fare, anche nel casino, anche pagando un buon ghost writer. Ci vuole capacità anche per farsi pagare le bollette e i vizi), ce ne passa.

Quindi quale è il nucleo di questo modo di fare un po’ schizzato? Può essere che oltre a essere un popolo di allenatori, politici, papi, (santi e navigatori li abbiamo persi per strada insieme ai poeti che si rifiutano di fermasi da noi), siamo anche un popolo di recensori di libri e col cacchio ci facciamo scippare la seggiolina di like e di rufianate?

Sì, non sto descrivendo bene questo mondo che seguo e che vedo, ma come parlo male dei libri che non mi piacciono, cerco di capire cosa non mi convince di quello che mi circonda e mi sembra che ci sia un po’ di delirio di onnipotenza da parte di persone comuni, di bazzicatori di gruppi, di scribacchiatori di post su fb o foto fatte su instagram e qualche # su twitter. Credo che i grandi server come anobii e goodreads pur essendo una manna e un bel porto di mare, abbiano portato a riva anche cose che era meglio rimanessero rinchiuse al bar, fra una chiacchiera e l’altra.

Io adoro quelli che hanno lo spirito e le capacità di analisi per comunicare anche quello che non piace, quello che non ha convinto, notando anche errori di scrittura o di costruzione di un romanzo. E sapete perché? Uno perché sono dei rivoluzionari: in un mondo in cui si ricerca il pollice o i cuori, dire cose non piacevoli non è facile. Due perché sono loro che fanno crescere il mondo dei lettori.

Essì miei cari recensori, a mio parere sono proprio quelli che paiono distruggere un libro, con parole e concetti e non solo con versi a caso, perché mettono il dubbio, costringono gli altri a porsi dubbi, sarebbero gli unici dico che potrebbero costringere gli scrittori a rimettersi in gioco, le case editrici a curare o a sperimentare, i lettori a vedere qualcosa di diverso. Le recensioni entusiastiche non fanno crescere nessuno, sono come le continue lodi ai bambini facendoli credere dei geni e poi di fronte alle difficoltà vanno in crisi e si trasformano in bulli frustrati.

Anche perché scrivere una recensione negativa è difficilissimo. Bisogna superare il senso di “schifo” che a volte emerge e tocca sviscerarlo, capirlo, prenderlo in mano e dargli una forma coerente; quando non è oggettivo l’errore, bisogna trasformare il soggettivo o l’istintivo in comprensibile. Scrivere recensioni negative mette in crisi, credetemi. Ci sono quelli che buttano di getto le idee e se ne fregano di altri lettori, degli scrittori e altro e sputano fiele e veleno, ma anche loro sono nocivi e inutili come i gridolini da stadio. Perché si può scegliere anche qua, come nella vita, come agire e quale tipo di critica porgere se è per costruire o per distruggere. Forse leggendo certi miei commenti mi vien da pensare che alla fine mi frega poco parlare a un autore dicendo che forse avrebbe fatto meglio a farsi revisionare meglio il manoscritto e pensarci un secondo a sistemare le cose, ma alla fine forse tranne qualche caso ho cercato di spiegare perché le cose non giravano per me, i pezzi sembravano buttati lì e le occasioni perse. Sono pochi i libri che arrivano a voti pesantemente negativi, anche perché se davvero un libro è così distante da me tendo ad abbandonarlo. Come ho fatto per “Roderick Duddle” di Michele Mari che mi ha così infastidito che ho deciso di abbandonarlo a poco meno della metà, per quanto il gruppo di lettura lo avesse trovato meraviglioso, però su goodreads ho messo che l’ho abbandonato e perché.

La vita è troppo breve per sprecarla a leggere libri che non fanno per noi. (autocit)

Forse è questo il vero motivo del fatto che il web sia pieno di libri meravigliosi? Abbandoniamo per sempre quelli negativi per non farci avvelenare la vita? Siamo davvero così selettivi da riuscire a trovare sempre qualcosa che ci entusiasma e che ci fa gridare al capolavoro, innamorare furiosamente dell’autore, agognare come disperati fuori dalle librerie il prossimo sconosciuto romanzo? Sono io che sono cinicamente razionale da sapere che su una marea  di libri, che sembra non finire mai, almeno il 50% sono piante che avrebbero avuto il diritto di vivere in altro modo?

