Una domenica nerd. Finalmente.

Oggi non mi metterò a scrivere una recensione, ma ho voglia di parlare di me senza dire troppo di me. Avere un blog ci mette nelle condizioni di dire qualcosa di noi ogni volta che esprimiamo un giudizio su qualcosa, sia esso un film o un libro o altro: ci palesiamo, ci mettiamo anche in gioco. Il rischio del gioco è mettere troppo di noi o non mettere nulla diventando come degli automi; la ricerca del consenso cozza con la salvaguardia della privacy. Eppure è bello poter dire qualcosa di noi, delle nostre passioni, delle nostre giornate, come se fosse un ponte per trovare la condivisione con gli altri. Quindi oggi vi parlo come dopo tanto tempo ho passato una di quelle strane e impensate, un regalo quasi, domenica all’insegna del nerd power e del relax.

Vengo da un lungo periodo pesante, umanamente, dove la fatica di rimettere a posto le cose stride con il continuo far saltare tutti i piani di pacificazione a tal punto che mi vien da chiedere se io non stia forzando la mano a voler mettere cose e persone in posti in cui evidentemente non riescono a stare: caparbietà, ottusità, incapacità di accettare il cambiamento. Non lo so. So che in contemporanea mi sono aggrappata ai libri come quando ero ragazzina, leggendo con facilità e rinnovato entusiasmo, trovando libri che parlassero a me in modo toccante e doloroso a volte: crescere dovrebbe aiutarti a capire che i libri ti parlano, che a volte alcuni te li trovi fra le mani perché sono mazzate che devi imparare a incassare, perché alla fine non esistono “libri” come cose da accumulare, ma “libri” come esperienze da vivere. Il 2019 mi ha riservato sin dall’inizio emozioni.

Eppure mi sentivo mutila.

Mi mancavano le serate film. Mi mancano da più di 10 anni, quando non sono più riuscita a farmi un cineforum casalingo settimanale che era un piacere più che un dovere. E non so andare al cinema da sola. Non ce la faccio. Mi sento “sfigata”. Per questo stupido motivo mi sono persa un sacco di film al cinema. Ho permesso che il nero (lo ricordate il Nulla? Quello.) vincesse e si prendesse una parte di me. Ho smesso di guardare film al cinema ma anche a casa, per quanto mi sia comprata una serie di dvd che vagano da una casa all’altra con il sottotitolo “Ah ma adesso me lo guardo proprio!” e puntalmente nulla.

Domenica il destino ha pagato una parte del debito che mi deve.

Domenica tutto è filato nerdosamente bene. E mi ha come ricaricata o almeno coccolata, come i muri che si alzano quando si è, nei film, sotto attacco, e il protagonista è dentro al silenzio ma protetto. Ecco. Quello. Per qualche ora almeno niente attacchi.

Pomeriggio al cinema a vedere “The Avenger: End Game“. Orario da famigliole o ragazzini e forse anche da vetusti nerd che sanno che non dureranno per 3 ore se il film, anche spettacolare, inizia alle 22. C’abbiamo una certa! Tutto iniziò nel lontano 2008 e le cose erano diverse, come le speranze e i sogni; per molti si sono avverati, ma per molti altri sono stati continui buchi nell’acqua. Per fortuna che c’era la Marvel (e anche star wars dai, anche se i film sono orendi, ma almeno tengono desta la speranza. A new hope!) puntuale, quella che ha sfidato le convenzioni e ha portato la gente, i nerd, al cinema anche in estate, periodo vuoto e morto se non per qualche rassegna estiva all’aperto. Ci ha regalato 11 anni di film prendendo a piene mani da 70 anni di fumetto americano con i supereoi (eggià così tanti, ma Capitan America è della seconda guerra mondiale eh!), tagliando qua e là cose e situazioni e confezionando prodotti che sì facevano storcere il naso ai puristi, ma che riavvicinava al cinema un sacco di gente. I film marvel sono diventati un filone e un momento evento creando una vera e propria generazione di appassionati (speriamo che molti siano andati anche al fumetto). La DC ci ha provato a star dietro, ma una è scanzonata e l’altra è oscura come il suo eroe più conosciuto Batman. “The Avenger: End Game” è la fine della terza fase del Marvel Cinematic Universe e tira le fila di tutti i personaggi che abbiamo visto con un baraccone infinito di cose e situazioni dove ognuno mette la sua manina, ma dove allo scontro finale saranno sempre loro 3 a risolvere il tutto…si spera. Cosa succederà poi nessuno ne è certo, ma a luglio ci aspetta Spider Man (che detesto in questa versione infantile). Non vi dirò cosa succede, ma sì si piange e si deve piangere tanto perché è il viale dei ricordi, è il tentativo di rimettere a posto le cose, è…porc Thanos te e il tuo guanto e le f…e gemme! E’ un Thor che non ti aspetti, un Cap degno e fieramente sè stesso senza nessun dubbio, un Iron Man come lo volevi ma che non si tradisce mai…è tanto altro. Non voglio spoileravi nulla, nessuno si merita uno spoiler mentre si legge un post come questo, ma se andate al cinema portatevi le razioni di cibo e bevande e i fazzoletti. Questo film comunque costringe a riguardarsi tutti i film precedenti non tanto perché se si è perso un capitolo certe cose non si capiscono (si capisce tutto, anche se non hai visto, come me, quello appena prima), ma perché è bello dimostrare che niente è davvero finito finché si può vedere e leggere all’infinito.

Mi è piaciuto il film? Senza fare una recensione vera, posso dire che ha dei grossi difetti e delle scelte stilistiche che fanno cadere un po’ le braccia, ma in fin dei conti è un film che va visto, senza nemmeno voler troppo cercare il pelo nell’uovo, perché la fine di 11 anni di film non è una cosa facile da fare e la Disney se l’è portata a casa abbastanza bene.

Altra cosa quasi impossibile da schivare in questi giorni è la serie ottava di Games of Thrones, dove tutto avrà fine ma mai come dovrebbe essere nei libri visto che quel … di Martin non scriverà mai i libri mancanti, tanto meno ora che la fine gliela hanno scritta gli sceneggiatori. Perché (avvertenze: leggere la frase velocemente e con enfasi e anche arrabbiandosi un po’) sbattersi per qualcosa che già sanno come va a finire, anche se non importa se i libri sono diversi con trame lasciate a mezzo e personaggi nella serie mai esistiti, ma che nei libri sono importanti…uffa! Ammetto di non essere stata nè un’appassionata della prima ora dei libri nè di aver seguito tutte le serie, ma la settima serie me la sono guardata su sky e goduta con i sottotitoli sentendo le voci originali. Alla fine se non vuoi che tutti ti raccontino una cosa che avresti guardato un giorno con calma, ti devi adeguare e seguire la corrente col tuo canotto e le tue provviste. La puntata settimanale è una (e se me la perdo mysky vince), di un’oretta, ma che scorre via liscia come l’olio anche se certe pedate sul sedere gliele daresti agli sceneggiatori per aver scritto dei dialoghi di una banalità disarmante…anche qua tocca rimanere sul vago per non far spoiler, sempre per il motivo di sopra.

E siccome la puntata finisce come quando una volta iniziava la buona vecchia seconda serata e si mandavano a letto i bambini, mandatami a letto, pigiamata e sotto le coperte, mentre fuori il freschino entra attraverso la finestra e dà ancora quel sentore di coperte fino al mento, ho finito la domenica leggendo il libro “Guerre Stellari” di George Lucas, in una vecchia edizione Oscar Mondadori, e che altro non è che il famoso quarto episodio della serie ovvero “A new hope”. Leggerlo è rivedere le scene esatte del film, ma con qualche aggiunta in più per rendere più completa l’atmosfera e i personaggi. Non mi aspettavo che mi piacesse così tanto da farmi risvegliare la forza in me, anche se leggere Artoo Deetoo o Threpoo è difficilissimo quando sai che sono R2D2 e C3Po.

Poi quando il tepore delle coperte ha preso il sopravvento e io mi sono lasciata cullare da tutta quella nerditudine che mi pervadeva; dall’aver condiviso 3 ore di cinema non solo con la marea di gente chiacchierante ma anche compagnia piacevole con cui confrontarsi; dall’essermi goduta senza interruzioni la tv, a quel punto dicevo ho capito di essermi goduta una splendida domenica senza pensieri, recuperando quello che mi piace e mi fa star bene, condividendo e svuotandomi dei miei pensieri per un po’ d’ore. Il mio carattere mi farebbe dire che ora vivrò con l’angoscia di non sapere quando mi ricapiterà un momento così bello, ma non so rispondere: so solo che metto in saccoccia la domenica nerd e prego Chi di dovere che me ne mandi altre.

May the force be with you sul Trono e giocando con la gemma dell’infinito.

