Ioleggoperché edizione 2017

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E poi ti regalano la spilletta e i segnalibri!

Nel lontano 2015 scrivevo in questo post i miei dubbi sull’edizione di “Io leggo perché”: dubbi che nascevano sulla modalità e sui soggetti della campagna, oltre a far nascere altri dubbi e altre idiosincrasie. Non cambio idea su quella lontana edizione che continua a non convincermi, ma loro hanno cambiato target e io oggi li sostengo.

L’edizione 2017 è davvero figa e importante: sostiene le biblioteche scolastiche! Quegli angoli meravigliosi che dovrebbero essere la panacea di ogni male per gli studenti, la possibilità di leggere e capire senza spendere soldi, di innamorarsi e far innamorare, di aprirsi la mente (senza rompersela e senza traumi cranici). I miei ricordi su una biblioteca scolastica sono legati alle elementari e alle superiori (alle medie non l’avevamo o era talmente orrenda che manco mi ci avvicinavo e comunque non abbiamo fatto in quei 3 anni nessun lavoro costruttivo sui libri).

Alle elementari non ne avevo bisogno perché i miei genitori i libri me ne compravano “anche troppi” e in più avevo anche quelli di mio fratello, ma ho impressa nella mente l’immagine di un armadietto metallico grigio, quelli classici delle vecchie scuole, quelli che li potevi scassinare solo guardandolo, in un angolo del lato della classe dove c’era la cattedra sopraelevata, la lavagna e una parte delle mappe e stampe appese ai muri. Ricordo quell’armadio illuminato dal sole (lo ricordo sempre così, a volte i ricordi sono belle bugie si sa), ma ricordo la maestra che ci insegnava a fare una scheda libro simile a una recensione moderna (tutti i dati tecnici dovevamo segnare e non solo fare il riassunto, dire anche perché ci era piaciuto), con pazienza e passione, con attenzione e senza guidarci troppo nel giudicare un libro. Ho avuto una gran maestra lo so e ne sono orgogliosa perché è stata proprio come quel “armadietto metallico pieno di libri baciato dal sole”.

Alle superiori la biblioteca del liceo classico era pieno di libri classici fondamentali per chi, come noi, non aveva internet (era l’anteguerra sapevatelo. Io andavo a scuola con Annibale) e comprare un libro per fare una ricerca era un lusso anche per chi avrebbe rinunciato a un pasto per loro. In più se trovavi bene la versione di latino e greco era fatta! Scherzi a parte (fino a un certo punto però), quella biblioteca è stata l’anticamera degli studi alla Biblioteca Palatina e poi al concetto universitario di lavoro per gli esami: è stata davvero parte dell’insegnamento per chi avrebbe sudato e faticato sui libri per tanti anni, qualsiasi fosse stata la sua strada futura.

Quindi quest anno io alla campagna “Io leggo perché” ci credo fortissimamente e ho aderito, comprando oggi “Moby Dick” di Melville. Il libro era nella selezione fatta dai professori e sono stata colpita che ci fosse, insieme all’ “Aleph” di Borges o a “Lo Hobbit” e “Il signore degli anelli” di Tolkien, libri che ho amato e che amo e autori che ritengo veramente fondamentali per la letteratura in generale. Perché alla fine ho scelto “Moby Dick” allora? Per due motivi fondamentali: da bambina fu il libro di avventura che mi salvò un’estate  marittima di libri da “femmina” e mi confermò che andar per mare per me è cosa da pirati, balenieri, corsari, velieri e cose così e non sabbia, scogli, lettino e noia; secondo perché lo sto rileggendo ora, a distanza di 30 anni credo o poco meno, e lo sto amando, di un amore maturo e cosciente, ma per me andar per mare rimane roba “da pirati, balenieri, corsari, velieri e cose così e non sabbia, scogli, lettino e noia” (autocit.). Ho augurato ai ragazzi di andar per mare in ogni senso e di viaggiare e di non aver paura, perché alla fine “Chiamatemi Ismaele” è quasi liberatorio se ci si crede.

Vi metto il link della pagina della campagna e vi consiglio caldamente di andare a comprare un libro, anche perché poi alla fine, fatto il conto totale gli editori regaleranno in scala nazionale un numero uguale di libri da suddividere con le scuole e questo vuol dire che il vostro libro vale doppio e più libri se ne regalano più libri avranno le scuole davvero.

IO LEGGO PERCHE’ EDIZIONE 2017

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Idiosincrasia #1 : i classici

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Credo che ogni lettore abbia le sue manie, io ho le mie idiosincrasie. Ci provo a combatterle o a spiegarmele o altro, ma alla fine rimango ferma sui miei punti fermi. Cocciutaggine (molti me la imputano col ditino alzato anche per altre cose. Chissene)? Coerenza? Sensazioni a pelle che non puoi eliminare? Boh, tant’è che è così. Capiterà di parlarne qua sul blog perché alla fine ho notato che (e so che non importa a nessuno ma io ne parlo lo stesso) fa bene parlare e chiarire il proprio pensiero pubblicamente anche per cose che, alla fine, sono personali e tali rimangono. Non leggo classici? Problema mia che vivo benissimo e che al mondo intero interessa poco perché alla fine va avanti lo stesso.

Scusate lo sfogo, ora spiego.

Ho preso la palla al balzo per fare terapia su questa mia idiosincrasia grazie alla decisione di unirmi alla lettura collettiva del gruppo “Scratchreaders” che ho trovato su fb. Seguivo la sua creatrice “Scratchbook di Maria Di Biase” su instagram e su fb con tanto di blog annesso, ma il gruppo l’ho scoperto negli ultimi mesi ed è un piacevole luogo di chiacchierate sui libri senza boria o imposizioni (cose che invece trovi in altri gruppi purtroppo). Tornando a noi la lettura verte su “Perché leggere i classici” di Italo Calvino: non un libro di narrativa, ma un saggio in cui nel primo capitolo lo scrittore segna i suoi punti su cosa sia un classico. Speravo che un autore che amo mi aiutasse a uscire dal mio “no” e invece manco lui c’è riuscito.

Quindi ecco i miei punti sul perché per me esistono i libri, le storie e chi le scrive (idiosicrasia #x: non amo gli scrittori come genere di star mediatica; amo chi scrive).

