“Fury” di David Ayer

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Titoli di coda al cinema. Credo che sia l’immagine perfetta per far comprendere il film.

Se siete appassionati di cinema di guerra questo film fa per voi, ma solo se avete intenzione di guardarlo non come una rievocazione di un evento, come il documentario di una storia, il racconto cronachistico di un momento. “Fury” è un film di guerra, ma nell’ottica in cui guarda i soldati, in cui ne scruta i volti, le segue il lento scivolare in un altro piano di vita e morale.

Noi siamo sempre bravi a sederci su una seggiolina del cinema, al caldo delle nostre case e pretendere che il film ci emozioni, a comando, come una scimmia ammaestrata. Quando il film non corrisponde alle nostre richieste allora tiriamo le noccioline contro lo schermo. Perché dico questo? Perché le recensioni a questo film sia su www.mymovies.it che i commenti usciti dal cinema sono stati per me fuori luogo. Questo è un film diverso. Non ha gli schizzi di sangue sullo schermo come “Salvate il soldato Ryan”, che alla fine strizza l’occhio agli amanti dello splatter, non è l’eroismo alla John Wayne che l’epica americana ci ha raccontato, non è il verismo all’italiana, non è nemmeno la critica di Altman (ricordate “M.A.S.H.”?) o di Kubrick , eppure è un po’ tutto questo senza esserlo. Quando mi sono seduta, dopo poco, ho capito che chi raccontava la storia sapeva quel che stava dicendo: è una mera questione di linguaggio. Poi dopo scopro che il regista è un ex-marine. Ecco spiegato tutto.

Chi non capisce questo film, doloroso e splendido, chi si ferma sulle inesattezze ricostruttive, chi cerca il pelo nell’uovo della manovra x sbagliata fatta dal carro armato y, non ha capito questo film. Questo film è nel colore, nella fotografia, nello sporco della pelle e dei vestiti, del senso di appicicaticcio fatto di sudore sangue e morte e ferro; questo film è nei movimenti di sguardo di Brad Pitt (Wardaddy), nell’esagerazione dei gesti di Jon Bernthal (Grady Travis) o di Michael Peña (Gordo), nell’attaccamento salvifico alla Bibbia di Shia LaBeouf (Bibbia) e nella discesa e risalita di Logan Lerman (Norman/Macchina). Perché il film racconta attraverso loro, quello che i non soldati professionisti hanno dovuto subire per diventare soldati professionisti e vincere una guerra. Noi ci sediamo sulla nostra poltroncina, pieni della nostra retorica sulla guerra (qualsiasi essa sia, sia pro che contro), nati in una generazione che non ha visto la guerra, non l’ha subita, non ha visto partire i propri cari e non è partita per il fronte e che al massimo sfoggia i racconti del nonno per far il figo in qualche consesso di intellettuali. Sì, mi spiace essere cruda, ma sono molto stanca di sentire commenti di gente che certe cose non le capirà mai. Quando ci sediamo al cinema e vediamo un film ambientato alla fine della seconda guerra mondiale, non ci pensiamo mai che quei soldati non sono professionisti, non hanno scelto di fare la guerra perché “è il mestiere più bello del mondo”, ma magari erano a fare altro e sono stati mandati al fronte per difendere la patria o perchè era il dovere. Guardare Norman e non capire la disperazione di un ragazzino che aveva studiato per fare il dattilografo e che doveva andare non al fronte, ma seduto a fianco di qualche altro “impiegato” in terreno di guerra, vuol dire non capire il dramma e quindi non capire questo film. Wardaddy che lo obbliga a uccidere un tedesco non è lo stronzo capo che gode della morte, ma è il capitano che sa che ora non si può tornare indietro e che la morte prima la affronti e meglio riuscirai a sopportarla; che lo manda a letto con la ragazzina tedesca in modo che loro due giovani (“Sono vivi” dice e sembra una condanna a morte per tutti gli altri) non è il pappone, ma colui che cerca di preservare la vita a due che non sono pronti allo schifo attorno. Bibbia che si attacca a Dio in modo totale e quasi fanatico è l’uomo che pur uccidendo deve trovare il senso etico a quello che fa, perché se si ferma a pensare non troverebbe altra risposta se non la morte. Si potrebbero fare tanti esempi, ma alla fine o si riesce a vedere il film con questa ottica o non lo si vede e in base a questo si riesce a giudicare.

Menzione particolare per Brad Pitt. Attore che non ho mai amato più di tanto, nemmeno per la bellezza quando era giovane (troppo perfettino), ma che col passare del tempo ha dimostrato attitudini di vero attore. Forse non sarà il più grande drammaturgo o forse il lato comico non è il suo, non so che dire, ma alla fine quando si sporca, quando si “sveste” da se stesso, quando lo guidano perché usi il minimo indispensabile senza mai esagerare, allora comunica davvero. Wardaddy è un gran personaggio, molto fisico, minimalista che ha quel non so che dei personaggi alla John Wayne, ma è altro: costruito come l’uomo tutto d’un pezzo, il suo nome è il punto focale del suo ruolo perché alla fine ogni gruppo ha bisogno di un padre o di un leader, se no muore a seguire il folle capo. Mi è davvero piaciuto, sia il personaggio che come l’attore l’ha reso.

Scheda tecnica veloce:

Regia 8; sceneggiatura 8/9; scenografia 7; fotografia 7 e mezzo; costumi 7; effetti speciali 7; musica 7; cast 8. Voto finale 8. Sono uscita dal cinema completamente travolta e non è cosa che mi capiti (anzi quasi mai capita) e so che film del genere capitano raramente. Guardatelo per gli uomini di guerra e non per la guerra e cercate di mettervi nelle loro scarpe e forse capirete meglio questo film.

Postilla: il film si inserisce nella rassegna cinematografica dedicata ai film della seconda guerra mondiale del Cinema Astra di Parma. A questo link per chi volesse saperne di più.

“Batman V Superman: Dawn of Justice”di Zack Snyder

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recensione di mymovies.it

Sottotitolo “anche gli eroi hanno una mamma”. Ovvero lo spartiacque di questo film. Lo spartiacque serve a me e a voi a capire quale momento del film siamo e cosa sia successo prima e cosa dopo. Il prima (che non è il primo tempo) è qualcosa che ho semplicemente “adorato” nell’ottica di una sceneggiatura potente (voto: 7/8, perde un po’ nel secondo tempo) che ragiona sul rapporto in paragone di due eroi dell Dc comics: Superman e Batman. Sul loro concetto di giustizia, sul loro rapporto con gli innocenti e soprattutto sul loro modo di vedere i danni collaterali delle loro azioni. Un prima che mi ha dato conferma del perché non reggo Superman e perché io preferisca sempre e comunque Batman: il primo è un alieno che si maschera da umano non riuscendo a capire la cosa fino in fondo, non ha paura, non la capisce e le sue esigenze personali (vedi alla voce Lois Lane) sono sempre prima di ogni pianificazione d’intervento; il secondo è un cinico miliardario che ha fatto del suo talento la missione per distruggere la delinquenza, senza scuse e senza porsi problema, combattendo ogni volta con tutti i suoi demoni, incubi e tormenti. Preferire un tormentato disadattato a un secondo messia è possibile? Sì, senza ombra di dubbio, perché i dubbi che si pone Batman lo portano a guardare il mondo attorno a lui in modo meno disincantato e meno sicuro, mentre Superman non è mai dubbioso di quello che fa, anzi raramente riesce a comprendere le critiche che gli vengono mosse. Ma Batman ha Alfred e Superman ha Lois e la mamma: ovvero uno ha un tutore che lo sostiene, ma gli pone dubbi, lo contrasta, cerca di porre un freno; il secondo ha l’amore sconsiderato di due donne che stravedono per lui e che picchierebbero chiunque si oppongano al loro dio incarnato. Ecco, messia, dio, angelo sceso dal cielo sono gli epiteti che escono anche dalla bocca di Lex Luthor come scherno, ma che non colpiscono mai nell’intimo il nostro eroe rosso e blu: la comprensione di tutto il significato di ciò vanno sopra alle sue cognizioni morali. Potrei andare avanti per ore a trovare i difetti dell’alter ego di Clarke Kant, ma sinceramente andrei oltre al film, anche perché questo film rispecchia tutta la crisi morale e ideologica che ha pervaso negli ultimi