“La vendetta di Salazar” di Joachim Rønning, Espen Sandberg

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Sul sito di mymovies.it la recensione

Spiegatemi una cosa: quale è il problema della Disney oltre a fagocitarsi tutte le saghe possibili immaginabili e renderle tutte estremamente banali e sempre più demenziali? Hanno perso l’ispirazione? Pagano a cottimo gli sceneggiatori? Una cassetta di mele e pere al posto del vil denaro e quindi la resa è quanto meno ridicola? Ditemelo perché io devo capire perché gli ultimi 10 anni di film di avventura (che siano per mare o per spazio) si riducano tutte, non in grande put…aaaane come direbbe Carlo Martello nella sua omonima canzone, ma a grandi effetti speciali e fuffa a quintali. Fuffa. Ecco cosa sono i film Disney. E per me che son cresciuta con i suoi cartoni animati, tutto ciò è un tradimento. Altro che staccare le maniche della giacca!

Le storie di pirati nel nostro immaginario si possono dividere in due filoni: uno è il cappa e spada per terra e per mare, l’altro l’immaginario ultraterreno che anima il mare. La saga de “I pirati dei Caraibi” appartiene di diritto al secondo filone, che in realtà è molto più complesso di quanto si creda per svariati motivi: nella mitologia del mare ci sono canoni da rispettare (tipo i kraken o i maelstrom), ci sono leggende immortali (tipo l’Olandese Volante) che hanno attraversato i secoli, ci sono libri che hanno contribuito ad aumentarne il fascino. Tutto ciò non si può dimenticare mischiando cose e persone come i peggiori libercoli alla Dan Brown (sia chiaro che per me lui è il sinonimo dello scrittore fuffa che saccheggia a piene mani la Storia e leggenda per mero profitto. Non mi piace e non difendetelo qua. Piuttosto smettete di leggere questo post o il mio blog se siete dei fan). Il primo film aveva fatto ben sperare regalandoci una vera avventura in mare con tanto di mistero, magia, cattivi a non finire e buoni fessi che si salvano. Il problema è stato che fra tutti spiccò un certo Johnny Depp con un assurdo pirata scapestrato di nome Jack Sparrow e la folla andò in delirio. In effetti nel primo episodio fu il grandioso contro altare del grande Barbossa/ G. Rush, mentre un timido Orlando Bloom ricopriva il buono bello e pieno di grandi sogni. Il secondo episodio vedono i due cuoricini Will Turner & Elizabeth Swann (e già qua a me ricordava moooolto “Monkey Island”) andar per mare e aiutare Jack che iniziava sempre più a prendere piede; per fortuna di tutti dall’altra parte c’era un maestoso e drammatico David Jones pirata maledetto e la stupenda Calipso. Il mondo dei pirati sembrava ampliarsi, grazie a uno studio sapiente delle scenografie, dei costumi e dei diversi mari dei pirati: uno studio che lasciava ben sperare in qualcosa che avrebbe potuto davvero rendere vivi ancora una volta i pirati in questo secolo.

E invece vollero strafare. Tronfi del fatto che il pubblico è cieco e fesso e basta dargli dei personaggi gigioni e sono tutti contenti, il terzo episodio non avrebbe nemmeno dovuto nascere. Il quarto manco mi ricordo se l’ho visto…e se riguardo bene manco il terzo riesco a ricordarmelo. Deve avermi proprio fatto schifo e son convinta anche di averlo visto al cinema. Mah.

Stasera invece, complice sky, il caldo e la necessità di guardarmi un film, ho recuperato “La vendetta di Salazar”. Ecco…dire che mi sono annoiata è dire tutto.

Non che le scenografie o i costumi non fossero all’altezza, anzi: credo che insieme a “Harry Potter” sia la saga con più investimento in tal senso, visto che sembra davvero che abbiano voluto ricreare un mondo credibile. Un investimento di impegno, di lavoro, di mestranze che non hanno riscontro col resto del prodotto film. La regia e la recitazione sono appena sopra al livello di accettabilità, come se lavorare in un filmone in cui tutti andranno a vedere comunque, non spingesse tutti a dare il massimo oppure non è che il copione obbligasse a prove d’attore. Un J.Depp stanco e annoiato, forse conscio che è oramai intrappolato in quel personaggio autodistruttivo di Sparrow, fa il suo minimo sindacale, pur essendo il protagonista. Bardem che è un signor attore si trova imprigionato nella computer grafica che mangia ogni suo tentativo di rendere Salazar un cattivo vendicativo di tutto rispetto. Rush che potrebbe avere una svolta nel personaggio, con l’unico elemento di dramma inaspettato, si butta via sperando di non essere più richiamato a rivestire i panni e la gamba di legno di Barbossa (gran bel personaggio in ogni modo). E la nuova coppietta amorosa du du da da da è talmente scontata e anonima

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l’unico vero Guybrush è pixxelloso.

che passa in secondo piano, se non fosse che a questo giro Henry Turner è vestito quasi uguale a Guybrush Threepwood. A ‘sto giro chi nega che la saga è tratta dal celeberrimo gioco della Lucas Art (sempre sia benedetta) si merita un giro di chiglia.

La trama è il vero fallimento di questa saga. Ci sono sempre gli stessi passaggi: la coppia innamorata, il cattivone di mezzo, una maledizione, la Perla Nera, Jack Sparrow nei casini, lo scontro navale finale, tante botte di fortuna, tutto a posto, ciao alla prossima. Va bene una volta, due ok la si regge, ma al quinto capitolo è noia pura.

Si sprecano almeno due personaggi: Salazar e Sparrow. Il primo perché è un cattivo che viene spiegato e bruciato in cinque minuti col classico spiegone al momento in cui ci si sta addormentando sulla poltrona. Il secondo perché non avrebbe bisogno del tridente per risolvere i suoi problemi, ma un buon terapista. Oltre all’alcolismo, seriamente quali e quanti problemi ha questo personaggio per essere assolutamente incapace di usare in modo produttivo le sue capacità e i suoi saperi? Si salva sempre senza fare nulla, la quantità di fortuna e di gag alla Benny Hill si sprecano; ha a che fare con le più grandi magie e o non si ricorda mai come si gestiscono, credo a causa dell’etanolo nel cervello, o cosa siano o perché ci sono o che non si dovrebbero stuzzicare. E’ un giullare stanco che va avanti per fortuna e per una sceneggiatura favorevole, ma non aggiunge nulla di nuovo a se stesso o alla storia: è chiuso nella sua fantomatica ruota da criceto e continua a girare intorno senza fine come una vera maledizione. Ma perché? Non dico di renderlo serio, ma averlo trasformato in una macchietta triste non gli ha giovato.

Gli effetti speciali passano dall’ottima resa all’inutile esagerazione, ma almeno son sempre a buoni livelli spettacolari, se togliamo la scena di Sparrow giovane…brrr…rabbrividiamo (cit.).

Quindi dopo due ore e passa mi chiedo che senso abbia questa che risulta essere una stanca operazione commerciale che non porta niente a nessuno. Oddio, la gente continuerà ad andare al cinema, tanto va a vedere i cinepanettoni che sono idientici a se stessi dagli anni ’90 ad ora, e alle case di distribuzione e ai registi importerà poco il perché o il percome, basta che paghino. Questo però non è incoraggiante per nessuno, tanto meno per i veri appassionati di cinema o per quelli che cercano uno svago appena più elevato del cervello piatto che ride a comando.

Le storie di pirati sono una delle cose più avventurose che ci portiamo dietro dai secoli. Rovinarle in questo modo è un po’ desolante.

Scheda tecnica stringata

Regia 5; Scenografia 7 e mezzo; Sceneggiatura 4; Costumi 7; Effetti Speciali 7 ; Musica 6 (musica sul tema classico, senza discostarsi di più.); Fotografia 7; Cast 7 (sprecatissimo, ma non si può non rilevare la caratura dei singoli).

Voto: 6. La sufficienza se la porta a casa, ma per la tecnica e non per il cuore.

Il sito mymovies.it dedica un’intera pagina alle diverse critiche e il primo commento è azzeccatissimo. Vi metto il link per leggere tutto.

“Hannah Arendt” di Margarethe von Trotta

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recensione del sito my.movies.it

Mi sono imbattuta per caso in questo film l’altra sera e avendone visto per caso uno spezzone su fb, mi sono messa a guardarlo. Film piacevole e molto interessante.

Ci sono, almeno per me, tre temi in questo film:

  1. la questione ebraica legata al nazismo con processi e documentazione storica
  2. la condizione delle donne intellettuali di un certo peso
  3. l’importanza di andare controcorrente anche di fronte “all’evidenza”.

Partiamo con ordine.