  1. Detestare la mentalità del gregge. La mia non è una famiglia anticonformista, anzi per certi versi sono cresciuta in una normale famiglia borghese con genitori insegnanti di diverso ordine e grado, con le vacanza dai nonni (unico momento in cui li vedevo) e con una routine ben ferma. Ma la risposta a tante mie interperie è sempre stata “ma se lo fanno tutti lo fai anche te? Se tutti si buttano nel pozzo, lo fai anche te?”. Era quel “tutti” ripetuto con l’accezione negativa che mi è rimasto in mente e quindi diffido quando una cosa piace a tutti: qualcosa sotto di sbagliato ci deve essere.
  2. A casa mia c’erano i classici greci e romani, ma la narrativa era un po’ assente e quindi di tomoni fondamentali non ce ne sono mai stati e quando toccava leggerne qualcuno per la scuola si guardava il prestito, la biblioteca e se si voleva si comprava. ALT! A casa mia comprare un libro è sempre stato la normalità: siamo forti lettori, abbiamo libri ovunque e non amiamo separarcene, ma ognuno ha il suo genere e io ho assorbito con piacere tutto, saccheggiando e prendendo in prestito libri da chiunque pur di leggere.
  3. Far cadere dall’alto il valore del libro. Cosa che detesto per quello o per altro. Insomma una cosa va motivata sempre con consapevolezza, non c’entra nulla se x +1 critico dice che è bello perché è bello (e poi paroloni incormprensibili, buoni per far vedere che “sono studiati”). Di solito è il metodo scolastico che fa cadere le cose dall’alto perché, purtroppo, certi professori non hanno fatto loro quello che hanno studiato e quindi fondamentalmente hanno imparato la lezioncina e la ripetono a papera. Per non parlare delle schede libro che sono “fondamentali” per la comprensione (?) del testo. Quanta amarezza…
  4. Deve per forza piacere e quindi la critica è zero. Se dici che il classico xyz non ti piace e ne dai le motivazioni, quelli poco atti a pensare con la propria testa (perché il problema è quello scusate) si sentono colpiti da questo atto di lesa maestà e quindi provano in ogni modo a sminuirti. Dire che non piace un libro o una storia a mio parere vuol dire che quella storia non comunica con me (e in questo Calvino lo sottolinea nei punti fondamentali per l’importanza di un classico) o con la mia vita o con le mie esperienze: è una non comunicazione e come tale non passa da un mezzo all’altro. Criticare è fondamentale perché, a mio parere, oltre a stimolare le celluline grige, permette anche di metterci in gioco, di ribaltare le nostre convinzioni, di magari spostare un po’ le nostre idee.
  5. Leggerli in età non adatta. #1 di Calvino. Non ci sarebbe da aggiungere molto altro: se certe esperienze non le abbiamo ancora provate, come possiamo comprendere i palpiti o i discorsi dei protagonisti? Mi direte che se questo deve essere il parametro allora molti libri non andrebbero letti. Sbagliato! I libri, anche quelli che sembrano più avulsi dalla nostra vita, hanno con noi il fondamento che sono emozioni e sentimenti: paura, amore, dolore, gioia, disperazione, amicizia, delusione, follia sono cose che alla fine sono comuni a storie piratesche, fantasy, gialli, narrativa. Non è fondamentale aver vissuto esperienze fattive (come perdersi in un bosco o andare per mare), ma è fondamentale aver provato nella propria vita quella reazione emotiva a quel che ci è successo. Es. Ho letto “Le città invisibili” di Calvino pochi anni fa e l’ho adorato, perché alla fine ho trovato le mie esperienze, i miei ricordi, i libri che ho letto e studiato; se lo avessi letto alle superiori ne avrei compreso un decimo, perché la mia vita era ancora in embrione e le mie esperienze limitate. Ringrazio il cielo di aver aspettato e di averlo amato. Mentre Moby Dick l’ho adorato da bambina perché sentivo lo spasimo dell’avventura dentro di me, ma di certo ho capito un decimo di quello che Melville intendesse (infatti lo sto rileggendo ora).
  6. Togliere dal classico il suo fondamento storico. Molto comune è l’approccio di togliere la storicità di un romanzo per renderlo immortale, come se quella storia non fosse davvero stata scritta per i suoi contemporanei. Calvino prende in esame l’Odissea e in quel capitolo io ho litigato con lui per la prima volta, penso. L’Odissea è un lavoro di collage di autori vari in epoche varie, quindi non è un’opera unitaria e storicamente inquadrabile, ma grazie ai lavori di filologia si riesce a capire quali sono i pezzi antecedenti e quali quelli posteriori. Detto questo, comprendendo questo fatto, si riesce a capire cosa fosse la vera comunicazione per allora. Io l’Odissea l’ho studiata alle superiori con la professoressa di greco e abbiamo tradotto il pezzo di Ulisse e Polifemo. Lei mi fece adorare quello che ora faccio (la rievocazione e ricostruzione) senza saperlo; lei mi fece entrare nelle pieghe del testo per trovare gli uomini e le donne greche; lei ha tolto la patina della favoletta per restituire la Storia; lei mi ha ridato l’Odissea e i miti greci per l’importanza storica e antropologica che ha. Quando leggo certi testi, ci vedo i gesti, gli oggetti, i cibi cotti in una certa maniera, le vesti che non possono che essere quelle (niente peplum cinematografici), perché quei testi sono Storia e per quanto raccontino storie amati da tutti, essi prima di tutto comunicarono qualcosa di chiaro ai nostri avi greci: religione, riti, paure, simposio e guerra. Quando a un classico si toglie il suo contesto storico e lo si vuole rendere immortale, lo si depaupera di una buona parte del suo essere. Ridare la storicità non significa incatenarlo e metterlo nel dimenticatoio, ma serve a capire (se lo si volesse) che certi valori, principi e sentimenti seguono tutta la linea temporale dell’umanità e che le risposte cambiano o possono o devono cambiare: ancorare significa mettere un pilastro nella Storia.
  7. I classici accettati sono solo narrativa. Nota polemica #1. Questo è il discorso solito che mi vede combattere contro lo snobbismo di genere. “Madame Bovary” non è superiore per costruzione ed emotività a un “L’isola del Dottor Moreau” o a “Uno studio in rosso” o al ciclo di “Dune”, cambia solo l’espediente narrativo. Nelle scuole e nelle librerie “bene” certi generi vengono sminuiti parlando di narrativa per ragazzi solo perché non li hanno mai davvero affrontati e capiti. Ancora una volta la pochezza del panorama critico italiano mi fa venire i brividi e rifuggere i dogmatismi
  8. Categorizzazione per sesso. Nota polemica #2. Spesso si leggono romanzi scritti da autori uomini e quindi, non si sa perché, va bene che li leggano tutti, mentre se scritti da donne è letteratura femminile. Come se una Jane Austen fosse meno di un Oscar Wilde nella critica della società…
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Pochi libri mi obbligano a prendere appunti ai pensieri che mi vengono alla mente.