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più chiaro di così.

tempi i comics americani sia DC che MARVEL: i supereroi sono sopra la giustizia? Quale deve essere il loro rapporto con essa? Come si deve amministrarla? I due mondi dei fumetti sono completamente diversi per intenti e per spirito e questo meccanismo di evoluzione (cercando anche di superare la crisi delle vendite) ha portato a una drammatizzazione estrema della DC e a “Civil War” della Marvel, ma a spogliare gli eroi dei loro costumi il risultato non cambia: non c’è una risposta univoca, non c’è un rapporto chiaro, non tutti potranno “piegarsi” alla medesima scelta di rapporto con i semplici umani.

Ripeto la prima parte è come sceneggiatura potente, mentre nella seconda parte decade in un fumettoso combattimento 1 vs 3 dove Batman ci mette tutto il suo ingegno tecnologico e la sua capacità di analisi e di strategia e Superman e Wonder Woman il fatto di non essere di questo pianeta e quindi ottusamente superiori fisicamente. In più questa parte è propedeutica alla creazione della Lega della Giustizia e quindi non è propriamente conclusivo (davvero, non credeteci nemmeno nelle ultime immagini. Basta sapere un minimo di cose e capire che non è come credete. Ditelo ai vostri partner ignoranti e piangenti da qualche parte uscendo dal cinema). In fin dei conti va bene così: noi stiamo aspettando solo questa lunghissima ubriacatura da film sui nostri preferiti costumati e tutati.

I dati tecnici di questo film sono molto facili da descrivere: fotografia (voto 7) oscura, potente, forse troppo manieristica e compiaciuta, ma di certo rispecchia tutto quello che ci si aspetta da un film del genere; costumi (voto 7) azzeccati, sexy per chi di dovere, semplici per chi ce lo si aspetta, ma assolutamente parte del personaggio e rispecchiano molto quello che ognuno di loro vuol dimostrare nel film (le scarpe coi tacchi onnipresenti per Lane, i colori sgargianti dei completi di Lex, la sobrietà di Alfred e così via); regia (voto 7 e mezzo) di maniera, ragionata, calibrata, molto ponderata nei tempi e per cercare di sottolineare momenti e concetti (il Superman messia è enfatizzato in modo spettacolare con un sacco di riferimenti anche alla storia dell’arte. Un sacco di citazioni a riguardarlo bene mi sa). La scenografia (voto 6 e mezzo) è ben curata, non ricordo quanto attinente davvero ai fumetti e di certo ci ha creato qualche problema nel capire quanto Gotham City e Metropolis siano effettivamente così vicine come ci fanno vedere; ovviamente utile a sottolineare le differenze stilistiche e di vita dei nostri due protagonisti. Menzione d’onore per gli effetti speciali (voto 8) che non devono mai mancare ed essere “credibili” in un film del genere: stanno migliorando tantissimo, rendendo possibile su pellicola quello che ci siano sempre immaginati nella nostra fantasia o nei cartoni animati. Ovviamente sono molto esagerati nel secondo tempo, ma sono sempre una goduria da vedere. Tutti. Il voto più basso credo se lo prenda la musica (voto 6) per il semplice motivo che se per tutta la prima parte sottolinea i momenti drammatici con stile e attenzione, facendosi quasi da parte quando sono le parole o le pallottole a farla da padrone, nel momento fumettistico si è imposta rincarando la dose e rendendo tutto un po’ finto. Forse mi ero abituata alla fase realistica che tornare a quella fumettistica mi ha lasciato un po’ con l’amaro in bocca.

E ora tocca al cast (voto 7e mezzo) con una menzione di merito e una di demerito: Ben Affleck e Amy Adams. Parto dalla seconda: insipida. Non è che il suo personaggio sia poi il massimo nei fumetti, anche Olivia di Braccio di Ferro ha più sprint di lei, ma è davvero fastidiosa e non credo che sia del tutto colpa dell’attrice, ma quanto della regia e sceneggiatura che ce l’ha presentata nella sua veste di giornalista rampante, pur non avendone il carisma (forse se avesse letto qualcosa della Fallaci le avrebbe fatto bene) nè la comprensione che i tacchi a spillo vanno bene per alcuni momenti e non per quando va a puttane il mondo. Insomma, davvero qualcosa di inutile che poi fa cose assurde in momenti inopportuni. Da bocciare.

Mentre grandioso è stato Ben Affleck. Premetto che non sono una sua fan, che buona parte dei film che ha fatto hanno solo confermato la cosa che non si divertisse a recitare e lo facesse per dovere (o per portafoglio) o che non avesse mai trovato il coraggio o il registra giusto per essere totalmente rivoltato come un calzino e fatto venir fuori l’attore che è. Qui è semplicemente nella parte. E’ il Batman silenzioso, tormentato, monolitico, drammatico, stanco, arrabbiato (di quella rabbia sorda che si cova dentro) che ci aspettavamo. Certo le espressioni sono due e solo la vista della mozzafiato Wonder Woman tira fuori un sorriso e un modo di fare da piacione sexy, ma questa sua interpretazione è quella che più mi ha colpito e che temevo di più, anche se in originale la sua voce era quella che mi aspettavo che uscisse dalla maschera del pipistrello. Sì, senza ombra di dubbio mi è piaciuto, mi ha convinto e stiamo a vedere cosa succede in un prossimo film dell’Uomo Pipistrello. E poi ha messo su un fisico che è stato un vero piacere guardare.

Tutto il resto del cast è al posto giusto al momento giusto, con un Jeremy Irons-Alfred british ma non troppo, ma sicuramente capace di fare tutto quello che deve fare senza mai uno sforzo o perdere l’imperturbabilità;

Ultimo (credo) commento: riguardatevi “Megamind” della Dreamworks e paragonate il discorso di fondo di chi siano gli eroi di entrambi i film. Scoprirete molte similitudini…Buona visione.

Voto finale: 7/8 . Assolutamente da vedere se almeno un po’ vi piacciono i fumetti e i due protagonisti in calzamaglia e ammennicoli tecnologici; forse i puristi storceranno il naso trovando difetti e serie mischiate e li capisco, ma i puristi (di qualsiasi genere) son difficili da accontentare.