Il primo punto è la trama di tutto il film, il sottofondo. Infatti la registra narra la vicenda della Arendt durante il processo ad Adolf Eichmann, rapito dal Mossad e portato a Gerusalemme per essere giudicato. In realtà è la nascita e la difesa di quello che diventerà forse il suo libro più famoso “La banalità del male” il punto nodale del film: come lei andò per il “New Yorker” a seguire il processo, come scrisse lunghi articoli controversi e contrastanti con la cronaca comune, come lei difese la sua posizione sia all’interno della sua piccola cerchia di amici intellettuali (ebrei e non solo) che all’esterno nell’università in cui insegnava. Di contorno fanno da sponda l’amore per il marito e poeta Heinrich Blücher e l’amore di ragazza per il filosofo e maestro Martin Heidegger: due amori diametralmente opposti e di valore sentimentale non paragonabile dove il primo pare la pienezza di una coppia unita da rispetto e strasporto passionale e intellettuale (col marito la Arendt pare sorridere e rilassarsi come se venisse da lui veramente compresa anche nelle differenze di intenti); mentre il secondo sproporzionato dal rapporto maestro allieva, dove la seconda non appare così sottomessa come si vorrebbe ma di certo colpita dal cervello del primo.

Come ben si sa la Arendt con il suo libro sconvolse tutto il mondo perché non si allineò con la vulgata dei nazisti fisicamente incarnazione del male, ma quell’aspetto di “banale burocrate” mal si conciliava con la vendetta che tutti si aspettavano di leggere. In più la posizione contestata da lei di certi capi ebraici, la rese quasi una nemica del suo popolo. E qui si apre un’altro aspetto: nel film la protagonista (che è quasi sempre presente sul video) non si ritiene parte di un popolo, non è la paladina di una linea di sangue, non è la portavoce di millenni di Storia, ma non può che rispondere che “un crimine contro gli ebrei è un crimine contro l’umanità” con la fermezza con cui non si può affermare il contrario in ogni modo.

Guardatevi il pezzo del film finale (non vi toglierà nulla dalla visione, pensare che in questo film sia possibile fare spoiler è un po’ ingenuo non credete?) e vedrete il succo del film. Questo il link su youtube.

Ora parliamo invece dei due aspetti che più mi hanno colpito e che me sono sotto temi molto importanti.

Quello di difendere le proprie idee soprattutto quando vanno contro la corrente di pensiero unica è tipico di chi, volenti o nolenti, ha una visione della vita diversa e più complessa degli altri. Snobbismo? Arroganza? Non credo, ma credo che ci siano persone che vengano come “illuminate” e riescano a vedere oltre la cortina a cui tutti si fermano e devono affermare fortissimamente quello che vedono. Difendere la propria posizione diventa come un assedio a cui non ci si può ritirare. Cosa sarebbe stata la nostra filosofia moderna, i nostri ragionamenti, le nostre speculazioni se la Arendt avesse accettato di modificare il suo lavoro? Noi non saremmo tutt’ora sconvolti da un libro che è di suo sconvolgente e che ci obbliga, molto più che altri, a renderci conto non solo che il male è così banale da essere ovunque, ma che a volte ha la faccia anonima di un burocrate “che faceva solo il suo dovere”. Lei capiva che il suo non arrendersi era per se stessa fondamentale perché doveroso alla propria coscienza, ma anche perché quello che diceva era un pugno nello stomaco che non si poteva evitare. Come non si poteva evitare pensare che certe scelte fatte anche in buona fede da certi capi ebrei abbiano portato conseguenze inaspettate e nefaste (nel film si parla della possibilità di avere meno morti). Non mi esprimo sul dato storico, perché non ne ho conoscenza, ma è vero sottolineare come a volte sia difficile per tanti riuscire a vedere oltre all’immediato e cogliere in anticipo i frutti dei propri gesti.

L’altro punto correlato è la questione femminile. La registra ha trattato più volte altri personaggi femminili storici di un certo peso e quindi la sua visione è probabilmente anche quella di sottolineare come esse abbiano suscitato l’ostilità dei colleghi intellettuali o no maschi. Nel film la Arendt viene da più personaggi maschili tacciata di arroganza con la saccenza di un padre che giudica un ragazzino che non sta alle regole; viene minacciata di perdere la cattedra se non ritratta. E ogni volta lei rifiuta con orgoglio: di fronte a figurine timorose che non sono davvero in grado di confutare le sue argomentazioni, lei oppena se stessa corpo e parole (e sirgarette anche). Mi chiedo se al suo posto ci fosse stato un uomo, se le argomentazioni e la spocchia degli oppositori sarebbe stata la stessa…forse sì, non lo sapremo mai, ma forse sarebbe mancata quella paternalistica idea di rimettere qualcuno in riga. Non voglio fare di questo film un film femminista, perché non lo è o almeno non lo è in senso comune: è “solo” un film che parla di una donna forte con un pensiero forte, frutto di un suo personale cammino di consapevolezza intellettuale e questo non è femminismo.

Scheda tecnica stringata

Regia 8; Scenografia 7 e mezzo; Sceneggiatura 7; Costumi 7; Effetti Speciali 7 (il processo è composto da spezzoni delle riprese di allora); Musica 6 (sottofondo? C’era? Sta cosa che non riesco a ricordarmi le musiche inizia a preoccuparmi); Fotografia 7; Cast 8 (bravi tutti e ben calati nei loro personaggi, nel senso che non sembrano mai fuori contesto. Poi che davvero fossero così le persone reali non saprei dirlo)

Voto finale: 7 e mezzo. Un film da vedere sia se amate le biografie, sia se volete aggiungere tasselli alla questione processi ai nazisti, sia se volete conoscere meglio certi personaggi del nostro ultimo secolo.

 

Link da segnalare

La banalità del male.

Il libro “La banalità del male” secondo anobii

Biografia di Hannah Arendt (fonte wikipedia)

 

 

“It follows” di David Robert Mitchell

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Aspettiamo che inizi il film a “I Giardini della paura”

“Il peggior pubblico presente ai Giardini” chiosa uno spettatore dietro al mio amico. Ah, già scusate, non abbiamo compreso l’occhio della madre di questo film, ce ne scusiamo tutti in coro. Non abbiamo compreso oltre agli omaggi chiari e fin troppo palesi, ma senza costrutto, alla cinematografia degli anni ’80, dall’ambientazione al modo di girare, alle riprese, ai costumi. E scusate se abbiamo riso e applaudito nei momenti “comici” in un film che di comico non doveva avere nulla: perché quando in un horror più di una persona scappa sonoramente a ridere o lo hai fatto apposta o qualcosa non quadra.

Che cosa è un horror per i comuni mortali? Un film che ti mette addosso angoscia, paura e quel sottile ma non troppo sentore che potrebbe essere vero; dovrebbe obbligarti a controllare inconsciamente dietro le spalle, quel rumore strano che non riesci a definire, quella persona che cammina; farti rimpiangere di aver spento la luce (o dato via al cuginetto piccolo, quella lucina che ti aiutava a sopportare le lunghe notti buie piene di mostri quanto eri piccolo). Insomma cose così. Se in un horror devo guardare le citazioni, l’uso della camera come il regista xyz allora, a mio sindacabilissimo parere, qualcosa non quadra. Saremmo stati anche il peggior pubblico dei giardini (della paura), ma di certo questo film non è parso il capolavoro che le recensioni hanno scritto.

Prima fra tutte quella su mymovies.it che gli assegna un 3,29 su 5 portando la freccetta sul lato dei film da non perdere. Ne sottolinea il valore di paura strisciante in un'”America puritana e sessuofobica” in cui la maledizione si trasmette per via sessuale. L’Internazionale si barcamena in una disquisizione filosofica che fa addormentare dopo cinque minuti da quanta prosopopea emana, ma centra il punto in due passaggi:

È come se David Robert Michell avesse smontato un film dell’orrore e avesse messo ogni suo tassello narrativo in una teca di cristallo o su un piedistallo. Con tanto di didascalia. 

e

Forse la vera forza di questo film è la sua assoluta libertà dalla schiavitù della trama. Non sono possibili spoiler per It follows perché non c’è nulla da spoilerare. 

Ragioniamo un attimo su sta cosa. A mio parere se si smonta un film come si smonta una automobile e si mettono i pezzi su un piedistallo, la macchina non va più e tu la guardi e basta ma se devi andare in vacanza ti devi cercare un altro mezzo. Una macchina come un film deve fare il suo mero lavoro che non è solo farsi guardare ma raccontare (per i film), portarti in giro (per la macchina). Un film poi per quanto possa essere considerato un mero mezzo di comunicazione, assume in sè molti elementi: dalla recitazione come il teatro, dalla narrativa come la scrittura, dall’emozionare come tutti i media alla fine. E ogni genere narrativo ha la sua peculiarità: l’horror deve spaventare. Se lo spezzetti e lo metti sotto vuoto la paura gira da sola dentro una teca e poi si autodistrugge. Non è difficile capirlo. La paura si alimenta e si auto alimenta quando dallo sceneggiatore passa, attraverso alla regia, alla mente dello spettatore e continua a riprodursi cercando appigli continui, palesandosi quando meno ce lo si aspetta. Se la paura non fa paura che paura è?