Non so, forse se ci penso ancora trovo altre motivazione per cui non ho reverenza per un classico, per cui non mi interessa leggerlo prima di altri, per cui non ritengo che se non lo hai letto non sei un vero lettore e non sai cosa ti perdi. Il mondo è pieno di storie, di racconti, di comunicazione che non vale la pena perdere tempo con le guerre letterarie e gli schematismi dogmatici. Dobbiamo uscire dalle gabbie mentali e far uscire da quelle gabbie libri che possono ancora parlare ai lettori senza aver bisogno del bollino di “classici”. Ne capisco la motivazione dell’uso del bollino e alla fine lo uso anche io per comprenderci meglio, ma poi…chissene! Leggete e criticate e se non vi piace ditelo con motivazioni e sorrisi e se qualcuno vi criticherà chiedetegli davvero perché una cosa gli piace e se non troverà 3 buoni motivi (come ci disse la psicologa suora alle medie per darci la forza delle nostre idee e di quelle dei nostri genitori nel farci fare le cose. Che gran donna e gran insegnamento di convinzione!) vorrà dire che lui/lei dovrà riconsiderare il suo piacere e viverlo dentro, se no sarà sterile scorrimento di parole su un foglio e inutile abbeverarsi a una fonte già troppo affollata di gente.

 

POSTILLA:

Devo ringraziare sempre le persone che fanno parte del mio gruppo “Letture Folli e Sgangherate” per avermi costretto a leggere certi libri in questi ultimi anni, con la piena consapevolezza che ogni giudizio era accettato e che a noi Dickens non piace e ne andiamo fiere (tranne “Canto di Natale” che è stupendo, ma forse non l’ha scritto lui…). Affrontare con loro da grande libri che ho schifato (anche in modo snobbistico di rivalsa il mio) quando tentavano di farmeli leggere a scuola, mi ha permesso di vederli sotto altra ottica, di mettermi in gioco e di trovarmi in compagnia di gente senza pregiudi letterari di genere. E’ bello mettersi in gioco. Come ora con “Il Conte di Montecristo” che sto adorando e che per una vita ho pensato che fosse un drammone assurdo e pesantissimo, solo perché il sentore era quello: invece è pura avventura!

Chiacchiere davanti al bidone della carta

Luogo: davanti le vetrine del Libraccio, a fianco del bidone della carta pieno anche di libri.

Quando: qualche giorno fa.

Attori: io e una coppia di mezza età (indicativamente, senza “offendere” nessuno).

Atto unico e lunghino.

Prologo: io guardo i libri in vetrina per vedere se ci sono occasioni, prima di entrare. La coppia mi passa a fianco e lui con aria seccata dice “Ecco dove la dimostrazione che in Italia non si legge” (più o meno, ammetto che mi ha seccato più il tono che le parole in sè per sè). Io…non ce la faccio a stare zitta e rispondo pacata che a volte i libri si buttano punto.

Atto:

Non starò a raccontarvi per filo e per segno cosa ci siamo detti, passando da un primo momento di fastidio reciproco, fermi sui nostri piedistalli, alla stretta di mano sorridendo, mentre lui al mio “scusate se infastidisco le persone parlando di certe cose” mi risponde con un “Goethe parlava di affinità elettive” e la moglie annuiva. Sta di fatto che mi sono trovata parlare piacevolmente con delle persone di un certo interesse culturale di come il problema non sia il libro buttato nel bidone della carta (“ah non si fa! delitto”), ma come si arriva al bidone della carta.

Si arriva con libri scolastici “nuovi” a ogni anno e di conseguenza non sempre reciclabili dagli studenti. Si arriva con case editrici che non si possono permettere di pubblicare libri “semisconosciuti” o dimenticati se poi devono rimanere in magazzino, perché quel libro non solo costa pubblicarlo, ma costa pagare chi quel libro lo ha edito e stampato anche se è un classico. Si arriva con i finti best sellers e i romanzi pompati dalla critica di parte che dimentica il passato. Si arriva enfatizzando quello che si vende di più. Si arriva non facendo conoscere certi autori per snobbismo o per ignoranza (che a volte è la stessa cosa tocca dire, perché a volte non si conoscono autori passati senza i quali i moderni non sarebbero nulla). Si arriva alla massificazione. Si arriva quando per regalare un libro a un ente ci sono trafile assurde o divieti (vi ricordo comuque la pagina del blog “Dove donare i libri che avanzano” e segnalatemi enti che sarebbero desiderosi di prendere qualsiasi tipo di libro) Si arriva da tante strade.

Buttare un libro nella carta è qualcosa che mi fa male, ma che col tempo inizio a pensare che sia inevitabile. A malincuore. Certi libri di testo, scolastici, non li prende nessuno anche se sono in buono stato e con le nozioni corrette, solo perché magari hanno 10 anni e a scuola è già tanto che prendano quelli di 3 anni prima. Si deve sempre trovare il modo di farli girare, ma quando diventa più oneroso che facile come si fa? Tutti noi abbiamo vite complicate e indaffarate anche quando sembra che non facciamo niente. Regalare un libro, farlo girare, dovrebbe essere facile, ma non sempre lo è.

Mentre parlavamo, c’erano persone che ravanavano nel bidone alla ricerca di qualcosa da salvare. Fa effetto, sembravano barboni in cerca di cibo, ma alla fine chi ama leggere non è un affamato di libri? Anche a me capita di guardare nei bidoni della carta del mio palazzo (no, non ravano, alzo il coperchio e senza spostare nulla, ma con occhio clinico guardo) prima di buttare la mia carta, perché mi è capitato di salvare e far rigirare libri che altri avevano buttato. Però ci si sente dei barboni…e ci si guarda attorno sperando che nessuno ti noti…

Ritornando all’atto unico, io capisco lo sdegno dell’uomo, il silenzio con partecipe della donna, ma, come siamo arrivati a comprenderci, quello è solo l’atto finale di un sistema ben più complesso che fa del libro non un veicolo di sapere, ma un limone da spremere e da buttare.