“I tre moschettieri” di Paul W.S. Anderson

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recensione dal sito di mymovies.it

“I tre moschettieri” sono un grande classico, ripreso più e più volte in vari modi e con soluzioni diverse e più o meno interessanti. Questa versione è sicuramente quella più smargiassa, che strizza l’occhio allo steampunk e che se ne frega della storicità e credibilità, per strappare un sorriso e una chiara serata di divertimento. La visione di questa versione della storia è assolutamente sconsigliata ai puristi e agli amanti della vicenda a tal punto da saperne a memoria le battute.

Partiamo dal cast (voto 7) di notevole spessore, con nomi più o meno conosciuti, ma sicuramente quasi tutti riconoscibili. Passiamo da un ormai noto e famosissimo Christoph Waltz che interpreta il cardinale Richelieu, al caratterista (tocca dirlo visto che appare sempre come personaggio da spalla) Ray Stevenson come Porthos, ai conosciutissimi Milla Jovovich come Milady e Orlando Bloom in un improbabile e sopra le righe Buckingham. E poi tanti altri. Insomma un cast valido che non ha sicuramente scelto questo film per ambire a qualche ruolo, ma forse ha voluto prendersi una pausa, divertirsi un po’ e fare magari cose che possono aver sognato di fare quando vedevano la versione del 1973. Insomma, per dirla in parole povere: gran cast baraccone e sopra le righe che trasmette divertimento.

Gli effetti speciali ( voto 8 ) rendono questo film valido da guardare. Perché diciamocelo ancor più seriamente. la trama è quella, anche se la resa non è stata troppo fedele (sceneggiatura  voto 5/6 ), non ci sono cose particolari da evidenziare; i costumi ( voto 7 ) sono una versione glamour o steampunk, dipende dai casi, di quelli storici. Insomma niente di nuovo sotto il telone cinematografico se non fosse per gli zeppeling o navi volanti, per i combattimenti schermistici al limite della fisica, dei labirinti alla “Mission Impossible” e cose del genere. In quel momento c’è l’esaltazione del pubblico che volutamente ha lascito il cervello sul comodino e si è preso un momento di pausa. E’ nella scenografia ( voto 8 ) volutamente esagerata, che strizza l’occhio ai fumetti e usa l’arma del verosimile storico (ne vogliamo parlare della mappa alla risiko dell’Europa che ha il cardinale sul pavimento del suo immenso studio? Semplicemente meravigliosa!).

Un film sopra le righe con una regia ( voto 6/7 ) che guida tutto senza aggiungere niente di particolare, che lascia andare la macchina del racconto senza mettere niente di troppo o di troppo poco; una fotografia ( voto 7/8 ) che fa la sua porca figura, ma senza prendere il sopravvento; la musica ( voto 7 e mezzo ) aiuta a supportare tutto.

Insomma un film da vedere con la compagnia giusta, che abbia voglia di divertimento senza troppe pretese di sottotesti. Ultima cosa: ho visto il film su netflix quindi in 2D e si guarda molto volentieri lo stesso; non vedo la necessità imperante di un 3D anche se capisco che la battaglia aerea sarebbe stata ancor più grandiosa. Guardatelo tranquillamente anche in 2D.

“Megamind” di Tom McGrath

Era un po’ che lo avevo nel pc da guardare, beh visto la data credo da quando è uscito, ma sapete io tendo alla pigrizia quando ho da vedere qualcosa che ho sotto mano ogni momento. Insomma è come dare per scontato che tanto è sempre lì da vedere e invece non lo guarderai mai (e questo è tragico se penso che ho ricominciato a comprare dvd che forse rimarranno nel cellophane per non so quanto tempo…) se non “costretto dagli eventi”, i quali di solito sono o amici o la tv. In questo caso ancora gli amici. In più, su questo film, avevo il pregiudizio che fosse la solita banalità buonista per bambini da far crescere sotto la campana di vetro. Sì, lo so, i buoni messaggi, la trasmissione delle idee buone, i valori, il siamo tutti uguali…sì, sì, io sono cresciuta benissimo anche guardando “Bambi” e la mamma che muore uccisa da un cacciatore (che spero se la sia pappata con la polenta, che è la morte sua). Il dramma, il momento di vero dolore ci deve essere anche in un film per bambini a mio parere, perché anche quello è un insegnamento: quello che il dolore esiste nella vita, ma che si può superare anche con l’aiuto di amici oltre al proprio crescere. Vabbè, non era questo su cui volevo soffermarmi con questa recensione. Torniamo a noi.

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recensione di mymovies.it

“Megamind”, oltre ad avere una colonna sonora adulta e da paura (voto 8 senza problemi. Cavoli, questa sì che me la sono ricordata!), è un film pieno di citazioni o di rimandi, dando forse per scontato che il pubblico possa avere una corposa conoscenza di film o telefilm o rimandi vari ai supereroi di lunga memoria. Prima di tutto, e sopra tutto oserei dire, come i due alieni supereroi giungono sulla terra: neonati, astronavicelle, pianeti originali distrutti e genitori con loro. Vi dice nulla Superman? Poi ci sono i robottoni, qualcosa che ricorda molto i primi “La guerra dei mondi” e altre cose. Insomma un film che a mio parere andrebbe rivisto una seconda volta per capire quel “ma dove l’ho già visto” che ti fa pensare che il film non sia una copiatura ma un vero omaggio.

La trama (voto 6 e mezzo) non è del tutto originale, perché si basa sul fatto che a ogni supereroe buono debba corrispondere un mega cattivo, ipoteticamente molto più forte ma sfigato come non mai, e viceversa; e quando uno dei due scompare tocca ritrovare gli equilibri o farne di nuovi. Quello che è originale di certo è che per ritrovare gli equilibri a volte le cose si mischiano e ci si siede “sulla poltrona sbagliata”, insomma si ha un’opportunità per essere qualcun altro, sempre che si abbiano le doti per poterlo essere. Il film ha come vero messaggio, a mio parere, il fatto che per quanto si possa credere di avere un destino preconfezionato o che gli altri ci hanno preparato per noi, se noi abbiamo certe qualità alla fine le possiamo sfruttare diversamente e meglio di quanto tutti gli altri possano pensare; è un film sulle apparenze e sulla sostanza. Insomma ci si può anche innamorare di quello che non pensavi se solo smetti di guardare con gli occhi (che vabbè è quello il loro compito, ma a volte portano fuori strada) e ascolti col cervello. Non è a mio parere un film su nessuna crisi del supereroe in quanto tale anche se Metro Man la pulce ce la mette nell’orecchio, ma alla fine non è lui il protagonista del film.

Effetti speciali (7 e mezzo), sempre più amalgamati con la visione della vicenda, a servizio anche se sicuramente ancora molto protagonisti, riescono a dare una visione dell’insieme credibile, mentre il disegno (7) per quanto ben fatto non è di certo fra i miei preferiti per stile. Non mi piacciono gli occhioni che prendono possesso della faccia per enfatizzare le espressioni, nè le esagerazioni corporee caricaturali; non è che siano sbagliate, ma solo che non le apprezzo come forse dovrei, pur sapendo perfettamente che il disegno non è un ritratto e un cartone animato deve essere innaturale. Questione di gusti. Ovviamente Minion (ma davvero il pesce si chiama così??? No, ma io dico, non esiste un’anagrafe degli assistenti dei cattivi?) è splendido e tenero nel suo esoscheletro, come sono splendidi anche i cervelli volanti. E’ innegabile che i cattivi hanno sempre i gadget e i compagni più fighi.