Seconda cosa, che per me è la più terribile, la trama non dice nulla. Come sarebbe a dire ‘sta cosa? E’ come se io mi mettessi qua e iniziassi a scrivere parole a caso, legate fra di loro solo da fili invisibili, e dopo 1000 e più battute mettessi un punto e vi lasciassi così, senza farvi capire un nulla se non un vago sentore di un’idea di qualcosa (ecco, come queste ultime parole). E’ vero che siamo abituati alla verbosità, a sentire le persone che si parlano addosso, che amano sentire la loro voce anche quando è scritta, che perdiamo il senso delle parole stesse: quello di comunicare qualcosa. Se la trama non esiste, cosa significa tutto ciò? Per me significa che a qualcuno piaceva parlarsi addosso e far vedere come era bravo (un po’ come i bambini quando sono piccoli). Non mi quadra tutto ciò.

Tre sono gli elementi ricorrenti in più recensioni e che condivido:

  1. la maledizione che si trasmette attraverso via sessuale sembra quasi fare riferimento a tutte le malattie venere, Hiv in primis, che si possono trasmettere senza essere consapevole del rischio
  2. la solitudine dei ragazzi in una Detroit praticamente vuota di adulti.
  3. la resa del mostro.

Ora sul primo elemento niente da dire: ogni momento parte e si allontana seguendo la scia del sesso, con le parole “profetiche” del primo maledetto quando attacca la maledizione alla protagonista: la devi passare (che potrebbe anche essere letto come un “la devi dare”). Peccato che la protagonista e la sua genga di giovini amici esclusi dalla società dei loro simili (c’è la secchiona, quello sfigato, l’amica carina ma boh e il fattone che cucca un sacco di ragazze…che però faranno una brutta fine) si dimentichino il piccolo particolare a loro detto che devono spiegare allo sfigato di turno cosa accade. In fondo…che importanza ha? In fondo è importante fare sesso, farlo anche se ti becchi il mostro, farlo con chiunque (prostitute e passanti ammessi, anche se il regista non da conferma della consumazione glissando con leggerezza. I commenti sono pieni di domande su chi ha fatto sesso con chi), farlo e non dire nulla. Anche lo sfigato del gruppo pur di poterla avere dalla bella e maledetta accetta di prendersi il mostro…ma veramente?

Il secondo elemento è sia positivo che negativo. Rientra in quello che per me è la visione d’omaggio alla cinematografia degli anni ’80 dove si sposta l’interesse dalle vicende dei grandi per seguire i ragazzi nel loro percorso di crescita dall’adolescenza alla maturità: adulti di contorno, poco presenti, a volte dannosi. Qui si enfatizza l’assenza e da sicuramente quel senso di straniamento, di inevitabile solitudine, di incomprensione. Sarebbe positivo per un film narrativo, uno di quelli che si sofferma sui problemi del mondo con lunghi silenzi e movimenti di camera; è negativo perché i ragazzi sono totalmente inermi di fronte al mostro e non ci sono supporti di trama per sopperire a questa mancanza. I ragazzi non sono abbastanza nerd o disadattati per conoscere una qualche religione astrusa su cui lavorare per combattere il mostro e non conoscono alcun adulto senziente e utile (di solito qui appare un rabbino/sacerdote più o meno entro alle loro gerarchie oppure un professore vario ed eventuale), senza per forza scadere nello spiegone. I ragazzi subiscono e basta, anche se ogni tanto hanno un qualche rigurgito di opposizione e tentativo di distruggere il male, con scarsi e ridicoli risultati. Noia. Mi spiace, ma qui dopo un po’ subentra la noia.

Il terzo elemento è quello sicuramente più interessante e che fa del film un film di genere. Il mostro non ha un aspetto suo, ma assume le sembianze a caso di persone più o meno conosciute dalla vittima. Come lo si riconosce? Dalla camminata. Il mostro “non ha tempo e non ha fretta” (lo diceva la mia professoressa di greco del liceo riguardo agli dei); cammina con passo dinoccolato, un po’ zombesco; punta alla sua preda senza farsi distrarre dagli altri, come se avesse il mirino puntato. Ha un vero e solo difetto: quando trova le porte di casa chiuse a chiave, si dà al vandalismo e spacca le finestre con un sasso… Detto questo, questo aspetto è sicuramente il più riuscito dal regista dove si vede che si sbizzarrisce con movimenti di camera, entrate in scena di personaggi muti e “inutili” buoni a spostare l’attenzione dello spettatore e far provare almeno un sentore di brivido.

Potrei continuare ancora per molto, ma alla fine il succo è quello. Il film sembra un tentativo di essere più incisivo dello spot degli anni ’90 con l’alone viola per mettere in guarda dalle malattie veneree e sessuali; è un omaggio sfacciato; non mi ha fatto paura e non riesco a capire come la gente possa aver avuto paura di questo film. Parlo di paura vera e non di brividini vari ed eventuali.

Scheda tecnica stringata

Regia 6; Scenografia 7 e mezzo; Sceneggiatura 4; Costumi 7; Effetti Speciali 7; Musica 7 (ma deve avermi infastidito perché non la ricordo bene); Fotografia 7; Cast 6 (senza infamia e senza lode).

Voto finale: 5. Volete proprio vederlo? Allora guardatelo per altro e non perché è un horror.

Aggiungo qualche link nel caso voleste leggere recensioni positive e molto ben scritte e documentate e con tante citazioni che fanno quelli che ne sanno un sacco. Movieplayer I 400 calci tanto per citarne altri due con qualche commento in aggiunta.

“I guardiani della galassia vol.2” di James Gunn

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recensione di mymovies.it

Quando era uscito il primo capitolo di questo film ero rimasta sconvolta di come mi avesse preso, divertito, coinvolta e fatta ballare sulla seggiolina del cinema e nello stesso tempo era tratto dall’ennesimo fumetto che non conoscevo. Ma io dove ho vissuto tutto questo tempo? (Dovrei farmela tatuare questa frase, perché ho un sacco di cose da conoscere). Aspettare questo secondo volume non è stato ansiogeno, ma la preoccupazione che fosse una ciofeca c’era. Poi sono usciti i trailers, ma di quelli non bisogna fidarsi troppo soprattutto per film così spettacolari (non è raro pensare che montino le scene migliori solo per accalappiare la gente, la stessa che poi esce dal cinema chiedendosi cosa sia andato a vedere). Poi indiscrezioni e lì un po’ si trema. Insomma sperare che fosse all’altezza delle aspettative. Comunque tagliamo il preambolo che poi diventa una lagna: sono andata a vederlo il giorno dell’uscita in Italia, il 25 aprile.

E………. (sì non bastano i puntini!) porcalamiserialadraimpestata è bello!!!!

I protagonisti sono gli stessi, ci sono dei cattivi in più, c’è un super cattivo che spiega qualcosa in più del nostro Starlord, ma alla fine loro sono loro.

-attenzione la lettura successiva potrebbe contenere spoiler, anche grossi. Non lo faccio apposta, ma parlare di questo film non è semplice senza rivelare più del dovuto per una normale recensione.-

Sì, sono loro, qualche tempo dopo e qualche casino in più. Sembra che i loro rapporti siano un po’ congelati, come se il tempo avesse deciso di sistemare i particolare, lasciando stare i “non detti fra di loro“. Groot non è cresciuto di tanto, ma è una piantina con gli occhi grandi e la capacità di comprensione apparente di un cactus sasso; Drax rimane surreale, spaccone e “stronzo” (nel senso che ti dice la verità in faccia senza filtri e fregandosene se te la vuoi sentir dire) come sempre; Rocket vorremmo che si fosse calmato, ma è solo più infeltrito senza la versione grande di Groot (che serviva a tenerlo buono, dandogli modo di fare le peggio cose; invece ora i ruoli si sono invertiti e non è che piaccia molto al nostro “procione”, anzi proprio per niente); Gamora è quella solida, ma troppo controllata, insicura per lasciarsi davvero andare e scendere al livello assurdo dei suoi compagni di viaggio.

