Eventi

Il Nobel, la letteratura e il tifo da stadio

Oggi è uscito il nome del nobel per la letteratura: Bob Dylan. Apriti cielo!

Oggi è morto un premio nobel della letteratura che a suo tempo fece dire “apriti cielo!”: Dario Fo.

Oggi le tifoserie da stadio della letteratura hanno ammorbato. Come sempre. O meglio a me ammorbano, perché alla fine me ne frega zero dei premi, me ne frega ancor meno di chi li vince, leggo quello che mi piace, quando è il tempo per me e critico i racconti senza guardare in faccia nessuno. E allora perché sono qui ad ammorbare voi? Perché è sera, non ho ancora voglia di spalmarmi sul letto a leggere e perché oggi facendomi un bel viaggio in auto da una parte all’altra dell’Italia sentivo la radio e capivo che oramai non amiamo più leggere se non ci schieriamo pro o contro come allo stadio.

Ascoltare “Fahrenait” di radio rai 3 è stato illuminante per capire come da una parte ci sia la solita intellighenzia snob radicata che giudica dall’altro al basso tutto quello che non capisce e dall’altra quelli che ci provano a sradicare i pregiudizi e cercano di far vedere come, di fronte a un’opera considerata leggera, ci sia invece profondità, studio, attenzione, citazioni, cultura insomma. Oppure ascoltare Bergonzoni parlare di Fo a radio rai 1 sia stato altrettanto illuminante (lo adoro si sappia perché ha il dono della Parola che incanta) per togliere qualsiasi patina di idolatria e riportare l’attore alla parola. E li ascoltavo e ripensavo ai tanti messaggi oggi letti su fb, commenti, no e sì, scandalo e accettazione e mi chiedevo quando abbiamo smesso di essere lettori e siamo diventati tifosi.

Per me il nobel per la letteratura andrebbe abolito. Punto. Devono rimanere tutti quelli che parlano di scienza ed economia, tutti i tecnici ed essere un punto di non ritorno per la ricerca e per lo studio e non per farsi belli agli occhi degli altri. Bisognerebbe anche ripensare il nobel della pace, ma è comunque un modo per metterci la coscienza a posto e quindi, vabbè, ce lo teniamo e applaudiamo anche. Quello della letteratura è inutile. Cosa fa uno scrittore degno? Un’opera? Una serie di opere? E se dello scrittore un libro fa schifo mentre un altro è poesia, come lo consideriamo? E se leggendolo mi sono addormentata? E un Asimov dove lo mettiamo nella letteratura, nella fisica o nella chimica? Ah no, Asimov scriveva di fantascienza quindi gioco forza è di serie B e non può aver scritto nulla che sia fondamentale per lo sviluppo della società…Se sei donna vali meno, di più o uguale, ma comunque non ti votano perché sono vecchi e parrucconi e le donne invidiose e con le doppie punte?

Che cosa rende uno scrittore un pilastro della società e un vate della cultura?

Kafka non se lo filava nessuno in vita, poi è morto e gli hanno pubblicato i suoi scritti ed è diventato Kakfa. Senza un Nobel. Stessa cosa per la pittura per Van Gogh (e se avesse avuto la fortuna che gli ha dato il Dottore nell’episodio a lui dedicato. Guardatelo è qualcosa di semplicemente emozionante. Link. ). Esiste un nobel per la pittura o per la scultura? Boh, eppure sono due linguaggi che fanno la cultura, che stravolgono il pensiero, che fanno il pensiero e a volte fanno anche la società. Eppure… Ci sarebbero tanti esempi di grandi della letteratura che sono diventati tali dopo morte, magari dopo aver fatto una vita in povertà tormentati dal loro talento e oppressi dalla fame; ci sono tanti grandi che sono tali dopo aver svelato il senso della vita alla gente, parlando al cuore, colpendo la testa, distruggendo certezze e creando dubbi, pur non vincendo mai un premio. Si fa cultura non per vincere un Nobel e si legge e si ascolta e si guarda un’opera perché parla a noi, al di là dei premi.

Ha vinto Bob Dylan. Dicono che non sia la letteratura. La musica non è letteratura. Certo è musica, ma senza le parole esiste un tipo di musica, con le parole un’altro. Un tempo la poesia era in musica. Che cosa distingue un poeta da un cantautore? Io non ci vedo la differenza quando la loro metrica racconta, coglie, sviscera, emoziona. De Andrè non faceva poesia? Io ci discuterei per tanto tempo e non mi convincerete mai che egli, nella sua veste di cantautore, non fosse anche un poeta. Ah, già, la musica…le canzonette. Mi spiace, ma anche questo è un becero snobbismo e io non lo reggo. La musica è letteratura in misura in cui usa la Parola per raccontare, per smuovere e per descrivere. Carducci era un poeta e vinse il Nobel, così Quasimodo. Perché non Dylan? Se non avesse aggiunto la musica forse saremmo qui ad osannarlo, ma sono solo canzonette…

Mi spiace, anche oggi ho visto che non amiamo più leggere per emozionarci, ma leggiamo per fare gregge, per fare le groupies di uno scrittore, per strapparci le vesti contro un premio, per dire no sì io però. Non me ne frega nulla di nobel, premio strega, campiello, classici e compagnia danzante, vorrei che i lettori tornassero tali, anche eliminando la sbornia che server come anobii & co e tutti blog e fan page danno a noi di pensare di poter dire la nostra sopra tutti. Vorrei che si tornasse al “mi piace perché” come mi ha insegnato la maestra e poi rimanere sulle nostre posizioni quando gli altri non ci convincono, perché alla fine i libri parlano a noi, punto. Mi piacerebbe avere più scambi di emozioni, leggere di autori poco noti, uscire dalla massa e tornare lettori. Invece vedo pensieri unici schierati e noia…

Oggi ha vinto Bob Dylan, io ho riascoltato “Hurricane” e mi sono chiesta perché non dovrebbe essere letteratura…e se anche non fosse, ma un bel chissene frega no? Alzate il volume della radio, imparate a cantare e a farvi entrare dentro la poesia, poi capirete che esistono canzonette (che fan bene pure quelle) e Canzoni, come esistono libretti e Storie. Tutto resto è pugnetta.