Non mi dilungo sul cast delle voci originali perché in Italia le cose sono andate non so dove e quindi non solo non ho riconosciuto nessuno, ma nessuna voce mi è stata particolarmente gradita o sgradita (beh, dopo aver sentito Ilaria d’Amico in “Eragone” tutti son bravi a doppiare. Punto.). Forse potrebbe essere una buona cosa sentirlo in lingua originale per apprezzare le scelte.

Sul resto il film è gradevole, non eccellente, ma di sicuro impatto e più per il messaggio che ha voluto divulgare che per la resa in sè e per sè e forse questa è una buona cosa, se si pensa che qualcosa nei cartoni animati bisognerà pur dire e trasmettere.

W i supereroi con o senza mantello, ma se superano il limite allora W i cattivi!

Voto: 6/7 E’ stata una sorpresa piacevole vederlo, visto che mi aspettavo tutt’altro racconto, ma non è qualcosa da rimanere sconvolti nella visione. Da vedere comunque, per grandi e piccini.

“Immortals” di Tarsem Singh

Prendete la mitologia greca, prendete Versace e mischiatelo e…stop! C’è già! O è la pubblicità di Versace (e con un pizzico di Dolce & Gabbana) o è questo film. Punto, recensione finita, il consiglio è di guardare un altro film e non perdere tempo con questo. Va bene, mi applico un po’, ma il giudizio delle prime righe non cambia.

Come è sempre stata mia tradizione quando si fanno le pause tecniche da gioco da tavolo o cose simili, il gruppo di amici ha l’ “obbligo” (più o meno imposto dalla maggioranza) di vedersi un film possibilmente di serie Z, se è B va bene, ma evitare quelli belli possibilmente. Perché questa forma di masochismo cinematografico? Perché quando si è in totale relax, il cervello settato sulla modalità “stupidera + lancio dei dadi” è un peccato sprecare un bel film, anche perché si tende a chiacchierare, ridere e commentare sonoramente, mentre si passano patatine e mangiare vario ed eventuale (e non dietetico). Netflix ci aiuta molto in questa scelta oculata e ponderata (nel caso non ci fossero film giusti, ci sono sempre i documentari complottari da vedere).

Premetto un po’ di cose:

  1. amo la mitologia greca, anche se in generale le mitologie e le teologie mi interessano per svariati motivi. Da bambina leggevo i miti greci al posto delle favole. Conosco oserei dire quasi a memoria tutte le storie. In più avendo fatto il greco a suo tempo il mio studio dell’argomento è diventato anche più tecnico grazie alla severità e bravura della mia professoressa del liceo.
  2. ho guardato e adorato “I cavalieri dello zodiaco”. Cosa cacchio c’entrano con la mitologia greca mi chiederete, beh…appunto! Quello che voglio dire è che per quanto ami la storia, sia rigorosa in certe cose, posso benissimo concedere strappi alla regola che siano minimamente credibili o comunque che abbiano un senso logico interno alla vicenda. Ok, sì, lo so Pegasus rompeva le scatole e Phoenix sistemava tutto e Lady Isabel si andava a mettere nei guai apposta. Lasciamo perdere.
  3. mi incuriosiscono le versioni un po’ estrose dei classici, purché abbia senso, purché ci veda un senso. Tipo “300” che non è un film storico, che non ha niente di storico, che è fumettistico, ma se si è studiato quel momento e la mentalità greca dell’epoca, è un film metafora dell’evento.

Fine premessa, doverosa, perché capiste il perché del mio giudizio.

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recensione di mymovie.it

Partiamo dalla storia (sceneggiatura: 5). Prima di tutto non è una storia conosciuta, ma un qualcosa che forse, perché no?, poteva essere accaduta ma non è stata tramandata. C’è un eroe, tenuto d’occhio in incognito da Zeus (sempre lui in mezzo alle scatole!) fin da quando era bambino; una situazione di guerra e tradimento; un cattivo che minaccia la vita e la libertà di una regione; una profetessa e i suoi sacerdoti più o meno sicuri nel loro tempio; un oggetto mitico. La trama la capite benissimo anche voi: il cattivone vuole l’oggetto che è conosciuto dalla profetessa, quindi mette sotto assedio una regione che caso vuole sia quella del nostro eroe; l’eroe e la profetessa si innamorano e bam! Vabbè, avete capito, “niente di nuovo sotto al sole”.

Allora il punto forte dovrà essere la resa, visto che la trama è un po’ trita e ritrita. Passano gli effetti speciali (7), buona la fotografia (8), la musica non me la ricordo (come al solito, ma che ho? Non può essere sempre colpa mia che non ricordo la musica di un sacco di film) e la direzione (7) è ben fatta, visto che poi, inspiegabilmente, si è trovato a gestire un cast (6/7) con alcuni pezzi buoni (i quali, mi chiedo, con che follia abbiano accettato la cosa). Tutto ciò però non basta o almeno a me non basta, perché un libro si potrà comprare dalla copertina, ma se poi ha le pagine bianche non è altro che un soprammobile.

Scade terribilmente nella scenografia e nei costumi: insufficienti gravi. Allora, chiariamoci bene e tenete a mente il punto 3: un classico, o una storia ambientata in un momento mitico della nostra storia, può essere stravolto nella sua estetica, ambientato in altro momento della storia, rigirato come un calzino, ma in ogni momento questa modifica del testo originario deve avere un senso ed essere da supporto alla vicenda, mentre se prende il sopravvento e diventa pura estetica sterile tutto perde di significato. Non è un caso che a tutti noi che lo guardavamo ci sia venuto in mente uno spot di Versace (visto che se non ricordiamo male aveva ambientato proprio i suoi spot in un’ipotetica Grecia mitica), non a caso che anche mymovie lo avvia sottolineato, perché è così: i costumi non raccontano, non sottolineano, non guidano, non stanno a servizio della storia, ma diventano un momento a sè stante, estetico e basta, incomprensibile e fuori luogo. Parliamo del corpetto di Atena e del suo velo nero da vedova sulla corona puntuta (ma Atena non era la dea della guerra? mah), del martello di Poseidone (comprato in un negozio di giocattoli. E il tridente che fine ha fatto? mah2), dell’ “elmo” a corna di montone/occhi di mosca di Ares (mah3) e della cresta dorata di Apollo (abbiam fatto fatica ad accettare la cosa, forse più della mosca di Ares. mah4). Finiti gli dei, visto che Zeus vecchio ha un mantello di corde intrecciato e Zeus giovane è col gonnellino e bon. L’elmo di chela di Zoiberg del cattivo ne vogliamo parlare? Ma anche no, dai, se no tocca chiedere con che coraggio  Mickey Rourke lo abbia voluto portare… Le profetesse sono molto orientaleggianti e possono andare anche se il bustino non si può guardare, ma se lo porta Atena sarà di moda che vi devo dire. Le guardie e i cattivi hanno le maschere fatisch in faccia (forse per non ridere o piangere, dipende se c’era uno specchio alla portata oppure no). Ometto la descrizione delle armature, ma tutti noi abbiamo deciso che gli scudi cromati degli “opliti” sono una sciccheria, ma mai come il mantello blu sbriluccicoso del re. Gli scudi li vogliamo anche noi, il mantello no perché nemmeno a Iperione è piaciuto.