Quei minuti di chiacchiera sono stati per me il momento felice della giornata, perché da quello che poteva essere uno scontro “armato” fra due posizioni intellettuali, si è arrivati facilmente al dialogo e al confronto; forse se avessimo modo di parlare capiremmo che gli interessi e le visioni del mondo letterario sono agli antipodi e forse sarebbe più difficile capirsi, ma quel giorno l’incontro fra sconosciuti è arrivato alla stretta di mano e a sorrisi. Tanto può fare anche un bidone della carta.

illustrazione di Eszter Schall
illustrazione di Eszter Schall

 

Elogio della biblioteca

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Paura di tutti i lettori veri.

Un post così, che nasce soprattutto dalla riflessione mia personale quando vedo gente comprare un sacco di libri, lamentarsi degli acquisti e dei soldi spesi, farsi consigliare senza senso libri da altri (conosciuti e sconosciuti) e poi magari lamentarsi del pessimo consiglio. Maaaaaaaaaaaaa tutti hanno questa marea di spazio e soldi da comprare ogni libri che gli passa per la mente? No, perché io vivo in spazio vitale risicato e con i pochi soldi che passa il convento lavorativo tanti libri non me li posso comprare. Quindi? Cosa non quadra?

Alt! Ognuno con i suoi soldi fa quello che gli pare, quindi non contesto minimamente l’acquisto di oggetti che fanno piacere, ma mi chiedo se abbia senso spenderli senza ragionamento oculato, visto che poi le lamentele ci sono. Un tempo anche io, con la mia famiglia d’origine, non avevo problemi a comprare libri e devo dire che raramente abbiamo acquistato male, ma è semplice fortuna oculata: rimanere in ambito del conosciuto o leggere un autore classico che ha scritto tanto aiuta tantissimo. Poi è arrivata la crisi e anche la diminuzione di spazio vitale e allora si sono riscoperte le biblioteche. E si è aperto il mondo!

Come si fa a vivere senza biblioteche se sei un lettore onnivoro e affamato? E sul limite della povertà una volta sì e l’altra pure, aggiungiamo. So di aver scritto altre volte sulle biblioteche e sul fatto che per me è stata una meravigliosa scoperta che ha solo ampliato il mio spazio mentale senza dover diminuire soldi e spazio fisico. Ora mi chiedo perché non le si usi in modo più massiccio…

Molto probabilmente ci saranno analisi su questo fenomeno, ma è meno impattante del problema dell’editoria, delle librerie che chiudono o del fatto che i lettori diminuiscono. Lettori o compratori di libri? Me lo sono sempre chiesta. Alla fine anche se sembra tutto la stessa roba, se vai in biblioteca il libro non lo compri, non fai girare l’economia, quell’editore non stampa x libri, quella libreria non vende, non ci sono stipendi per chi lavora e quindi poi si chiude. Corto circuito lettori! Qualcosa non quadra nel mio ragionamento, ne sono convinta. Qualcosa che riguarda l’educazione al leggere e al possedere libri, perché essere lettori non vuol dire comprare libri (io ne compro in modo compulsivo e ne leggo di meno di quelli che prendo o compro e leggo altro, non so, follia mia), comprare libri o tanti libri non ci rende ottimi lettori, leggere tanto non sempre implica comprendere quello che si legge, consultare testi non sempre aiuta. Non…non…non. Allora cosa servono le biblioteche? A far guerra all’editoria, al commercio, alle librerie? Non scherziamo! Eppure sembra così, se non ci rendiamo conto che non sono binari paralleli di un unico tragitto ferroviario, ma punti di interscambio, di passaggio, di consapevolezza.

Quindi adesso vi metterò i punti per cui, secondo me, ogni forte lettore, medio lettore e nuovo lettore deve sostenere le biblioteche civiche, comunali o quel che è, incentivarne il prestito, insistere sugli acquisti e farle vivere.

  1. sono un centro d’aggregazione sociale. Questa non è difficile da capire, ma in un mondo sempre più isolante, dietro ognuno ai nostri schermi, uscire e guardarsi in faccia non è male. A volte in biblioteca si riparano persone che una casa non ce l’hanno e qui continuano ad avere un senso di umanità civile (sempre che si comportino degnamente).
  2. sono un centro di scambio di idee, soprattutto le biblioteche universitarie, anche se in certe città qualcuno pensa che siano il loro territorio personale di “anarchia” dove le leggi sono sospese, in realtà quei luoghi dovrebbero continuare la tradizione delle università laiche medievali, nate in antitesi e continuità con i monasteri religiosi e quindi permettere che le idee circolino, si scontrino, si ricalibrino per il bene di tutta la comunità e della politica.
  3. sono un momento in cui la solitudine si può combattere. Pensate a quanta gente sola, spesso anziani, “costretta” a uscire di casa per andare a prendersi qualche libro, trova poi un modo per scambiare due parole non solo col bibliotecario. Un tempo avevamo le piazze, ora abbiamo i centri commerciali con l’aria condizionata, ma ci possono essere anche le biblioteche.
  4. sono un luogo di crescita, soprattutto le biblioteche per bambini. E’ vero che ci sono asili, giardinetti e parchi apposta, ma non di solo svago deve vivere il cervello di un bambino, futuro adulto. Alimentiamo quei neuroni anche con le storie!
  5. sono un supporto economico per lettori. Questa è facile da capire.
  6. sono un supporto economico per lettori dubbiosi, nel senso che se non sei convinto che quel libro ti piaccia, lo prendi in biblioteca e poi magari te lo compri (capita, fidatevi).
  7. sono un momento di incontro fra lettori e scrittori e/o editori. Sono un salotto accogliente in cui parlare di cultura a qualunque livello.
  8. quando giocavate a sim city senza biblioteche il vostro quartiere non progrediva anche se avevate altro, qualcosa vorrà dire no?
  9. sono un luogo in cui le domande possono trovare risposte. Con tutti quei libri uno che ti dica cosa cerchi dovresti trovarlo!
  10. sono un luogo di innamoramento e amicizia. Dai, perché no?
  11. sono un ente sociale, educativo, culturale, propositivo e civico. Basterebbe solo questo per doverle sostenere.
  12. leggere libri rari, fuori catalogo, costosissimi.
  13. Non ci sono solo libri, ma anche dvd, cd, fumetti e tanto altro.