Ditemi che voi trovate corretto dire che “non mi è piaciuto perché”; che se lo avete abbandonato non ne fate mistero; che se non riuscite a leggere una certa prosa non è perché siete rimbecilliti ma perché è illeggibile; che come diceva Pennac il lettore ha dei diritti, ma secondo me ha anche il dovere di aiutare altri lettori a scegliere meglio. So di non essere sola, ci sono tante persone “coraggiose”, ma a volte manco la particella di sodio si sente così sola a parlare su certi canali…

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Pausa…grazie Borges

Questo è un post “per me” e che deve stare su questo blog perché è mio e perché deve ricordare a tutti che se non siamo in grado noi di esprimerci, magari altri hanno scritto le parole adatte e ci possono aiutare a rendere quello che proviamo, quel marasma unico che siamo. Borges è uno “che mi capisce” e ho trovato nelle sue parole quello che faccio una fatica bestia a esprimere. Grazie.

Torneremo presto a dire scemate. Non vi preoccupate.

 

AMICIZIA

Non posso darti soluzioni per tutti i problemi della vita,
Non ho risposte per i tuoi dubbi o timori,
però posso ascoltarli e dividerli con te.
Non posso cambiare né il tuo passato né il tuo futuro,
però quando serve starò vicino a te.
Non posso evitarti di precipitare, solamente posso offrirti la mia mano perché ti sostenga e non cada.
La tua allegria, il tuo successo e il tuo trionfo non sono i miei,
però gioisco sinceramente quando ti vedo felice.

Non giudico le decisioni che prendi nella vita,
mi limito ad appoggiarti, a stimolarti e aiutarti se me lo chiedi.
Non posso tracciare limiti dentro i quali devi muoverti,
però posso offrirti lo spazio necessario per crescere.
Non posso evitare la tua sofferenza, quando qualche pena ti tocca il cuore,
però posso piangere con te e raccogliere i pezzi per rimetterlo a nuovo.
Non posso dirti né cosa sei né cosa devi essere,
solamente posso volerti come sei ed essere tuo amico.
In questo giorno pensavo a qualcuno che mi fosse amico,
in quel momento sei apparso tu…
Non sei né sopra né sotto né in mezzo, non sei né in testa né alla fine della lista.
Non sei né il numero uno né il numero finale e tanto meno ho la pretesa
di essere io il primo, il secondo o il terzo della tua lista.
Basta che tu mi voglia come amico.
Poi ho capito che siamo veramente amici.
Ho fatto quello che farebbe qualsiasi amico:
ho pregato e ho ringraziato Dio per te.
Grazie per essermi amico.

Jorge Luis Borges

Di lettori e lettori

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Ho preso questa foto tempo fa. Credo che faccia parte di una pubblicità. Se trovate i riferimenti passatemeli. Grazie.

Ho letto il post “Ho incontrato il lettore nudo e crudo” di Marco Rossari e sono rimasta un po’ interdetta.

Al di là del concetto di “gruppo di lettura”, quello che non riesco a inquadrare è cosa voglia dire “essere un lettore”.
Per tutto il post ho avuto il sentore di una sorta di snobbismo accademico che vede chi legge come uno che deve cogliere “l’occhio della madre” di fantozziana memoria; che il proprio essere, le proprie esperienze, i propri sentimenti di fronte al testo scritto, sacro e inviolabile, debbano annullarsi e sparire; che se la “scheda del testo” non è abbastanza lunga da includere la citazione di x e y, non è valida. Poi alla fine pare un po’ andare tutto in secondo piano per porsi il dubbio che essere lettore sia anche quello più “ignorante”.
Mah…ve lo dico sinceramente.
Vi dico che per me un libro si legge indipendentemente dal proprio bagaglio culturale; dal fatto che hai frequentato le scuole alte (che ricordiamocelo sono sempre quelle al terzo piano); dal fatto che lo hai visto quel maledetto “occhio della madre” mentre Goku e Vegeta se le davano di santa ragione! Quello che voglio dire che molti libri possono avere più schemi di lettura e non è detto che uno sia meglio dell’altro.
Trovare il pelo nell’uovo, cogliendo la citazione, approvando il giudizio del critico amato e disprezzando quello meno seguito, andando dietro alla visione della corrente di moda è sicuramente un modo per leggere un classico. Amare o odiare visceralmente va bene lo stesso.

Ma chi è il lettore alla fine?