Punto a parte sono le scimmie titane o i titani scimmia, ancora non abbiamo capito come denominarli. Le tratterò a parte perché sono un’offesa a tutto quello che ci è più sacro nella mitologia e nella Storia. Prima di tutto perché sono rinchiuse da non si sa quanto tempo in una specie di mini calcio balilla dorato e sono agganciati fra loro per la bocca e non sappiamo perché; secondo perché quando vengono liberati/e si muovono come scimmie impazzite. Perché? Posso sorvolare su abiti esageratamente fuori luogo (la costumista era colei che ha anche curato “Dracula di Bram Stoker”, Eiko Ishioka, quindi possiamo capire il gusto e l’estetica) in quanto scelta stilistica che può piacere o meno; posso sorvolare sul fatto che la storia è di una banalità estrema, con buchi di trama e dialoghi inascoltabili; ma le scimmie titane gridano vendetta! I titani hanno scatenato una guerra (che alla fine del film si vede come se fosse un vibrante formicaio bicolor: oro da una parte e nero rosso dall’altra. O almeno così mi ricordo), sono stati imprigionati, si dice “titano” di qualcuno grande e grosso, il Titanic si chiamava così in loro onore (e non gli è andata bene per quello mi sa)! Non erano piccoli, neri (catramati poi), che si muovono a scatti come se fossero tarantolati…

Ora, ogni film ha un suo senso e se il senso di questo era fare un lungometraggio sulla moda hanno sbagliato tempo, luogo, storia. E non ha nemmeno senso paragonarlo ai peplum, nemmeno quelli in cui Maciste incontrava Godzilla. Questo film è una fuffa bella e buona che non accontenta sicuramente chi accetta un film in costume, anche non storico, ma che faccia passare due ore raccontando qualcosa.

Voto: non guardatelo. Fate altro.

“Dead snow” di Tommy Wirkola

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Recensione di Mymovies

Scordatevi la solita recensione tecnica, questo film va assaporato e gustato in un sol modo: di pancia. Perché questo film è…come ve lo posso dire…una chicca di horror serie Z che non potete perdervi.

Non ci sono scelte di alto cinema di genere, non vuole passare come un pilastro dello stesso e non ha vanterie da fare. O almeno lo crediamo noi amici che l’altra sera ce lo siamo guardati tramite Netflix (odio! Lo voglio anche io, ma devo resistere…non so se ce la farò lo ammetto).

La trama è molto semplice: un gruppo di giovani sprovveduti norvegesi (quattro maschi e tre femmine) se ne vanno in una baita in montagna a fare una bella gitarella. Il posto è sperduto fra qualche montagna, senza un cavolo di indicazione, senza campo per il cellulare, radio per le comunicazioni e la macchina va lasciata a x chilometri di distanza. Tutti i migliori (o peggiori, dipende dai punti di vista) stereotipi del classico film horror ci sono, compresa la coppietta che sta insieme da un po’ e in realtà ha problemi, la bella di turno, lo sfigato e il belloccio tormentato. Ah, dimenticavo, c’è anche il tizio che appare dal nulla di notte (e non è il guardia caccia, o il controllore del bosco o un forestale a caso in pensione o in vacanza; e non è nemmeno un cacciatore di qualcosa) che nel giro di cinque minuti svela tutto e ci dice chi è il cattivo e perché. Quindi basta solo aspettare e seguire l’ordine preordinato delle vittime e vedere quanto gli zombie nazi cannibali sono diametralmente diversi dai loro antenati di Romero.

Perché guardare questo film? Perché è semplicemente geniale! Insomma, ti scappa da ridere per la palese presa per i fondelli di tutti gli stilemi classici del genere (e non solo di quello, basta guardare cose succede quanto trovano uno scrigno pieno di gioielli e oro), ti regala chicche a caso (le quali ti segneranno per sempre e non sarai più lo stesso) e soprattutto perché crea gli zombie più cattivi, fichi, curatissimi, intelligenti e non mangia cervelli che io abbia mai visto. E’ come giocare a “Sine Requie” e scegliere l’ambientazione Quarto Reich o una cosa del genere (potresti anche essere nel Sancto Imperio o nella TecnoRussia, nelle zone di confine). Insomma è quel genere di film dove staccare il cervello è un dovere e guardarlo in compagnia un vero piacere.

Ovviamente se cercate zombie sbriluccicosi e innamorati questo film non fa per voi; né se cercate di essere spaventati sul serio; né se siete dei seri cultori del mostro non morto e non troppo sveglio. Questa è roba in cui litri e litri di sangue finto verranno immolati per la causa e situazioni oltre al limite della normalità ci regaleranno scene memorabili ed intestini elastici e resistenti.

Visto ciò e visto il fatto che altri spettatori non ne hanno compreso la portata, abbiamo deciso in modo inderogabile di votarlo e dargli ben 4 stelle. Voi dite che non si fa? Questo film va visto! Ecchecavolo!

Voto: 8 sulla scala degli Z  Movie Horror (scala raramente usata per la valutazione di un film, ma in questo caso l’unica corretta da usare).

Star Wars ep.VII: confessioni di una nerd

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Quando le locandine le facevano a mano e raccontavano davvero più di un trailer.

Ero bambina, appena nata oserei dire, quando il signor Lucas ha regalato al mondo la nuova saga dell’epica, ha rivoluzionato il genere della fantascienza, ha regalato un sogno a milioni di bambini. Non mi credete? Fattacci vostri, questa è la verità.

Potrete non credermi, ma da quel momento un salto in avanti è stato fatto da tutta la cinematografia attraverso l’uso sapiente di artigianato e tecnologia nascente; gli stessi video giochi hanno avuto un’impennata di resa. Il mondo non è stato più lo stesso. E di questo dovete farvene una ragione.

Girano leggende su come sia nata la prima saga, che poi è la seconda trilogia, quella di mezzo, quella che sta dopo ma è stata fatta prima…insomma un gran casino. Comunque sia le leggende sono il pane per chi vive di storie, per chi racconta l’epica davanti al fuoco, per chi sa distinguere Ettore da Achille e conosce per nome tutti gli dei…ah, non parliamo di antica Grecia? Siete sicuri? Io credo che qui si parli di qualcosa di ben più profondo. Perché “Star Wars” sta all’epica, come “Star Trek” sta alla scienza: potrete trovarci qualche difetto, pensare che si stanno tirando sblinde come pochi e raccontarci fregnacce, ma alla fine quando segui un film o un episodio sai esattamente quale parte del tuo corpo verrà attratta: cervello per l’Entreprise, cuore per il Millenium Falcon. E vanno bene tutti e due, anche se il mondo vorrebbe che trekkist e amanti di guerre stellari, come i peggiori teppisti delle peggiori strade di Caracas/Marsiglia (o un posto a caso che ha una brutta nomea, ma che poi ci vai e ci stai divinamente) si picchiassero ad ogni angolo di strada per difendere i propri protetti. Gli appassionati di fantascienza possono anche essere completamente folli, troppo nerd per rendersene conto, e alla fine amare in modo diverso entrambe le saghe, anche se una sarà sempre la preferita.

Sono cresciuta a pane, nutella e “Star Trek”. Non c’era giorno che non ne vedessi una puntata. “Star Wars” era buono per le feste comandate. Poi sono cresciuta e le cose si sono un po’ invertite o forse solo ho capito quanto c’era dietro a quella che tutti gli snob critici di cinema volevano sminuire in una favoletta per bambini.