I piani di visione di questo film sono almeno due chiari: Rocket che ruba delle batterie supermegastrafighe e costosissime a un pianeta e popolazione ipermega fighetti (manco gli elfi de “Lo Hobbit” sono così statici e soprattutto non hanno un’enorme sala videogiochi con cui scorrazzare per l’universo davvero, fondendo realtà virtuale e realtà reale), con annessi e connessi di fughe e contro fughe; Starlord incontra suo padre Ego. Già solo così basterebbe un solo film, ma questo è solo un modo per raccontare un altro tipo di storia, una storia che non ti aspetteresti mai da un film tratto da un fumetto: qui si parla di famiglia e di padri. Ebbene sì, il tema, il sotto tema chiamiamolo così, è proprio questo ed è anche trattato con i contro fiocchi. Starlord ha un padre genetico alieno che se ne è ben sbattuto di lui e della madre (e della morte di lei che però a quanto pare è ben più dolorosa di quanto lo fosse già all’inizio del primo film, a tal punto da contendere lo scettro dell’inizio più drammatico e doloroso con il film “Up”) e un non-padre che lo ha rapito proprio alla dipartita dell’unico genitore amorevole: Ego contro Yondu. Una bella gara che con facilità dovrebbe vincere il primo, con quel suo sguardo tranquillo, l’aspetto accogliente, il capello a posto (stiamo parlando di Kurt Russell!) e il suo bel pianeta ipercolorato, mentre il secondo è un ladro, un truffatore, un ladro di bambini per giunta! In realtà a ben guardare le cose non solo sono più complesse, ma proprio per tale motivo sono anche più semplici: il padre dio con quel suo nome fa capire bene quello che è davvero e cosa si aspetti dal figlio, cosa che solo Crono era riuscito a fare mangiandosi figli uno dopo l’altro per non dover soccombere alla profezia; mentre l’altro rimane al fianco di quel ragazzino smilzo, utile per infilarsi nei posti stretti per rubare, diventato oramai un uomo ed è lì, con tutti i suoi difetti, senza maschere, senza filtri, senza voler comprare nessun affetto, anzi portandosi dietro i suoi difetti. Yondu si rivela essere un personaggio ben più complesso di quello che aveva dato a credere nel primo film, di quelli a cui non daresti 3 soldi come credito di sentimenti ed invece rileggi tutte le azioni sotto quella luce: sì, lo aveva rapito ma per volere di Ego e sì, lo aveva rapito anche da Ego una volta capito cosa quell’essere faceva coi propri figli. E non era una bella cosa.

Nel mentre Gamora, così solida, così donna tutta di un pezzo, così sicura di se stessa, persa quella faccia da aliena liberata dalle catene, si trova ad affrontare due sentimenti che non sono robina: quel non detto con Starlord e sua sorella Nebula che la vuole morta. Anche loro sono una bella coppia di famigliari eh!, ma anche loro subiscono gli effetti di un distorto ruolo paterno che invece di essere colui che istruisce e spinge a superare i limiti, è colui che mette i figli uno contro l’altro per poi dominare l’unico rimasto. Un altro padre distruttore di sentimenti, fiero di esserlo, senza capire quanto patetico risulti essere, ma alla fine nemmeno gli interessa essere padre: per figure come Ego e Thanos (e i nomi non sono a caso) non si può nemmeno parlare di padri e nemmeno di veri e propri genitori, ma forse di addestratori di uomini e donne (il secondo) e parassiti di capacità (il primo); siamo noi a dare loro un ruolo che non potranno mai ricoprire. Ecco quindi che le due sorelle, costrette a combattersi da sempre con esiti disastrosi evidenti su una, dovranno fare i conti fra di loro e farli davvero, arrivando a doversi scontrare l’ultima volta non più con le armi ma con i propri sentimenti per capire che in fondo possono davvero ricominciare e rinunciare al passato doloroso.

Gamora e Starlord. Beh…loro sono il loro stesso non detto fra di loro. E devono decidere, come dice Drax se essere entrambi gente che balla o che non balla, perché così non vanno da nessuna parte insieme e si vede lontano un miglio stellare che non possono non stare insieme (sì, siamo delle romanticone, ma cacchio!!!).

Sì, questo film parla di tante cose, inseguimenti, sparatorie, mostroni, alieni vari, pianeti strani, compagni di viaggio e compagnie di spacconi stellari, ma parla di famiglia. Profondamente. E se la cosa non l’avete capita, mi spiace, ma forse vivete quella fase in cui date tutto per scontato perché tizio caio e sempronio vi siedono a fianco da una vita e non vi fate mai una cacchio di domanda del perché. Mi spiace ma se avete trovato noioso questo film vuol dire che non solo questo film non fa per voi, ma che qualcosa di scontato ottenebra ogni vostro sentimento e, fatevelo dire, i noiosi siete voi.

Leggetevi anche questo bel post che ho trovato giusto giusto oggi prima di scrivere questa recensione: è una analisi in stile freudiano, con tanto di rapporti e fasi delle persone, ma è ben scritto e ovviamente mette tanta carne al fuoco (soprattutto per quelle donne che vorrebbero essere Gamora o che lo sono ma non riescono a trovare il proprio Starlord).

VOTO: 8

Scheda tecnica veloce:

Regia 8; sceneggiatura 7/8; scenografia 7; fotografia 7 e mezzo; costumi 7; effetti speciali 8; musica 9; cast 8. Come al solito la musica ti fa ballare sui seggiolini e a questo giro è anche più appropriata del primo (senza balletti brutti alla fine del film per incastrare il cattivone di turno. Non glielo perdonerò mai al primo film, si sappia!). E il cast ha un sacco di cameo meravigliosi che denotano che gli attori bravi oramai si divertono come scemi a uscire dalla loro comfort zone e gli spettatori approvano.

“Fury” di David Ayer

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Titoli di coda al cinema. Credo che sia l’immagine perfetta per far comprendere il film.

Se siete appassionati di cinema di guerra questo film fa per voi, ma solo se avete intenzione di guardarlo non come una rievocazione di un evento, come il documentario di una storia, il racconto cronachistico di un momento. “Fury” è un film di guerra, ma nell’ottica in cui guarda i soldati, in cui ne scruta i volti, le segue il lento scivolare in un altro piano di vita e morale.

Noi siamo sempre bravi a sederci su una seggiolina del cinema, al caldo delle nostre case e pretendere che il film ci emozioni, a comando, come una scimmia ammaestrata. Quando il film non corrisponde alle nostre richieste allora tiriamo le noccioline contro lo schermo. Perché dico questo? Perché le recensioni a questo film sia su www.mymovies.it che i commenti usciti dal cinema sono stati per me fuori luogo. Questo è un film diverso. Non ha gli schizzi di sangue sullo schermo come “Salvate il soldato Ryan”, che alla fine strizza l’occhio agli amanti dello splatter, non è l’eroismo alla John Wayne che l’epica americana ci ha raccontato, non è il verismo all’italiana, non è nemmeno la critica di Altman (ricordate “M.A.S.H.”?) o di Kubrick , eppure è un po’ tutto questo senza esserlo. Quando mi sono seduta, dopo poco, ho capito che chi raccontava la storia sapeva quel che stava dicendo: è una mera questione di linguaggio. Poi dopo scopro che il regista è un ex-marine. Ecco spiegato tutto.

Chi non capisce questo film, doloroso e splendido, chi si ferma sulle inesattezze ricostruttive, chi cerca il pelo nell’uovo della manovra x sbagliata fatta dal carro armato y, non ha capito questo film. Questo film è nel colore, nella fotografia, nello sporco della pelle e dei vestiti, del senso di appicicaticcio fatto di sudore sangue e morte e ferro; questo film è nei movimenti di sguardo di Brad Pitt (Wardaddy), nell’esagerazione dei gesti di Jon Bernthal (Grady Travis) o di Michael Peña (Gordo), nell’attaccamento salvifico alla Bibbia di Shia LaBeouf (Bibbia) e nella discesa e risalita di Logan Lerman (Norman/Macchina). Perché il film racconta attraverso loro, quello che i non soldati professionisti hanno dovuto subire per diventare soldati professionisti e vincere una guerra. Noi ci sediamo sulla nostra poltroncina, pieni della nostra retorica sulla guerra (qualsiasi essa sia, sia pro che contro), nati in una generazione che non ha visto la guerra, non l’ha subita, non ha visto partire i propri cari e non è partita per il fronte e che al massimo sfoggia i racconti del nonno per far il figo in qualche consesso di intellettuali. Sì, mi spiace essere cruda, ma sono molto stanca di sentire commenti di gente che certe cose non le capirà mai. Quando ci sediamo al cinema e vediamo un film ambientato alla fine della seconda guerra mondiale, non ci pensiamo mai che quei soldati non sono professionisti, non hanno scelto di fare la guerra perché “è il mestiere più bello del mondo”, ma magari erano a fare altro e sono stati mandati al fronte per difendere la patria o perchè era il dovere. Guardare Norman e non capire la disperazione di un ragazzino che aveva studiato per fare il dattilografo e che doveva andare non al fronte, ma seduto a fianco di qualche altro “impiegato” in terreno di guerra, vuol dire non capire il dramma e quindi non capire questo film. Wardaddy che lo obbliga a uccidere un tedesco non è lo stronzo capo che gode della morte, ma è il capitano che sa che ora non si può tornare indietro e che la morte prima la affronti e meglio riuscirai a sopportarla; che lo manda a letto con la ragazzina tedesca in modo che loro due giovani (“Sono vivi” dice e sembra una condanna a morte per tutti gli altri) non è il pappone, ma colui che cerca di preservare la vita a due che non sono pronti allo schifo attorno. Bibbia che si attacca a Dio in modo totale e quasi fanatico è l’uomo che pur uccidendo deve trovare il senso etico a quello che fa, perché se si ferma a pensare non troverebbe altra risposta se non la morte. Si potrebbero fare tanti esempi, ma alla fine o si riesce a vedere il film con questa ottica o non lo si vede e in base a questo si riesce a giudicare.