37th AFI Life Achievement Award on TV Land Prime - Show

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Stanotte la gente se la gode…

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La splendida edizione della Salani

Stanotte molte librerie staranno aperte per consegnare l’ultimi libro di Harry Potter.

Premettendo che, pur avendo letto la saga, non mi sono appassionata e non lo reputo all’altezza di altre saghe come “Il signore degli anelli” (tanto per citarne una, ma posso mettere la saga dei Belgariad tanto per dire), o al mondo di Discworld, beh sono contenta che la gente faccia la fila per comprare un libro fantasy.
Sì, stasera, mentre io farò altro (magari leggere altro) ci saranno persone trepidanti aspettando di stringere fra le braccia un libro, magari comprando un gadget o magari prendendo anche un altro libro. E io sarò contenta per loro.
Perché sono contenta? Perché faranno girare l’economia, perché prenderanno qualcosa che li renderà felici, perché condivideranno con altre persone un’emozione e in un’epoca in cui tutto passa per il virtuale, anche parlare, il guardarsi in faccia prende un valore ancor più grande.
Purtroppo non tutti la pensano come me e quindi anche oggi mi sono beccata qualche post su fb con risposte semplicemente imbarazzanti.
Disprezzare quelli che fanno la fila perché vogliono condividere con altri di loro un’emozione non vi fa più intellettuali o più lettori, vi rende solo più ciechi.
Ricordo ancora l’emozione di poter vedere il primo film della saga de “Il signore degli anelli”, con il biglietto in mano, con la calca addosso (odio la calca), con il mio vestito fantasy addosso e ridere e scherzare in mezzo ad altra gente come me, con gli occhi brillanti manco fosse la notte di Natale e l’albero pieno di regali più del solito. Ricordo la trepidazione ad aspettare l’ultimo capitolo della saga di Star Wars, talmente alta da non poter andare alla prima per non essere troppo carichi e impauriti da non capire nulla. Ricordo ogni singolo momento e lo ricorderò in eterno, perché è lo stesso di quando bambina un Natale mi regalarono “Lo Hobbit” e mi cambiò la vita.
La mia emozione vale meno perché si tratta di un genere considerato minore? Forse se la si smettesse di criticare e si leggesse ci si renderebbe conto che “minore” sta al fantasy o alla fantascienza, come “pera” ai neutroni.
Un libro, un film o un qualcosa del genere parlano alle persone, non a tutte allo stesso modo e denigrare un fenomeno di massa come quello di Harry Potter è da snob e io non li reggo gli snob. Sono gli stessi che davano degli sfigati a scuola a quelli che iniziavano a giocare a D&D negli anni ’80-’90; oppure che tacciavano di secchioni quelli che conoscevano a memoria non solo le battute di “Star Wars”, ma anche le differenze fra quella saga e la serie di “Star Trek”. Gli snob sono fondamentalmente dei bulli cerebrali, troppo pigri per rapportarsi a un piano fisico o intellettuale pari e troppo pavidi per lasciar perdere e lasciar vivere gli altri.
Dateci un taglio. Siete pesanti.
Siete pesanti perché, per quanto può piacervi o meno una cosa, se non è illegale o immorale o eticamente discutibile il vostro gusto vale quanto quello degli altri: a voi piace una cosa, agli altri un’altra. Possiamo discutere sul perché e sul percome piace o non piace, ma alla fine si rimane sulla questione di gusto personale e su quella non si può questionare.
Dateci un taglio, davvero.
Godetevi i vostri libri, le vostre librerie e i vostri fenomeni di massa (anche certi raduni molto osannati sono banali raduni di massa per gente che la vede nella stessa maniera, sono antri, isole ed enclavi di elitè o di sottogeneri sociali), lodate i vostri autori, fate i vostri urletti da fan sfegatati (ecco io questo lo detesto per tutti, si sappia) quando esce un libro che tanto amate, fate lunghe file per farvi fare l’autografo e fare gli occhi a cuoricino al vostro autore preferito (che a volte manco vi guarda). Non siete diversi da quelli che stanotte andranno a comprarsi l’ultimo libro dedicato al maghetto.
Fatevene una ragione, siete come tutti gli altri, né meglio né peggio, ma come gli altri e prima lo capirete e meglio vivrete e farete vivere gli altri.
Non vi piace Harry Potter? Ce ne faremo una ragione.
Non uscite a comprare un libro a mezzanotte? Va benissimo, vi auguro che alle 21 il vostro letto sia comodo.
Dite che per motivi sindacali da lavoratori (blablabla) non bisognerebbe tenere aperte le librerie oltre al solito orario? Va bene, avete ragione, ma vi prego poi non andate al ristorante oltre alle 21 e se vi manca il latte la domenica fate senza.
Le librerie cavalcano un fenomeno di massa e sperano di fare guadagno. Punto. Le librerie non sono un ente benefico, fanno soldi, lavorano e fanno lavorare e se per una sera decidono di fare una cosa straordinaria, beh non è molto differente di quelle librerie che sotto il festival della letteratura di Mantova tengono aperte per i reading…
Davvero, davvero, calmatevi, rilassatevi, prendete una tisana, un pannetto, un amico o un’amica e fatevi quattro risate: il mondo andrà avanti anche senza il vostro sdegno e magari un ragazzino o una ragazzina stanotte, entrando nel mondo di Harry Potter, capirà la grande magia della lettura e il mondo vero ne gioirà.
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Mosca nel 1941, foto trovata sul web. Fenomeno di massa anche questo da condannare?

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Incontro letterario con Jeffrey Deaver

Parma è una città strana: sonnacchiosa, silenziosa (nel senso che se deve comunicare qualcosa di culturale tende a farlo il meno possibile o comunque lo sai dopo, il giorno dopo sulla Gazzetta, mai prima…mai per tempo…), snob, con manie da grandi città ma ancora l’aspetto della provinciale. Ci crediamo un sacco, ma purtroppo, al di là del cibo, al di fuori del nostro ducato ci si conosce solo per il calcio (e i fallimenti), i bond argentini e tanta cronaca nera. Un tempo eravamo anche un centro culturale con i nostri bar in centro che ospitavano gente del calibro di Guareschi, ma poi ci siamo persi per strada e ora in centro c’è la vasca (il nostro concetto di struscio) dove esibire i macchinoni o portare figli piccoli o cani vari per taglia a fare la sfilata.