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Ci abbiamo creduto…

E così mi sono fatta fregare e ho seguito Lucas come fecero i bambini con il pifferaio magico e sì, lo ammetto, sono andata a vedere la seconda trilogia che cronologicamente è la prima (sì, il casino è troppo grande che nemmeno la Forza può contenerlo. Ma che caspio!!!) e, con il mio biglietto del cinema, mi sono seduta e ho creduto. E sono stata delusa, non una ma ben 3 volte, cercando di capire come un uomo come Lucas potesse aver perso il tocco e ci avesse rifilato una cosa indegna per tutti noi appassionati. Aveva perso il tocco…ecco la verità, e la cosa gli era sfuggita di mano mentre la “Lucasart” diventava un punto di riferimento per gli effetti speciali prima che arrivasse “Il Signore degli anelli” di Jackson. Eppure si doveva vedere, capire come Anakin fosse diventato Darth Vader, come cacchio fossero saltati fuori i gemelli della forza (no, lo sappiamo…le api, i fiori. La so quella parte!) e bla bla. Anche se sapevamo che il trauma di quella frase “Luke, sono tuo padre” i giovani non lo avrebbero mai capito, ebbri della loro frescaggine. Anche se comprendevamo che noi che vedemmo la trilogia di mezzo eravamo degli eletti e ci saremmo capiti fra di noi al solo sguardo.

Poi il silenzio…i veri nerd avrebbero cercato risposte credibili nei fumetti o nei libri e avrebbero cercato come i sabbipodi, senza pudore e ritegno.

In tutto quel passare del tempo, mentre le cassette vhs si smagnetizzavano per le troppe visioni e si cercavano dvd degni di mantenere il senso di carboneria che si condivideva con i suddetti eletti, la ferale notizia giunse mischiata a miti di speranza: la terza serie sarebbe stata fatta, Lucas vende “Star Wars” alla Disney. Non si sapeva se gioire o piangere, se fare gli offesi o sperare nei soldi a palate che uscivano dai pantaloncini corti di Topolino. Però si sperava, perché la speranza è insiata nel seguace che sia egli/ella un ribelle o un imperiale.

Trovo insopportabile la tua mancanza di fede.

E’ tutto quello che ci ha permesso di sopravvivere in tutti questi anni.

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Si cerca di tornare all’origine…

Mentre siamo stati bombardati dal più assillante campagna mediatica e solleticati dal merchandising più becero e ammaliante (mentre la Lego ci costringeva a tornare bambini e a desiderare che davvero Babbo Natale ci portasse la Morte Nera a mattoncini per renderci davvero felici…), l’episodio VII è arrivato, sotto Natale, con il suo carico di emozioni e speranze.

Non farò una recensione, ce ne sono mille in giro e molte mi trovano concorde, non ho bisogno di fare la tecnica ‘sto giro. Anche perché ha detto tutto Leo Ortolani nella sua di recensione (si può dire che lo amo? Si può vero?).

Comunque sia, appena prima di Natale, con una scimmia che a stento le si faceva leggere testi di filosofia per darle un contegno, con dei veri e seri contatti nerd di fb che non hanno spoilerato nulla ma fatto crescere l’ansia (“è la cosa più bella mai vista!!!”) come se non ne avessi di mio, vado con gli amici nerd e col mio biglietto in mano (cacchio 10 euro per un 2D??? E poi parlano di crisi del cinema…ah, no è proprio crisi e spennano i polli che rompono il salvadanaio per andarci. St****i!), mi risiedo ancora una volta sulla poltroncina del cinema. E ci credo. Perché la fede è fondamentale per la Forza. Non ho mai smesso di averla, Darth!

E trema il cuore quando finalmente si spengono le luci, parte il proiettore e la ben nota musica ti riporta bambina e ti fa credere che quel J.J.Abrams che non sopporti forse la magia la può fare questa volta. Purtroppo non ha il tocco lui, non sa di cosa parla lui, non ha il Bene e il Male dentro, non cognizioni di cosa sia la scelta, di cosa significhi la Ribellione o far parte dell’Impero (o Primo Ordine come si chiama qua) e soprattutto, non è che se costruisci una Morte Nera più grande costruisci anche il buco per distruggerlo più grande! Coglione! Ah no, gli ingegneri sono i Minions…

Perché alla fine il film è come un reboot condensato della trilogia di mezzo, quella che ha fatto amare il genere a milioni di ragazzini, strizza l’occhio a loro, non inventa niente di nuovo nemmeno quello che potrebbe farlo (cacchio no una Morte Nera più grande!!! Ma porc! Maledetti ingegneri Minion!); mette le basi per qualcosa che se gestito bene al prossimo giro potrebbe rivoluzionare tutti noi, ma lo sfrutta malissimo (Kylo Ren, adolescente non sith in crisi d’identità, è ottima idea, ma è una figa isterica più che un giovane tormentato); non ha idee nuove che continuino la storia. Come disse mio fratello uscendo dal cinema “Ha strizzato l’occhio ai vecchi nerd, dando un contentino, per non bruciarsi lui e i film pronti.”, e non posso dargli torto, ma questa mancanza di idee nuove è per me una mancanza di fede e non si può accettare.

Non posso dire di sentirmi tradita, ma un po’ presa per il naso sì. Avevo voglia di credere e mi è rimasta la voglia di vedere la trilogia centrale; avevo voglia di sognare, credere, sperare, sentirmi raccontare qualcosa e invece c’è stato un già visto. Non mi ha convinto, non mi ha emozionato, ho visto i difetti prima che le potenzialità. Non è bastata la musica per incantarmi, nè l’effetto nostalgia. Io cercavo il Racconto e mi è mancato, ma la mia fede non vacilla e continuerò a credere…Luke usa la forza!

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“Dark Skies-Oscure Presenze” di Scott Stewart

Ancora una serata in cui la tv generalista non regala niente di piacevole e sky è in mano ad altri della famiglia, capito su questo film sperando che mi distragga piacevolmente e mi stacchi dal fare altro.

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recensione di mymovies.it

All’inizio parte bene, ma immediatamente perde colpi sia nello svolgimento della narrazione che nella realizzazione vera e propria, e mi trovo a dire la classica frase che ogni culture di horror dice “ma accendere la luce no?”…ecco, questo vuol dire che tutto è sul limite del non logico.

 

Certo, mi direte, perché gli horror o i fantascientifici sono logici vero? No, non lo sono, ma le reazioni umane devono essere congrue al personaggio e, se questo non è più di tanto approfondito, dovrebbe avere le reazioni medie di qualsiasi essere umano, il quale visto che alla notte subisce cose assurde e la casa viene messa a soqquadro, vuoi che una luce non la accenda? Evidentemente no. Beh io sì, almeno alla seconda notte quando per l’ennesima volta sento rumori assurdi in cucina, di sotto, al piano terra, oppure quando l’allarme suona (ecco, anche lì, ma una cavolo di arma improvvisata non te la porti dietro? Tutti in certe zone d’America hanno una mazza da baseball e loro no?).