Menzione particolare per Brad Pitt. Attore che non ho mai amato più di tanto, nemmeno per la bellezza quando era giovane (troppo perfettino), ma che col passare del tempo ha dimostrato attitudini di vero attore. Forse non sarà il più grande drammaturgo o forse il lato comico non è il suo, non so che dire, ma alla fine quando si sporca, quando si “sveste” da se stesso, quando lo guidano perché usi il minimo indispensabile senza mai esagerare, allora comunica davvero. Wardaddy è un gran personaggio, molto fisico, minimalista che ha quel non so che dei personaggi alla John Wayne, ma è altro: costruito come l’uomo tutto d’un pezzo, il suo nome è il punto focale del suo ruolo perché alla fine ogni gruppo ha bisogno di un padre o di un leader, se no muore a seguire il folle capo. Mi è davvero piaciuto, sia il personaggio che come l’attore l’ha reso.

Scheda tecnica veloce:

Regia 8; sceneggiatura 8/9; scenografia 7; fotografia 7 e mezzo; costumi 7; effetti speciali 7; musica 7; cast 8. Voto finale 8. Sono uscita dal cinema completamente travolta e non è cosa che mi capiti (anzi quasi mai capita) e so che film del genere capitano raramente. Guardatelo per gli uomini di guerra e non per la guerra e cercate di mettervi nelle loro scarpe e forse capirete meglio questo film.

Postilla: il film si inserisce nella rassegna cinematografica dedicata ai film della seconda guerra mondiale del Cinema Astra di Parma. A questo link per chi volesse saperne di più.

“Batman V Superman: Dawn of Justice”di Zack Snyder

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recensione di mymovies.it

Sottotitolo “anche gli eroi hanno una mamma”. Ovvero lo spartiacque di questo film. Lo spartiacque serve a me e a voi a capire quale momento del film siamo e cosa sia successo prima e cosa dopo. Il prima (che non è il primo tempo) è qualcosa che ho semplicemente “adorato” nell’ottica di una sceneggiatura potente (voto: 7/8, perde un po’ nel secondo tempo) che ragiona sul rapporto in paragone di due eroi dell Dc comics: Superman e Batman. Sul loro concetto di giustizia, sul loro rapporto con gli innocenti e soprattutto sul loro modo di vedere i danni collaterali delle loro azioni. Un prima che mi ha dato conferma del perché non reggo Superman e perché io preferisca sempre e comunque Batman: il primo è un alieno che si maschera da umano non riuscendo a capire la cosa fino in fondo, non ha paura, non la capisce e le sue esigenze personali (vedi alla voce Lois Lane) sono sempre prima di ogni pianificazione d’intervento; il secondo è un cinico miliardario che ha fatto del suo talento la missione per distruggere la delinquenza, senza scuse e senza porsi problema, combattendo ogni volta con tutti i suoi demoni, incubi e tormenti. Preferire un tormentato disadattato a un secondo messia è possibile? Sì, senza ombra di dubbio, perché i dubbi che si pone Batman lo portano a guardare il mondo attorno a lui in modo meno disincantato e meno sicuro, mentre Superman non è mai dubbioso di quello che fa, anzi raramente riesce a comprendere le critiche che gli vengono mosse. Ma Batman ha Alfred e Superman ha Lois e la mamma: ovvero uno ha un tutore che lo sostiene, ma gli pone dubbi, lo contrasta, cerca di porre un freno; il secondo ha l’amore sconsiderato di due donne che stravedono per lui e che picchierebbero chiunque si oppongano al loro dio incarnato. Ecco, messia, dio, angelo sceso dal cielo sono gli epiteti che escono anche dalla bocca di Lex Luthor come scherno, ma che non colpiscono mai nell’intimo il nostro eroe rosso e blu: la comprensione di tutto il significato di ciò vanno sopra alle sue cognizioni morali. Potrei andare avanti per ore a trovare i difetti dell’alter ego di Clarke Kant, ma sinceramente andrei oltre al film, anche perché questo film rispecchia tutta la crisi morale e ideologica che ha pervaso negli ultimi

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più chiaro di così.

tempi i comics americani sia DC che MARVEL: i supereroi sono sopra la giustizia? Quale deve essere il loro rapporto con essa? Come si deve amministrarla? I due mondi dei fumetti sono completamente diversi per intenti e per spirito e questo meccanismo di evoluzione (cercando anche di superare la crisi delle vendite) ha portato a una drammatizzazione estrema della DC e a “Civil War” della Marvel, ma a spogliare gli eroi dei loro costumi il risultato non cambia: non c’è una risposta univoca, non c’è un rapporto chiaro, non tutti potranno “piegarsi” alla medesima scelta di rapporto con i semplici umani.

Ripeto la prima parte è come sceneggiatura potente, mentre nella seconda parte decade in un fumettoso combattimento 1 vs 3 dove Batman ci mette tutto il suo ingegno tecnologico e la sua capacità di analisi e di strategia e Superman e Wonder Woman il fatto di non essere di questo pianeta e quindi ottusamente superiori fisicamente. In più questa parte è propedeutica alla creazione della Lega della Giustizia e quindi non è propriamente conclusivo (davvero, non credeteci nemmeno nelle ultime immagini. Basta sapere un minimo di cose e capire che non è come credete. Ditelo ai vostri partner ignoranti e piangenti da qualche parte uscendo dal cinema). In fin dei conti va bene così: noi stiamo aspettando solo questa lunghissima ubriacatura da film sui nostri preferiti costumati e tutati.

I dati tecnici di questo film sono molto facili da descrivere: fotografia (voto 7) oscura, potente, forse troppo manieristica e compiaciuta, ma di certo rispecchia tutto quello che ci si aspetta da un film del genere; costumi (voto 7) azzeccati, sexy per chi di dovere, semplici per chi ce lo si aspetta, ma assolutamente parte del personaggio e rispecchiano molto quello che ognuno di loro vuol dimostrare nel film (le scarpe coi tacchi onnipresenti per Lane, i colori sgargianti dei completi di Lex, la sobrietà di Alfred e così via); regia (voto 7 e mezzo) di maniera, ragionata, calibrata, molto ponderata nei tempi e per cercare di sottolineare momenti e concetti (il Superman messia è enfatizzato in modo spettacolare con un sacco di riferimenti anche alla storia dell’arte. Un sacco di citazioni a riguardarlo bene mi sa). La scenografia (voto 6 e mezzo) è ben curata, non ricordo quanto attinente davvero ai fumetti e di certo ci ha creato qualche problema nel capire quanto Gotham City e Metropolis siano effettivamente così vicine come ci fanno vedere; ovviamente utile a sottolineare le differenze stilistiche e di vita dei nostri due protagonisti. Menzione d’onore per gli effetti speciali (voto 8) che non devono mai mancare ed essere “credibili” in un film del genere: stanno migliorando tantissimo, rendendo possibile su pellicola quello che ci siano sempre immaginati nella nostra fantasia o nei cartoni animati. Ovviamente sono molto esagerati nel secondo tempo, ma sono sempre una goduria da vedere. Tutti. Il voto più basso credo se lo prenda la musica (voto 6) per il semplice motivo che se per tutta la prima parte sottolinea i momenti drammatici con stile e attenzione, facendosi quasi da parte quando sono le parole o le pallottole a farla da padrone, nel momento fumettistico si è imposta rincarando la dose e rendendo tutto un po’ finto. Forse mi ero abituata alla fase realistica che tornare a quella fumettistica mi ha lasciato un po’ con l’amaro in bocca.

E ora tocca al cast (voto 7e mezzo) con una menzione di merito e una di demerito: Ben Affleck e Amy Adams. Parto dalla seconda: insipida. Non è che il suo personaggio sia poi il massimo nei fumetti, anche Olivia di Braccio di Ferro ha più sprint di lei, ma è davvero fastidiosa e non credo che sia del tutto colpa dell’attrice, ma quanto della regia e sceneggiatura che ce l’ha presentata nella sua veste di giornalista rampante, pur non avendone il carisma (forse se avesse letto qualcosa della Fallaci le avrebbe fatto bene) nè la comprensione che i tacchi a spillo vanno bene per alcuni momenti e non per quando va a puttane il mondo. Insomma, davvero qualcosa di inutile che poi fa cose assurde in momenti inopportuni. Da bocciare.