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Jeffrey Deaver

Eppure sotto il cuore letterario cova ancora. Basta pensare al Regio (ah, non ci pensate troppo che poi salta fuori la politica invece di pensare al Festival Verdi…ah no, non pensate nemmeno a quello che poi salta fuori il governo…ma che palle!). Comunque sia, lunedì sera alla Casa della Musica c’era Jeffrey Deaver. Sì, lui. Punto. Ma che ci faceva a casa mia? Beh presentava, ed era l’ultima tappa del tour, il suo ultimo libro: Il bacio d’acciaio.

 

Arrivo in centro, dopo aver trovato un parcheggio comodo, più o meno all’ultimo minuto facendo affidamento che tutti, soprattutto in queste occasioni, si avvalgono dell’opzione dei “15 minuti accademici”, insomma del ritardo, del farsi aspettare, del far riempire la sala. Beh, questa ultima cosa non era poi tanto necessaria, perché ho trovato un posto per fortuna, mascherato da occupato da una giacca appoggiata. Mi guardo attorno aspettandomi un tipo di pubblico e invece…no, aspetta, ma chi mi aspettavo io? Non saprei dirlo, ma forse qualcosa che non fosse l’impressione della Parma bene un po’ fighetta. Forse mi aspettavo più un pubblico di giovani scrittori nerd o di casalinghe che non si perdono una puntata di “Quarto Grado” e invece ho “scoperto” che l’animo oscuro e che sfrucuglia nel torbido si maschera bene sotto giacca e cravatta e completo grigio gonna/pantalone. A fianco a me due signori giovani e ben distinti discutevano dell’ultimo libro appena letto, mentre io appoggiavo sulle ginocchia due vecchi libri dell’autore da farmi firmare. E quello è stato il primo punto che mi ha confermato che sono una blogger non professionista e atipica (che in questo caso non voleva essere un pregio).

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i RAB4

La serata inizia con l’apertura musicale dei RAB4 che non conoscevo e non comprendevo la motivazione. Non mi addentro nella critica musicale perché lo strafalcione è dietro l’angolo e non se lo meritano, visto che sono stati bravi e coinvolgenti, ma senza prendere la scena all’autore. In realtà l’arcano si svela poco dopo: uno dei musicisti è Seba Pezzani traduttore e amico di Deaver. Nel blog “Cinema scritto” ho trovato un’interessante intervista che voglio riproporvi a questo link in modo che anche voi abbiate a conoscerlo meglio. A posteriori avrei dovuto o voluto fare un po’ di domande anche a lui, chiedergli l’autografo (uno dei libri che avevo lo aveva tradotto e me lo aveva anche segnalato, ma io non ho immagazzinato il dato…scema…e non professionale…) e fargli i complimenti per la musica (magari vedere anche dove comprare un cd). Comunque sia, seguiteli che val la pena se cercato un certo tipo di musica ben fatta e dosata.

 

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Torniamo al nostro autore. Deaver è pacato, essenziale, sornione, preciso come i suoi libri dove le sue parole sono sempre calibrate e messe al posto giusto per farti tornare indietro al primo colpo di scena per dire “ma cavoli, era davvero qua davanti ai miei occhi!”. Ha un tono di voce di quelli che ascolteresti per ore con un sottotono basso e qualche nota incisiva più alta; conduce l’ascoltatore con maestria, senza mai strafare, buttando qua e là una battuta che lo renda più umano e più simile a noi; gioca metaforicamente a tennis con intervistatore (Luca Ponzi) e traduttore facendo trasparire una certa famigliarità; mantiene comunque il distacco con tutti o forse è una mia sensazione vedendolo così pacato. Più che raccontare il libro, racconta di sè come scrittore, come narratore e “padre” di determinati personaggi e si scopre un Deaver più “umano”: alla fine non sembra che sia la cronaca nera il suo vero interesse, ma fare sì che il lettore continui il processo di scrittura ritrovando i personaggi che ama e seguendo la vicenda. Otto mesi di ricerca con post it sulla lavagna e nel mezzo idee buttate nel cestino, fino ad arrivare al libro che voleva scrivere così come è uscito (non siamo riusciti a fargli dire se ce ne era uno di cui non era molto convinto, ma alla fine ci sta che difenda tutti i suoi libri). Veniamo a sapere che i diritti d’autore su alcuni sui libri sono stati dati in modo che diventino film o serie televisive. Insomma una chiacchierata informale, rilassata, interrotta da buona musica e poche domande dal pubblico. Alla fine si ferma a firmare gli autografi su tutti i libri, prestandosi alle foto, accennando sorrisi e stringendo le mani a tutti i suoi lettori (lo fa lui spontaneamente). Certo, direte, è il suo lavoro. Sì e no. Non

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tanta pazienza…

tutti gli scrittori capiscono che solo al fatto di avere lettori hanno la possibilità di godersi la vita; non tutti gli scrittori per carattere si prestano a queste cose che sono marketing; non tutti gli scrittori arrivati a un livello alto ricordano che dal basso son arrivati ed è un attimo che possano tornarci (a volte basta la recensione sbagliata di un critico o di un blogger a rovinare certe carriere). In Deaver non c’è nulla di affettato, ma tutto è posato, accettato e compreso, forse anche perché stare in mezzo alla gente gli permette di vederla e capirla (ha accennato a questa cosa, ma non ho compreso se lo intendesse in senso analitico oppure antropologico). Comunque sia me ne sono tornata a casa con due libri firmati (uno per me e uno per mia mamma) e una buona serata di cultura.