Io credo che il lettore sia colui o colei che entra empaticamente in relazione con una storia, sia che ne capisca il valore intriseco, sia che parteggi spudoratamente per uno o per l’altro. Non dovrebbero esserci compiti a casa o voti e non credo nemmeno che qualcuno si possa arrogare il diritto di dire che una visione sia più consona che un’altra: alla fine lo sappiamo davvero cosa voleva intendere un (che ne so?) Aristofane a caso? Perché alla fine dai grandi libri di massa (che vengono un po’ snobbati come secondari) al classico il passo è breve. Rifugiarsi nella didascalia che è stata data a un libro che ha più di duecento anni è una forma di coperta di Linus buona per tutti, ma rischiare di massacrare quello che tutti amano per il sol gusto di farlo è la coperta oscura di Linus e quindi cambia poco.

Quindi?

Boh, non è che io abbia un preciso punto di arrivo per questo mio post, ma solo un continuo e disconnesso monologo per cercare di capire quello che mi ronza per la testa, quindi rassegnatevi e se vi pare leggete e magari commentate, che così mi si snebbia il cervello.

10441299_10152069648452382_291417288058872004_n.jpgContinuando. Sono andata per la prima volta in un gruppo di lettura, di quelli che si incontrano fisicamente e si danno un libro fisso…insomma quelle cose serie in cui si discute a tema. Ovviamente io non avevo letto nulla e più che altro volevo capire se potessi trovarmi bene. Lasciando perdere i dettagli e le derive, il fatto che io parli troppo e dovrei star zitta e che si parla di Storia io dovrei indossare una maschera perché mi si leggono in faccia le cose, vabbè, una cosa mi ha stupito e fatto ragionare. Non ricordo per quale motivo avessi citato “Le città invisibili” di Calvino, ma se ne è parlato e una ragazza (che scopro mentre parla essere un’insegnante di superiori, non ricordo se liceo o tecnico, ma poco importa) racconta che in una classe hanno fatto un buon lavoro con degli architetti sul concetto di città. Son stata zitta, mentre cervello puntiglioso rognava. Ci ho pensato per tempo e alla fine la conclusione è stata: ma perché no? Ossia, per me il libro di Calvino parla di vita e di esperienze, in ogni città io ho rivissuto cose del mio passato, emozioni gioie e dolori, persone incontrate e persone lasciate, perfino il mio “lavoro” di rievocatrice storica: per me quel libro va letto da grandi, quando la Vita ti costringe ad affrontare tanti scogli e qualche discesa. Avrei dovuto dogmaticamente imporre quella visione? No. Punto. Il libro e la sua storia sono un mezzo per capire mille sfumature diverse, ma alla fine noi forse davvero non conosceremo il vero intento dell’autore (o forse sì, ma perdonatemi la vaghezza perché non conosco la parte saggistica riguardante Calvino), quel moto che lo ha spinto a scrivere una parola dietro l’altra, ma sappiamo quello che arriva a noi e secondo me questo è davvero importante. Se un libro parla, smuove, provoca, fa ragionare anche sul nostro presente secondo me è un libro che vale la pena di leggere.

Non esiste libro intoccabile (tolgo i testi teologici delle religioni per non incorrere in ire e fulmini vari), non esiste libro che abbia valore dogmatico valido per tutti, non esiste storia che non possa essere smontata aprioristicamente o personaggi da salvare e condannare senza altra possibilità. Esistono rapporti. Rapporti a tre, carnali, passionali, frigidi, fertili, intellettuali o giocosi fra scrittore, libro e lettore. In tantissimi testi, di qualsiasi genere, si possono cogliere sottointesi, citazioni e riferimenti, ma si vive bene anche senza notarli. Sviscerare la grammatica del testo mi fa tornare alle scuole superiori dove ho detestato i libri imposti e smembrati come cadaveri sul tavolo delle autopsie.

Quello che ho trovato interessante nel gruppo di lettura proposto da “Libri alla polvere” era l’eterogeneità del gruppo, con differenti interessi e percorsi professionali, con le timidezze e le impertinenze, ma soprattutto con un approccio molto diretto al testo. Perché alla fine il lettore nudo e crudo non è una bestia da zoo da analizzare col bisturi o da condurre al pascolo perché preferisce una chiave di lettura piuttosto che un’altra, ma è piuttosto quello che stanco di dover bere sempre dalla stessa fonte, decide di assaggiarne un’altra e la trova più dissentante.