Mentre grandioso è stato Ben Affleck. Premetto che non sono una sua fan, che buona parte dei film che ha fatto hanno solo confermato la cosa che non si divertisse a recitare e lo facesse per dovere (o per portafoglio) o che non avesse mai trovato il coraggio o il registra giusto per essere totalmente rivoltato come un calzino e fatto venir fuori l’attore che è. Qui è semplicemente nella parte. E’ il Batman silenzioso, tormentato, monolitico, drammatico, stanco, arrabbiato (di quella rabbia sorda che si cova dentro) che ci aspettavamo. Certo le espressioni sono due e solo la vista della mozzafiato Wonder Woman tira fuori un sorriso e un modo di fare da piacione sexy, ma questa sua interpretazione è quella che più mi ha colpito e che temevo di più, anche se in originale la sua voce era quella che mi aspettavo che uscisse dalla maschera del pipistrello. Sì, senza ombra di dubbio mi è piaciuto, mi ha convinto e stiamo a vedere cosa succede in un prossimo film dell’Uomo Pipistrello. E poi ha messo su un fisico che è stato un vero piacere guardare.

Tutto il resto del cast è al posto giusto al momento giusto, con un Jeremy Irons-Alfred british ma non troppo, ma sicuramente capace di fare tutto quello che deve fare senza mai uno sforzo o perdere l’imperturbabilità;

Ultimo (credo) commento: riguardatevi “Megamind” della Dreamworks e paragonate il discorso di fondo di chi siano gli eroi di entrambi i film. Scoprirete molte similitudini…Buona visione.

Voto finale: 7/8 . Assolutamente da vedere se almeno un po’ vi piacciono i fumetti e i due protagonisti in calzamaglia e ammennicoli tecnologici; forse i puristi storceranno il naso trovando difetti e serie mischiate e li capisco, ma i puristi (di qualsiasi genere) son difficili da accontentare.

“I tre moschettieri” di Paul W.S. Anderson

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recensione dal sito di mymovies.it

“I tre moschettieri” sono un grande classico, ripreso più e più volte in vari modi e con soluzioni diverse e più o meno interessanti. Questa versione è sicuramente quella più smargiassa, che strizza l’occhio allo steampunk e che se ne frega della storicità e credibilità, per strappare un sorriso e una chiara serata di divertimento. La visione di questa versione della storia è assolutamente sconsigliata ai puristi e agli amanti della vicenda a tal punto da saperne a memoria le battute.

Partiamo dal cast (voto 7) di notevole spessore, con nomi più o meno conosciuti, ma sicuramente quasi tutti riconoscibili. Passiamo da un ormai noto e famosissimo Christoph Waltz che interpreta il cardinale Richelieu, al caratterista (tocca dirlo visto che appare sempre come personaggio da spalla) Ray Stevenson come Porthos, ai conosciutissimi Milla Jovovich come Milady e Orlando Bloom in un improbabile e sopra le righe Buckingham. E poi tanti altri. Insomma un cast valido che non ha sicuramente scelto questo film per ambire a qualche ruolo, ma forse ha voluto prendersi una pausa, divertirsi un po’ e fare magari cose che possono aver sognato di fare quando vedevano la versione del 1973. Insomma, per dirla in parole povere: gran cast baraccone e sopra le righe che trasmette divertimento.

Gli effetti speciali ( voto 8 ) rendono questo film valido da guardare. Perché diciamocelo ancor più seriamente. la trama è quella, anche se la resa non è stata troppo fedele (sceneggiatura  voto 5/6 ), non ci sono cose particolari da evidenziare; i costumi ( voto 7 ) sono una versione glamour o steampunk, dipende dai casi, di quelli storici. Insomma niente di nuovo sotto il telone cinematografico se non fosse per gli zeppeling o navi volanti, per i combattimenti schermistici al limite della fisica, dei labirinti alla “Mission Impossible” e cose del genere. In quel momento c’è l’esaltazione del pubblico che volutamente ha lascito il cervello sul comodino e si è preso un momento di pausa. E’ nella scenografia ( voto 8 ) volutamente esagerata, che strizza l’occhio ai fumetti e usa l’arma del verosimile storico (ne vogliamo parlare della mappa alla risiko dell’Europa che ha il cardinale sul pavimento del suo immenso studio? Semplicemente meravigliosa!).

Un film sopra le righe con una regia ( voto 6/7 ) che guida tutto senza aggiungere niente di particolare, che lascia andare la macchina del racconto senza mettere niente di troppo o di troppo poco; una fotografia ( voto 7/8 ) che fa la sua porca figura, ma senza prendere il sopravvento; la musica ( voto 7 e mezzo ) aiuta a supportare tutto.

Insomma un film da vedere con la compagnia giusta, che abbia voglia di divertimento senza troppe pretese di sottotesti. Ultima cosa: ho visto il film su netflix quindi in 2D e si guarda molto volentieri lo stesso; non vedo la necessità imperante di un 3D anche se capisco che la battaglia aerea sarebbe stata ancor più grandiosa. Guardatelo tranquillamente anche in 2D.

“Megamind” di Tom McGrath

Era un po’ che lo avevo nel pc da guardare, beh visto la data credo da quando è uscito, ma sapete io tendo alla pigrizia quando ho da vedere qualcosa che ho sotto mano ogni momento. Insomma è come dare per scontato che tanto è sempre lì da vedere e invece non lo guarderai mai (e questo è tragico se penso che ho ricominciato a comprare dvd che forse rimarranno nel cellophane per non so quanto tempo…) se non “costretto dagli eventi”, i quali di solito sono o amici o la tv. In questo caso ancora gli amici. In più, su questo film, avevo il pregiudizio che fosse la solita banalità buonista per bambini da far crescere sotto la campana di vetro. Sì, lo so, i buoni messaggi, la trasmissione delle idee buone, i valori, il siamo tutti uguali…sì, sì, io sono cresciuta benissimo anche guardando “Bambi” e la mamma che muore uccisa da un cacciatore (che spero se la sia pappata con la polenta, che è la morte sua). Il dramma, il momento di vero dolore ci deve essere anche in un film per bambini a mio parere, perché anche quello è un insegnamento: quello che il dolore esiste nella vita, ma che si può superare anche con l’aiuto di amici oltre al proprio crescere. Vabbè, non era questo su cui volevo soffermarmi con questa recensione. Torniamo a noi.

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recensione di mymovies.it

“Megamind”, oltre ad avere una colonna sonora adulta e da paura (voto 8 senza problemi. Cavoli, questa sì che me la sono ricordata!), è un film pieno di citazioni o di rimandi, dando forse per scontato che il pubblico possa avere una corposa conoscenza di film o telefilm o rimandi vari ai supereroi di lunga memoria. Prima di tutto, e sopra tutto oserei dire, come i due alieni supereroi giungono sulla terra: neonati, astronavicelle, pianeti originali distrutti e genitori con loro. Vi dice nulla Superman? Poi ci sono i robottoni, qualcosa che ricorda molto i primi “La guerra dei mondi” e altre cose. Insomma un film che a mio parere andrebbe rivisto una seconda volta per capire quel “ma dove l’ho già visto” che ti fa pensare che il film non sia una copiatura ma un vero omaggio.

La trama (voto 6 e mezzo) non è del tutto originale, perché si basa sul fatto che a ogni supereroe buono debba corrispondere un mega cattivo, ipoteticamente molto più forte ma sfigato come non mai, e viceversa; e quando uno dei due scompare tocca ritrovare gli equilibri o farne di nuovi. Quello che è originale di certo è che per ritrovare gli equilibri a volte le cose si mischiano e ci si siede “sulla poltrona sbagliata”, insomma si ha un’opportunità per essere qualcun altro, sempre che si abbiano le doti per poterlo essere. Il film ha come vero messaggio, a mio parere, il fatto che per quanto si possa credere di avere un destino preconfezionato o che gli altri ci hanno preparato per noi, se noi abbiamo certe qualità alla fine le possiamo sfruttare diversamente e meglio di quanto tutti gli altri possano pensare; è un film sulle apparenze e sulla sostanza. Insomma ci si può anche innamorare di quello che non pensavi se solo smetti di guardare con gli occhi (che vabbè è quello il loro compito, ma a volte portano fuori strada) e ascolti col cervello. Non è a mio parere un film su nessuna crisi del supereroe in quanto tale anche se Metro Man la pulce ce la mette nell’orecchio, ma alla fine non è lui il protagonista del film.

Effetti speciali (7 e mezzo), sempre più amalgamati con la visione della vicenda, a servizio anche se sicuramente ancora molto protagonisti, riescono a dare una visione dell’insieme credibile, mentre il disegno (7) per quanto ben fatto non è di certo fra i miei preferiti per stile. Non mi piacciono gli occhioni che prendono possesso della faccia per enfatizzare le espressioni, nè le esagerazioni corporee caricaturali; non è che siano sbagliate, ma solo che non le apprezzo come forse dovrei, pur sapendo perfettamente che il disegno non è un ritratto e un cartone animato deve essere innaturale. Questione di gusti. Ovviamente Minion (ma davvero il pesce si chiama così??? No, ma io dico, non esiste un’anagrafe degli assistenti dei cattivi?) è splendido e tenero nel suo esoscheletro, come sono splendidi anche i cervelli volanti. E’ innegabile che i cattivi hanno sempre i gadget e i compagni più fighi.