 

A conclusione di questa serata ho capito che se voglio andare a un incontro letterario mi devo preparare: non basta macchina fotografica e cellulare su instagram. Ok, voi direte “ma lo hai capito ora dopo tanto tempo che hai aperto il blog?”, ma diciamo che questa cosa è una di quelle che ho sempre schivato preferendo il libro allo scrittore (poi vi spiegherò un giorno sta cosa), la storia allo scrivere. Quando però succedono queste cose, di incontrare chi ci appassiona, beh ci devo andare preparata. Punto. Grazie Deaver anche di questo.

E buon ricerca dell’assassino a tutti!

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#io…perché: marketing e passione non sempre vanno a braccetto

Il 23 di aprile festeggeremo la giornata mondiale del libro e del diritto d’autore (ma questo aspetto è passato un po’ sotto silenzio, perché non fa fico) e le iniziative non si sprecano. Normalmente sono molto favorevole alle iniziative che coinvolgono autori, lettori, scrittori, grandi e piccini; normalmente non ci partecipo perché in realtà mi interessano le storie, come le si pubblica o le si divulga, non mi interessano gli autori e le persone che ci girano attorno.

Quest anno come supporto all’iniziativa è stato divulgato il messaggio #ioleggoperché che avrebbe l’ardire di arrivare anche ai non lettori. E come si fa ad arrivare a un non lettore? Regalandogli un libro!

Qualcosa mi sfugge…

No, perché se uno non ama i libri perché glielo devi regalare uno, che non hai scelto te, ma un editore in base a criteri totalmente lontani da ogni singolo non lettore? Leggerà, il non lettore, per rispetto di chi glielo ha regalato? Quindi tutti i regali di Natale che avete ricevuto li avete tenuti tutti e anche usati/indossati/leggi/etc.? Non fatemi ridere! Se una cosa non vi piace, non vi piace e non la volete e difficilmente la proverete.

Perfetto post è quello postato qualche giorno fa sul blog Scratchbook, intitolato “Io leggo, senza perché”. Leggetelo tutto e troverete che questo suo puntare il dito su un’assenza, una curiosità che non viene stimolata da questa iniziativa è il vero motivo per cui a molti blogger l’iniziativa non piace del tutto (o almeno non convince, fa sorgere un dubbio). Un non lettore è colui che non è stato stimolato a chiedersi davvero perché gli altri leggono e cosa ci trovano; nessuno ha stimolato la sua curiosità di andare oltre al “non mi interessa”. E perché non si fa? Perché stimolare qualcuno è fatica; far nascere una passione implica impegnarsi, comunicare, dire “noi” e non “io”, significa metterci anima e corpo e poi avere tanta empatia e cercare di seguire con umiltà il passo dell’ “allievo”. Si deve essere educatori per stimolare curiosità e non meri timbra carte.

Ma io vorrei andare oltre a questo. Vorrei che vi soffermaste su questa folle paranoia sul non lettore.

Nessuno si impegna in altrettanto modo per i non musicisti, i non poeti, i non pittori, i non scultori, i non sportivi, i non astrofisicinucleari. Insomma perché leggere dovrebbe essere meglio di tutte le altri arti e scienze? Per me è solo una questione di snobbismo, quel senso che se sei lettore sei un intellettuale, mentre se sei un musicista vuoi farti la tipa di turno; se sei pittore sei squinternato; se sei uno scienziato sei noioso e freddo; e non parliamo se sei uno sportivo! mammamia sei un idiota fatto finito. Cazzate! Scusate il francesismo, ma per me sono tutte cazzate. Chi legge è pari a chi fa musica, dipinge, scrive, corre, guarda il cielo, tira su un muro. Un libro non ti rende migliore per antonomasia. Avere una libreria e non saperla capire non ti fa un intellettuale, ma solo uno che ha spazio da riempire. Leggere non aumenta il valore morale delle persone; non ci rende più buoni; dovrebbe renderci più consapevoli, ma non è del tutto vero; dovrebbe farci venire dei dubbi, ma se leggi sempre e solo romanzetti a lieto fine avrai solo svago (che non è male, mancherebbe, ma non è il dubbio che mette in crisi).

Leggere ci rende curiosi. Come la musica, la pittura, la scultura, lo sport, la scienza, la falegnameria, la sartoria…e questo accade quando l’uomo o la donna dietro a tutto ciò si pone domande, cerca il mondo e cerca di capirlo nella sua totalità e complessità, cerca di penetrarne i misteri, vuole vedere cosa c’è; quando nella comunità che lo attornia coglie il bello e il brutto, e ne stimola le sfumature. Non esiste un’arte che per diritto divino, solo per il fatto di possederla (e anche qui è discutibile il concetto di possesso) ci renda migliori degli altri! E’ arroganza bella e buona questa e io la combatto.

Ecco perché credo che dobbiamo spogliarci da ogni nostra velleità di metterci su un qualcosa e dire cosa dovete fare o perché io lo faccio e quindi ho ragione. Dobbiamo sederci uno a fianco all’altro e scambiarci emozioni e cose e vedere l’effetto che fa. Dobbiamo impedire che siano i burocrati e i mercanti a fare della nostra passione, qualsiasi essa sia, un bene di consumo che si limita a un oggetto da regalare. Dobbiamo stimolare nei giovani, nei bambini il prima possibile, quella positiva ansia di curiosità nel voler avvicinarsi a qualcosa che lo renda un essere umano più completo, un insaziabile cittadino di questo mondo martoriato, un consapevole essere che voglia andare oltre all’apparenza e alla banalizzazione. Stimolate i piccoli a suono, ai colori, alle forme, alla grandezza e piccolezza della natura, fategli provare ogni cosa vogliano! Dite ai grandi che il mondo è pieno di sapori e colori da provare e che non troveranno la fine di tutto ciò nemmeno se vivessero mille anni! Fate sentire alle persone che vi attorniano che non c’è limite alla conoscenza, anche senza un pezzo di carta, perché si conosce il mondo anche solo frequentandolo!

Il 23 aprile, voi tutti lettori festeggerete quello che amate e continuerete a fare quello che fate tutti i giorni dell’anno: comprare, regalare, prendere in prestito e soprattutto leggere libri. Soprattutto continuerete a guardare stupiti chi non riesce a condividere la vostra passione; sorriderete agli sconosciuti solo per il fatto che vi siete trovati a leggere nello stesso tram, treno, ristorante, panchina; continuerete ad avere voglia di leggere ancora altro e a incuriosirvi di tutte le storie che circolano nel mondo, attraverso tempo e spazio.