Quale è il limite del proprio personalissimo giudizio di merito?

Sinceramente non lo so.

Nel mio gruppo di lettura “Letture Collettive Folli e Sgangherate” detestiamo Dickens, o meglio Tristezza Carletto (continuando a chiederci come abbia fatto a scrivere “Canto di Natale” che adoriamo tutte) e abbiamo letto libri che tutti osannano come dei capolavori (“Grandi Speranze” e “Il nostro comune amico”), ma per noi sono state delle vere mortificazioni. Ogni tanto mi chiedo come sia stato possibile e forse una risposta me la do col fatto che leggendo a puntate si notano certe ripetizioni o certe lentezze che in una normale lettura scivolano via. Per esempio. Non può essere tutto qua alla fine. Non siamo riuscite a cogliere dei dettagli? Abbiamo messo troppo noi stesse nel giudicare certi personaggi? Me la faccio la domanda, pur non volendo cambiare il mio giudizio negativo, senza trovare una vera risposta. Siamo state dei “lettori nudi e crudi” come nel post?

Mi sento di girare attorno come il criceto sulla ruota senza trovare una soluzione, perché forse non esiste e se un post mi ha scatenato più fastidi che certezze è forse perché alla fine sulla lettura si discute troppo, ci si dà troppi giudizi e soprattutto ci si prende troppo sul serio. Vorrei dire “ben venga Fabio Volo se porta a leggere le persone”, ma sincermente non ce la faccio, perché ammetto che forse son snob anche io, ma alla fine la lettura, come i film e la musica sono il sale della vita: di vite a volte troppo difficili e complicate da dover essere massacrate da schede libro obbligatorie; vite pesanti che vanno alleggerite anche piangendo (quante volte avete sentito dire “era bellissimo, ho pianto tanto!”); vite cervellotiche che necessitano di arzigogolamenti vari; vite che necessitano di viaggi anche interstellari; vite che anelano e respingono con la libertà di esistere. Come non esiste un solo tipo di vita, così non esiste un solo tipo di lettore e quindi una sola risposta alla lettura.

Forse il “lettore nudo e crudo” è quello che si accetta per quel che legge, per quel che giudica giustificando, per quel che si immedesima o per quel che cita. Forse se la smettessimo di analizzarci vicendevolmente, ma ci ascoltassimo e ci mettessimo più tranquillamente a confronto forse ce la godremmo anche un po’ di più.

Viva le tessere a punti!

Luogo: il Libraccio.

Quando: stamattina.

Attori: io e il commesso.

Problematica: i soldi contati!

Esco per andare in libreria con l’unico motivo di comprare il volumone dedicato a Maigret edito dall’Adelphi, finché ci sono ancora i saldi. La “poraccitudine” e le ragnatele nel portafoglio mi avevano condotta a valutare bene l’acquisto con tanto di conti della serva e conteggio delle monetine (Dickens mi ha fatto un baffo! Altro che Oliver Twist!). Risicando tutto mi do un budget a cui non posso sforare manco di un euro. Pessimismo e fastidio…

Pianifico l’uscita: Simenon è sulla destra appena si entra. Arraffo il libro. Passaggio a vedere i libri in superofferta a 2-5 euro. Non guardare altro. Se non trovo nulla, si passa alla sezione fumetti. Sono raramente in sconto, ma non si sa mai. Devo essere scrupolosa e non sgarrare: ci sono troppe offerte in questo periodo, con la Garzanti che fa la sirena e l’Einaudi che scalda le ugole. A ogni angolo ci possono essere tentazioni, il Libraccio poi è pieno di tentazioni.

Parcheggio la bici. Entro in libreria. Afferro “Maigret vol.1”. Mi incammino verso le offerte. Inizio a tentennare, guardandomi attorno. Mi ricordo il piano e allungo il passo. Sbircio le offerte, trovo un King “La Torre Nera”. Lo soppeso. Potrei. Lo rimetto a posto, sapendo che molto probabilmente non lo ritroverò nei giorni prossimi, ma la vita del lettore è anche rischio sia a prendere che a lasciare. Salgo al primo piano e…stanno spostando le sezioni (di nuovo…che ansia!) o le rimettono a posto non so. Non posso fermarmi a valutare la cosa e devo puntare solo alla sezione fumetti. Arrivata, inizio a guardare (e lo ammetto anche a rimettere a posto), spulciando le mensole. Lascio i soldi del monopoli accanto a un sacco di libri che vorrei; li tocco sperando di lasciare il mio odore e di permettere così a un benefattore anonimo di potermeli regalare, anche se so che non esiste o sta giocando a carte col principe azzurro. L’istinto mi sollettica, un po’ come l’istinto del ragno, e continuo a cercare, anche andando alla sezione dei manga e inaspettatamente lo trovo: una monografia su Dino Battaglia! In sconto del 50%! Ma…sforo il budget! Pessimismo e fastidio.