Non mi dilungo sul cast delle voci originali perché in Italia le cose sono andate non so dove e quindi non solo non ho riconosciuto nessuno, ma nessuna voce mi è stata particolarmente gradita o sgradita (beh, dopo aver sentito Ilaria d’Amico in “Eragone” tutti son bravi a doppiare. Punto.). Forse potrebbe essere una buona cosa sentirlo in lingua originale per apprezzare le scelte.

Sul resto il film è gradevole, non eccellente, ma di sicuro impatto e più per il messaggio che ha voluto divulgare che per la resa in sè e per sè e forse questa è una buona cosa, se si pensa che qualcosa nei cartoni animati bisognerà pur dire e trasmettere.

W i supereroi con o senza mantello, ma se superano il limite allora W i cattivi!

Voto: 6/7 E’ stata una sorpresa piacevole vederlo, visto che mi aspettavo tutt’altro racconto, ma non è qualcosa da rimanere sconvolti nella visione. Da vedere comunque, per grandi e piccini.

“Immortals” di Tarsem Singh

Prendete la mitologia greca, prendete Versace e mischiatelo e…stop! C’è già! O è la pubblicità di Versace (e con un pizzico di Dolce & Gabbana) o è questo film. Punto, recensione finita, il consiglio è di guardare un altro film e non perdere tempo con questo. Va bene, mi applico un po’, ma il giudizio delle prime righe non cambia.

Come è sempre stata mia tradizione quando si fanno le pause tecniche da gioco da tavolo o cose simili, il gruppo di amici ha l’ “obbligo” (più o meno imposto dalla maggioranza) di vedersi un film possibilmente di serie Z, se è B va bene, ma evitare quelli belli possibilmente. Perché questa forma di masochismo cinematografico? Perché quando si è in totale relax, il cervello settato sulla modalità “stupidera + lancio dei dadi” è un peccato sprecare un bel film, anche perché si tende a chiacchierare, ridere e commentare sonoramente, mentre si passano patatine e mangiare vario ed eventuale (e non dietetico). Netflix ci aiuta molto in questa scelta oculata e ponderata (nel caso non ci fossero film giusti, ci sono sempre i documentari complottari da vedere).

Premetto un po’ di cose:

  1. amo la mitologia greca, anche se in generale le mitologie e le teologie mi interessano per svariati motivi. Da bambina leggevo i miti greci al posto delle favole. Conosco oserei dire quasi a memoria tutte le storie. In più avendo fatto il greco a suo tempo il mio studio dell’argomento è diventato anche più tecnico grazie alla severità e bravura della mia professoressa del liceo.
  2. ho guardato e adorato “I cavalieri dello zodiaco”. Cosa cacchio c’entrano con la mitologia greca mi chiederete, beh…appunto! Quello che voglio dire è che per quanto ami la storia, sia rigorosa in certe cose, posso benissimo concedere strappi alla regola che siano minimamente credibili o comunque che abbiano un senso logico interno alla vicenda. Ok, sì, lo so Pegasus rompeva le scatole e Phoenix sistemava tutto e Lady Isabel si andava a mettere nei guai apposta. Lasciamo perdere.
  3. mi incuriosiscono le versioni un po’ estrose dei classici, purché abbia senso, purché ci veda un senso. Tipo “300” che non è un film storico, che non ha niente di storico, che è fumettistico, ma se si è studiato quel momento e la mentalità greca dell’epoca, è un film metafora dell’evento.

Fine premessa, doverosa, perché capiste il perché del mio giudizio.

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recensione di mymovie.it

Partiamo dalla storia (sceneggiatura: 5). Prima di tutto non è una storia conosciuta, ma un qualcosa che forse, perché no?, poteva essere accaduta ma non è stata tramandata. C’è un eroe, tenuto d’occhio in incognito da Zeus (sempre lui in mezzo alle scatole!) fin da quando era bambino; una situazione di guerra e tradimento; un cattivo che minaccia la vita e la libertà di una regione; una profetessa e i suoi sacerdoti più o meno sicuri nel loro tempio; un oggetto mitico. La trama la capite benissimo anche voi: il cattivone vuole l’oggetto che è conosciuto dalla profetessa, quindi mette sotto assedio una regione che caso vuole sia quella del nostro eroe; l’eroe e la profetessa si innamorano e bam! Vabbè, avete capito, “niente di nuovo sotto al sole”.

Allora il punto forte dovrà essere la resa, visto che la trama è un po’ trita e ritrita. Passano gli effetti speciali (7), buona la fotografia (8), la musica non me la ricordo (come al solito, ma che ho? Non può essere sempre colpa mia che non ricordo la musica di un sacco di film) e la direzione (7) è ben fatta, visto che poi, inspiegabilmente, si è trovato a gestire un cast (6/7) con alcuni pezzi buoni (i quali, mi chiedo, con che follia abbiano accettato la cosa). Tutto ciò però non basta o almeno a me non basta, perché un libro si potrà comprare dalla copertina, ma se poi ha le pagine bianche non è altro che un soprammobile.

Scade terribilmente nella scenografia e nei costumi: insufficienti gravi. Allora, chiariamoci bene e tenete a mente il punto 3: un classico, o una storia ambientata in un momento mitico della nostra storia, può essere stravolto nella sua estetica, ambientato in altro momento della storia, rigirato come un calzino, ma in ogni momento questa modifica del testo originario deve avere un senso ed essere da supporto alla vicenda, mentre se prende il sopravvento e diventa pura estetica sterile tutto perde di significato. Non è un caso che a tutti noi che lo guardavamo ci sia venuto in mente uno spot di Versace (visto che se non ricordiamo male aveva ambientato proprio i suoi spot in un’ipotetica Grecia mitica), non a caso che anche mymovie lo avvia sottolineato, perché è così: i costumi non raccontano, non sottolineano, non guidano, non stanno a servizio della storia, ma diventano un momento a sè stante, estetico e basta, incomprensibile e fuori luogo. Parliamo del corpetto di Atena e del suo velo nero da vedova sulla corona puntuta (ma Atena non era la dea della guerra? mah), del martello di Poseidone (comprato in un negozio di giocattoli. E il tridente che fine ha fatto? mah2), dell’ “elmo” a corna di montone/occhi di mosca di Ares (mah3) e della cresta dorata di Apollo (abbiam fatto fatica ad accettare la cosa, forse più della mosca di Ares. mah4). Finiti gli dei, visto che Zeus vecchio ha un mantello di corde intrecciato e Zeus giovane è col gonnellino e bon. L’elmo di chela di Zoiberg del cattivo ne vogliamo parlare? Ma anche no, dai, se no tocca chiedere con che coraggio  Mickey Rourke lo abbia voluto portare… Le profetesse sono molto orientaleggianti e possono andare anche se il bustino non si può guardare, ma se lo porta Atena sarà di moda che vi devo dire. Le guardie e i cattivi hanno le maschere fatisch in faccia (forse per non ridere o piangere, dipende se c’era uno specchio alla portata oppure no). Ometto la descrizione delle armature, ma tutti noi abbiamo deciso che gli scudi cromati degli “opliti” sono una sciccheria, ma mai come il mantello blu sbriluccicoso del re. Gli scudi li vogliamo anche noi, il mantello no perché nemmeno a Iperione è piaciuto.

Punto a parte sono le scimmie titane o i titani scimmia, ancora non abbiamo capito come denominarli. Le tratterò a parte perché sono un’offesa a tutto quello che ci è più sacro nella mitologia e nella Storia. Prima di tutto perché sono rinchiuse da non si sa quanto tempo in una specie di mini calcio balilla dorato e sono agganciati fra loro per la bocca e non sappiamo perché; secondo perché quando vengono liberati/e si muovono come scimmie impazzite. Perché? Posso sorvolare su abiti esageratamente fuori luogo (la costumista era colei che ha anche curato “Dracula di Bram Stoker”, Eiko Ishioka, quindi possiamo capire il gusto e l’estetica) in quanto scelta stilistica che può piacere o meno; posso sorvolare sul fatto che la storia è di una banalità estrema, con buchi di trama e dialoghi inascoltabili; ma le scimmie titane gridano vendetta! I titani hanno scatenato una guerra (che alla fine del film si vede come se fosse un vibrante formicaio bicolor: oro da una parte e nero rosso dall’altra. O almeno così mi ricordo), sono stati imprigionati, si dice “titano” di qualcuno grande e grosso, il Titanic si chiamava così in loro onore (e non gli è andata bene per quello mi sa)! Non erano piccoli, neri (catramati poi), che si muovono a scatti come se fossero tarantolati…

Ora, ogni film ha un suo senso e se il senso di questo era fare un lungometraggio sulla moda hanno sbagliato tempo, luogo, storia. E non ha nemmeno senso paragonarlo ai peplum, nemmeno quelli in cui Maciste incontrava Godzilla. Questo film è una fuffa bella e buona che non accontenta sicuramente chi accetta un film in costume, anche non storico, ma che faccia passare due ore raccontando qualcosa.

Voto: non guardatelo. Fate altro.