Il 24 aprile apritevi alla curiosità e siate anche altro a tal punto che vi verrà spontaneo dire #io…perché e in quei puntini ci metterete un sacco di cose fichissime!

"Il Vecchio Bibliofilo" di Tavík František Šimon (Repubblica Ceca 1877 - 1942). Disegno del 1926

“Il Vecchio Bibliofilo” di Tavík František Šimon (Repubblica Ceca 1877 – 1942). Disegno del 1926

Postilla:

Per parlare di musica e giornate mondiali leggete questo post di “Carta Resistente”.

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“Hitchcock nei film della Universal Picture”

La scalinata che porta alla mostra.

La scalinata che porta alla mostra.

Al Palazzo del Governatore a Parma fino al 9 novembre c’è una piccola mostra dedicata al Maestro del Brivido, una mostra che io non potevo mancare visto l’esame di storia del cinema che ho fatto all’università proprio su di lui, visto i libri e le vhs (sì lo so, residuato bellico) dei suoi film, visto che se mi capita di fare zapping e di trovare un suo film mi fermo quasi sempre a guardarlo. Ad accompagnarmi c’erano Martina di “Dillo alla Mamma” e la sua splendida bambina. Una mattinata di sole quella del 22 ottobre, molto tranquilla, con una Parma che cerca di tornare alla sua normalità dopo alluvione, caldo anomale e tanto altro; una mattinata tranquilla passata a passeggiare e chiacchierare. Insomma quello che ci voleva.

Torniamo alla mostra, visto che siete ancora in tempo per vederla.

Chiariamo subito una cosa veloce: quanto conoscete il maestro del brivido? Perché solo in base alla risposta potreste valutare di visitare la mostra.

Se come me ne sapete un bel po’ (non tutto ovvio) questa mostra è onestamente superflua e dovevo immaginarlo visto che purtroppo oramai le mostre che si fanno al Palazzo del Governatore saranno sì di argomento interessante, ma purtroppo solo introduttive per gli autori trattati. E anche questa volta non si scappa. Perché questa scelta? Ovviamente non si può sempre fare una mostra monografica su un’opera particolare e sviscerarla in ogni suo angolo, in ogni suo aspetto anche più astruso, ma scegliere di fare i riassunti che valore ha? Leggo sul sito della mostra che è stato un successo anche a Palazzo Reale di Milano e che qui è anche stata arricchita…quindi era più piccola? o.O

le foto

le foto

Il prezzo del biglietto intero è di € 8, ma con la tessera di Feltrinelli pagate un ridotto di € 6,50 che è molto più accettabile che il prezzo intero. Non li vale 8 eurini questa mostra mi dispiace. Ci saranno pure i piccoli filmati di spiegazione del genio attraverso le parole del critico Gianni Canova (il “tato” di cui si è innamorata Cami), interessanti, chiarissimi, ma niente di nuovo; ci saranno pure le immagini dei film, con qualche scena rubata dal set con tutte le varie spiegazioni di chi, come, quando e perché è stato girato, qualche notizia di gossip ma niente altro; ci saranno anche gli aforismi del regista in italiano e in inglese (e per fortuna perché abbiamo scoperto poi che la traduzione in italiano è manchevole); ci saranno anche un paio di sale specifiche per alcuni suoi più famosi film; ma poi niente altro.

Sono consapevole che se avessero fatto una sala per ogni film di Hitchcock sarei ancora chiusa dentro al palazzo e mi avrebbero dovuto dare vitto e alloggio; sono consapevole che i film possono essere letti in varie ottiche; sono consapevole che bisogna fare una scelta per narrare l’arte di un autore (qui non si parla dell’attività di documentarista di guerra e di altre cose che fece oltre ai film); però qui è davvero tutto ridotto all’osso, tutto troppo superficiale, tutto adatto a chi non lo conosce per nulla e trova interessante leggere quando è stato fatto “Gli uccelli” e due gossip.

Psycho

La sala dedicata a “Psycho”

Era presente anche una scolaresca del Toschi (da noi è l’istituto d’arte) e anche la descrizione della professoressa (che si ho ascoltato di nascosto, perché sono curiosa e rompiscatole) non ha aggiunto nulla a quello che i ragazzi vedevano, non spiegando fino in fondo la sua genialità di artigiano del cinema o di innovatore del senso scenico, o di studioso dell’animo umano. Insomma il personaggio è troppo complesso per una mostra così piccola e ridotta.

Come potete vedere dalla foto a destra, gli ampi spazi molto eleganti (Camilla si è divertita un sacco a giocare coi divani stilosi presenti nelle sale) sono vuoti e scenici, ma poco sfruttati. Credo che ancora una volta l’apparenza ha vinto sulla sostanza. Io in questa sala avrei messo un sacco di cose al posto di quel divano giallo senape: per esempio un diorama del Bates Hotel, una sedia a dondolo, oggetti vari che facciano entrare davvero nel film lo spettatore. E invece nulla.

Certo voi mi direte: “è facile fare i curatori della mostra, quando fai dell’altro e punti il dito.” Avete ragione, io sto puntando il dito, ma un po’ è diritto di chiunque vada a vedere una mostra capire se ne esce soddisfatto o meno e se il prezzo del biglietto è adeguato a quello che si è visto o meno. Come nei musei, come quando si va al cinema o si compra un libro. Ci lamentiamo del prezzo di un libro appena uscito, stampato in carattere 20 per occupare più spazio e sprecare più carta; ci lamentiamo se il film non è abbastanza divertente/serio/ottimi effetti speciali; e non dovremmo lamentarci se una mostra è non soddisfacente? Beh io mi lamento, soprattutto quando le aspettative erano alte e la voglia di essere stupita pure. In fin dei conti non ci stiamo abituando lentamente ad accontentarci, perché non c’è nessuno che ci darà di più di quello che ci aspettiamo; siamo rassegnati a un “va

io, sì sono io, nel mio selfie dentro la mostra

io, sì sono io, nel mio selfie dentro la mostra

bene così” senza pretendere da noi e dagli altri se non il massimo al meno il meglio; ci va bene quello che ci propinano a tal punto che non sappiamo più valutare il valore in senso relativo e assoluto. Questa mostra è stato un piacevole diversivo, utile per chi deve affrontare l’autore partendo da zero, è un intermezzo ben fatto in fin dei conti, ma io chiedevo di meglio. E’ questo il mio problema: voglio imparare qualcosa che non so anche di quelle cose che amo e che conosco.