Conti alla mano mi mancano fisicamente 0,50 cent. E allora mi cerco disperatamente attorno, perché nelle tasche avevo già vanamente cercato, per vedere se trovassi una faccia amica a cui chiedere il prestito di un simbolico caffè. Il nulla. Il nulla sarebbe stato più ben frequentato dai miei conoscenti, ecco. Ci provo lo stesso e vado in cassa.

“Ciao, scusa potresti farmi un conteggio e vedere se ci sono punti nella tessera perché non so se ho abbastanza soldi?”

“Certo. Hai punti e 3 euro di sconto.”

Festeggiamenti nel mio cervello che manco al Carnevale di Rio!

“Che faccio? Scaliamo i 3 euro?”

Non li vedi i coriandoli attorno e i fuochi d’artificio? Non basta il mio sorriso a far capire che unagioia mi ha sfiorata e sorriso?

“Certo.”

Conosco molta gente che non ha la tessera di nulla perché o se la dimentica o non vuole essere monitorato o diventare un’indagine di mercato, ma i lettori seri lo sanno che quel quadratino di plastica più o meno colorato o quel numerino che equivale a te stesa sul divano con tazza, plaid e libro, ti salveranno la vita in frangenti come questi, quando il dilemma è fra avere e non avere. E’ bello essermi regalata la possibilità di non scegliere.

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Incidental comisc” è la pagina con le illustraziondi Grant Snider

Ioleggoperché edizione 2017

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E poi ti regalano la spilletta e i segnalibri!

Nel lontano 2015 scrivevo in questo post i miei dubbi sull’edizione di “Io leggo perché”: dubbi che nascevano sulla modalità e sui soggetti della campagna, oltre a far nascere altri dubbi e altre idiosincrasie. Non cambio idea su quella lontana edizione che continua a non convincermi, ma loro hanno cambiato target e io oggi li sostengo.

L’edizione 2017 è davvero figa e importante: sostiene le biblioteche scolastiche! Quegli angoli meravigliosi che dovrebbero essere la panacea di ogni male per gli studenti, la possibilità di leggere e capire senza spendere soldi, di innamorarsi e far innamorare, di aprirsi la mente (senza rompersela e senza traumi cranici). I miei ricordi su una biblioteca scolastica sono legati alle elementari e alle superiori (alle medie non l’avevamo o era talmente orrenda che manco mi ci avvicinavo e comunque non abbiamo fatto in quei 3 anni nessun lavoro costruttivo sui libri).

Alle elementari non ne avevo bisogno perché i miei genitori i libri me ne compravano “anche troppi” e in più avevo anche quelli di mio fratello, ma ho impressa nella mente l’immagine di un armadietto metallico grigio, quelli classici delle vecchie scuole, quelli che li potevi scassinare solo guardandolo, in un angolo del lato della classe dove c’era la cattedra sopraelevata, la lavagna e una parte delle mappe e stampe appese ai muri. Ricordo quell’armadio illuminato dal sole (lo ricordo sempre così, a volte i ricordi sono belle bugie si sa), ma ricordo la maestra che ci insegnava a fare una scheda libro simile a una recensione moderna (tutti i dati tecnici dovevamo segnare e non solo fare il riassunto, dire anche perché ci era piaciuto), con pazienza e passione, con attenzione e senza guidarci troppo nel giudicare un libro. Ho avuto una gran maestra lo so e ne sono orgogliosa perché è stata proprio come quel “armadietto metallico pieno di libri baciato dal sole”.

Alle superiori la biblioteca del liceo classico era pieno di libri classici fondamentali per chi, come noi, non aveva internet (era l’anteguerra sapevatelo. Io andavo a scuola con Annibale) e comprare un libro per fare una ricerca era un lusso anche per chi avrebbe rinunciato a un pasto per loro. In più se trovavi bene la versione di latino e greco era fatta! Scherzi a parte (fino a un certo punto però), quella biblioteca è stata l’anticamera degli studi alla Biblioteca Palatina e poi al concetto universitario di lavoro per gli esami: è stata davvero parte dell’insegnamento per chi avrebbe sudato e faticato sui libri per tanti anni, qualsiasi fosse stata la sua strada futura.