Forse ci possono essere anche altre risposte sul perché è dovere di ogni cittadino pretendere e sostenere le biblioteche, ma forse basterebbe capire che esse sono come i musei, dove la cultura è a disposizione di tutti perché possano crescere e amare la cultura e ampliare i propri orizzonti e capire come spendere anche i propri soldi per comprare libri che fisicamente devono starci vicino per tutta la vita possibilmente. Una città senza biblioteche è una città afona, che allontana da se stessa chi deve invece investirci soldi, tempo, passione, fatica e gioia. Non prendetemi per scema, perché non vivo sulle nuvole, ma le biblioteche sono non un’antagonista alle librerie, ma la spalla su cui appoggiarsi perché permette davvero che la conoscenza possa arrivare a tutti senza spendere nulla di più delle tasse comunali che già si pagano.

Credete nelle biblioteche, perché possono permettere a piccole case editrici di nascere, agli editori di investire e alle librerie di crescere: ogni nuovo lettore nato, cresciuto, educato, appassionato, sarà un lettore compratore bisognoso di capire, vedere, crescere, avere e incontrare.

Andate nelle biblioteche quando siete in crisi di lettura e non sapete cosa leggere, fidatevi dei consigli di amici e bibliotecari, ma se avrete trovato un libro che parlava a voi lo comprerete dopo, se invece non sarà scattata la magia non rimprovererete nessuno se non il tempo sprecato. Un passaggio in meno in libreria non vi farà perdere la voglia di comprare, tanto lo sapete benissimo che se siete “ammalati di librite” dovranno colpirvi fortissimo in testa per farvela passare, avrete solo aumentato le possibilità di leggere. Fidatevi della sottoscritta sull’amaca. 😉

Pretendete dai vostri sindaci, uscenti entranti sotto elezione, che ci credano fortemente nelle biblioteche, che investano tempo e denaro per sostenerle, per farle crescere, per renderle una seconda/terza/quarta piazza cittadina. Pretendete che ci siano servizi pubblici comodi per arrivarci e non che siano piazzate lontano come isole nel deserto. Pretendete che ce ne siano tante (a Parma sono davvero fortunata e incrocio le dita che si continui così per sempre) in vari quartieri della città in modo che siano come le celle di uno stupendo alveare di libri. Davvero, le biblioteche sono un tesoro per tutti.

Towers of Knowledge, di Rob Gonsalves
Towers of Knowledge, di Rob Gonsalves

Non permettere al Nulla di vincere.

I social network ci impongono di essere diversi dagli uguali, alternativi per essere notati, bulli quando non sappiamo essere censori, controcorrente quando non abbiamo un pensiero nostro. I social network sarebbero il male, tirerebbero fuori il peggio di noi stessi se non fosse che alla fine noi siamo sempre noi se abbiamo un minimo di personalità formata. Perché questo cappello introduttivo? Per dirvi che a volte mi prende la stanchezza a leggere gli schieramenti opposti di chi piange per una star morta e chi li disprezza per finto cinismo da quattro soldi; per dire anche che alla fine il mio consultivo di fine 2016 (e non ne ho mai fatti sul blog perché non mi viene spontaneo) vuol parlare di chi ci ha lascito.

Il 2016 viene considerato come un’ecatombe di star, magari con altre che si stanno toccando parti varie a modo apotropaico. Non possiamo dire altrimenti: iniziati con la perdita del Duca Bianco, siamo ad ora con Debbie Reynolds che ci lascia dopo la morte della figlia Carrie Fischer qualche giorno fa. E nel mezzo tanti altri…ma veramente tanti, più di quanti le malattie e le età avrebbero potuto pensare. Se perdere un personaggio come Bud Spencer era nell’ordine delle cose vista l’età, perdere Prince ci colpisce perché ancora giovane. Tanto per dire. Ah già ma era un tossico…ah già un cazzo (scusate il francesismo)! A 53 muore George Micheal e alla fine gli anni ’80 finiscono per sempre e allora che si fa?

Già…che si fa?

E nel mentre leggo i commenti, i lai, i pianti, le discussioni a cavolo, il “mio cantante era meglio del tuo” e blablabla…concludendo con un “siete tutti noiosi e banali, la gente muore ovunque e voi piangete solo per un nome famoso. Pensate all’Africa o ad Aleppo.”. Già la gente muore, che banalità. Già, la morte è la cosa più normale del mondo. Già, pensiamo all’Africa da quando siamo bambini e ci dicevano di mangiare tutti perché i bambini là morivano di fame (nessuno di noi ha mai capito la correlazione, ma è un pilastro della nostra educazione di figli del ’70-’80). Eppure tutte queste correlazioni stonano.

Stonano perché il mondo è sempre stato in guerra, solo che un tempo non lo sapevamo; sarà sempre in guerra e forse noi non lo verremo a sapere; muoiono ogni giorno uomini e donne e noi non possiamo fare nulla. Ogni giorno. Muoiono per le più disperate condizioni di vita. I tg sono pieni di notizie di tal tenore a tal punto che oramai siamo assuefatti alla cosa: la morte di grandi numeri oramai non ci tocca più.

E allora perché piangiamo per la morte di una star? Perché siamo ebeti dirà qualche buona testa pensante con la verità in tasca. Ebeti ci saranno loro! Piangiamo per la morte di una star perché quella persona ci ha dato ricordi, emozioni, sensazioni, ha dato corpo ai nostri pensieri o ai nostri eroi. Muore uno scrittore e, pur sapendo che le sue opere saranno sempre con noi, muore la sua inventiva e la sua capacità di toglierci dalla testa quello che proviamo. Muore un cantante e non averemo più nuove canzoni per accompagnarci nella nostra vita, come era successo fino a quel tempo. Muore un attore e il suo volto non ci porterà più per quelle lande sperdute che sono la nostra immaginazione incarnata. Vorrei dire che muore l’arte, ma non è così. Non deve essere così, perché come si legge in “Peter Pan” o si vede nel film “La storia infinita” se non crediamo più nelle favole o nei racconti la fantasia muore per sempre e a noi cosa rimarrà? Il nulla. E il Nulla non può vincere.