Una cosa veramente positiva è il bookshop: di soliti libri di cinema, specialistici, molto (anche se ne mancano alcuni che sono delle chicche) sul regista, alcuni romanzi da cui sono stati tratti i film più famosi. Insomma un bookshop all’altezza di quello che si vedeva, anche con qualche piccolo gadgets non carissimo (magnete pseudo Vertigo a 5 euro è fattibile, tanto per dire), ma tutto in tema con la mostra. Capita raramente di avere un supporto del genere all’altezza.

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Sconti sconti sconti per il Maggio dei libri: dal 22 al 26 maggio

Fondamentale che leggiate il link nella foto, perché lo sconto dura poco e ci sono anche delle sorpresine. 😉

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Se tornasse la biblioteca di Alessandria, allora noi tutti…

Titolo provocatorio e surreale, ma in effetti adatto a quello che sta “succedendo” ora nel mondo virtuale di fb.

Questo è l’evento di fb che mobilita centinaia di lettori a cambiare il proprio avatar con la copertina di un libro amato o simbolico o cose così:

Da dove nasce? Nasce dalla coglionata di alcuni manifestanti, “sedicenti studenti”, che entrando nella biblioteca Ubik di Savona durante le manifestazioni dell’ 11 dicembre hanno intimato i commessi a chiudere il negozio se no avrebbero bruciato i libri. Prima di tutto a una  manifestazione non si minaccia chi non aderisce. La libertà di espressione vale da ambo i lati, ma questo è un principio che certi “democratici” ricordano a stento oppure non conoscono affatto. Secondo: non si bruciano i libri. Punto. Basta. Non ci vorrebbero spiegazioni.

Invece io vorrei che tutti riflettessero un attimo. Il libro, anche il più orrendo (che poi è tutto relativo alla fine, bando allo snob!), anche il più politicamente disturbante una volta scritto è un’idea che circola nel mondo e le idee non si cancellano, è inutile, la Storia lo dimostra. Distruggere un libro non serve a farla sparire, ma paradossalmente la si fortifica perché non c’è nessuno che possa testimoniare nero su bianco quello che dice davvero (vediamo come le teorie complottiste si basino proprio sui buchi delle fonti storiche). Nascondere un libro lo rende più desiderato. Cose così. Alla fine la fruibilità e la diffusione creano più cultura e più tranquillità e tolleranza e scambio di idee, che tante manifestazioni pro o contro qualcosa, ma questo è un altro discorso.

Quello che bisogna preoccuparsi è che quegli imbecilli (mi spiace non li posso chiamare manifestanti) non si siano resi conto che quel negozio non vendeva beni futili, non vendeva lusso per pochi, non c’erano simboli da abbattere, non hanno oggetti con un significato politico nel senso partitico; quegli imbecilli non si sono resi conti di essere una massa di ciechi mentali che continua a diffondere l’ignoranza e la disinformazione e che sono i cagnacci di tutti coloro che vogliono poter comandare una massa di incolti manipolati da notizie sul web create ad ok per creare maggiore disinformazione. Un libro non è un oggetto. Un libro è cultura, è divertimento, è pensiero, è politica, è storia, è vita. Bruciare un libro, anche solo pensarlo, vuol dire voler bruciare un uomo. I roghi dei libri nella Storia sono i momenti più bassi della civiltà e della cultura di un popolo o di un movimento politico: sono il simbolo della paura mischiata all’arroganza, della stupidità salita al potere. Non c’è giustificazione per un rogo programmato, voluto, pensato e motivato (gli incendi capitano, a volte senza dolo).

Poi mi fermo e placo la mia incredula ira e mi soffermo a pensare all’evento fb. Ovvio che i lettori, dai forti ai medi ai vaghi, si sono indignati, hanno cambiato avatar, hanno giustificato la scelta del libro e via dicendo, ma questo è un dato di fatto che non crea scandalo: un lettore difende sempre un libro. Magari lo discute, magari lo recensisce con piacere o con disgusto, ma lo difende come valore in sè. Quindi l’evento è un modo per unire il mondo dei lettori, per far loro alzare la testa, ma alla fine sembra di parlare un po’ fra sè e sè. Come arrivare a chi non legge? Come provocare una scintilla di dubbio in chi è entrato in quella libreria con intenti malsani? Come scuotere chi scuotendo la testa (vuota mi verrebbe da aggiungere) ha difeso quel modo di fare in nome della rivoluzione? Perché lo scopo dovrebbe essere quello. Dovremmo uscire dalle nostre tranquille librerie, biblioteche, case e sfidare l’ignoranza non come una lotta dove uno deve soccombere sotto i piedi dell’altro, ma come un confronto che porta il cervello a farsi domande e a scegliere la curiosità. Un lettore non può essere un mondo chiuso che continua a chiudersi in sè per paura di essere disturbato. Il lettore deve essere un combattente, uno che sfida il tempo e il mondo che lo circonda senza alcuna paura, perché ha armatura e armi forti e durature.

Se nel mio profilo personale ho scelto “Il cavaliere inesistente” di Calvino per tutto quello che mi ha allora comunicato e ora al ricordo emozionato; se nel profilo di fb di questo blog ho scelto uno scontato “Fahrenheit 451” di Bradbury per la rabbia della situazione che ha scaturito tutto ciò; dopo questo post mi rendo conto che sono e rimango una Don Chisciotte sempre e comunque e che vorrei riuscire a buttare giù i mulini a vento per una volta nella mia vita.

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Nel frattempo rimango convinta che la vera rivoluzione sia non distruggere, ma condividere; non aver paura, ma rischiare; leggere a voce alta e non bruciare.