Quindi quest anno io alla campagna “Io leggo perché” ci credo fortissimamente e ho aderito, comprando oggi “Moby Dick” di Melville. Il libro era nella selezione fatta dai professori e sono stata colpita che ci fosse, insieme all’ “Aleph” di Borges o a “Lo Hobbit” e “Il signore degli anelli” di Tolkien, libri che ho amato e che amo e autori che ritengo veramente fondamentali per la letteratura in generale. Perché alla fine ho scelto “Moby Dick” allora? Per due motivi fondamentali: da bambina fu il libro di avventura che mi salvò un’estate  marittima di libri da “femmina” e mi confermò che andar per mare per me è cosa da pirati, balenieri, corsari, velieri e cose così e non sabbia, scogli, lettino e noia; secondo perché lo sto rileggendo ora, a distanza di 30 anni credo o poco meno, e lo sto amando, di un amore maturo e cosciente, ma per me andar per mare rimane roba “da pirati, balenieri, corsari, velieri e cose così e non sabbia, scogli, lettino e noia” (autocit.). Ho augurato ai ragazzi di andar per mare in ogni senso e di viaggiare e di non aver paura, perché alla fine “Chiamatemi Ismaele” è quasi liberatorio se ci si crede.

Vi metto il link della pagina della campagna e vi consiglio caldamente di andare a comprare un libro, anche perché poi alla fine, fatto il conto totale gli editori regaleranno in scala nazionale un numero uguale di libri da suddividere con le scuole e questo vuol dire che il vostro libro vale doppio e più libri se ne regalano più libri avranno le scuole davvero.

IO LEGGO PERCHE’ EDIZIONE 2017

Idiosincrasia #1 : i classici

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Credo che ogni lettore abbia le sue manie, io ho le mie idiosincrasie. Ci provo a combatterle o a spiegarmele o altro, ma alla fine rimango ferma sui miei punti fermi. Cocciutaggine (molti me la imputano col ditino alzato anche per altre cose. Chissene)? Coerenza? Sensazioni a pelle che non puoi eliminare? Boh, tant’è che è così. Capiterà di parlarne qua sul blog perché alla fine ho notato che (e so che non importa a nessuno ma io ne parlo lo stesso) fa bene parlare e chiarire il proprio pensiero pubblicamente anche per cose che, alla fine, sono personali e tali rimangono. Non leggo classici? Problema mia che vivo benissimo e che al mondo intero interessa poco perché alla fine va avanti lo stesso.

Scusate lo sfogo, ora spiego.

Ho preso la palla al balzo per fare terapia su questa mia idiosincrasia grazie alla decisione di unirmi alla lettura collettiva del gruppo “Scratchreaders” che ho trovato su fb. Seguivo la sua creatrice “Scratchbook di Maria Di Biase” su instagram e su fb con tanto di blog annesso, ma il gruppo l’ho scoperto negli ultimi mesi ed è un piacevole luogo di chiacchierate sui libri senza boria o imposizioni (cose che invece trovi in altri gruppi purtroppo). Tornando a noi la lettura verte su “Perché leggere i classici” di Italo Calvino: non un libro di narrativa, ma un saggio in cui nel primo capitolo lo scrittore segna i suoi punti su cosa sia un classico. Speravo che un autore che amo mi aiutasse a uscire dal mio “no” e invece manco lui c’è riuscito.

Quindi ecco i miei punti sul perché per me esistono i libri, le storie e chi le scrive (idiosicrasia #x: non amo gli scrittori come genere di star mediatica; amo chi scrive).