Siamo egoisti, bambini egoisti che vogliono ancora farsi raccontare ogni notte la favola, quella favola, da chi amiamo. Allora non possiamo immaginare di non sentire più dal vivo una voce cantare, vedere un corpo recitare, leggere le parole sul foglio bianco prendere vita; non possiamo credere che i nostri bardi personali ci lascino per finire anche loro la loro vita e le loro tribolazioni; li vogliamo sempre con noi; li manipoliamo a nostro piacimento facendogli dire che era così e così; li ricordiamo solo per quel singolo episodio o personaggio perché a noi hanno parlato più che altri. Siamo bambini egoisti, ma non possiamo essere diversamente perché siamo avidi e curiosi di sapere, vedere, capire, conoscere, essere stupiti e stravolti: siamo vivi. Ed essere Vivi è l’unico modo per contrastare la Morte.

Se lasciassimo che la Morte distruggesse anche quello che gli artisti ci hanno lasciato, il Nulla prenderebbe il sopravvento e non avremmo nessun sostegno per superare la Realtà che ci circonda che è fatta di delusioni, morti, abbandoni mischiate a gioia, vita, successi, amicizia e tanto altro. Quindi piangiamo i nostri “cari” illustri, come se fossero di famiglia, ritiriamo fuori gli album, i libri, i dvd e li rifacciamo rivivere. Beati loro che possono rivivere..

Chi ha lasciato questo mondo può continuare a vivere solo con le parole che ha detto al Mondo in un modo o nell’altro e se noi li dimenticassimo non avremmo più senso come esseri umani senzienti. I romani temevano l’anonimato anche in morte e aveva ragione: chi non viene ricordato, non è mai esistito.

Il 2016 ha cercato di farci cancellare tutti i nostri ricordi, ma sta a noi dire che se la può mettere anche in saccoccia perché chi muore fisicamente, vivrà in eterno nei secoli. Tiè!

Una raccomandazione agli snob da poltrona e col cinismo nel sacchetto: li avete anche voi gli idoli, quelli che vi hanno sostenuto nei momenti bui e accompagnato in quelli esaltanti, quindi state buoni e calmi; nel caso non li aveste siete il Nulla e come tale valete.

Buon 2017.

83
I Queen vivranno per sempre.

“Non si preoccupi signorina…”

 

Luogo: al telefono, quindi spazio tempo fra casa mia e la biblioteca.

Quando: dopo pranzo, oggi.

Attori: io e il bibliotecario.

Atto unico.

Prologo:

Io sono in modalità “ho preso troppi libri dalla biblioteca” e quindi mi sto accavallando e chiedendo proroghe a più non posso e incasinandomi anche con le date. Uno dei tanti libri ho anche pensato bene di restituirlo e riprenotarlo per quando tornerà disponibile forse fra qualche mese. A volte lo faccio: è come lo shopping compulsivo solo che è gratis, perché in biblioteca.

La settimana scorsa restituendo il libro suddetto mi hanno controllato la posizione notando che un libro era scaduto. Aiutoooooooo! Poi rifletto e io la proroga l’ho chiesta e me l’hanno anche accettata se ben ricordavo (Beh…io calcolo la frase del bibliotecario “Se non ci sentiamo, il libro se lo tenga da leggere” come un patto fra nobiluomini e gentildonne). Oggi però ricontrollando decido che è meglio chiamare.

“Buongiorno avrei bisogno di una spiegazione.”

“Mi dica.”

Spiego la faccenda.

“Ah, sì me lo ricordo. Non si preoccupi, è l’altra biblioteca provinciale che non ha segnato la proroga mica noi. E no, non si preoccupi non ci sono sanzioni (1). Davvero, nel caso abbiano problemi mi metto d’accordo io.

“Quindi lo tengo fino a fine mese?”

“Lo tenga e lo legga e non si preoccupi. Non ci sono prenotazioni, è meglio che lo tenga lei e lo legga che stia su uno scaffale a prendere della polvere”.

Il patto fra lettore e bibliotecario carbonari è sancito.

Nota:

(1) Le sanzioni ci sono e sono terribili per un lettore più o meno squattrinato: per ogni giorno di ritardo ingente viene interdetto per lo stesso numero di giorni la possibilità di prendere in prestito libri. Ora, se non avessi il bibliotecario dalla mia rischierei un mese di sospensione. Capite? UN MESE!

Andar per mare…

Luogo: Il Libraccio

Quando: stamattina

Attori: io e la commessa.

Due atti.

Prologo

Entro di corsa in libreria, perché ho i minuti contati, ma ho bisogno di prendere un libro. Sapete quando pur sapendo che ne hai tanti di libri da leggere, hai bisogno della coccola, di una nuova coccola proprio quel giorno. Alcuni comprano scarpe, altri vestiti, altri ancora cioccolata e molti comprano libri. Io sono una di quelle persone, anche se ho anche altre cose che mi coccolano. Ultimamente poi faccio fatica a comprare libri, per il semplice motivo che trovo sempre una scusante per non comprarlo (ce l’ha la mia amica, lo prendo in biblioteca, non mi convince, bello ma non ora). Ma torniamo a noi.

Oggi avevo voglia di prendermi un libro a cui giro attorno da quando è uscito: “La vera storia del pirata Long John Silver” di Björn LARSSON dell’Iperborea. Perché? Perché amo le storie di pirati, perché la mia infanzia è costellata di storie di mare. Chi mi conosce sa che disdegno il mare e che mi fareste un torto a portarmici, ma la mia testa e la mia fantasia adorano andar per mare. Per spiegare il fenomeno divergente forse ci vorrebbe un dottore bravo e molto. Comunque sia mi avvicino alla cassa e disturbo la ragazza che sta mettendo a posto i dvd (non amo chiamarla commessa perché al Libraccio non ti vendono solo, ma ne sanno e quello che non conoscono lo cercano. Insomma è un po’ riduttivo chiamarli commessi…).

Atto I

“Scusa, avete questo libro?” e gli mostro il cellulare con l’immagine del libro.

“No, però aspetta che guardo.” e smacchina sul pc.