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Sugarpulp 2013, Padova

Secondo festival della lettura. Ci sono andata perché sono infatuata di Padova e in qualche modo dovevo guardarmela, anche poca. A distanza di un anno ricordo ancora perfettamente le strade del centro…poco lontana la “Cappella Scrovegni” (autentica meraviglia medievale. Io sono stata veramente rapita). Purtroppo il tempo era poco e tante cose da fare, eppure il mio sguardo si è sempre fermato sui palazzi…uffa! Niente da fare: il medievale che è in me ha sempre il sopravvento quando mi giro!

Tornando a noi, il festival è piccolo, appena nato e deve farsi le ossa. I nomi ci sono, molti italiani, qualche casa editrice nuova in promozione, la voglia di fare anche, ma…ma…ma. Non lo paragono a Mantova perché non avrebbe senso, ma è un’opera che deve decidere dove andare e cosa fare. Fantascienza, Steampunk, Giallo (in tutte le sue forme), cronaca nera che si insinua nel romanzo…cultura pop. Tutto e niente.

Purtroppo i banchi coi libri sono pochi e gli incentivi a comprare pochi: con la tessera dell’evento, valida per due anni (e forse qualche altro incentivo), c’è un qualche sconto, ma niente altro. Ma un tempo non c’erano i prezzi fiera? Peccato, perché in questo tempo di crisi tocca fare i conti anche per prendere un libro dubbio. Le piccole case editrici sono presenti e affamate di lettori, ma non so quanto convenga cercare di arpionare con dei pistolotti gente che osserva e basta…

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In un angolo poi un disegnatore, ma senza nessun cartello che indicasse nome e pubblicazione. Peccato anche qui, visto che dallo schermo che gli avevano messo la mano era veramente interessante. Anche alla voce disegni tocca dire che erano relegati in due lati opposti del chiostro interno del palazzo e anche qui senza una indicazione che acchiappasse il passeggiatore più svagato.

Per quanto riguarda le tre conferenze che ho visto devo ammettere che Luca Crovi è il professionista che ho sentito per anni a “Tutti i colori del giallo” su rai2. Oltre alla voce, calda e ferma, conosce a fondo soggetto e persone e, se anche con alcune di esse si nota il legame di amicizia (nessuno ha nascosto nulla delle loro conoscenze e collaborazioni e questo è un bene), tutto è svolto con la massima professionalità.

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Purtroppo la conferenza più interessante (parallelo fra libri, sceneggiatura e cinema) è stato gestito con piglio soporifero e non sul pezzo. Peccato perché la presenza di Lilin (“Educazione Siberiana”) e Willocks con le loro esperienze internazionali avrebbe permesso non sono un impietoso paragone con l’Italia (difeso nemmeno dall’unico italiano presente, Carlotto), ma anche capire come il lavoro di impostazione sia più complicato e interessante di quanto si pensi. Willocks è stato il più tecnico e, malgrado la grappa che lo ha stroncato (niente da fare, ci vuole fisico per bere certe cose, caro il mio inglese) e la stanchezza per il poco sonno per aver letto un’altra opera di Lilin, è stato anche il più centrato con l’argomento. Non ne faccio una colpa agli altri, ma a colei che doveva gestire il tutto che era emozionante  come la lettura dell’elenco del telefono, con domande che sinceramente poteva fare uno studente del primo anno di scienze delle comunicazioni. Me stavo ad addormentà! Lilin si è risvegliato dal suo stesso torpore solo a raccontare come si usa un coltello!

E qui mi scappa la critica, non tanto a questo evento, ma al circo mediatico che ci gira attorno.

I lettori sono scusati di tutto o quasi. Alcuni sono sobri, altri sono dei fanatici, altri si aggirano serafici e accomodanti fra stand e personaggi come si trovassero nel nirvana. Di solito si riconoscono per avere borse e zaini del peso specifico dell’osmio, tanto è pieno di libri da far firmare (se poi c’è il loro idolo, allora si sono portati dietro tutta la biblioteca!), scarpe mediamente comode per rincorrere il proprio beniamino. E dovrei parlare per ore delle sensazioni positive vedendo le mie amiche CF con gli occhi adoranti di fronte a certi autori… 😀

Gli organizzatori li vedi girare con il loro pass e sono sempre senza fiato. Giustificati.

Passante per caso. Spaesato. Giustificati.

Scrittori. I più normali, a volte non si sa nemmeno che faccia hanno e loro possono goderne e dolersene di questa cosa, ma alla fine sono sempre fermati da qualche fan per due chiacchiere e un autografo. Mediamente disponibili. Alcuni vengono anche rincorsi in bagno…

Quelli del settore…eccoli, lì! Possono essere giornalisti professionisti di qualsiasi ordine e grado, studenti di “Scienze delle Comunicazioni” o blogger. E si riconoscono. Li vedi. Vestiti alla moda alternativa (che lo sai benissimo che se la moda alternativa cambia, loro cambieranno tutto l’armadio), con tutto quello che serve loro per prendere appunti (stranamente ho visto molte penne e matite. Non prendeva il tablet? Crisi? Non fa più figo? A voi l’ardua sentenza), fighetti. Sono quelli che adesso va di moda chiamare hipster? Manco ho capito veramente cosa sono gli hipster… Comunque mi stanno antipatici a pelle. Io sono una nerd, quando il termine significava sfigato e non era di moda parlare di Tolkien o sapere a memoria le battute dei primi 3 film di Star Wars. Ho amici veramente alternativi e non modaioli. Frequento persone che vivono davvero in un altro mondo (ed è meglio non raccontare cosa si nasconde dietro un vestito storico…). Tutto in una normalità di mondo e sottocultura in cui ti sei guadagnato sul campo i gradi, quindi a me quelli “del settore” stanno sui nervi. E sarebbe anche il caso che non mi squadrassero perché porto un cappello anni ’20 nero di feltro e un chiodo invecchiato dal tempo! 😛

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Reading Corpi Freddi a Mantova