  1. Detestare la mentalità del gregge. La mia non è una famiglia anticonformista, anzi per certi versi sono cresciuta in una normale famiglia borghese con genitori insegnanti di diverso ordine e grado, con le vacanza dai nonni (unico momento in cui li vedevo) e con una routine ben ferma. Ma la risposta a tante mie interperie è sempre stata “ma se lo fanno tutti lo fai anche te? Se tutti si buttano nel pozzo, lo fai anche te?”. Era quel “tutti” ripetuto con l’accezione negativa che mi è rimasto in mente e quindi diffido quando una cosa piace a tutti: qualcosa sotto di sbagliato ci deve essere.
  2. A casa mia c’erano i classici greci e romani, ma la narrativa era un po’ assente e quindi di tomoni fondamentali non ce ne sono mai stati e quando toccava leggerne qualcuno per la scuola si guardava il prestito, la biblioteca e se si voleva si comprava. ALT! A casa mia comprare un libro è sempre stato la normalità: siamo forti lettori, abbiamo libri ovunque e non amiamo separarcene, ma ognuno ha il suo genere e io ho assorbito con piacere tutto, saccheggiando e prendendo in prestito libri da chiunque pur di leggere.
  3. Far cadere dall’alto il valore del libro. Cosa che detesto per quello o per altro. Insomma una cosa va motivata sempre con consapevolezza, non c’entra nulla se x +1 critico dice che è bello perché è bello (e poi paroloni incormprensibili, buoni per far vedere che “sono studiati”). Di solito è il metodo scolastico che fa cadere le cose dall’alto perché, purtroppo, certi professori non hanno fatto loro quello che hanno studiato e quindi fondamentalmente hanno imparato la lezioncina e la ripetono a papera. Per non parlare delle schede libro che sono “fondamentali” per la comprensione (?) del testo. Quanta amarezza…
  4. Deve per forza piacere e quindi la critica è zero. Se dici che il classico xyz non ti piace e ne dai le motivazioni, quelli poco atti a pensare con la propria testa (perché il problema è quello scusate) si sentono colpiti da questo atto di lesa maestà e quindi provano in ogni modo a sminuirti. Dire che non piace un libro o una storia a mio parere vuol dire che quella storia non comunica con me (e in questo Calvino lo sottolinea nei punti fondamentali per l’importanza di un classico) o con la mia vita o con le mie esperienze: è una non comunicazione e come tale non passa da un mezzo all’altro. Criticare è fondamentale perché, a mio parere, oltre a stimolare le celluline grige, permette anche di metterci in gioco, di ribaltare le nostre convinzioni, di magari spostare un po’ le nostre idee.
  5. Leggerli in età non adatta. #1 di Calvino. Non ci sarebbe da aggiungere molto altro: se certe esperienze non le abbiamo ancora provate, come possiamo comprendere i palpiti o i discorsi dei protagonisti? Mi direte che se questo deve essere il parametro allora molti libri non andrebbero letti. Sbagliato! I libri, anche quelli che sembrano più avulsi dalla nostra vita, hanno con noi il fondamento che sono emozioni e sentimenti: paura, amore, dolore, gioia, disperazione, amicizia, delusione, follia sono cose che alla fine sono comuni a storie piratesche, fantasy, gialli, narrativa. Non è fondamentale aver vissuto esperienze fattive (come perdersi in un bosco o andare per mare), ma è fondamentale aver provato nella propria vita quella reazione emotiva a quel che ci è successo. Es. Ho letto “Le città invisibili” di Calvino pochi anni fa e l’ho adorato, perché alla fine ho trovato le mie esperienze, i miei ricordi, i libri che ho letto e studiato; se lo avessi letto alle superiori ne avrei compreso un decimo, perché la mia vita era ancora in embrione e le mie esperienze limitate. Ringrazio il cielo di aver aspettato e di averlo amato. Mentre Moby Dick l’ho adorato da bambina perché sentivo lo spasimo dell’avventura dentro di me, ma di certo ho capito un decimo di quello che Melville intendesse (infatti lo sto rileggendo ora).
  6. Togliere dal classico il suo fondamento storico. Molto comune è l’approccio di togliere la storicità di un romanzo per renderlo immortale, come se quella storia non fosse davvero stata scritta per i suoi contemporanei. Calvino prende in esame l’Odissea e in quel capitolo io ho litigato con lui per la prima volta, penso. L’Odissea è un lavoro di collage di autori vari in epoche varie, quindi non è un’opera unitaria e storicamente inquadrabile, ma grazie ai lavori di filologia si riesce a capire quali sono i pezzi antecedenti e quali quelli posteriori. Detto questo, comprendendo questo fatto, si riesce a capire cosa fosse la vera comunicazione per allora. Io l’Odissea l’ho studiata alle superiori con la professoressa di greco e abbiamo tradotto il pezzo di Ulisse e Polifemo. Lei mi fece adorare quello che ora faccio (la rievocazione e ricostruzione) senza saperlo; lei mi fece entrare nelle pieghe del testo per trovare gli uomini e le donne greche; lei ha tolto la patina della favoletta per restituire la Storia; lei mi ha ridato l’Odissea e i miti greci per l’importanza storica e antropologica che ha. Quando leggo certi testi, ci vedo i gesti, gli oggetti, i cibi cotti in una certa maniera, le vesti che non possono che essere quelle (niente peplum cinematografici), perché quei testi sono Storia e per quanto raccontino storie amati da tutti, essi prima di tutto comunicarono qualcosa di chiaro ai nostri avi greci: religione, riti, paure, simposio e guerra. Quando a un classico si toglie il suo contesto storico e lo si vuole rendere immortale, lo si depaupera di una buona parte del suo essere. Ridare la storicità non significa incatenarlo e metterlo nel dimenticatoio, ma serve a capire (se lo si volesse) che certi valori, principi e sentimenti seguono tutta la linea temporale dell’umanità e che le risposte cambiano o possono o devono cambiare: ancorare significa mettere un pilastro nella Storia.
  7. I classici accettati sono solo narrativa. Nota polemica #1. Questo è il discorso solito che mi vede combattere contro lo snobbismo di genere. “Madame Bovary” non è superiore per costruzione ed emotività a un “L’isola del Dottor Moreau” o a “Uno studio in rosso” o al ciclo di “Dune”, cambia solo l’espediente narrativo. Nelle scuole e nelle librerie “bene” certi generi vengono sminuiti parlando di narrativa per ragazzi solo perché non li hanno mai davvero affrontati e capiti. Ancora una volta la pochezza del panorama critico italiano mi fa venire i brividi e rifuggere i dogmatismi
  8. Categorizzazione per sesso. Nota polemica #2. Spesso si leggono romanzi scritti da autori uomini e quindi, non si sa perché, va bene che li leggano tutti, mentre se scritti da donne è letteratura femminile. Come se una Jane Austen fosse meno di un Oscar Wilde nella critica della società…
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Pochi libri mi obbligano a prendere appunti ai pensieri che mi vengono alla mente.