Faccio la foto da cucciolo abbandonato.

“Te lo posso ordinare.”

“Ecco, non so…io lo volevo ora. Sai quando hai quella sensazione che hai bisogno di quel libro proprio ora.”

Lei sorride. Non so per compassione o per comprensione vera.

Io mi sento scema. Molto scema, ma non posso farci nulla.

“Quindi che faccio lo prenoto?”

“Beh, a questo punto ci penso. Sì, lo so suona strano vero?”

Lei sorride.

Giro per la libreria in cerca di altro.

Atto II

Torno alla cassa con il mio libro da pagare e la commessa di prima sorride e mi guarda e dice:

“L’hai trovato il tuo metadone allora?”

La guardo perplessa e poi sorrido: “Sì, oggi avevo voglia di andar per mare…”

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“Lord Jim” di Conrad

Il Nobel, la letteratura e il tifo da stadio

Oggi è uscito il nome del nobel per la letteratura: Bob Dylan. Apriti cielo!

Oggi è morto un premio nobel della letteratura che a suo tempo fece dire “apriti cielo!”: Dario Fo.

Oggi le tifoserie da stadio della letteratura hanno ammorbato. Come sempre. O meglio a me ammorbano, perché alla fine me ne frega zero dei premi, me ne frega ancor meno di chi li vince, leggo quello che mi piace, quando è il tempo per me e critico i racconti senza guardare in faccia nessuno. E allora perché sono qui ad ammorbare voi? Perché è sera, non ho ancora voglia di spalmarmi sul letto a leggere e perché oggi facendomi un bel viaggio in auto da una parte all’altra dell’Italia sentivo la radio e capivo che oramai non amiamo più leggere se non ci schieriamo pro o contro come allo stadio.

Ascoltare “Fahrenait” di radio rai 3 è stato illuminante per capire come da una parte ci sia la solita intellighenzia snob radicata che giudica dall’altro al basso tutto quello che non capisce e dall’altra quelli che ci provano a sradicare i pregiudizi e cercano di far vedere come, di fronte a un’opera considerata leggera, ci sia invece profondità, studio, attenzione, citazioni, cultura insomma. Oppure ascoltare Bergonzoni parlare di Fo a radio rai 1 sia stato altrettanto illuminante (lo adoro si sappia perché ha il dono della Parola che incanta) per togliere qualsiasi patina di idolatria e riportare l’attore alla parola. E li ascoltavo e ripensavo ai tanti messaggi oggi letti su fb, commenti, no e sì, scandalo e accettazione e mi chiedevo quando abbiamo smesso di essere lettori e siamo diventati tifosi.

Per me il nobel per la letteratura andrebbe abolito. Punto. Devono rimanere tutti quelli che parlano di scienza ed economia, tutti i tecnici ed essere un punto di non ritorno per la ricerca e per lo studio e non per farsi belli agli occhi degli altri. Bisognerebbe anche ripensare il nobel della pace, ma è comunque un modo per metterci la coscienza a posto e quindi, vabbè, ce lo teniamo e applaudiamo anche. Quello della letteratura è inutile. Cosa fa uno scrittore degno? Un’opera? Una serie di opere? E se dello scrittore un libro fa schifo mentre un altro è poesia, come lo consideriamo? E se leggendolo mi sono addormentata? E un Asimov dove lo mettiamo nella letteratura, nella fisica o nella chimica? Ah no, Asimov scriveva di fantascienza quindi gioco forza è di serie B e non può aver scritto nulla che sia fondamentale per lo sviluppo della società…Se sei donna vali meno, di più o uguale, ma comunque non ti votano perché sono vecchi e parrucconi e le donne invidiose e con le doppie punte?

Che cosa rende uno scrittore un pilastro della società e un vate della cultura?

Kafka non se lo filava nessuno in vita, poi è morto e gli hanno pubblicato i suoi scritti ed è diventato Kakfa. Senza un Nobel. Stessa cosa per la pittura per Van Gogh (e se avesse avuto la fortuna che gli ha dato il Dottore nell’episodio a lui dedicato. Guardatelo è qualcosa di semplicemente emozionante. Link. ). Esiste un nobel per la pittura o per la scultura? Boh, eppure sono due linguaggi che fanno la cultura, che stravolgono il pensiero, che fanno il pensiero e a volte fanno anche la società. Eppure… Ci sarebbero tanti esempi di grandi della letteratura che sono diventati tali dopo morte, magari dopo aver fatto una vita in povertà tormentati dal loro talento e oppressi dalla fame; ci sono tanti grandi che sono tali dopo aver svelato il senso della vita alla gente, parlando al cuore, colpendo la testa, distruggendo certezze e creando dubbi, pur non vincendo mai un premio. Si fa cultura non per vincere un Nobel e si legge e si ascolta e si guarda un’opera perché parla a noi, al di là dei premi.

Ha vinto Bob Dylan. Dicono che non sia la letteratura. La musica non è letteratura. Certo è musica, ma senza le parole esiste un tipo di musica, con le parole un’altro. Un tempo la poesia era in musica. Che cosa distingue un poeta da un cantautore? Io non ci vedo la differenza quando la loro metrica racconta, coglie, sviscera, emoziona. De Andrè non faceva poesia? Io ci discuterei per tanto tempo e non mi convincerete mai che egli, nella sua veste di cantautore, non fosse anche un poeta. Ah, già, la musica…le canzonette. Mi spiace, ma anche questo è un becero snobbismo e io non lo reggo. La musica è letteratura in misura in cui usa la Parola per raccontare, per smuovere e per descrivere. Carducci era un poeta e vinse il Nobel, così Quasimodo. Perché non Dylan? Se non avesse aggiunto la musica forse saremmo qui ad osannarlo, ma sono solo canzonette…

Mi spiace, anche oggi ho visto che non amiamo più leggere per emozionarci, ma leggiamo per fare gregge, per fare le groupies di uno scrittore, per strapparci le vesti contro un premio, per dire no sì io però. Non me ne frega nulla di nobel, premio strega, campiello, classici e compagnia danzante, vorrei che i lettori tornassero tali, anche eliminando la sbornia che server come anobii & co e tutti blog e fan page danno a noi di pensare di poter dire la nostra sopra tutti. Vorrei che si tornasse al “mi piace perché” come mi ha insegnato la maestra e poi rimanere sulle nostre posizioni quando gli altri non ci convincono, perché alla fine i libri parlano a noi, punto. Mi piacerebbe avere più scambi di emozioni, leggere di autori poco noti, uscire dalla massa e tornare lettori. Invece vedo pensieri unici schierati e noia…

Oggi ha vinto Bob Dylan, io ho riascoltato “Hurricane” e mi sono chiesta perché non dovrebbe essere letteratura…e se anche non fosse, ma un bel chissene frega no? Alzate il volume della radio, imparate a cantare e a farvi entrare dentro la poesia, poi capirete che esistono canzonette (che fan bene pure quelle) e Canzoni, come esistono libretti e Storie. Tutto resto è pugnetta.