Per quanto io ami leggere, non amo i festival. O meglio non amo fare le corse fra uno stand e l’altro per poter rincorrere autori e situazioni. Non ho il fisico per queste cose o meglio credo che la lettura sia un’attività pigra, lenta, fatta per prendersi il tempo, al di là del libro che magari ti imprigiona alle pagine. La comunicazione con l’autore deve prendersi il tempo, deve essere dedicata, quasi personale, non snobbistica. Questo non vuol dire che sono contro ai festival, anzi più ci sono e meglio è, ma di quei momenti mi interessano più le persone. Mi piace guardarmi attorno e vedere come le persone interagiscono con una città messa a soqquadro, oppure come si rapportano all’argomento trattato oppure come tutto prenda un’altra veste in quei momenti. A volte questi raduni per me sono solo un motivo per incontrare altre persone che conosco, con cui chiacchiero amabilmente via internet. Casco sempre lì: il lato umano delle cose, il guardarsi negli occhi e magari fare o dire una cosa che esula dall’argomento che ci unisce. Passare dal legante al legame a volte.

Ecco perché se è possibile prendo sempre al volo l’occasione di trovarmi a Mantova con gli altri CF. Anche se il 90% delle volte non conosco l’autore o il libro che si sta parlando. Vado, imparo e ascolto. Magari ci scappa anche una battuta. Due foto e via verso casa, con la testa più leggera. Non torno mai a casa dicendo che dovrò leggere tutti i libri presentati, visto che il mio istinto rimane ben fermo e utilissimo (non ha mai sbagliato un colpo) nella scelta di un libro (meno nei film…mah…sta cosa è strana o meglio è strano che nei film venga disattivato volontariamente). Torno a casa sapendo che ho conosciuto ancora meglio le persone, che si è scambiate parole tranquille dette fra sorrisi, che magari ci è scambiate opinioni su libri o altro, mentre gli amici che si rincontrano chiedono qualcosa di più. Per me è fare qualcosa senza che mi sia richiesta l’eccellenza, ma solo la condivisione. Mi va benissimo.

Ieri sera all’interno del Festival della Letteratura i Corpi Freddi, nell’alta persona di Marco “Killer Mantovano” Piva, ha presenziato organizzato visto e preparato (non so esattamente quali di questi verbi sia il più corretto, visto la poliedricità dei CF) un reading di giovani scrittori italiani di noir.

locandina dell'evento. Come al solito la libreria IBS di Mantova ci fa da cornice

locandina dell’evento.
Come al solito la libreria IBS di Mantova ci fa da cornice

Stranamente sono arrivata in ritardo, fra il traffico e il parcheggiare (impossibile e solo affidandomi alla fortuna ci sono riuscita al secondo colpo), ma mi sono potuta godere la serata anche se quasi sempre sono stata in piedi e dietro di noi gente non interessata ogni tanto decideva che era carino parlare a voce alta. Vabbè.

Tranne De Giovanni non conoscevo nessun autore presente e li ho ascoltati seguendo sempre il mio istinto e quindi qualche libro mi ha incuriosito mentre altri no. Purtroppo la mole di autori non ha permesso di approfondire meglio ogni singolo libro oppure la carriera della stesso, ma alla fine lo scopo di ieri sera non era quello. Forse lo scopo era solo di incuriosire, oltre a riunire fisicamente un buon numero di uomini e donne accomunati dalla stessa passione o dallo stesso mestiere. Mantova fa quest’effetto tocca dire e come ogni buon festival fa pensare che l’invidia sia solo nelle pagine dei libri.

Eliminando il mio cinismo, ieri sera è stata una bella serata e quello che ho davvero apprezzato è quel senso di sana leggerezza, anche nel parlare di morti ammazzati, fra autori e con il pubblico. Il senso di condivisione è palese e anche di stima e curiosità.

Veduta d'insieme della serata

Veduta d’insieme della serata

Autori Vari e Allegri

Autori Vari e Allegri

cacciatori di autografi

cacciatori di autografi

Sono tornata a casa a notte fonda, ma è stata una bella serata ricaricante. Ovviamente non mi sono segnata nessun titolo e autore, ma non perché non voglia leggerli ma perché mi sono bellamente dimenticata di segnarmi nomi e titoli. Per fortuna che posso sempre copiare dagli altri CF! 😉

Qui, nella mia pagina fb, troverete altre foto dell’evento https://www.facebook.com/media/set/?set=a.158154484389863.1073741830.150566025148709&type=1

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Antiche macchine da scrivere

Adoro le macchine da scrivere. Ho una vecchissima macchina appartenente a mio nonno su cui ho imparato a scrivere prima ancora di farlo con la penna. Ho imparato ad essere abbastanza veloce, a non guardare il foglio. Scrivere con la tastiera ha una sua meravigliosa musicalità: oggi come allora appoggio le dita e scrivo anche cose senza senso solo per sentire il rumore appena attutito dei tasti. Mi manca fare forza perché la lettera lasci il suo segno, mi manca il rumore dell’andare a capo, mi manca usare il bianchetto in fogli perché ci si è sbagliati a scrivere. Tutto un senso di antico modo di comunicare che non può morire con il progredire della tecnologia.

Il titolo del post è stato “rubato” dal titolo della mostra che stanno tenendo due miei amici di Anobii

http://www.comune.roncegnoterme.tn.it/images/2013-antiche%20macchine%20da%20scrivere.pdf

2013-antiche macchine da scrivere

Guardare le foto sul suo profilo di fb fra le Remington, i libri gialli di Agatha Christie, le macchine con il loro coperto, quel nero e marrone che si illuminano coi tasti metallici dell’alfabeto. Che emozione vedere pezzi che conosco di vista o nei film o in qualche museo o mercatino dell’usato a fianco di pezzi che non sapevo nemmeno che esistessero.

Complimenti Martina e Marco! Avete fatto un bellissimo lavoro e mi dispiace molto non poter essere da voi per gustarmi ogni piccolo particolare e ricambiare le mille domande che voi mi avete posto settimana scorsa.

E voi quando avete sfilato la vostra ultima pagina dal rullo? Se non ve lo ricordate andate al comune di Roncegno Terme, nella sala Tre Castelli e fate domande e incuriositevi!

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