In più ancora una volta gli elementi di questo film paiono discordanti fra di loro e senza un legame apparente o comunque senza una giustificazione. Perché i genitori, visti i gravi problemi che li trovano coinvolti, invece che farsi aiutare da uno psicologo vanno a trovare uno sconosciuto (perché nel film non ho capito come salti fuori) investigatore di fenomeni del genere? Perché il ragazzino grande ha il classico amico squinternato e lo frequenta malgrado sia successo qualcosa di pesante in passato? Perché il figlio piccolo sembra normale e poi di colpo perde il lume della ragione senza accusare più di tanto o comunque senza essere davvero utile allo svolgimento? Perché…insomma in questo film disarticolato mi sono sorti troppi perché e quello di non accendere la luce è solo quello più banale

Regia: 6 Niente di che, alla fine fra una citazione e l’altra anche di altri film (no, davvero ci sono 3 stormi di uccelli neri che si abbattono sulla loro casa? Non ci avevo mai pensato…), il regista svolge il suo compitino senza infamia e senza lode. Forse non è tutta colpa sua, ma davvero niente di eccezionale.

Sceneggiatura: 5 Vorrei dire buona l’idea, ma anche qui era un già visto. In film del genere, dopo anni che si raccontano le peggio cose, purtroppo non ci vuole tanto l’idea originale, ma piuttosto la descrizione della stessa in modo originale, il portare lo spettatore a intuire, a voler sapere di più, a investigare coi protagonisti e non a passare da una sequenza all’altra.

Scenografia + costumi: 6 Film contemporaneo, quindi tutto come ci si aspetta. Diciamo che prende un po’ lo slancio quando deve descrivere l’aumentare delle paranoie e della disperazione dei protagonisti, ma è davvero il minimo.

Fotografia: 6 C’era? Ovvero, l’uso della fotografia è stato funzionale al portare lo spettatore a guardarsi attorno per paura che quello che sta vedendo gli possa capitare? No. Quindi ha fatto il compitino di ben mostrare il lavoro senza essere davvero usata per quel che è nata.

Effetti speciali:5 Non vi svelerò chi sono i cattivoni del film, ma sono stati resi malissimo in quanto senza fondo, tridimensionalità, resa credibile. Mi contesterete questa frase con la classica risposta “ma era voluto, tu non capisci e bla bla”; ok, voluto…va bene…i disegni dei bambini sono voluti, ma quelli no, quelli sono realizzati male perché alla fine non si aveva davvero voglia di rendere questo film credibile.

Musica: c’era?

Voto 5– Il film è evitabilissimo, non aggiunge nulla alla storia del cinema, né in generale né in quella di genere, ma si fa guardare se per una sera non sapete cosa vedere e ve lo passano in tv. Evitate di scaricarlo o di affittarlo o di farvelo prestare. Questo film è il classico film che guardavo nelle serate di compagnia quando la ricerca di “demonialienichesparano” ti portavano alla scelta di un classico serie Z o questo e alla fine ti chiedevi perché non avevi preso l’altro che al massimo due sane risate te le facevi!

p.s: rileggendo la recensione di “Mymovies.it” mi chiedo che genere di bagaglio culturale di genere abbiano quelli che hanno scritto l’articolo. Non che non si possa avere dello stesso film visioni diverse e non che non sia stato scritto correttamente (anche nella citazione degli elementi), ma mi da l’idea che non abbiano visto molto di più che questo film per giudicarlo. Insomma non è che per forza si debba essere un cinefilo assatanato o talebano, non dico nemmeno che bisogna passare la propria vita a cercare il famoso ago nel famoso pagliaio, ma avere un minimo di cognizione di causa no? Ci sono film, libri, fumetti che nascono e vivono perché altri pilastri sono stati creati prima di loro e quando non si conosce la storia del genere a volte si rischia di andare in giro zoppi…

“Benvenuti a Zombieland” di Ruben Fleischer

Secondo film del fine settimana horror di Halloween. Avevo sentito parlare molto di questo film e bene e ne ho promosso la visione. Beh mi aspettavo di meglio…devo essere sincera.

Il film è una visione classica ma in ottica comica o leggera del mondo conquistato (o sarebbe meglio dire mangiato?) dagli zombie: un virus scappa di mano da qualche parte nel mondo (di solito l’America…beh dovrebbero piantarla di giocare con i virus zombieggianti!) e nel giro di poco amici, parenti, sconosciuti e semplicemente passanti pensano che la tua ciccia sia la cosa più desiderabile da mangiare, al di là che tu sia d’accordo o meno. I nuovi zombie purtroppo si allontanano dalla loro stirpe per disdegnare il cervello come piatto base della loro alimentazione carnivora e soprattutto sviluppano muscoli e agilità che pochi atleti centometristi hanno per partecipare alle olimpiadi.

http://www.mymovies.it/film/2009/zombieland/

 Il bello di questo film è sicuramente il cast, ma come al solito quando parlo di cinema, parto con la scheda tecnica. Buona lettura!

Regia: 6/7 Mi leggo un po’ di biografia del regista perché non lo conosco e per una volta tanto non è colpa della mia ignoranza: questo film è il suo film d’esordio. E allora va bene! Costruisce un’opera interessante, scegliendo di puntare su un cast ridottissimo, una serie di situazioni che attingono alla storia del classico di genere, punta sulla leggerezza, srazza un po’ sul sentimentale e aggiunge quello che si potrebbe pensare essere un po’ un linguaggio da video musicali anni fumettistici. Si respira aria di freschezza, senza dover cadere nel giovanilismo; strizza l’occhio allo spettatore “veterano” sfidandolo a cercare (se ci sono) riferimenti ad altri film; cita un grande del cinema con uno dei suoi film più amati. Soprattutto guida il cast con attenzione, lasciando a ognuno il suo spazio di “eroe a sua insaputa”. Eppure non spinge bene sulla sua macchina da presa, creando uno stile che sia veramente unico e indimenticabile. Fa un buon compitino, certo con buone basi alle spalle…

Sceneggiatura: 6/7 Come si fa a fare un post apocalittico zombie senza cadere nei cliquè? Non saprei dirlo, perché in effetti la scelta è difficile da realizzare, ma rimanere nel solco della tradizione può essere una buona scelta oppure un già visto. Di certo questo film si basa più sui 4 protagonisti e le loro differenze che vedere davvero come la civiltà umana viva possa sopravvivere di fronte all’emergenza zombie. Alla fine chiunque abbia letto qualche libro o visto qualche film sull’argomento può salvarsi tranquillamente…o no? I 4 sono come quattro icone del “non ho mai avuto a che fare con uno zombie prima d’ora”: Columbus è uno sfigato nerd; Tallhassee è uno schizzato cow boy moderno, ferito nel profondo, ma ancora capace di lasciarsi andare per le piccole cose; Wichita è la scaltra, quella tenera ma che deve dimostrare di essere più stronza dello stronzo più stronzo, così nessuno la ferirà; Little Rock è il futuro, ingenua nella sua voglia di parchi gioco, furba perché sa già cosa è la vita, curiosa, è sicuramente il personaggio più interessante e “veritiero”.

Scenografia e costumi: 6+ Tranne per qualche chicca (vedi alla voce ultimo zombie clown) il resto è molto “normale” e anche qui il compitino è ben fatto senza troppi sforzi. Bella la caretterizzazione estetica dei protagonisti, ma prevedibile.

Fotografia: 7 Nessun sforzo particolare, anche perché qui si ritorna nei ranghi e la fotografia rimane un ottimo supporto senza uscire dai suoi binari. Forse si sono divertiti maggiormente sul finale con le scene al parco giochi di notte: un classico, un prevedibile mi sa, ma che è ben dosato e calibrato fra luci e ombre.