37th AFI Life Achievement Award on TV Land Prime - Show

Celo celo manca

Quando le campagne pubblicitarie sortiscono effetto, gli effetti collaterali sono inaspettati. Uno di questi è tornare all’infanzia e tornare a quando ci si scambiava le figurine Panini per completare gli album dei cartoni animati o degli sceneggiati (io quando ero piccola ricordo quello di Sandokan e di Creamy). “celocelomanca” si diceva scorrendo velocemente le figurine, fermandoci su quelle che mancavano, valutandone il “prezzo” in numero di altre figurine che mancavano. L’intervallo di metà mattina o quello dopo pranzo (facevo il tempo pieno alle elementari, più o meno all’epoca della prima guerra punica) erano i momenti deputati per lo scambio, per le arrabbiature e per le gioie quando completavi l’album con quella singola figurina che sembrava introvabile o che nessuno voleva cederti. Che ricordi.

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Boba Fett in versione rollinz. La versione originale la trovate qui

Comunque la campagna pubblicitaria di cui parlavo all’inizio post è quella dei rollinz dell’Esselunga, cioè dei robini stile subuteo con le figure di Star Wars. La saga di star wars col fatto che è uscito il VII episodio a distanza di tanti anni, è diventata il numero uno per ogni campagna pubblicitaria dal dentifricio al merchandising più spinto, puntando sui giovani nerd da tirar su, ma riscaldando i cuori nostalgici dei vecchi nerd che erano bambini quando vennero portati verso la luce dal signor Lucas. Ma torniamo a noi. Insomma partita in sordina, forse con pezzi non sufficienti alla richiesta (per esempio le astronavi porta rollinz sono esaurite ovunque e il riassortimento non basta mai), in breve tempo credo che si siano accorti del successo e della massa di gente che forse faceva la spesa una volta in più per poter aver quel determinato personaggio…perché in tanti hanno fatto così! Anche io ho fatto così! Ed era quello che voleva il signor Esselunga e suoi bracci destri e sinistri (e chiamali stupidi. Si chiama pubblicità). La promozione scade domani e molti sono coloro che, proprio allo scadere del termine, non sono riusciti a completare nemmeno la prima astronave (alcuni sono arrivati alla seconda perché “prevvidenti”). Quindi si torna alle buone e vecchie abitudini: celocelomanca!

darth e obi wan rollinz
Un Darth Vader solitario e uno in compagnia di un giovane Obi Wan sono in partenza con le poste. Speriamo che i due non litighino.

Io non mi sono tirata indietro e per quanto stia aspettando astronave e Chewbecca per completare il tutto, ho postato foto dei miei doppi su fb e wa e ho distribuito a chi mancava. Oggi per esempio sono andata in posta a spedire addirittura due pacchetti. Perché si fa? Perché spendere soldi anche per spedire sti robi? Uno perché tanto rimanevano alla polvere; due perché se altri li vogliono non vedo perché tenermeli io (e ho ancora dei doppi si sappia, soprattutto troppe Leila); tre perché mi ha fatto piacere tornare bambina quando da un pacchetto di figurine (i miei non le amavano) riuscivo con lo scambio ad avere un mazzetto e anche a completare l’album; quarto ma perché no! 😀

Alla fine è stato bello scherzare con gli amici vicini e lontani, giocando come quando eravamo piccoli, lasciando alle spalle i pensieri e sorridendo quando alla fine si mette l’ultima figurina/rollinz al suo posto.

Gli studiosi o appassionati di pubblicità e di mercato potranno sviscerare fino all’osso la campagna dell’Esselunga, potranno trovarci pro e contro, valutazioni morali (che palle!) o meno, ma alla fine a noi…che ci importa!

May the force will be with you!

Questione di opinione…e di scaffale

Luogo: Feltrinelli Barilla Center, Parma

quando: stamattina

Attori: io, il mio amico Luca, un commesso

Antefatto: io e il mio amico Luca, aspettando di andare a pranzo al giapponese, facciamo un giro per la Feltrinelli, “spocchiosando” (vedi alla voce: “dire la nostra su tutti i libri, secondo il nostro gusto e motivandolo, a voce alta”) fra gli scaffali. A un certo punto vediamo una cosa che ci salta un po’ strana agli occhi. Ci guardiamo, proviamo di capire e poi andiamo dal commesso a chiedere delucidazioni.

Atto unico

L: Buongiorno, vorremmo avere un’informazione.

C: Mi dica.

L: Vorremmo sapere perché mai “La lettera scarlatta” di Hawtorne si trova nella sezione degli horror.

C: (deglutisce) per l’atmosfera.

Io: In che senso? o.O

C: (deglutisce) Il senso del libro, l’atmosfera pesante, le tinte fosche…

Io: ma veramente?

L: Ma è un libro di denuncia sociale!

C: (balbetta)…ma secondo me ci può stare…alla fine…gli spazi che abbiamo…in fin dei conti i generi valgono per quel che valgono…nell’horror non ci sta male…non avremmo una sezione dove metterlo alla fine.

Io alzo un sopracciglio, il mio amico sghignazza e ringraziamo tornando al nostro giro. Poi ci capita di finire sotto gli scaffali della “Narrativa” e ci chiediamo: ma perché non qui? “Mah…” dice Luca “se sotto la narrativa e non in fantascienza ci mettono Aldous Huxley e il suo <Il mondo nuovo/ Ritorno al mondo nuovo>, <La lettera scarlatta> può rimanere negli horror”.

Non fa una piega, ma rimane lo sconforto sapendo che anche nelle librerie i libri sono oggetti sconosciuti.

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