Non so, forse se ci penso ancora trovo altre motivazione per cui non ho reverenza per un classico, per cui non mi interessa leggerlo prima di altri, per cui non ritengo che se non lo hai letto non sei un vero lettore e non sai cosa ti perdi. Il mondo è pieno di storie, di racconti, di comunicazione che non vale la pena perdere tempo con le guerre letterarie e gli schematismi dogmatici. Dobbiamo uscire dalle gabbie mentali e far uscire da quelle gabbie libri che possono ancora parlare ai lettori senza aver bisogno del bollino di “classici”. Ne capisco la motivazione dell’uso del bollino e alla fine lo uso anche io per comprenderci meglio, ma poi…chissene! Leggete e criticate e se non vi piace ditelo con motivazioni e sorrisi e se qualcuno vi criticherà chiedetegli davvero perché una cosa gli piace e se non troverà 3 buoni motivi (come ci disse la psicologa suora alle medie per darci la forza delle nostre idee e di quelle dei nostri genitori nel farci fare le cose. Che gran donna e gran insegnamento di convinzione!) vorrà dire che lui/lei dovrà riconsiderare il suo piacere e viverlo dentro, se no sarà sterile scorrimento di parole su un foglio e inutile abbeverarsi a una fonte già troppo affollata di gente.

 

POSTILLA:

Devo ringraziare sempre le persone che fanno parte del mio gruppo “Letture Folli e Sgangherate” per avermi costretto a leggere certi libri in questi ultimi anni, con la piena consapevolezza che ogni giudizio era accettato e che a noi Dickens non piace e ne andiamo fiere (tranne “Canto di Natale” che è stupendo, ma forse non l’ha scritto lui…). Affrontare con loro da grande libri che ho schifato (anche in modo snobbistico di rivalsa il mio) quando tentavano di farmeli leggere a scuola, mi ha permesso di vederli sotto altra ottica, di mettermi in gioco e di trovarmi in compagnia di gente senza pregiudi letterari di genere. E’ bello mettersi in gioco. Come ora con “Il Conte di Montecristo” che sto adorando e che per una vita ho pensato che fosse un drammone assurdo e pesantissimo, solo perché il sentore era quello: invece è pura avventura!