Musica: 6 Ancora una volta non me la ricordo e suppongo che sia un sottofondo non troppo impattante col resto, se non qualche scena particolare. Probabilmente in un film di genere, ma leggero non era richiesto il suo impiego.

Effetti speciali: 7 Un buon film horror non può prescindere da trucco, parrucco e sangue finto, tanto meno se hai a che fare con zombie mangia carne. Al di là degli effetti digitali o meno, il settore trucco&parrucco ha fatto il suo dovere con zombie credibili, mangianti e pezzi di carne come se fossimo da un bravo macellaio.

Cast: 6/7 Mi spiace per gli altri attori, ma Woody Harrelson svetta su tutti con un personaggio sopra le righe (e un po’ te lo aspetti quando rimani solo a combattere non morti…) infantile e adulto nello stesso tempo, scanzonato e molto pratico quando è ora, una buona prova d’attore ma di certo non un film da oscar per lui. Gli altri stanno nella media e vabbè. Menzione speciale per Bill Murrey che in una autocitazione molto ben fatta da al film un momento di dramma inaspettato ma corretto.

Voto: 6/7 Un voto quasi di media (o almeno di media a occhio) perché il film è gradevole, con buoni spunti narrativi e stilistici, ma mi aspettavo molto di più e soprattutto di divertirmi maggiormente. Da vedere comunque in qualche sera in cui si cerca una buona visione senza troppo impegno.

“Sinister” di Scott Derrickson

Metti una sera di fine ottobre, in montagna a casa di amici, chiacchierando e mangiando e bevendo; metti che fuori fa freddo e dentro il camino scalda e un cane coccoloso passa da uno all’altro invitato; metti che è la sera di Halloween e un po’ di paura bisogna averla che tu la racconti o la guardi. Metti che…che è stato il mio fine settimana dei morti e sembra l’inizio di un film horror! Invece i film ce li siamo guardati sballando orari e fregandocene di tante cose se non star bene. Questo è uno dei due e perfetto per la notte piena, cercando di stimolare le peggio paure dell’inconscio. E ci è anche riuscito con me, anche se devo ammetterlo certe scene crude ma non violente mi hanno infastidito più che certi fatti di cronaca nera, costringendomi a guardare a fatica.

http://www.mymovies.it/film/2012/sinister/

L’horror è un genere che amo e odio allo stesso tempo, proprio perché avendo una buona immaginazione se girato bene esso suscita i miei incubi vari ed eventuali. Purtroppo da tantissimo tempo la filmografia di genere ha fatto uscire le peggio cose, magari ricalcando successi del passato, ma mostrando più zizze e sangue che trame vere e proprie; in più ci si è completamente dimenticati che cosa fa veramente paura è il nostro cervello e la sua capacità di sublimare il non detto e di tirar fuori cose che nella storia sono lasciate o buttate lì proprio per quel motivo. Un buon horror paradossalmente parte dal lettore e poi torna sullo schermo…

Partiamo con ordine però.

Regia: 8. Era tantissimo tempo che non avevo strizza guardando un horror e qui l’ho avuta (anche se purtroppo si è persa sul finale). S.D dirige con maestria 3 attori fondamentali: un Ethan Hawke smagrito e depresso, ma senza essere troppo monomaniaco; una musica attrice comprimaria; una storia che si dipana su più fronti. A tutto questo aggiunge una fotografia magistrale e la scelta di pochi attori a dividere la scena. Tutto il film si svolge come una perfetta opera concertistica, trasformando un “banale” thriller in un vero horror psicologico e paranormale.

Sceneggiatura: 6 E questo è un voto basso perché in realtà il film si basa su un’ottima scrittura, priva di buchi narrativi e di bazze pseudo teologiche: solida, logica, consequenziale che unisce due generi in una sola scena. Eppure…eppure…qualcosa non mi ha convinta. Non mi ha convinta la scelta totalmente paranormale…ATTENZIONE SPOILER!!!! che giustifica la scomparsa di un bambino in ogni scena del crimine: mr. boogie man. In Italia il concetto dell’uomo nero è presente, ma nella cinematografia ben poco usato, mentre in quella anglosassone e americana soprattutto invece sì: da l’idea che dall’altra parte dell’oceano siano totalmente terrorizzati dall’idea di un qualcuno che possa rapire i bambini per scopi malvagi. Un’ossessione che è qui sostenuta ancora una volta, ma che purtroppo perde consistenza verso il finale. Scoprire chi compie gli omicidi di famiglie, in un arco di tempo abbastanza lungo, e il perché scompaiano alcuni bambini è il nodo del film, ma avendo caratterizzato tutti il film in un’atmosfera realistica e persistente arrivare a una banale scena di possessione e rapimento sovrannaturale svilisce tutto il lavoro precedente. Avendo lavorato tantissimo sul protagonista, caratterizzandolo bene nella sua mania di rivalsa da scrittore in decadimento, vedere con quale velocità si liquida tutto mi ha infastidito. Sì, io avrei cambiato il rapporto di fra l’Uomo Nero e le sue vittime, dando più consistenza fisica e temporale, creando più collegamenti visibili con i segni, i posti e le persone, mentre invece questa parte è (tranne per un solo e non ben spiegato particolare) un po’ buttato su.

Sceneggiatura e costumi: 7. C’è poco da dire o da fare quando si ambienta un film nella contemporaneità: o è realistico o no. Questo lo è e va bene così.

Fotografia: 8. E’ strano dirlo, ma questa volta non si può prescindere dalla fotografia per essere guidati nei vari piani della storia: dai filmini super 8, alla discesa nell’ombra del protagonista, dal proiettore puntato negli occhi, alle pareti colorate dalla piccola di casa. Tutto ben dosato, scivola da un piano all’altro sottolineando e un po’ preparando lo spettatore a quello che dovrà vedere.

Musica:8. Finalmente un film horror che riprendendo i vecchi stilemi del genere usa la musica e non la subisce. Essa sottolinea tutto, enfatizza tutto e terrorizza come deve fare. Ricorda un po’ l’immortale sequenza dei Goblins in “Profondo Rosso”. Quando si sentono certe note nel film, si capisce subito dove si vuol andare a parare e…paura!

Effetti speciali: 7-  Pochi, giusti e che ti fanno saltare dalla sedia solo a cose fatte, ma senza l’effetto splatter di molti film contemporanei. Non ho molto apprezzato lo svelamento del cattivone, perché ricorda un po’ “Scream” in salsa deformata. Mentre il bambino con terrori notturni dovrebbe essere rinchiuso da qualche parte nel film…

Cast: 6 Tutto gira attorno al protagonista e sinceramente il resto del cast poteva anche stare a casa (come l’inutile personaggio del vice sceriffo…). Questo è un peccato perché alla fine non è che siano molto valutabili gli altri attori, oscurati da E.H magro, con la solita faccia da giovane dietro a quella di adulto, bravo senza strafare, che gioca sulla mimica e sul corpo più che sulle parole. Bravo, non la sua miglior performance, ma bravo.

Voto: 6-7 Malgrado tutti i voti tecnici siano alti e pur apprezzando la bravura del regista di girare questo film, la scelta della sceneggiatura mi ha portato a vedere questo film come niente di così nuovo ed eccezionale, ma anzi mi rimane la sensazione che abbiano sprecato una buona occasione.